Lady Gaga: Born This Way

Marina Pierri | 28/2/2011

È difficile scrivere di Lady Gaga perché tra la superficie assoluta e il magma di frammenti profondi ripescati dalla sua estetica non c’è via di mezzo. Credo che ormai abbiamo un po’ tutti superato la fase del “mi piace”/”non mi piace” e siamo pronti a vivisezionarla come una rana, ma su di lei non si legge mai molto approfondimento. Chi è. Perché lo fa. Come lo fa. Cosa fa. È sempre troppo, oppure troppo poco. Ripeto: la superficie assoluta o il magma complesso. Non ci sono sfumature. Eppure, arrivati a non so che numero di video e soprattutto dopo il salto dello squalo di Bad Romance possiamo dire senza errore che c’è un programma iperdettagliato dietro il dato più palese: la caricatura di Madonna. Perché non è un omaggio, è una parodia, ma neppure, è una storpiatura. Di più ancora: una perversione. Pensateci. Alejandro suonava come La Isla Bonita, ma il video era molto simile a Vogue. Born This Way suona esattamente (anche troppo) come Express Yourself e il video è molto simile a Express Yourself. In due parole, Lady Gaga nasce (she was born this way) e nascendo uccide la madre – la canzone è un manifesto nel manifesto. Si dice mostro in qualunque senso lo intendiate (e lei lo intenda) e non sbaglia, perché sta cannibalizzando Louise Veronica in tutte la maniere. In questo senso il ballo in costume (as in: costume maschile), che è poi quello che tutti ricordiamo di Express Yourself, è il centro caldo del clip perché è contiene l’immagine più forte, cioè la morte. Gaga è – in quanto truccata come – uno scheletro e mette in atto il matricidio definitivo: il cadavere squisito è quello di Madonna.

SARA LOV Contest!

Alice Lazzati | 28/2/2011

saralov

Qui a Vitaminic siamo decisamente trasversali, lo sapete. Ci piace il garage duro e sporco e ci piacciono le melodie cantate soavemente alla stessa maniera. Di Sara Lov ci eravamo già infatuati quando scorrazzava allegramente con i Devics e dal progetto solista in poi non abbiamo potuto che consolidare il nostro amore.

Vi invitiamo quindi a raggiungerci nelle tre date italiane per ondeggiare lentamente sui pezzi sussurrati della cantante hawaiana-losangelina, perdervi nei suoi suoni dream-pop e sempre più cantautoriali e canticchiare sulle canzoni del nuovissimo disco I Already Love You! Come sempre per avverare tutti i vostri sogni (o vincere un ingresso) è sufficiente mandare una mail a vitaminicontest@gmail.com, specificando la data a cui desiderate partecipare.

Martedì 1 Marzo: Milano – La Casa 139 (support act: Emily Plays)
Giovedì 10 Marzo: Torino – Spazio 211
Venerdì 11 Marzo: Roma – Circolo degli Artisti

Kurt Vile: Smoke Ring For My Halo (Matador Records)

Federico Pucci | 28/2/2011

kurt-vile-smoke-ring-for-my-haloCi sono dischi cerebrali e altri immaginari. Dieci tracce di Smoke Ring For My Halo ti portano a spasso in posti che dovresti vergognarti a pronunciare, figuriamoci a scrivere, ma il pudore, alla fine del disco, è bello che andato. È uno spettacolino messo su apposta per me, nella mia cameretta: entra una ragazza non bella che sa ballare come una musa (Baby’s Arms). Poi vieni tu, Kurt Vile, hic et nunc sotto contratto, wonder-boy in costole e criniera e ci siete tu e la musa in quella situazione in cui non dovresti proprio tenere il tempo col piedino, che la situazione non si addice, e invece non resisti e ti fai abbracciare.

Parte il pezzone (Jesus Fever): il ballo è ufficialmente cominciato e un po’ ti senti fiero di aver aperto le danze, anzi di averle anticipate – snobismo psico-motorio e buone vibrazioni al basso ventre. Niente elettronica, solo un’eco e la riva di un mare mai visto, di sicuro non a Philadelphia. Certo, una batteria sulla spiaggia è un po’ improbabile, ma la band è già entrata con una marcetta in controtempo: quattro quarti mandati a spasso e voci filtrate che dicono non si capisce bene cosa, ma si capisce che Iggy Pop passava di lì per caso (Puppet To The Man). “Uff, che noia, ma quando finisce questo pezzo? Come ti chiami? Vieni dagli anni settanta? Che caso, io no. Io sono un fan dei Sonic Youth, come puoi capire dalla maglietta, ma la cosa buffa è che anche i Sonic Youth sono miei fan”.

