Mogwai: Hardcore Will Never Die, But You Will (Rock Action Records/Sub Pop)

Daniele Giovannini | 31/1/2011

mogwai-hardcoreNel vedere davanti al negozio di dischi all’angolo (vi confermo che a Glasgow ci sono ancora negozi di dischi all’angolo) un manifesto che promuove il nuovo dei Mogwai viene da fermarsi, abbassare lo sguardo su qualsiasi orologio si abbia al polso e domandarsi: che anno è. È questo l’anno in cui chiedersi se può una band di tardi trentenni stempiati o calvi, dalle mani callose e le risate scozzesi, sui palchi a fracassare i timpani da prima ancora che i quindicenni d’oggi che spaccano i maroni con Lady Gaga gracchiante dai cellulari fossero perfino nati, se può, una band del genere, realizzare un giorno quello che sarà inequivocabilmente considerato il disco della sua definitiva maturità. Perché i Mogwai sono la dentatura degli squali, crescono continuamente: la maturità è solo la fase che precede una vecchiaia grigia e feroce. Ennesima vittima della loro ridicola autoironia, il settimo album dei Mogwai si intitola Hardcore Will Never Die, But You Will. Viene a questo punto pure da chiedersi che spazio ci sia per il punk in questo 2011 futuristico eppur confuso, dove incastrare i pomeriggi giovani ma brumosi e austeri di Young Team, se è ancora legale parlare di post-rock ultraviolento. Ma Hardcore Will Never Die, But You Will di hardcore non ha nulla: è il disco che i fuorisede amanti di Mogwai e taranta odieranno, un disco coraggioso ma accessibilissimo, l’album di matrimoni, paternità e responsabilità da adulti, di cui il precedente sfascione di The Hawk Is Howling altro non era che la festa di addio al celibato. Qui i Mogwai suonano come uno spettacolare remix di sé stessi, come un Kicking a Dead Pig del nuovo millennio—parte placido e si fa intricato, tra krautrock di stoffa buona, cantato indecifrabile e vocoder che da marchio di fabbrica si involvono in eco kraftwerkiana. Il quintetto si ritrova rumoroso solo arrivati alla fine, dopo la solita pausa in cui si tira il fiato, quando si scopre che l’acquerello di piano e chitarrona che va sotto il nome di You’re Lionel Richie continua a non avere comunque nulla a che fare con Lionel Richie ma muta almeno in un wall of sound pastoso e ubriaco, che muore col sorriso sulle labbra. Il post-rock era rimasto cristallizzato e/o stagnante per anni in una forma e una funzione; ora, è ufficiale, post-rock non vuol dire più nulla.

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Godspeed You! Black Emperor @ Live Club, Trezzo sull’Adda (27/01/2011)

Federico Pucci | 31/1/2011

(c) Stefano Lorefice - http://stefanolorefice.wordpress.com
Foto: Stefano Lorefice

In ritardo, al solito. Sì, abbiamo perso Hope Drone, ma non abbiamo perso la speranza. “Tutt’al più avranno suonato due riff, in questi dieci minuti”, la butto sul ridere. Ma siamo tutti tremendamente seri, presi benissimo dalle macchine del tempo che ci riportano indietro di dieci anni. “VI riportano”, aggiungo, che io i Godspeed You! Black Emperor li ho conosciuti solo in cassetta, ai tempi: l’amico di un amico aveva letto un mio articolo sul giornaletto scolastico – beata gioventù – e mi consigliava di ascoltare un disco intitolato strano, F#A#∞. A me le definizioni vaghe e aperte son sempre piaciute, e quella serie di lettere e simboli matematici, poi. L’ho consumata, quella cassetta, e ho consumato pantaloni, scarpe, strade per arrivare qui a Trezzo, dieci anni dopo, in ritardo di dieci minuti.

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Lia Ices: Grown Unknown (Jagjaguwar)

Daniele Piovino | 31/1/2011

C’è un piccolo pianoforte lia icesfatto di viola e marzapane che si muove verso di te. Voltati e alza lo sguardo: sta ondeggiando nell’aria.

Mentre lo guardi, rimani dove sei. Chiediti se hai mai posseduto un colore; se temi che quel viola si dissolva per sempre. Chiediti se hai mai pronunciato a voce alta le parole ti amo senza vergognarti; se il linguaggio è solo una parte di ciò che accade. Chiediti se una voce può strappare la forza di gravità dalle cose; se è davvero normale provare una qualsiasi emozione. Chiediti se hai capito come andrà finire; se davvero tutto finirà. Chiediti perché le persone più intelligenti hanno maggiori difficoltà a liberarsi da una dipendenza. Se c’è un modo per fermare il bisogno di Dio.

Grown Unknown è una sorta di corrispondenza in chiave folk/pop, qualcosa che penetra in un momento e scivola via come il sempre. Qualcosa che ondeggia nell’aria; rimani dove sei.

“Daphne” by Lia Ices by jagjaguwar
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I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 31/1/2011

young_mindsNonostante tutto, eccoci a un nuovo appuntamento con il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni mercoledì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. Mentre confondiamo la trasmissione con qualche aperitivo, l’umore è piuttosto “Rubber” e ci dimentichiamo ogni possibile data perché troppo impegnati a mettere ombrellini colorati nelle nostre birrette, riusciamo comunque a suonare un po’ di dischi nuovi, un po’ di dischi belli e un po’ di dischi così così. Siamo generosi, anche se la Fagotta sostiene che io “ammazzo sempre tutto”.
Questa è la playlist della serata:

Yuck – Rubber
Mood Rings – Yellow Teeth
Hello Later – Where I’m Calling From
Fergus & Geronimo – Powerful Lovin
Dirtbombs – Good Life (Inner City cover)
Spokes – We Can Make It Out
Zabrisky – Calling Home
Memory Tapes – Today Is Our Life
Loney Dear – Loney Blues
Young Minds – At Dusk
Keep Shelly In Athens – Haunting Me
Tennis – Cape Dory
Tennis – Marathon

Scarica la puntata in mp3…
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

Janelle Monae, l’androide a cui piacciono gli smoking

Elena Mariani | 28/1/2011

monaevia

Quando mi hanno proposto di curare questa rubrica sono stata attraversata da diverse fasi emozionali.

