Ci sono dischi cerebrali e altri immaginari. Dieci tracce di Smoke Ring For My Halo ti portano a spasso in posti che dovresti vergognarti a pronunciare, figuriamoci a scrivere, ma il pudore, alla fine del disco, è bello che andato. È uno spettacolino messo su apposta per me, nella mia cameretta: entra una ragazza non bella che sa ballare come una musa (Baby’s Arms). Poi vieni tu, Kurt Vile, hic et nunc sotto contratto, wonder-boy in costole e criniera e ci siete tu e la musa in quella situazione in cui non dovresti proprio tenere il tempo col piedino, che la situazione non si addice, e invece non resisti e ti fai abbracciare.
Parte il pezzone (Jesus Fever): il ballo è ufficialmente cominciato e un po’ ti senti fiero di aver aperto le danze, anzi di averle anticipate – snobismo psico-motorio e buone vibrazioni al basso ventre. Niente elettronica, solo un’eco e la riva di un mare mai visto, di sicuro non a Philadelphia. Certo, una batteria sulla spiaggia è un po’ improbabile, ma la band è già entrata con una marcetta in controtempo: quattro quarti mandati a spasso e voci filtrate che dicono non si capisce bene cosa, ma si capisce che Iggy Pop passava di lì per caso (Puppet To The Man). “Uff, che noia, ma quando finisce questo pezzo? Come ti chiami? Vieni dagli anni settanta? Che caso, io no. Io sono un fan dei Sonic Youth, come puoi capire dalla maglietta, ma la cosa buffa è che anche i Sonic Youth sono miei fan”.
La corda del Mi si è smollata a bestia, e questo ci piace (On Tour). Ma i ritornelli, che ti spiegheranno la vita da qui per molti anni a venire, dove li hai messi, i ritornelli? Abbiamo tolto e ritolto, estetica minimalista anni zero maledetta, ci rimangono solo piedi da battere e teste da dondolare. Ma ora noi, qui sulla spiaggia di chissà-dove, ammazzeremo il minimalismo con una chitarra e un’altra e un’altra e un basso e una cassa insistente. Entri il plotone. Plin plen! E l’ultimo lamento è un leit-motiv da senso di colpa. Questo è il momento in cui parte la colonna sonora drammatica (Society Is My Friend). Sarebbe un film, se te ne ricordassi il titolo, invece è una buffonata in cui immergi i piedi in una pozza del sangue della precedente esecuzione, e non è che sia molto piacevole, sangue e sabbia: a volte stufi, Kurt, e io mi faccio un pisolino lungo un pezzo.
Stropiccio le orecchie coi Beach Boys (In My Time): tu, però, sei da solo con un tamburello e una band che “chissenefrega, tanto io ci ho la melodia giusta, figurati se non la ribecco, la ballerina, con questo giro. Senti che bel bridge. Senti quanto grunge. Senti che sfumatura”. Hai detto sfumatura? Raccatta la tua roba ed entra in un furgoncino, Kurt, ma stai dietro, coi piedi sporchi e la chitarra. “Ero un guardone, o-oh, ero un guardone” (Peeping Tomboy), canti con gli occhi sbarrati sul finestrino. Io sbadiglio.
Alla fine ci siamo fermati per fare una foto e tutto è così bello che non mi viene nemmeno da dirti niente: canta e fai gli accordi che ti pare, belli, un po’ country, un po’ soul (Ghost Town). Non ti chiederò da dove li hai presi, ti chiederò dove li porti (cit.). “Nella terra dei sintetizzatori volanti”, mi dici. Dio mio, Kurt, fatti una vita. “Un’anello di fumo è la mia aureola”: ma ti rendi conto di quel che dici? Non so se ti voglio riascoltare mentre vaneggi, ma fintantoché le canzoni diranno le solite cose di valigie e bollette e stanze vuote, fintantoché ci saranno le parole e le chitarre, per piacere, rinviate di un giorno la fine del mondo.
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