La corda del Mi si è smollata a bestia, e questo ci piace (On Tour). Ma i ritornelli, che ti spiegheranno la vita da qui per molti anni a venire, dove li hai messi, i ritornelli? Abbiamo tolto e ritolto, estetica minimalista anni zero maledetta, ci rimangono solo piedi da battere e teste da dondolare. Ma ora noi, qui sulla spiaggia di chissà-dove, ammazzeremo il minimalismo con una chitarra e un’altra e un’altra e un basso e una cassa insistente. Entri il plotone. Plin plen! E l’ultimo lamento è un leit-motiv da senso di colpa. Questo è il momento in cui parte la colonna sonora drammatica (Society Is My Friend). Sarebbe un film, se te ne ricordassi il titolo, invece è una buffonata in cui immergi i piedi in una pozza del sangue della precedente esecuzione, e non è che sia molto piacevole, sangue e sabbia: a volte stufi, Kurt, e io mi faccio un pisolino lungo un pezzo.

Stropiccio le orecchie coi Beach Boys (In My Time): tu, però, sei da solo con un tamburello e una band che “chissenefrega, tanto io ci ho la melodia giusta, figurati se non la ribecco, la ballerina, con questo giro. Senti che bel bridge. Senti quanto grunge. Senti che sfumatura”. Hai detto sfumatura? Raccatta la tua roba ed entra in un furgoncino, Kurt, ma stai dietro, coi piedi sporchi e la chitarra. “Ero un guardone, o-oh, ero un guardone” (Peeping Tomboy), canti con gli occhi sbarrati sul finestrino. Io sbadiglio.

Alla fine ci siamo fermati per fare una foto e tutto è così bello che non mi viene nemmeno da dirti niente: canta e fai gli accordi che ti pare, belli, un po’ country, un po’ soul (Ghost Town). Non ti chiederò da dove li hai presi, ti chiederò dove li porti (cit.). “Nella terra dei sintetizzatori volanti”, mi dici. Dio mio, Kurt, fatti una vita. “Un’anello di fumo è la mia aureola”: ma ti rendi conto di quel che dici? Non so se ti voglio riascoltare mentre vaneggi, ma fintantoché le canzoni diranno le solite cose di valigie e bollette e stanze vuote, fintantoché ci saranno le parole e le chitarre, per piacere, rinviate di un giorno la fine del mondo.

Scarica Jesus Fever dal sito ufficiale di Kurt Vile.

Arbouretum: The Gathering (Thrill Jockey/Self)

Redazione | 28/2/2011

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Nel caso in cui vogliate vedere applicata empiricamente qualcuna delle teorie sullo sgrattoa-rusty esposte da Dj Pikkio nella sua guest appearance a Kaleidoscope, un’ottima occasione è l’uscita dell’ultimo Arbouretum, che si chiama The Gathering ed è stato designato disco dal deus ex-machina di Radio Dio come disco del giorno-settimana-mese che merita la sua audio recensione. Di seguito.

Nihileaks: ARBOURETUM by vitaminicmag

Clicca qui per le altre puntate di Nihileaks

Bardo Pond: Bardo Pond (Fire)

