Se ne potrebbe parlare, scrivere, fantasticare o eiaculare per ore. Ma sarebbero tutte cazzate. Loro sono i Godspeed You! Black Emperor. Si sono rimessi insieme per un po’, perché anche Moya ne aveva voglia. Hanno iniziato il loro tour dal Somerset, da Minehead, dall‘All Tomorrow’s Parties. Perché era giusto così. Ma saranno in Italia a Gennaio e voi dovreste rimediare a colpe passate, se li aveste dimenticati negli anni belli. Perché loro sono una delle cose più belle del mondo. — Continua a leggere
Se Super Mario, l’intramontabile idraulico tutto fare dell’omonimo videogame anni ‘80, fosse un musicista nel 2010 probabilmente comporrebbe un album come questo. Dopo l’Ep di successo uscito per Planet Mu e un remix su Warp, con questo primo vero e proprio album la giovane produttrice inglese Sara Abdel-Hamid, in arte Ikonika, esce dalla nicchia e si guadagna la polo position come una delle realtà più interessanti del panorama musicale d’avanguardia. Grazie a quest’altra perla di stile, l’etichetta del momento diventa senza dubbio la già citata Hyperdub, capitanata dal genio di Steve Goodman, ovvero Kode9. Contrariamente alle uscite precedenti, in quest’ultimo lavoro Ikonika lascia trasparire maggiormente il suo amore viscerale per l’8-bit e la post-dubstep in generale. Le ritmiche e le armonie non sembrano mai prendere una direzione lineare ma rimbalzano come su di un flipper imprevedibile. Spontaneità e emotività lasciano spazio ad un approccio fortemente razionale che, come un’entità che muove i fili di vari loop e synth disorientanti, osserva tutto dall’alto del proprio laptop. La cura dei suoni è ineccepibile e minuziosa e richiama indubbiamente i contemporanei Blake e Burial. Se i non appassionati del genere avranno difficoltà ad ascoltare l’intero disco in un colpo solo a causa di tempi e ritmiche che possono risultare superficialmente ripetivi e casuali, gli intenditori avranno modo di apprezzare l’incredibile accuratezza nello studio delle dinamiche e la coraggiosa ricerca di uno stile personale e originale.
31 luglio 1990. Sto attraversando la strada quando noto che una bella fanciulla alla guida di una Y10 ha un dito infilato nel naso. È assolutamente disinvolta ma non volgare. Sono tentato di farle l’occhiolino con aria divertita, ma sono troppo timido per fare il coglione. Lascio correre e abbasso lo sguardo sulle mie nike modello Back to the Future (comprate dopo aver visto una decina di volte il film: un atto dovuto). Dalle cuffiette sto ascoltando Wrong dei NoMeansNo, ho tredici anni, è mattina, e in tasca ho un pacchetto di cartine a metraggio. Sto per entrare all’Underground (negozio di dischi, a quei tempi esistevano anche in provincia) per accaparrarmi una copia di Cowboys from Hell. Da quel giorno il mio giudizio sul trash metal non è stato più lo stesso.
Con qualche giorno di ritardo arriva anche il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni mercoledì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. Per questa puntata, a sostituire la Fagotta già indaffarata ad allestire il presepe, decorare l’albero di Natale e cucinare dolcetti tipici, è intervenuto molto gentilmente Federico from La Belle Epop. Di conseguenza, la selezione musicale è stata infestata da tag quali #young #summer #album omonimo e l’immancabile #lo-fi.
Questa la playlist della serata:
Girls – The Oh So Protective One
Catwalk – (Please) Don’t Break Me
Cloud Nothings – Understand It All
Yuck – Georgia
Banjo Or Freakout – 105
Young Prisms – Sugar
(m+a) – We
Summer Camp – Christmas Wrapping
Eux Autres – Teenage Christmas
Motorama – Ghost
Cuffs – Albert Kroft
The Divine Comedy – At the Indie Disco
Cinque anni dopo l’esordio di Murmurs, vissuti per lo più nella schiera Mice Parade. Cinque anni, per inerzia, passati bene. Cinque anni, si diceva, e Caroline Lufkin torna, sola, nelle sue campagne dream pop, dilatate ed infinite, riverberate e dolcemente sporche di umidità. Il disco si intitola Verdugo Hills, la canzone in questione Swimmer. Ma interessa poco: voi ascoltate Caroline, lasciatevi andare e per qualche secondo potreste anche dimenticare l’esistenza di un Calearo qualunque. Resterete ipnotizzati e, forse, starete bene. Per qualche secondo, si intende. Non parliamo di miracoli.
Per chi c’era sarà un po’ come rivivere quella serata, per chi invece se l’è persa un bel documento che racconta di un esperimento speciale: a metà strada tra il concerto, la performance, la stramberia e la registrazione di un programma tv. L’idea era quello di ricreare l’atmosfera dei varietà della tv in bianco e nero anni Sessanta, italiani e stranieri. Ballerine, coreografie, canzoni d’altri tempi. Gli A Classic Education sono saliti a bordo con l’entusiasmo di chi capisce subito che in ballo c’è qualcosa di speciale. Il risultato ce lo vediamo assieme qui sotto. A suo modo irripetibile, emozionante.
Dopo la trasferta giapponese della scorsa settimana, Kaleidoscope torna a una relativa normalità – ammesso che si possa definire normale un viaggio che in tre quarti d’ora conduce dall’Inghilterra psichedelica dei primi anni ‘90 alla Danimarca garage di oggi, passando per Stati Uniti, Canada e Italia e scoprendo nel mentre come passano il tempo Sean Lennon e la sua ragazza. Una scaletta priva di un vero filo conduttore, insomma, se non quello della psichedelia, intesa in senso quanto mai ampio.
