Colapesce: s/t (42 Records)

Giorgio Busi-Rizzi | 24/1/2011

colap… no, non penso sia nostalgia.

È una delle prime domande che vengono in mente, ascoltando l’EP di Colapesce (all’anagrafe Urciullo Lorenzo, già con gli Albanopower), finalmente stampato (in digipack! Con un artwork che io trovo splendido) dalla 42 Records dopo il successo dell’uscita in digitale l’estate scorsa, con cui la vittoria della targa giovani al MEI. Cos’è che ultimamente spinge la scena indipendente italiana ad operazioni a vario titolo passatiste/citazioniste, per canzoni o struttura (vengono in mente i Calibro 35, l’oriundo Mondo Cane, gli Ardecore, Brunori, gli Amor Fou, gli artisti coinvolti in Romanzo criminale – che poi è analoga, ma su un altro media)?
Io non credo sia una questione di nostalgia, né di comodo (o non sempre, chiaro). Penso piuttosto si tratti di una spontanea tendenza al recupero/ritorno del rimosso (Freud, op.cit., p. 300), della musica italiana tra gli anni ’60 e gli ’80, ingiustamente sottovalutata e troppo rapidamente dimenticata, operato finalmente da gente che invece di ascoltare troppa brutta musica sente, chessò, i Leisure Society, i Wilco (ma fosse pure Neil Young) (”pure” è un giudizio cronologico, non di valore).
Colapesce fa il suo in grande stile, dà una ripulita a Ferré (che rimane inarrivabile, e no, dovendo rendere l’idea, più così che così), richiama alla mente Sorrenti (vorrei dire anche Graziani e in qualche modo la scuolaromana, il blocco Fabi/Gazzé/Sinigallias, ma temo strali e taccio – ops!), intristisce arrangiamenti, i soliti arrangiamenti impeccabili di casa42 – sono già stanco di ripetere ’sta cosa -, per tessere melanconie marittime (la storia di Colapesce, raccontata da Angelo Orlando Meloni, è nel booklet. La volete sapere? Compràtelo. Ma guarda te.).
Ora, non vorrei lanciare anche io un revival, quello delle recensioni meteorologiche (genere purtroppo in realtà mai passato di moda), però stupisce come un album così malinconicamente perfetto per l’inverno sia uscito originariamente a maggio.
Difetti? Talvolta i testi, pur largamente apprezzati altrove, non sembrano riuscitissimi (“supererai o supereroi”, le ONG in Africa) e il cantato sussurrato, che di solito mi piace, qui non mi ha fatto impazzire. E questo è tutto quello che riesco a dire di male su quest’album. Da aspettare sulla lunga distanza, per poter finalmente scrivere di nuovo in una recensione “long playing”.

E no, non è nostalgia.

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Wooden Wand: Death Seat (Young God/Goodfellas)

Francesco Farabegoli | 24/1/2011

wwdsA leggere il nome Wooden Wand riaffiora una serie di ricordi incontenibili di un periodo ormai lontano, nel quale ci rispecchiamo piuttosto flebilmente, nel quale era lecito uscire di testa su base settimanale per qualche compagine freak-folk dagli infiniti pseudonimi –o dalle infinite variazioni dello stesso pseudonimo- che buttavano fuori CDR in edizione limitata su base settimanale, prontamente scaricati da soulseek e sponsorizzati a mezzo mondo come se ci fossimo davvero presi la briga di ascoltarli dall’inizio alla fine. Un’epoca di fede assoluta nella quale ci affidammo ad eroi improbabili e li eleggemmo a campioni di un nuovo modo di esistere, creando un universo a parte dei nostri ascolti nel quale tutto era lecito, permesso e caldeggiato. Un’epoca che riusciamo a richiamare vagamente dando un’occhiata ad una terribile collezione di masterizzati buttati lì e quasi mai riascoltati da allora. La cosa DAVVERO terribile è che quell’epoca non si è chiusa più di due anni fa. Da allora ci rimangono un paio di foto prese a tradimento ad uno scalcinatissimo concerto di Wooden Wand and the Vanishing Voice in mezzo ad un festival più o meno a tema, qualche titolo che non riusciamo a mettere in fila e una specie di mini-tuffo al cuore quando capita di sentir dire che c’è un nuovo disco a nome Wooden Wand su Young God. Young God significa tornare a casa, e spesso la strada del ritorno è sterrata, irta d’ostacoli e addobbata di schifezze di halloween ai bordi. Sarà che funziona bene per combattere il clima festivo, ma anche sforzandomi faccio davvero fatica a ricordare un Wooden Wand in forma e a suo agio come in Death Seat.

