I dischi brutti sono brutti tutti allo stesso modo. I dischi belli sono belli ognuno a modo loro – parto da questi presupposti perché non so come iniziare la recensione del disco d’esordio di Anna Calvi. E comunque voglio scriverlo adesso, facile facile: il disco d’esordio di Anna Calvi è stupendo, punto.
Un’altra roba che dirò è che l’hype non c’entra nulla. Sono almeno dieci giorni che di questo disco escono articoli, recensioni, streaming, link vari e tutto quello che fa del giornalismo musicale contemporaneo il modo più efficace per saturare i feed reader di Chiunque. Io ne ho fatto incetta, ho letto più o meno tutto quello che si è scritto su Anna Calvi, ma soprattutto ho ascoltato questo disco in ogni condizione ambientale. Quindi non starò qui a farvi i paragoni più o meno leciti con PJ Harvey, né scriverò nulla che possa richiamare i vari accostamenti a Tarantino, Lynch, Morricone, Maria Callas, la West Coast airplainiana. Sono sottintesi critici che possono lasciare il tempo che trovano, servendo unicamente a inquadrare un fenomeno musicale predisponendo le orecchie dell’ascoltatore a uno (due, tre) dei mille ascolti possibili. Io voglio scrivere, invece, della sensualità di questo disco, del tasso di erotismo che da esso promana, un erotismo tanto più sfacciato quanto più viene ridotto al minimo. Si tratta di un appeal epidermico, torbido, nebuloso, un sottotesto espressivo annidato un po’ ovunque, soprattutto nel tremolo twang della chitarra (questo sì morriconiano), nei fingerpicking, nell’impostazione lirica della voce, nelle dinamiche di molti brani che si trascinano spesso su dei pianissimo ad effetto, nella generale lascivia blues che si spande su tutto il disco. E poi c’è l’approccio classico alla canzone, che ti porta contemporaneamente su una spiaggia a Venice negli Anni Sessanta, dentro un cabaret parigino in epoca indefinita, da qualche parte nell’Europa continentale durante gli Ottanta. Ci sono anche momenti tremendamente antemici (hauntemici?) come la springsteeniana Desire (e Springsteen è forse l’unico riferimento di cui non si è fatta menzione in giro per il web) e la bellissima Suzanne And I, i momenti-culmine di tutto l’album. Insomma: tendo spesso, per stupidità e snobismo (ho comunque sacrosanto diritto ad entrambi), a non cedere agli hype del momento, ma questo disco è davvero un gioiellino, e la sua validità oggettiva in questo momento della Storia della Musica Pop è fuori discussione. Il 2011 inizia alla grande.
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