Marco Delsoldato | 28/2/2011

bpA conclusione del decennio appena passato (file under anni zero et similia) la riscoperta di certa psichedelia o, tout court, del concetto di psichedelico è a suo modo innegabile. Poi si dovrebbe entrare nella discussione e analizzare come le stelline e le candeline, tanto in voga negli ultimi periodi, siano paragonabili, per usare un riferimento non offensivo verso gli svariati fans, a chi una volta vedeva Kukoč e oggi si ritrova con Brunner. Che fa legna e di colpe, nella decadenza della quasi fu Benetton Treviso, ne ha poche o nessuna. Però Toni Kukoč era un fenomeno. E lo scrivo da virtussino. Scrive il Maestro Sergio Tavcar:   Kukoč era un genio assoluto del basket, giocatore multidimensionale capace di vedere cose in campo che solo lui vedeva. E in più aveva quasi 2 metri e 10, aveva tiro quando serviva, fisicamente era una specie di tiramolla tentacolare e, facendo felici i cultori della difesa, è stato, quando voleva, il più grande difensore fra i sommi. In breve, su certa roba psichedelica (restando in questi decenni: noi siamo del periodo di Picchio Abbio e non del mitico John Fultz) non si dovrebbe scherzare. Sia per quelli che la favoleggiano in determinato pop estivo (ed allora il paragone non sarebbe Brunner, ma il figlio nerd di Luca Garri), sia per quelli svagatamente hard. Ossia, basterebbe tornare al 1995 ed ascoltare Bufo Alvarius. Bene, a quel punto si comprenderebbe una certa forma di psichedelia ultrasonica, intima ed rabbiosa come un Danilovic a Bologna (via, gli anni sono quelli e la divisione della Jugoslavia non deve tediare troppo) impegnato a schiacciare in faccia a qualsiasi essere umano, mentre Toni stava già nella NBA per muscoli, gloria e soldi. Dimenticando, un pò, la bellezza pura dei suoi gesti ed il soprannome, esaustivo, di Airone di Spalato. Vincendo titoli e premi con Michael Jordan, certo, ma, sempre parole di Tavcar, castrando il suo genio. Roba che i Bardo Pond non hanno mai scordato o rimosso. Dal ‘95 al 2010, con un disco omonimo, che, se ha una colpa, è quello di essere geneticamente bardopondiano. Sincero nella reiteazione ed urgente nelle sublimazioni spaziali. Noise anche nei sussurri. Poetico quando occorre (sia detto, The Stars Behind è da pelle d’oca). Senza mai sfociare nel lusso della gloria atletica e poderosa (ammettetelo, alcuni ipotetici idoli attuali mostrano i muscoli con frequenza imbarazzante), come fece, ahinoi, Toni. No, i Bardo Pond sono rimasti fedeli alla tattica del caos ricercato, armonico e statico nella dinamicità dei brani. Evitando ogni contraddizione. In fondo l’Undone di oggi è la Aldrin di ieri (1997, disco- necessario- Lapsed): un flusso ininterrotto di suoni, dissonanze, rumori e frasi (della beata Isobel Sollenberger). Forse con meno sorpresa per chi ascolta. Ma le altre sensazioni sono identiche. E’ un discorso di trance. Una roba, oggi, temiamo non ancora ben compresa da qualche gruppo pysch, più interessato a pulviscolose forme melodiche rispetto alla distruzione, massacrante, dell’intensità sonora. Così nel 2011 Kukoč non gioca più e Treviso sembra una Fortitudo qualsiasi. Non gioca  nemmeno Danilovic, che nella NBA in realtà ci andò. Ma decise di tornare in fretta, preferendo le vittorie vere al garbage time in cui era finito. Un pò come i Bardo Pond, che si erano fermati, forse perplessi dinnanzi alle nuove desinenze della psichedelia. Poi hanno deciso di tornare. Di suonare. E di fare un disco che potrebbe essere uscito quindici anni fa. Fortunatamente.

Ascolta The Stars Behind

La Jugoslavia e Kukoc sul tetto del mondo nel 1990

I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 28/2/2011

alex_deathstarrEccoci a un nuovo appuntamento con il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni mercoledì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. In mezzo alle solite birrette e a svariate segnalazioni di concerti tutti da pallino rosso in agenda, una serata in conduzione solitaria per Enzo e pure più corta del solito. Almeno una di queste due cose vi sembra positiva? Bene, e ancora non avete sentito il meglio!
Questa intanto la playlist della serata:

Weekend – End Times
Ringo Deathstarr – Tambourine Girl
Banjo Or Freakout – Move Out
La Sera – Sleeptalking
The Loves – My Life Is Starting Over Again (Daniel Johnston cover)
Cloud Nothings – Forget You All The Time
Yuck – Howling Out
Those Dancing Days – I’ll Be Yours
Welcome Back Sailors – Seasons
Gruff Rhys – If We Were Words (We Would Rhyme)

Scarica la puntata in mp3…
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

An Island: a film by Vincent Moon featuring Efterklang

Tomm. | 25/2/2011

gy!be

An island is an unconventional music performance film and an abstract documentary about a band and an island.”

Un luogo lontano, otto musicisti e una videocamera. An Island è il film-documentario realizzato da Vincent Moon che racconta -con l’inconfondibile sguardo dei suoi Concerts à emporter- i quattro giorni trascorsi insieme agli Efterklang (con Niklas Antonson, Heather Broderick, Peter Broderick e Frederik Teige) su un’isola al largo delle coste della Danimarca. Il viaggio in nave, i fienili silenziosi, il rumore della pioggia e dei fogli di un giornale, le performance improvvisate del gruppo danese con gli abitanti di Als. Le canzoni di Magic Chairs ricostruite insieme ai musicisti, i bambini e gli amici di un luogo che nelle immagini del film-maker francese diventa teatro di incontri e collaborazioni insolite. Torna ad essere casa e suggerisce una differente idea di condivisione. Pubblicato sotto licenza Creative Commons, ognuno può organizzare una proiezione, richiedere il materiale e vedere il film dove vuole, con chi vuole, quando vuole. Incontrarsi, parlarne e ascoltare insieme. Facilissimo. Bellissimo.
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L’Enfance Rouge: Bar — Bari (Wallace Records)

