Thank You: 1-2-3 Bad

Marco Delsoldato | 19/1/2011

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Sono partiti dal math, c’è chi poi li ha messi nel post punk, altri li hanno infilizati con l’avant rock. Avant rock che, insomma, va bene un pò per tutti quelli diversi dalla canonicità melliflua. Fate voi, ma, se vi capita, i Thank You andati a vederli dal vivo, perchè tendono a spaccare i culi con certa naturalezza. Di quella genetica e poco attraente per i ballerini non interessati ai vortici cerebrali. Un tribalismo nato a Baltimora, con qualche trasferta krautiana ed un sommatoria d’urgenza. Con chitarre, percussioni, voci, organi e cianfrusaglie varie. Roba tendenzialmente da gustarsi sotto il palco. Per il disco, Golden Worry, basta andare da Thrill Jockey il 25 gennaio.

Ascolta 1-2-3 Bad

The Decemberists: The King Is Dead (Capitol)

Letizia Bognanni | 18/1/2011

decemberists_the_king_is_dead_1295287322Uh che bello, una nuova canzone dei Rem! È strafiga, che bello, i Rem sono tornati ai tempi d’oro di Document e… Ah… No. Sono i Decemberists? Uh che bello, sono tornati i Decemberists! Scene di vita vissuta dopo aver ascoltato il primo singolo tratto da The King is Dead: Down By The Water infatti è decisamente uno dei brani in cui si sente più forte la presenza di Peter Buck, ospite eccellente e un po’ ingombrante – ma piacevolmente ingombrante. E insomma, i Rem stanno per tornare anche loro, e nel frattempo noi amanti della profonda America musicale di scuola ateniese avremo di che ingannare l’attesa, con quest’opera sesta del quintetto di Portland. Il quale quintetto si è ritirato in campagna per sciacquare il suono da certi eccessi e pomposità cervellotiche che ascoltando gli ultimi album ci avevano causato un po’ di ansia: si temeva una deriva prog che per fortuna non è arrivata. Questo album è deliziosamente semplice. Ricco e vario, come al solito, negli arrangiamenti, ma di una ricchezza limpida e sempre funzionale alla valorizzazione delle ariose melodie. Una ricchezza rustica, fatta di intrecci di armoniche, chitarre country e archi che a volte si tingono di verde irlanda (Rox In The Box, molto celtica) e che, insieme alla voce sempre evocativa di Colin Meloy, creano un perfetto quadro new-folk, radicato nel passato di Dylan e Neil Young e integrato nel presente di Wilco e Shins, pop nel senso più puro e piacevole della parola. Che bello, sono tornati i Decemberists!

un po’ di backstage:

Kaleidoscope #12

Aurelio Pasini | 18/1/2011

Sun City Girls

Buon anno nuovo – un poco in ritardo, ma tant’è – da parte di Kaleidoscope, il programma dedicato alla psichedelia in onda tutti i martedì notte intorno alle 23.40 sulle frequenze di Città del Capo – Radio Metropolitana.

La prima puntata del 2011 si apre con un tris di brani attuali, tra cadenze narcotiche, lisergiche atmosfere stoner e un sentito omaggio ai Sun City Girls (nella foto), in occasione dell’uscita del loro album postumo Funeral Mariachi.

Dopodiché, in un battito di ciglia ci si ritrova catapultati nel passato per fare la conoscenza degli effimeri Mystic Siva, ascoltare un brano dei 13th Floor Elevators in un mixaggio finora inedito e concludere in bellezza con una dichiarazione di stonati intenti a cura del duo Clark-Hutchinson.

Prima di lasciarvi alla scaletta dettagliata, vi ricordiamo che potete contattarci scrivendo all’indirizzo e-mail leccarospi@gmail.com.

Quest For Fire – The Greatest Hits By God
Sun City Girls – This Is My Name
Samsara Blues Experiment – For The Lost Souls
Mystic Siva – In A Room
The 13th Floor Elevators – Thru The Rhythm (Bob Sullivan’s original stereo deck mix)
Clark-Hutchinson – Free To Be Stoned

Ascolta il podcast in streaming

oppure scaricalo.

Iosonouncane: Giugno

Giorgio Busi-Rizzi | 18/1/2011

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Viveste su Marte, potreste esservi persi La Macarena su Roma di Iosonouncane, uno degli album più belli del 2010* (poi, oh, non sono sicuro di come vada la fibra ottica su Marte).
Due sabati fa la beneamata etichetta Trovarobato trasmetteva in streaming il suo live a Firenze. Incani aveva la bronchite. Il concerto è stato bellissimo, mi sono commosso in cucina. Ignoro se lo streaming arrivasse su Marte.
La cosa più bella dei live di Iosonouncane è che non sai mai quali canzoni soffocherà sotto gli stridii strazianti dei synth e quali spoglierà con un colpo secco lasciandole coperte solo di voce e chitarra ( e lì si piange). Sabato è toccato al Corpo del reato; più o meno un mese fa, per Mucchio tv, era stato il turno de La Macarena su Roma, Il sesto stato e Torino pausa pranzo.
Nello stesso periodo morivo dalla voglia di postare da qualche parte la stupenda Giugno, conclusiva del disco e su disco l’unico episodio (quasi) interamente acustico. Ho provato a scegliere, ma sono caduto in un’aporia tipicamente barthesiana (è come una buca, ma parla in francese) e alla fine mi sono arreso. Posto solo Giugno, ma ascoltatele tutte.
E poi piangete con me, come cantavano i Rokes.

