Goodbye 2010

Dischi Disegnati | 31/12/2010

Goodbye 2010

Prince Rama: Shadow Temple (Paw Tracks/Goodfellas)

Alex Grotto | 28/12/2010

prince rama cover Ho iniziato ad ascoltare questo disco spinto dalla copertina e dal titolo che ricordava molto uno spin-off di Indiana Jones ed invece mi sono ritrovato preso a schiaffi dalla realtà: si tratta solo dell’ennesimo trio di artistoidi di Brooklyn in cerca di gloria e la cosa mi ha un po’ disturbato, quasi quanto scartare il pacco regalo gigante e trovarci dentro un bagnoschiuma al sandalo. Metafore non a caso, perchè i Prince Rama al colpo d’occhio si presentano come degli hippie (male, molto male) con tanto di ascelle della cantante, Taraka Larson, non depilate (malissimo, defcon 1 del cattivo gusto, ma almeno ci guadagnano in credibilità) in un mondo contemporaneo come il nostro che certe cose vorrebbe dimenticarle. Potrebbe seguire una filippica sulle mille considerazioni fatte da Steve Albini riguardo l’hippiesmo e il revival dello stesso (che per me è praticamente vestirsi di stracci e suonare cose lowfi citando mantra buddhisti et similia con voce riverberata), ma non lo farò perché sono cose noiose e la gente poi smette di leggere. Non fraintendetemi, Shadow Temple è tutto sommato un buon disco, incentrato completamente sull’evocazione e sul richiamo esotico che solo la fonìa indiana dei testi unita ad un tappeto di texture sonore che sembrano uscite dal Buddha-Bar di turno possono garantire: tutto il repertorio ruota attorno a droni e synth perseguitati da percussioni e voci riverberatissime come nella track di apertura Om Mane Padme Hum, in un tentativo abbastanza riuscito di tributare la world-music con un approccio pop un po’ paraculo. I clichè si sprecano eh, compresa la simil danza della pioggia Storm Worship e la preghiera indiana finale Raghupati, ma amici fidati mi hanno confermato che quando suonano dal vivo sembrano davvero dei marci un po’ lerci, quindi magari ci credono veramente. O magari ci siamo cascati tutti come quando la gente si fa tatuare gli ideogrammi dicendo “Eh c’è scritto Incomprensione Eterna, me lo sono fatto scrivere da un’amica Thailandese” e poi si scopre che in realtà è la scritta presa da un preparato per dolci comprato al villaggio vacanze di Koh Samui, che è un po’ come la differenza che passa tra un buon disco ed una pretesa artistica posticcia.

Giudicateli voi con questo video live

Kaleidoscope #11

Aurelio Pasini | 28/12/2010

Santa Jimi

Ultima puntata del 2010 di Kaleidoscope. Tempo di auguri, allora, ma anche di una nuova dose di psichedelia per affrontare meglio l’anno che verrà. Per l’occasione, abbiamo scelto per voi un brano del duo psych-folk Jan & Lorraine, un classico un po’ piacione degli Zombies, un estratto dal più recente lavoro dei veterani Bardo Pond, uno dall’ancor fresca opera seconda degli Sleepy Sun e un promemoria di quanto siano interessanti i giovanissimi Wolf People, senza dimenticare l’ascolto comparativo di un brano di Syd Barrett in versione originale e remixata e un Jimi Hendrix nelle insolite vesti di Babbo Natale.

Nel lasciarvi al dettaglio della playlist, vi diamo appuntamento a martedì 11 gennaio alle 22.40 circa sulle frequenze di Città del Capo – Radio Metropolitana, e a martedì 18 qui su Vitaminic. Per contattarci, invece, è sufficiente scrivere una mail all’indirizzo lecccarospi@gmail.com.

Jan & Lorraine – Gypsy People
Syd Barrett – Here I Go
Syd Barrett – Here I Go (2010 remix)
The Zombies – Time Of The Season (mono)
Bardo Pond – Just Once
Sleepy Sun – Desert God
Wolf People – Painted Cross
Jimi Hendrix – Little Drummer Boy/Silent Night/Auld Lang Syne

Ascolta il podcast in streaming

oppure scaricalo.