Ascolta Ms.Mowse su Soundcloud

Wire: Red Barked Tree

Giampiero Cordisco | 24/1/2011

C’è quella storia di David Foster Wallace che praticamente chiunque ha citato per analizzare i processi creativi in epoca post-postmoderna. La conoscerete sicuramente: una grossa metafora sull’influenza dei padri, sull’ansia che la coscienza di questa influenza provoca nel soggetto influenzato (e qui dovrei citare Harold Bloom, ma non sono così figo). In pratica, DFW dice che il momento attuale è come quando i tuoi genitori sono fuori casa per qualche giorno, e con gli amici decidi di fare un bella festa che trasforma pian piano la tua rispettabile casetta in un discreto casino. “Il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi o rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po’ di ordine”. Capito? Inizi a sperare che tornino i tuoi vecchi. E se non dovessero tornare? “Il parricidio genera orfani.”

Dunque: mi sono un po’ perso, ho fatto questo preambolo solo per dire che tutte le band neo-new-wave (o new-new-wave, o new al quadrato-wave, o 2.0 wave) possono stare tranquille. I vecchi sono tornati, anche stavolta. Cercate solo di ripulire il grosso del casino, poi al resto ci pensa la mamma.

Ascolto questo streaming da quattro giorni, di continuo. Si tratta davvero di una ucronìa, una trasposizione temporale dei primi Ottanta. Senza revivalismi, senza hauthologie di sor(e)ta. Gli Wire suonano se stessi, punto. Esiste un modo di fare ancora new-wave, anche se quel “new” significa “la bellezza di trent’anni fa”, un modo di fare una musica attualissima e già passata, passata per sempre, passata ma senza rimorsi, senza sbavature, invecchiata bene, ringiovanita. Molte volte si tratta solo di un charleston in levare e di un giusto flanger, e poi di qualità melodiche, di spigoli punkastri e morbidezze pop, di suoni precisi, di ritmi giusti.

Ascolta Red Barked Tree, in streaming integrale sul Guardian.

Former Ghosts: New Love (Upset The Rhythm)

Daniele Piovino | 21/1/2011

New Love will tear us apart. FormerGhosts_NewLove_300
“Per mille camicie di Ian Curtis!”
Former Ghosts è uno di quei progetti dark wave messi in piedi da chi ha esperito per la prima volta il senso della parola attesa caricando International Soccer con il Datassette; non a caso anche il Commodore 64 è tornato sul mercato (lovemark. Vedi anche: mark-revival).
“Per tutto il make up di Robert Smith!”
È come rincontrare un vecchio compagno di giochi. Lasciarsi acquistare dall’oppio della malinconia può essere un piacere devastante. E ‘loro’ lo sanno.
“Per mille parrucche di Susan Dallion!”
Se non la pianti ti costringo a rivedere tutte le date dell’ultimo tour di Peter Hook.
“Qualcuno ne ha parlato bene.”
Non avevo dubbi. L’ho visto al Branca il suo spettacolo, la sua celebrazione.
“Com’è?”
Lasciamo stare. In questo momento sono tentato di esporti una mia personale critica al concetto di lovemarks con la quale tracciare una parallela a-m (dove il punto a sta per autore e il punto m sta per musica prodotta dall’autore) alla linea obliqua A-M (dove il punto A sta per Amore e il punto M sta per Marketing della Salaria), ma preferisco evitare. Anche perché scrivere qualcosa di questo disco di Freddy Ruppert non mi porta molto lontano dalla questione (disco joydivisiano. Vedi anche: new wave revival). Aggirare le dinamiche razionali che inducono il consumatore medio ad acquistare un prodotto facendo leva sui sentimenti la ritengo una strategia squallida, semplicemente perché l’obiettivo è fare una montagna di soldi e nient’altro. Ma a volte capita di imbattersi nella classica eccezione. Questo disco è il tentativo riuscito di erigere un monumento a Ian Curtis con le sue stesse macerie, riprendendo anche una certa urgenza esistenziale. E non è un caso che a questo galvanismo post-mortem partecipino Jamie Stewart (Xiu Xiu), Yasmine Kittles (Tearist) e Nika Roza Danilova (aka Zola Jesus). Scomporre un’estetica negli elementi che la compongono, allo scopo di riorganizzarla perché soddisfi nuove esigenze è un processo che può produrre qualcosa di molto vicino al concetto di contemporaneità, pur avvertendo l’assenza di una rielaborazione post-punk (con tutto quello che ne consegue) nell’impatto e nella costruzione delle canzoni: filtrare liriche neo-romantic e modulare synth seduti dietro a un mixer è ’solo’ mestiere e, ahimè, non riesce ad indurti in QUELLA Analisi-Paralisi che ti fa spegnere mozziconi di sigarette sul cervello.

