Colapesce: s/t (42 Records)
… no, non penso sia nostalgia.
È una delle prime domande che vengono in mente, ascoltando l’EP di Colapesce (all’anagrafe Urciullo Lorenzo, già con gli Albanopower), finalmente stampato (in digipack! Con un artwork che io trovo splendido) dalla 42 Records dopo il successo dell’uscita in digitale l’estate scorsa, con cui la vittoria della targa giovani al MEI. Cos’è che ultimamente spinge la scena indipendente italiana ad operazioni a vario titolo passatiste/citazioniste, per canzoni o struttura (vengono in mente i Calibro 35, l’oriundo Mondo Cane, gli Ardecore, Brunori, gli Amor Fou, gli artisti coinvolti in Romanzo criminale – che poi è analoga, ma su un altro media)?
Io non credo sia una questione di nostalgia, né di comodo (o non sempre, chiaro). Penso piuttosto si tratti di una spontanea tendenza al recupero/ritorno del rimosso (Freud, op.cit., p. 300), della musica italiana tra gli anni ’60 e gli ’80, ingiustamente sottovalutata e troppo rapidamente dimenticata, operato finalmente da gente che invece di ascoltare troppa brutta musica sente, chessò, i Leisure Society, i Wilco (ma fosse pure Neil Young) (”pure” è un giudizio cronologico, non di valore).
Colapesce fa il suo in grande stile, dà una ripulita a Ferré (che rimane inarrivabile, e no, dovendo rendere l’idea, più così che così), richiama alla mente Sorrenti (vorrei dire anche Graziani e in qualche modo la scuolaromana, il blocco Fabi/Gazzé/Sinigallias, ma temo strali e taccio – ops!), intristisce arrangiamenti, i soliti arrangiamenti impeccabili di casa42 – sono già stanco di ripetere ’sta cosa -, per tessere melanconie marittime (la storia di Colapesce, raccontata da Angelo Orlando Meloni, è nel booklet. La volete sapere? Compràtelo. Ma guarda te.).
Ora, non vorrei lanciare anche io un revival, quello delle recensioni meteorologiche (genere purtroppo in realtà mai passato di moda), però stupisce come un album così malinconicamente perfetto per l’inverno sia uscito originariamente a maggio.
Difetti? Talvolta i testi, pur largamente apprezzati altrove, non sembrano riuscitissimi (“supererai o supereroi”, le ONG in Africa) e il cantato sussurrato, che di solito mi piace, qui non mi ha fatto impazzire. E questo è tutto quello che riesco a dire di male su quest’album. Da aspettare sulla lunga distanza, per poter finalmente scrivere di nuovo in una recensione “long playing”.
E no, non è nostalgia.
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A leggere il nome 

In tempi che erano già molto sospetti, ricordo benissimo quello che provai ascoltando Antipop dei Primus alla sua uscita. Era uno degli esempi più degni, per quanto mi riguardava, di come un gruppo dedito a ideali di precisione chirurgica e dinamiche furiose fra pieni e vuoti potesse in qualche modo abbandonare questi ideali nel nome di un missaggio quanto mai solerte. Non lo ascolto ormai da tempo, ma ne ho ancora bene in mente lo spettro sonoro, il pullulare di filtri d’espressione, di phaser e di tutte le altre diavolerie con cui in post-produzione puoi decidere se far suonare un disco come un disco oppure se farlo suonare come carne di porco. Provo più o meno lo stesso ascoltando Content, e ci sono vari stadi: c’è uno stadio in cui sono più che sicuro che sia stato tirato in ballo il produttore degli ultimi U2 (o almeno The Edge), uno stadio in cui – chissà perché – mi ritornano in mente i Guano Apes, e lo stadio terminale in cui voglio ammazzarmi perché ho appena sentito un vocoder. La sola spiegazione che trovo a questo eccesso di zelo produttivo è che evidentemente la
Vi sarà capitato di essere fermati per strada, no? Magari da stranieri in terra straniera, per sentirvi poi sottoporre sistematicamente le più disparate richieste di indicazioni. Non lo si può negare: tutto ciò solletica l’ego, ci rende fieri del non sembrare semplici turisti, dell’apparire magicamente autoctoni. Ma… A volte, mormorare un non siamo di qui ha un qualcosa di stranamente catartico. Smarcarsi da domande scomode, svicolarsi da richieste di informazioni troppo complicate. Ci si dipinge sulle labbra un sorriso tra l’imbarazzato e il sollevato e si continua per la propria strada. Cammina cammina, ci si imbatte in un balcone coperto d’edera, disegnato in bianco e nero da 