Beatrice Antolini: BioY (Urtovox/Audioglobe)

Chiara Leandri | 27/12/2010

beatrice-antolini-bioyBeatrice strapiena di tutto, come sempre. La sovrabbondanza è la sua cifra stilistica. Come trovarsi nella tana del bianconiglio e tentare di distinguere il guazzabuglio di idee in cui si è cascati – senza però l’appropriatezza dell’intenzione carrolliana. Tante imperfezioni che creano sonorità complesse da esplorare e interpretare, fino a quando non si perde il senno e si finisce per pensare che tutto possa essere indistintamente o figo o perfetto. Finisce così che faccio la mia lista dei pro e contro come se fossi alle medie e dovessi aiutare la mia migliore amica a scegliere con quale ragazzo mettersi. Il personaggio, ad esempio, piace. E tanto. Quell’aura di musicista tuttofare. La donna che ama la sua tastiera. E poi i ritmi coinvolgenti (stravolgenti?). La varietà, il momento storico. La perfezione di molti suoni. Venetian Hautboy, già uscita per Il Paese è reale e massimo punto d’arrivo. O Eastern Sun, che fa la sua (s)porca figura.
Tante cose, quindi. Sempre molte, troppe, tanto che il dubbio permane: dove si vuole andar a parare? Sconfiggeremo la Regina di Cuori? A tratti gradevole, a tratti troppo confusionaria, questa terza prova, la seconda dopo il debutto fra i grandi numeri, stenta insomma a decollare. Siamo ancora  nel regno di una sovrabbondanza kitsch che parla solo a se stessa. Con qualche frase intelligibile che potrebbe cambiarti la vita. Direi quindi alla mia amica: escici qualche volta e divertirti almeno un po’. Sai mai.

Guarda il suo myspace e scopri le prossime date live

Ascolta BioY in streaming su Rockit

FIGHT NIGHT, la compilation di natale de I 400 Calci

Massimo Reali | 25/12/2010

fightnight2010vNon fatevi prendere in giro dal calendario: il 25 dicembre non è una data qualsiasi. Non è la data che finora vi hanno raccontato sia. Oggi è il giorno in cui la storia ha voltato pagina. Anno 1984, gelida e innevata Mosca, Rocky Balboa ha appena sconfitto sul ring gli avversari politici del suo paese a colpi di cazzotti e aperto una crepa pure nella testa di Gorbaciov con la frase “Se io posso cambiare, e voi potete cambiare, tutto il mondo può cambiare”.

A 26 anni di distanza gli amici de I 400 CALCI (il miglior blog di cinema horror e d’azione, di cinema) hanno deciso di dare un senso a questa giornata a tutti noi. Hanno chiesto ad alcune band come Albanopower, Calibro 35, OvO, Crimea X e Havah di reinterpretare una canzone estratta dalla colonna sonora di un film horror o action a propria scelta. Il risultato è il miglior regalo musicale di sempre e la potete scaricare direttamente da questo link.
Se pensate che il vostro nuovo iPad sia più figo, leggetevi la tracklist qua sotto.

Albanopower – Pet Sematary (da “Cimitero Vivente”)
Ant – Ride On (da “Brivido”)
Bologna violenta – Il camping del terrore (da “Il camping del terrore”)
Calibro 35 – La morte accarezza a mezzanotte (da “La morte accarezza a mezzanotte”)
Cat Claws – Eye of the Tiger (da “Rocky III”)
Crimea X – Christine (da “Christine – La macchina infernale”)
Havah – Robocop Theme (da “Robocop”)
Julie’s Haircut – Escape From New York (da “1997 Fuga da New York”)
Mark Blessed – Sweet Transvestite (da “The Rocky Horror Picture Show”)
Ofeliadorme – L’uccello dalle piume di cristallo (da “L’uccello dalle piume di cristallo”)
OvO – Nosferatu
Piet Mondrian – You Can’t Fight It (da “Distretto 13 – Le brigate della morte”)
Teeth of the Sea – In the Space Capsule (da “Flash Gordon”)
Vera Bremerton – Cry Little Sister (da “Ragazzi perduti”)

I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 24/12/2010

top_ten_2010Eccoci giunti all’ultimo appuntamento per quest’anno con il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni mercoledì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. E come tradizione, Enzo e La Fagotta non potevano farsi mancare la temibile Classifica dei Dischi del 2010. Tra un sorso di rum e l’altro (”siamo un programma di sentire”), con Vince Guaraldi in sottofondo (dopotutto è Natale!) e una foto ricordo travestiti da Spongebob e Sandy, sono venute fuori tutte incasinate. Per fortuna quelle serie di Vitaminic le trovate qui.
Ecco la playlist della serata, e Buon Natale!