Alex Grotto | 25/2/2011

enfancerouge-barbariPer parlare de L’Enfance Rouge e dei loro dischi bisogna sempre preparare i bagagli e sedersi di fronte ad una carta nautica, perchè ti abbandoneranno al largo di qualche costa e vorrai sapere dove. Nel 2008 con Trapani Halq Al Waady il trio franco-italiano aveva ripercorso le tratte dei gommonauti e scafisti lungo il Mediterraneo da Trapani alla Tunisia, ora è la volta di cambiare litorale e passare all’Adriatico sulla rotta da Bar (Montenegro) a Bari continuando a mantenere l’humus di clandestinità e intercultura che è parte attiva in ogni lavoro della band. Il problema è che si continua a mantenere troppo e nel senso più letterale del termine, dal momento che sei tracce su otto sono pressochè identiche e già contenute nel disco precedente soltanto depauperate, via missaggio differente, dei suoni dell’orchestra tunisina. Ora, per chi si avvicina per la prima volta a Combuzat e soci non c’è problema: Bar — Bari suonerà esattamente come un capolavoro pur perdendo il confronto con Trapani Halq Al Waady e chi ci è già passato non potrà non notarlo. Detto questo, mi va di ampliare il discorso e parlare come il fan de L’Enfance Rouge che sono, ammettendo la delusione e arrendendomi al fatto di non capire il motivo di far uscire un disco che suona per l’80% identico al precedente dopo una ripulita al mixer e un (gradito, sia chiaro) ospite in più come Bertrand Cantat dei Noir Désir, che ai miei occhi non giustifica comunque tutta la faccenda. Se potessi prendermi a calci da solo dietro la nuca per perdere la memoria e riscoprirli da zero con questo disco, ne sarei estasiato, commosso e partecipe come non mai. Non potendolo fare mi tocca lasciar trasparire un entusiasmo contenuto ed accontentarmi di riascoltare un discone che ho amato ora riproposto in salsa de-arabizzata. Ed è un peccato.

I’m Badu and I gon’ tell you the truth

Elena Mariani | 25/2/2011

Erykah_Badu

via

Non so se ve ne siete accorti ma settimana scorsa è uscito il nuovo video di Erykah Badu. No, non ve ne siete accorti eh? Non ve ne è fregato niente perchè eravate tutti in trepidazione per il nuovo album dei Radiohead e quindi la vita vera è andata a farsi friggere.
Bene, dato che siete ancora tutti li ad aspettare che il download si completi prendetevi 5 minuti di pausa e buttatevi nel soul della fantastica Erykah Badu. Il singolo in questione è Gone baby, don’t be long , tratto dall’album New Amerikah Pt. 2 (return of the Ankh), in regia c’è nientepopòdimenoche Flying Lotus.


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Gil Scott-Heron/Jamie xx: We’re New Here (XL Recordings)

Federico Pucci | 24/2/2011

gil-scott-heron-and-jamie-xxDevo essere io che non capisco, che in biblioteca non ci andrei a ballare e a far su canne con le pagine strappate, che ci andrei solo per sfasciare qualche leggio. Mentre mi interrogo, è passato un anno dall’uscita di I’m New Here, il discone con cui Gil Scott-Heron diceva di non essere un poeta scomparso: “se fossi scomparso non sarei qui, oppure sarei un supereroe, giusto?”.

Devo essere io, ma sono anche gli altri: “Il pubblico sente una cosa mentre tu ne canti un’altra: è così che funziona. Quando dicevo che La Rivoluzione non sarà in TV, tutti mi han preso troppo sul serio. Io dicevo Fratelli, non state a guardare, ma facevo della satira. Come si fa a pensare che uno sia impegnato quando recita La Rivoluzione non ti farà sembrare più magro di due chili?”. Gil è uno zio saggio che anticipa le rivoluzioni tweetate di vent’anni e coi nipotini rapper fa lo zio rompiballe: “molla la pistola, e migliora il tuo lessico: per il resto, rispetto”.

Devo essere io, che dovrei parlare di un disco di quest’anno e invece continuo con il passato, perché I’m New Here era già un bellissimo zompo nella musica contemporanea. Lì dentro c’era una summa di Scott-Heron precisa e attuale: un tributo alle origini, l’elettronica, le percussioni, la poesia, New York assassina (Casa è dove c’è odio, oggi come ieri).
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