Il MySpace
Per un approfondimento sulla copertina

Amanda Palmer: Map Of Tasmania

Chiara Leandri | 21/1/2011

Categoria: cause per cui vale la pena combattere. Fonte: un album fatto di ukulele. Tempo e luogo: Australia, un tour zeppo di canzoni nazionalpopolari scritte in 20 minuti. Contesto culturale: i pasticci di colore, ritmi concitati, e M.I.A. come cifra stilistica.
In un mondo in cui la cantante dei Dresden Dolls smette guêpière e bustini bianconeri per tirare sempre più la corda su buongusto e provocazioni varie, un video così non turberà di certo i vostri occhietti. Vedo già femministe invasate schierarsi contro femministe schifate, seguaci delle Chicks On Speed discutere di filosofia del colore contro irriducibili del periodo bohémiens, orgogliose australiane in gara contro tutte le pelose del mondo. Questo video è destinato a grandi cose: tanto grandi, che o la va o la spacca. Potrebbe schifare. Io, però, tifo per il successo. E un remix di M.I.A.

Gang Of Four: Content (Yep Roc Records)

Giampiero Cordisco | 20/1/2011

 In tempi che erano già molto sospetti, ricordo benissimo quello che provai ascoltando Antipop dei Primus alla sua uscita. Era uno degli esempi più degni, per quanto mi riguardava, di come un gruppo dedito a ideali di precisione chirurgica e dinamiche furiose fra pieni e vuoti potesse in qualche modo abbandonare questi ideali nel nome di un missaggio quanto mai solerte. Non lo ascolto ormai da tempo, ma ne ho ancora bene in mente lo spettro sonoro, il pullulare di filtri d’espressione, di phaser e di tutte le altre diavolerie con cui in post-produzione puoi decidere se far suonare un disco come un disco oppure se farlo suonare come carne di porco. Provo più o meno lo stesso ascoltando Content, e ci sono vari stadi: c’è uno stadio in cui sono più che sicuro che sia stato tirato in ballo il produttore degli ultimi U2 (o almeno The Edge), uno stadio in cui – chissà perché – mi ritornano in mente i Guano Apes, e lo stadio terminale in cui voglio ammazzarmi perché ho appena sentito un vocoder. La sola spiegazione che trovo a questo eccesso di zelo produttivo è che evidentemente la raccolta fondi su Pledge.com per finanziare il disco sia andata benone (e infatti guardatevi la situazione gadget, e sbavate pure).

I Gang Of Four hanno praticamente battezzato una delle forme musicali più scheletriche e acide dell’intero post-punk albionico, una mistura di groove funk e chitarrismo secco e sbilenco che a distanza di trent’anni ha ancora una carica di istintività pazzesca. Oggi sembra che questa istintività sia stata sepolta da una coltre di tecnologia che potrebbe sembrare fuori luogo, a volte eccessiva. Ma siamo nel 2011. Il suono è pienissimo (d’altronde la sezione ritmica è cambiata da tempo), le dinamiche pieno/vuoto sono andate a farsi fottere. E non è detto che sia un male: le chitarre sono sempre scalene, sembrano di vetro (vedi alla voce “marchio di fabbrica”), i fraseggi sono epilettici e schizoidi come devono essere, la batteria procede marziale in una pletora di rullanti, charleston che panpottano, invisibili derive elettroniche (su It Was Never Gonna Turn Out Too Good, che sembra un pezzo dei This Heat ed è bellissimo). In definitiva non ho ancora trovato una chiave di accesso, ma a giudicare dal piede che batte e dalla testa che si muove a tempo ne deduco che questo disco ci sta tutto. Si tratta di ottimo punk-funk evoluto, e mi sa che più sopra ho scritto solo stronzate. Mi lancio in air-guitarismi da imbecille: fatelo anche voi, prima dei vostri amici.

Vai sul sito dei Gang Of Four
Ascolta tutto Content su NPR

Cosmetic: In Ogni Momento EP (La Tempesta)

Alessia D'Urso | 20/1/2011

cosmeticVi sarà capitato di essere fermati per strada, no? Magari da stranieri in terra straniera, per sentirvi poi sottoporre sistematicamente le più disparate richieste di indicazioni. Non lo si può negare: tutto ciò solletica l’ego, ci rende fieri del non sembrare semplici turisti, dell’apparire magicamente autoctoni. Ma… A volte, mormorare un non siamo di qui ha un qualcosa di stranamente catartico. Smarcarsi da domande scomode, svicolarsi da richieste di informazioni troppo complicate. Ci si dipinge sulle labbra un sorriso tra l’imbarazzato e il sollevato e si continua per la propria strada. Cammina cammina, ci si imbatte in un balcone coperto d’edera, disegnato in bianco e nero da Alessandro Baronciani: è In ogni momento, cinque tracce cariche di poesia, suoni pieni e zeta romagnole. Ed è proprio la title-track ad aprire le danze, coi suoni sporchi, pieni di distorsioni e riverberi che calzano a pennello col testo tormentato e disilluso. Prima o poi parte con la batteria in quattro quarti, semplice, ma efficace e colpisce con un ritornello da hit, per poi lanciarsi in controtempi e battute dispari, con richiami prettamente prog. All’intenso strumentale Mancante segue Non siamo di qui, già titolo del precedente lavoro dei Cosmetic, pezzo dall’atmosfera dreamy e dalle melodie malinconiche. Muri di suono, riff di chitarre e tanto delay ci accompagnano fino alla fine del disco che si chiude con Thomas, basso persistente e armonici acidi, un po’ U2 e un po’ Verdena. L’EP è in free download su latempesta.org, datevi una mossa.