Giugno by IOSONOUNCANE

*Il tono è assoluto perché ne è convinta gente che capisce di musica molto più di me.

Grass Widow: Past Time (Kill Rock Stars/Goodfellas)

Francesco Farabegoli | 17/1/2011

gwptGrass Widow è un power-trio tutto al femminile che viene da San Francisco e dopo un paio di ottime pubblicazioni su cose tipo Captured Tracks approda su Kill Rock Stars per un disco intitolato Past Time. Sono quei casi in cui i pezzi si scrivono più o meno da soli e nei quali l’uso/abuso di lemmi tipo riot, freak, grrrrls e via delirando è sentito quasi come un obbligo, senza contare i riferimenti più o meno casuali a cui si può far risalire il tutto -ovviamente tutti gruppi all-girl, a testimonianza di una non-proprio-florida immaginazione di chi firma il pezzo. Kraut-wave a bassa fedeltà, non troppo arrabbiato e con un bell’impianto surf-punk, canzoni lisce a voce doppia, niente di scontato nè di rivoluzionario. Un po’ monotono se vogliamo trovar difetti, ma anche no.

Ascolta Shadow su Stereogum

Verdena: Wow (Universal)

Ray Banhoff | 17/1/2011

5285903654_814ba8e704Dalle prime note di Scegli me è evidente che è successo qualcosa. L’onda sale, dal pianoforte, e porta a galla tutto il sound dei vecchi Verdena, un flusso di note che scorre da anni, si evolve, compie curve, risale gli argini, attraversa territori e finalmente, dopo sedici anni, sfocia investendoti nel petto. Wow è un album doppio, di 27 tracce, un continente vastissimo il cui ascolto (per una volta ha senso dirlo) è un viaggio. Come il viaggio è lungo, ricco di imprevisti, pieno di variabili, faticoso e inebriante, anche questa discesa bulimica nel Suono va conquistata. Un giorno c’è il sole e quello dopo piove e tu non è che stai li a trovare un senso alla cosa, la vivi e basta. Inutile quindi dire chi erano i Verdena prima di questo disco, ora sono la band che hanno sempre dovuto essere. Appiccano il fuoco con marce stoner, dettano la legge del suono con cambi di registro e continui salti indietro e in avanti nel tempo tra atmosfere rock, sognanti, orchestrali, fiabesche e doom. In più, il capitolo ballate&deliri non è mai stato alto come questa volta. Canzone Ostinata, Razzi Arpia Inferno e Fiamme sono dei giganteschi tappeti rossi  stesi dentro al bosco per passare da una sponda all’altra di questa isola che non c’è. Wow è frutto di tre anni di prove, di studio e di pollaio. Un disco da onnivori smanettoni e eruditi dell’amplificazione. Per quanto spuntino ovunque i riferimenti al passato e ai capisaldi del rock (Beatles, The Who, i Pink Floyd di Atom Earth Mother, ancora Qotsa e  per la prima volta Flaming Lips su tutti) ci si rende conto che in questo album ci sono pure le radici degli ultimi trent’anni di musica italiana. Le Orme o il Battiato di Fetus ogni tanto si fanno sentire. C’è questa mole di influssi, ruminata, lasciata fermentare, arricchita di arrangiamenti barocchi, insomma è come se qualcosa, anche da noi avesse trovato un’espressione felice e autorevole. Non so perché abbiano scelto Wow come titolo, ma è la stessa espressione che avrei voluto dire io dopo il primo ascolto. Ti togli le cuffie e sei sazio, eppure ne vorresti ancora un po’. Non c’è complimento migliore, per un musicista, di chiedere il bis.

Vai sul sito dei Verdena
Guarda il video del singolo Razzi Arpia Inferno e Fiamme

Anna Calvi: Anna Calvi (Domino/Self)

Giampiero Cordisco | 17/1/2011

Anna-CalviI dischi brutti sono brutti tutti allo stesso modo. I dischi belli sono belli ognuno a modo loro – parto da questi presupposti perché non so come iniziare la recensione del disco d’esordio di Anna Calvi. E comunque voglio scriverlo adesso, facile facile: il disco d’esordio di Anna Calvi è stupendo, punto.