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(m+a) – blå

Francesco Farabegoli | 28/1/2011

motagnaspace2

Vengono da Forlì, li ho visti un paio di mesi fa di spalla a Port-Royal e hanno spaccato pesantemente. Son ragazzini e fanno stare benissimo. Hanno il disco in download sul loro sito. Dei pezzi sul loro myspace scelgo blå, perchè è il nome di un locale che fa concerti jazz cazzutissimi -mi pare a Oslo- e perchè stamattina ho voglia di cassa. Tra le altre cose scopro che hanno anche una raccolta ricchissima su Soundcloud, che mi permette di skippare il player di myspace, sentirmi più contemporaneo e linkarvi un’altra pagina.

blå by (m+a)

L’ultima pelle di Michael Gira

Francesco Farabegoli | 27/1/2011

sw2

Quando tante persone iniziano a praticare uno sport è convenzione smettere di fare domande sui motivi, specie nei microsistemi in cui la cosa raggiunge apici di fanatismo. Nel comune di Cesena non è sano chiedere a chicchessia come gli venga di saltare la dormita grassa e sugosa del sabato mattina per non perdere l’occasione di vestirsi con una tutina aderente da supereroe Marvel e passare l’intera mattinata a scalare le colline in bicicletta. La Romagna è sempre stata una culla di ciclisti, e tutta la storia di Marco Pantani non ha aiutato a sedare gli entusiasmi.  Ci sono club di ciclisti con seicento iscritti che si dopano per andare più veloce del vicino di casa durante la scampagnata della domenica. Quando entriamo nel senso comune c’è sempre una dimensione grottesca con cui tocca fare i conti.

È difficile dire che la reunion, specie in quell’area che va dall’indierock a certo heavy, non sia diventato uno degli sport più praticati dell’ultimo decennio. Ancor oggi, comunque, i gruppi si sentono in obbligo di fornire giustificazioni mirate e ad hoc per evitare di passare per semplici commercianti della propria (ex) arte e/o disperati all’ultimo stadio che cercano di estinguere il mutuo del bilocale ad Ann-Arbor.
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Matthew Herbert: One Club (Accidental)

Dischi Disegnati | 27/1/2011

Matthew Herbert - One Club

A Classic Education: Night Owl

Federico Pirozzi | 27/1/2011

“La gente deve conoscere la loro musica. La gente deve ascoltarli e andarli a vedere!” Suonano quasi come un diktat, ma sono dolci in realtà le parole di Elise Oleksiak, la blogger che da curatrice dell’evento ha invitato gli A Classic Educationall the way from Italy – a partecipare alle session di Shaking Through, web format americano con lo scopo di promuovere band indipendenti tramite il supporto di una squadra di blogger e tecnici e produttori di video e suono.

Il video documenta le giornate passate dagli A Classic Education lo scorso Ottobre a Philadelphia, ospiti all’interno di un grande capannone dei sogni, pieno di libri, strumenti e cianfrusaglie di ogni tipo e nella sala di registrazione messa a disposizione della band per incidere su nastro l’inedita Night Owl. Il brano che chiuderà il primo LP a nome ACE, in uscita per i primi caldi dell’anno, è un nuovo colore più scuro nella gamma del pop della band bolognese, un notturno sospeso tra sogno e incedere marziale che narra la storia d’amore tra un ragazzo e una civetta.

Io non credo, ma se siete tra la gente nella citazione di Elise, se non avete ancora incontrato gli A Classic Education, cominciate con Boy, I think you’re right, l’incipit in levare di questa malinconica ballata al buio. Un morbido knock-out. Ascoltatelo subito, cominciate con l’essere stesi da quello.
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Violenze

Francesco Locane | 26/1/2011

La-donna-che-canta-Incendies-Poster-Italia_midAmiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla tredicesima puntata della decima stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna.

Abbiamo iniziato la puntata parlando delle nomination agli Oscar: poche sorprese, in effetti, in attesa della cerimonia.

Il primo film in scaletta è stato Vallanzasca: gli angeli del male, di Michele Placido, con Kim Rossi Stuart. Redazione divisa, ma nessuno l’ha bocciato o promosso a pieni voti. Potete avere un’idea di una delle posizioni sul film di Placido qua. Insieme a noi ne ha parlato il dott. Marchesi, uno dei padri fondatori del collettivo.

Vi abbiamo poi fatto ascoltare una versione ridotta di un’intervista a Ninni Bruschetta, attore (sì, Duccio di Boris), ma anche regista teatrale. Il suo Sul mestiere di attore, edito da Bompiani, è stato il tema della chiacchierata che potete sentire in forma integrale qua.

E infine, un film da non perdere: La donna che canta, di Denis Villeneuve. Una produzione canadese ambientata in buona parte in Libano tra gli anni ‘70 e oggi, una ricerca del passato che si trasforma in un viaggio di lacerante e intima sofferenza e, allo stesso tempo, in un imponente affresco sulle conseguenze delle guerre. Andate a vederlo subito.

Bene, è tutto: scriveteci a secondavisione@gmail.com, a martedì prossimo!

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