Erykah Badu – Window Seat
Shout Out Louds – 1999
The Morning Benders – Excuses
His Clancyness – Vampire Summer
Nana Grizol – Galaxies
Harlem – Number One
Spectrals – I Ran With Love But Couldn’t Keep Up
LCD Soundsystem – All I Want
Vampire Weekend – Giving Up The Gun
Eternal Summers – Pogo
Aloe Blacc – Good Things
Cinema Red and Blue – Ballad Of A Visione Pure
The Drums – Forever & Ever Amen
Wild Nothing – Summer Holiday
Joel Alme – You Remember The Good Times, But The Good Times Don’t Remember You
The Radio Dept. – Heaven’s On Fire

Scarica la puntata in mp3…
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

EVOL/VE: s/t (Offset)

Alex Grotto | 23/12/2010

EVOLVE_CoverC’è un luogo, una terra di frontiera artistica battuta più volte e con ottimi risultati, in cui l’Italia può permettersi di fare scuola. Ok, forse non di fare scuola o non del tutto, ma di farsi chiamare per nome e con rispetto sì: è quel limbo macabro della sperimentazione, di avanguardismo e rumorismo ispirato che ci dà molto lustro tra gli spostatoni planetari, uno dei pochi casi in cui l’esterofilia la sentono gli altri. Non è quindi un caso se uno dei pionieri europei dell’astruso come FM Einheit (percussioni, posto fisso a tempo indeterminato negli Einsturzende Neubauten più rimarcabili ed interessanti, se n’è andato quando l’orientamento del collettivo si è incravattato) abbia instaurato un’intesa con un personaggio italianissimo e affermato nel giro dello sperimentale estremo come Massimo Pupillo (Zu, svariate militanze e collaborazioni con chiunque, compreso Thurston Moore, ma io lo apprezzo moltissimo per il lavoro fatto al basso un paio d’anni fa con i 7k Oaks). Tutto questo per premettere chi fa cosa in questo progetto congiunto, che è una prima serie di registrazioni live mixate e approntate dalla Offset in modo da originare un autentico presidio artistico ben oltre la barriera ormai inadeguata dell’industrial e prossimo ad una commistione matura di sperimentazione, droni, claustrofobia riverberata e visioni crust ridotte al minimo comune utile. L’impatto di certi suoni di matrice kraut-kosmica-volkswagen è la prima cosa che mi colpisce e che trovo riconoscibilissima, tanto che potrei iniziare con gli immancabili nomi a caso e di facile comprensione: per esempio l’eco dei primissimi lavori dei Kraftwerk è palese, beccatevi l’intro di questa e ditemi. E’ come una specie di grosso transponder arrugginito che continua a segnalare al cosmonauta l’allontanamento anche se l’oblò è oscurato, o se volete potete vederci il suono di un intervento chirurgico fallito: la bellezza di queste opere è la non immediatezza e la suggestione nella sua forma più illimitata dove il musicista comunica fino ad un certo punto, il resto ce lo mette il numero delle sinapsi di chi ascolta e tanto più questo numero sarà vicino a quello dei musicisti, tanto più alta sarà la possibilità di cogliere l’idea originale. Lo spessore del disco è incontrovertibile così come i talenti che l’hanno pensato e durante l’ascolto è facile scivolare nell’introspezione per poi riprendersi e stare malissimo. Se non è raggiungere uno scopo questo, allora non so veramente cos’altro si può chiedere ad un disco così. Consigliato per le feste da regalare alla morosa chiacchierona.