Un’altra roba che dirò è che l’hype non c’entra nulla. Sono almeno dieci giorni che di questo disco escono articoli, recensioni, streaming, link vari e tutto quello che fa del giornalismo musicale contemporaneo il modo più efficace per saturare i feed reader di Chiunque. Io ne ho fatto incetta, ho letto più o meno tutto quello che si è scritto su Anna Calvi, ma soprattutto ho ascoltato questo disco in ogni condizione ambientale. Quindi non starò qui a farvi i paragoni più o meno leciti con PJ Harvey, né scriverò nulla che possa richiamare i vari accostamenti a Tarantino, Lynch, Morricone, Maria Callas, la West Coast airplainiana. Sono sottintesi critici che possono lasciare il tempo che trovano, servendo unicamente a inquadrare un fenomeno musicale predisponendo le orecchie dell’ascoltatore a uno (due, tre) dei mille ascolti possibili. Io voglio scrivere, invece, della sensualità di questo disco, del tasso di erotismo che da esso promana, un erotismo tanto più sfacciato quanto più viene ridotto al minimo. Si tratta di un appeal epidermico, torbido, nebuloso, un sottotesto espressivo annidato un po’ ovunque, soprattutto nel tremolo twang della chitarra (questo sì morriconiano), nei fingerpicking, nell’impostazione lirica della voce, nelle dinamiche di molti brani che si trascinano spesso su dei pianissimo ad effetto, nella generale lascivia blues che si spande su tutto il disco. E poi c’è l’approccio classico alla canzone, che ti porta contemporaneamente su una spiaggia a Venice negli Anni Sessanta, dentro un cabaret parigino in epoca indefinita, da qualche parte nell’Europa continentale durante gli Ottanta. Ci sono anche momenti tremendamente antemici (hauntemici?) come la springsteeniana Desire (e Springsteen è forse l’unico riferimento di cui non si è fatta menzione in giro per il web) e la bellissima Suzanne And I, i momenti-culmine di tutto l’album. Insomma: tendo spesso, per stupidità e snobismo (ho comunque sacrosanto diritto ad entrambi), a non cedere agli hype del momento, ma questo disco è davvero un gioiellino, e la sua validità oggettiva in questo momento della Storia della Musica Pop è fuori discussione. Il 2011 inizia alla grande.

Vai sul sito di Anna Calvi
Vai sul myspace di Anna Calvi

Sonoinlista: Trabant Disco Spaceship @ Fondazione Pomodoro, Milano

Pronti Al Peggio | 17/1/2011

“Buonasera compagni. Oggi quattro astronauti stanno per decollare…” Lo scorso 25 novembre alla Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano i Trabant hanno impacchettato il loro bagaglio punk-funk per caricarlo su un’astronave. Missione: salvare la cagnolina Laika dispersa nello spazio. È il Presidente Горбачёв in persona a chiedere ai Nostri l’estremo gesto di coraggio e loro non se lo fanno ripetere due volte. Pannelli di controllo accesi, monitor illuminati, sintetizzatori roventi tutto è pronto per il lancio e c’è anche il fantasma dei Kraftwerk a proteggerli. Tute spaziali indossate. Pronti a partire.

Guarda gli altri video sul sito di Pronti Al Peggio

I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 17/1/2011

guards_coverartPrimo appuntamento di questo 2011 con il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni mercoledì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. Nonostante la puntata orfana della Fagotta (che ancora non si è ripresa dall’hangover di Capodanno), tra le consuete novità discografiche, i brindisi e le segnalazioni di concerti abbiamo comunque dato sostanza alle chiacchiere con un paio di bei collegamenti ritrovati dopo un sacco di tempo.
Ecco la playlist della serata:

Cloud Nothings – Not Important
Motorama – Warm Eyelids
Guards – Don’t Wake The Dead
[in collegamento da Milano, Beatrice per una rubrica che forse potrebbe intitolarsi This Is Our Punk Rock]
Playthings – Stop What You’re Doing
Darren Hayman – Nothing At All
Cuffs – You Can’t Come True
Tennis – Take Me Somewhere
Allo Darlin’ – Kiss Your Lips
[collegamento con Aurelio Pasini per la rubrica "I consigli del Paso"]
Jonny – Candyfloss
The Ian Fays – Everyday
Temple Songs – I’ll Be Just Fine
Minks – Funeral Song
Crystal Stilts – Practically Immaculate

Scarica la puntata in mp3…
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

Deerhoof: Super Duper Rescue Heads

Alessia D'Urso | 17/1/2011

Deerhoof

Allora, capiamoci: farmi vedere un video made in Japan mentre sono alle prese con Murakami è quantomeno da “ti piace vincere facile?”.
Non solo. È propedeutico alla lettura di questo take ricordare che la sottoscritta è una degna figlia del junk food anni ‘80. Pertanto, come potreiiii (non) amareeee ioooo una sequenza in cui una tizia si butta su un divano, sbevazza CocaCola™, mangia patatine e trova anche il tempo per spupazzare un gattone rosso rosso da fare invidia a Torakiki?
Parlo di Satomi Matsuzaki che nel video improvvisa un balletto vestita da struzzo -manco le Las Ketchup in Aserejè- e sfoggia un trucco degno di Jem e le Holograms; beh, lì mi scatta l’amore.
Non vi dico altro, Super Duper Rescue Heads dovete ascoltarvela da soli.
Io preparo i pop corn.

(Ah, il vinile rosa shocking di Deerhoof vs. Evil sarà vostro a partire dal 25 gennaio, portate ancora un po’ di pazienza. In alternativa, c’è sempre il pre-order via Polyvinyl con tanto di mp3 al seguito)

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