Best Coast: Crazy For You

Marina Pierri | 19/1/2011

bestiboris

Adesso provate a fare uno sforzo d’immaginazione e mettete Bethany Cosentino, in arte Best Coast, è René Ferretti, il regista “a cazzo di cane” di Boris, nella stessa stanza. Meglio ancora, mettete Ferretti sul finto set del video qua sotto e fate finta che dietro la cinepresa ci sia proprio lui.

- STOOP! Brava, bravissima Bethany, sei stata bravissima, però…
- Però che
- Proviamoci un’altra volta e insomma, muoviti un po’, magari un po’ meno rigida, un sorriso, eh? eh?
- Uffaaa
- Dai dai dai, che sei bella, quanto sei bbella Bethany, vogliamo farlo vedere al pubblico, no, che sei bella e brava, no?
- Vabbé… a coso, te, cinese co’ gli occhiali che non me ricordo mai come te chiami, però non gliela fa’ magna’ l’erba ar gatto, che poi me vomita
- Cara, cara, ma scusa, dai, lo scherzo è quello, no, che c’è scritto “erba gatta” ma, insomma, la gente a casa lo sa che, ecco, ti piace la marijuana e quindi…
- Aho ma come parli? Me piace la marijuana? Che sei mi nonno?
- Di nuovo, dai, l’ultima volta, mollala, mollala. Un po’ più sciolta Bethany, EH!
- Senti non me fa innervosì che ho lasciato er gatto a casa co’ Wevs, e stai a vede’ che si sballa co’ la “marijuana”, come dici te, e se scorda de dargli il Wiskas.
- Il tuo gatto? IL TUO GATTO? Cioè io pensavo che avessimo fatto tutto questo patatrac per fare stare IL TUO GATTO nel video
- A Nonno, guarda che io AR MIO GATTO non glie faccio fa’ la SCIMMIA AMMAESTRATA.
- Ah no?
- NO.
- Mmmm… GIRIAMOLA DAI! AZIONE!

Globi e versioni, suicidi e Zaloni

Francesco Locane | 19/1/2011

barneysversionAmiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla dodicesima puntata della decima stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Una puntata densa densa, con ben tre film e un trailer in scaletta.

Ma, già che c’eravamo, abbiamo iniziato parlando dei Golden Globe: l’anticamera agli Oscar, come sapete, ha premiato David Fincher e il suo The Social Network, ma la cosa importante è che siamo già nel clima da galà… Tra qualche giorno escono le nomination per le statuette e qua pensiamo a come ci vestiremo per andare a Los Angeles tra un po’.

Primo film in scaletta, dicevamo: La versione di Barney, con Paul Giamatti, tratto dal romanzo bestseller di Mordecai Richler. Una produzione canadese e italiana che ci ha lasciato un po’ freddi, ma di cui domani parlerà Gianluca Morozzi, nostra guest star sul blog.

Paolo ha detto no ai film tratti da libri e ha detto sì a film che frantumano ogni record di incasso: sì, è andato a vedere Che bella giornata, il film di Checco Zalone. E gli è pure piaciuto!

Rimaniamo in terra italica per il trailer: sempre tratto dallo stesso post del blog, questa volta vi abbiamo inoculato il temibile Febbre da fieno. Starnutiamo vigorosamente.

E infine abbiamo chiuso con il film che ha vinto alla Festa del Cinema di Roma: Kill Me Please, di Olias Barco. Il tema è stimolante: tutto è ambientato in una clinica per suicidi. A nostro avviso, però, la carica trasgressiva e lo humour nero si tramutano in un disordine totale, che fa perdere di senso e ritmo al film. Mah.

Bene, è tutto: scriveteci a secondavisione@gmail.com, a martedì prossimo!

James Blake: S/T (Atlas/A&M)

Redazione | 19/1/2011

jbst

Partiamo oggi con NIHILEAKS, un disco al giorno/settimana/mese presentato dalla viva voce di Dj Pikkio. Partiamo a bomba con uno degli oggetti più desiderati di inizio 2011, il disco omonimo di James Blake.

Ascolta in streaming:
Nihileaks #1: JAMES BLAKE by vitaminicmag

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