Kaleidoscope va in onda tutti i martedì notte intorno alle 23.40 sulle frequenze di Città del Capo – Radio Metropolitana. L’indirizzo mail a cui contattarci per segnalazioni, richieste, suggerimenti e critiche è leccarospi@gmail.com.
Thee Hypnotics – Shakedown
The Heads – Chipped
Wild Nothing - Summer Holiday
Deerhunter – Memory Boy
The Ghost Of A Saber Tooth Tiger – Lavender Road
Quest For Fire – Psychic Seasons
New Candys – Involution
Dragontears – No Salvation
Mettiamola così: sono abbastanza abituato a sentire musica greca.
Con chi me la propone/propina mi lascio sfuggire commenti che vanno dall’invito a passare oltre fino a qualche mezzo entusiasmo divertito. Logicamente mi riferisco ad un entusiasmo che è il risultato dell’equazione data da un cantato con il pathos che si affetta + profondo senso del grottesco + l’accompagnamento di qualche piatto greco che marcherebbe in positivo ogni tipo di esperienza. Una menzione a parte la merita una cover di Moonlight Shadow in lingua greca di un certo Stelios Rokkos, interpretata con la doverosa calma olimpica e l’aria da guappo.
E oggi se butto l’orecchio in rete sento in riverbero le lodi dei Keep Shelly in Athens. Athens, Georgia? No,si tratta incredibilmente di questa Atene più prossima, anche se la musica che fanno ha un tasso d’ellenicità vicino al nulla e un aggettivo che li accompagna sovente è enigmatici. Altri tag su di loro e su Running Out of You? Sexy, balearic, air, moon safari, floor shaking. Floor shaking, sì, però dopo i due minuti e quaranta. Keep Shelly in Athens – Running Out Of You by Keep Shelly in Athens
Un buon modo di vedere la cosa segue una conversazione che ho avuto nel weekend con altre quattro persone, sul fatto che Kanye West abbia o meno comprato il 10.0 su Pitchfork per il suo ultimo disco. Qualcuno era per il sì, qualcuno per il no, qualcuno per lo sticazzi. Io pensavo a certe tristissime compravendite di recensioni all’italiana di cui sono stato testimone e/o protagonista in passato e mi sono schierato con i terzi. È solo un punto di vista, naturalmente. Un altro è quello secondo cui questa roba ha un andamento ciclico che va di pari passo con la storia dell’hip hop e che segue una specie di tensione tra attitudini contrapposte, ad esempio lo-fi contro hi-fi, old school contro iperproduzione, pop contro hardcore, avere gli occhi aperti vs latrare stronzate, positività contro negatività e via così. E in questo caso è abbastanza grottesco trovarsi tra le scommesse più sicure dell’anno che sta per finire quello che potrebbe essere (con un briciolo d’immaginazione, lo ammetto) il massimo esponente di un recupero di certi puffdaddismi/dottordrismi di ritorno. In alternativa si potrebbe vedere My Beautiful Dark Twisted Fantasy come la cronaca discografica del disgregarsi progressivo una delle personalità più schizzate e problematiche del pop contemporaneo, e si può senz’altro sostenere che registrare con freddezza la riuscita del disco significa in qualche modo sostenere il disgregarsi di cui sopra in modo anche molto sadico. O si possono individuare svariati altri aspetti che vanno a identificare certi limiti strutturali del disco in sé, la sua immediatezza e una possibilissima incapacità di rimanere nella storia del pop anche solo in una prospettiva storica di tre anni. Si può davvero sindacare su qualsiasi aspetto della faccenda MA è necessario farlo a partire dall’incontestabile assunto di base secondo cui anche ad un orecchio profano, poco attento, superficiale e antagonista è praticamente impossibile non considerare My Beautiful Dark Twisted Fantasy un bellissimo disco. A nessun livello.
Mixing berries, mixing words, mixing languages: et voilà! come creare un cocktail meraviglioso in pochi semplici passi. A quanto pare per Honeybird & The Birdies mixer e shaker non hanno assolutamente segreti. Il loro album d’esordio, appena sfornato dal trio italoamericano, è un viaggio colorato, al punto che nemmeno il guardare in un caleidoscopio renderebbe meglio l’idea. Quindici brani in qualsiasi lingua: inglese, spagnolo, francese, portoghese e qualcosa di non meglio specificato che, a leggerlo, sembra uscito da un libretto di istruzioni dell’Ikea, ma chissà. Un numero imprecisato di generi musicali da cui attingere, strumenti inusuali da riportare alla luce, tante storie da raccontare. Un mix perfetto, quello che honeybird, p-birdie e ginobird ci servono facendoci fare un giro attorno al mondo. Alfa e omega? Macché, sono B+ e B- a scandire inizio e fine dell’album.
Le dieci corde del charango danno una nota sempre allegra alle tante piccole storie nonsense: ci sono api regine (Quemby The Queen Bee), puzzole idiote (La Bête Mouffette) e ottimi consigli da seguire: Don’t trust the butcher, he wants to sell you more meat than you’ll ever eat; accompagnati da ritmi un po’ funky, un po’ bossanova e, all’occorrenza, zumpappà.
È impossibile fare a meno di notare Tommy, piccola perla da riascoltare all’infinito, e la spensieratezza estrema che Pequenino Frango riesce ad infondere.
Detto ciò, remember: (honey)bird is the word.