Guarda la faccenda dal vivo

Tristeza: Paisajes (Sanity Muffin)

Marco Delsoldato | 23/12/2010

250_trsz1Una scelta strutturale post modernista (fasulla) manda i Tristeza nel marasma del chi sono, dove sono e cosa sto facendo. Con consapevolezza, si presume. E senza particolari controindicazioni, se non quella del marasma. La questione è che il gruppo resta classicamente elegante, imposta variazioni con fiati e rivisitazioni quasi afro, cercando qualche verità nel decennio ‘70 senza volerle, nel concreto, trovare. Allora scatta l’evoluzione problematica: Missolula e Sand & Coral, secondo ed ottavo brano in scaletta, sono delicatezze matematiche delegate a riconciliare con la scelta strumentale. Intolleranti mandano a farsi fottere i vostri dischi dell’anno, destinati a scomparire l’anno prossimo in favore di altra inutilità. Poi arriva  A Traves De Los Ojos De Nuestras Hijas e vedi colori jazzati che non abbagliano, eppure qualche ispirazione la lasciano. A questo punto, siamo sempre nella fase evolutiva, pensi alle dinamiche: varie, in effetti, persino ariose (non che se ne sentisse il bisogno, ma va concesso), senza legarsi ad alcun paradigma già manifestato. L’Accident Heureux assume quasi le sembianze di un classico, molto live per chi ai concerti ama chiudere gli occhi e lasciarsi andare alla soffusità ritmata. Poi scatta, diventa una roba sincopata e cerchi di capirla. Ma proprio non ci arrivi. Ed è il discorso globale su Paisajes: non lo capisci mai pienamente. Anche quando ti piace. E succede, basta ascoltare Cholo.

Guarda il video di Cholo

Vai sul sito dei Tristeza

Numero6: The Christmas Song

Alex Grotto | 22/12/2010

n6xmas
Non è Natale davvero se non ci si siede tutti insieme attorno al camino davanti ad un bicchiere di grappa casalinga che ha lo stesso colore della miscela che usavamo per il Califfone. E tutto questo avrebbe comunque ancora poco senso a meno che qualcuno non inizi ad intonare le canzoncine a tema, meglio se in inglese (quelle in italiano sono tradotte malissimo ed hanno il sapore chiesaiolo che un po’ inibisce) e ancora meglio se vecchissime e prese dagli special natalizi delle sit-com e dei cartoni animati. Ecco, gli amici genovesi dei Numero6 ci fanno la cortesia di suonare per noi una cover natalizia d’eccellenza: The Christmas Song dei Chipmunks (i tre scoiattoli pucciosi dei cartoni animati, passati per diversi restyling nel corso degli anni fino a trasformarsi in una cosa tipo i Beastie Boys-cartone animato per chi come me ha visto la versione anni ‘90, paura, tanta) che con le voci pitchatissime ci auguravano buon Natale alla fine degli anni Cinquanta. La versione dei Numero6 ha la chitarra elettrica, una copertina di emblematica genialità e un augurio a tutti che è un esempio di ironia e genuinità da far venire i lacrimoni ed abbracciare gente a caso. Bravi.

SCARICA “THE CHRISTMAS SONG” DEI NUMERO6 QUI

Shackleton: Fabric 55 (Fabric)

Tomm. | 22/12/2010


Foto: Lars Borges — larsborges.de

“I don’t like the idea of it being dark music. (…) But what you’re describing as the darkness, I call the warmth.” (The Wire #322) Nel ventre incandescente di un mostro di acciaio e cemento uno schivo (e gentilissimo) middle-class hero con gli occhialini da bibliotecario e la camicia bianca spinge il suono tra stomaco e pavimento e si lascia cadere -senza protezione- in mare profondo di beat e desolazione e frequenze e bassi in cui è impossibile non farsi trascinare immobili e affondare. La solita implacabile tensione -minimal e istintiva- a cui abbandonarsi tramortiti e senza scampo tra le pareti rosse di questa stanza senza uscita. Senza ossigeno. Senza luce. Un sommergibile nero in viaggio dai Murazzi alle banchine di Southwark, alla riva est della Sprea, a qualsiasi corso d’acqua dimenticato tra Gaza, Lagos e Istanbul, a quella distesa di ghiaccio e lava e fango e cenere che ricopre il pianeta lontanissimo e sconosciuto su cui Shackleton regna incontrastato. Da solo -“I don’t expect everyone to like it. I know it is not to everyone’s taste…”- quattro metri sotto tutto, quattro metri sopra tutti.
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