Girl Talk: Get It Get It

Alex Grotto | 18/11/2010

girltalk
L’altro giorno mentre ero sul divano a morire dentro valutando le improbabili doti di lettura e trascinamento di Bersani e Fini su Rai3, per una frazione di secondo ho avuto un deficit del lobo parietale: riuscivo a percepire l’immagine dei due ma al posto dell’audio potevo solamente concepire un vecchio pezzo dei CCCP. La sensazione soggettiva era almeno quattro volte più esplicita e comunicativa della realtà oggettiva, lo sconforto successivo incommensurabile. Questo perchè il mindfucking che deriva da un mash up così becero non ti porta poi così lontano, però un mash up da manuale, fatto da uno che a vederlo non gli daresti neanche un euro (ma un carico di schiaffi e la foto qui sopra mi dà ragione) come quel fenomeno di Gregg “Girl Talk” Michael Gillis è genialità pura nonchè cultura nobilissima. E dato che il nuovo disco All Day è scaricabile gratuitamente (come il precedente d’altronde), non potevo che segnalare la cosa con un pezzo che mette insieme Lady Gaga e Aphex Twin nei primi dieci secondi: come avere due dozzine di mixtape in cinque minuti e rotti.

disco: All day (Illegal Art)

canzone: Get It Get It

Epiche

Francesco Locane | 17/11/2010

thesocialnetworkAmiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla settima puntata della decima stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna.

Siamo partiti con uno dei film dell’anno, se non altro per il tema di cui parla: The Social Network, di David Fincher. Si può trarre un film avvincente su Facebook e le sue origini? Sì, si può, se c’è una sceneggiatura solida, bravi attori e un regista che mette la macchina da presa al servizio della storia. (E anche Trent Reznor che, con Atticus Ross, firma la sua prima colonna sonora: ok, sono di parte.) Noi ne abbiamo parlato con uno dei padri fondatori di Seconda Visione, FedeMC.

Il trailer è una sciabolata nel costato: Io sono con te di Guido Chiesa esce dopodomani…

E infine, un’altra epica, di dimensioni meno globali ma non meno importanti rispetto a quella di Zuckerberg: Noi credevamo, di Mario Martone, con il “who’s who” del cinema italiano (o quasi), è un’opera coraggiosa e fluviale sul Risorgimento italiano. Da vedere, e non solo per spirito patriottico.

Bene, è tutto: scriveteci a secondavisione (at) gmail (dot) com e alla prossima puntata!

Beach Fossils @ Twiggy Club di Varese giovedì 18 novembre

Giuseppe Marmina | 17/11/2010

beach

Ghost PR presenta:

18.11.2010

BEACH FOSSILS
@ Twiggy Club
Via De Cristoforis 5 – Varese

Twiggy Club

ore 22:30
sottoscrizione € 10 con tessera dell’Associazione Culturale Grandangolo

Infoline: 0332/1967097

Nuovi arrivati sotto l’ala della Captured Tracks (etichetta con sede a Brooklyn, che ha nel proprio roster artisti del calibro di Wild Nothing, Hanoi James e Blank Dogs) i Beach Fossils sono uno dei gruppi rivelazione di quest’anno e hanno catturato l’attenzione di fans e addetti ai lavori al recente CMJ di New York.
Nati nel 2009 come veicolo per la diffusione delle registrazioni soliste di Dustin Payseur, i Beach Fossils diventano un trio con l’arrivo del bassista John Pena e del chitarrista Christopher Burke.
Il 45 giri di debutto Daydream/Desert Sand è stato pubblicato a febbraio 2010, mentre l’album di debutto omonimo è uscito lo scorso 25 maggio ottenendo incredibili consensi, sia tra il pubblico sia tra la critica.

Vitaminic vi regala 2 ingressi. Basta scrivere (al solito indirizzo email) vitaminicontest (at) gmail (dot) com

The Phantom Band: The Wants (Chemikal Underground)

Daniele Piovino | 17/11/2010

Coerentemente con The-Wants2quanto dichiarato dal bassista Gerry Hart (”We never have considered ourselves a Glasgow band“), diversi post taggati The Phantom Band che ho letto enfatizzavano la seguente informazione: sono scozzesi. Come se la provenienza fosse in un certo senso determinante nella qualità raggiunta dalla loro produzione. Io credo sia il caso di andare oltre e dire che, Scozia a parte, il secondo lavoro in studio di questo sestetto rimarrà una delle cose migliori del 2010. Dico sul serio. E  se ti metti comodo ti racconto tutto dall’inizio.
L’etichetta gestita dai Delgados aveva prodotto anche il precedente (e sorprendente) Checkmate Savage, che in teoria è il loro primo album, e anche in pratica, se ci fermiamo al nome The Phantom Band: in precedenza avevano realizzato materiale sotto altri nomi (NRA, Los Crayzee Boyz, Wooden Trees, Robert Redford, Robert Louis Stevenson).
Elaborando un possibile percorso che li ha portati fin qui, la sensazione è che questi sei ragazzi emaciati si siano immersi in un brodo primordiale di influenze, prima di emergere strizzando gli occhi alla luce di un sole pallido, ognuno con in mano la colonna sonora della propria apocalisse. Una figura chimerica (una cosa tipo Stockhausen con i polmoni e metà cervello di Ornette Coleman) deve averli condotti al ciuffo iconoclastico di David Lynch attraverso una foresta di percussioni, chitarre fuzz ed elettronica medievale. Appena fuori, ad attenderli alle soglie del krautrock, alcune filastrocche alla Tom Waits, esorcizzate da ritmi digidub, sperimentazione e rock’n'roll.
Tralasciando l’indiscutibile capacità della band di produrre un suono nuovo tramite un mix di melodie folk e immaginari gothic, sintetizzatori analogici e drum machine alquanto primitive, sorprende la facilità con la quale il sestetto riesce a comporre pezzi accessibili ma non banali. The Wants è un disco che conferma lo stato di grazia di questa band. Band da tenere senz’altro in considerazione e dalla quale aspettarsi qualsiasi cosa in un futuro prossimo. Da una parte il baratro, dall’altra il capolavoro.

Qui puoi ascoltare 4 tracce di The Wants

Il MySpace

Warpaint: The Fool (Rough Trade/Self)

Chiara Leandri | 17/11/2010

warpaint-the-foolLe Warpaint sono beniamine del 2010. L’hype delle nuove ragazze vestite alla moda che si perdono nella psichedelia è cresciuto ben bene e il primobarranuovo album parte con un vantaggio strepitoso. Siete appena in tempo per scrutare il fenomeno mentre si dipana. Tocca però a noi stabilire se sarà destinato a durare. Quindi, se volete accostarvi alle Warpaint, rizzate in ordine: sospetti, resistenze, distacco. Cercate di non farvi mancare proprio nulla. Giù dritti, fino al fondo. Sto cercando di ficcarvelo bene in testa, non bisogna farsi distrarre dai vestiti vintage e le immagini carine. Il fondo. Dove ecco: finisce per esserci l’emersione bellissima di un quartetto tra i più ritratti di questo autunno. Nulla viene disatteso, e la gioia è grande e appagante. Si può comodamente esclamare: “Cazzo, è vero, ne è valsa la pena”. Ci avevamo visto giusto, le gallinelle erano pronte per sfornare l’uovo. Vediamo cosa è successo, quindi. Qui è tutto diverso, eppure uguale. Le piccole gemme dell’EP Exquisite Corpse si sono evolute in diamanti, son diventate nuove e complesse partiture cosmiche in cui perdersi, a tutto volume - o quello che volete, ecco: basta che riempia l’ambiente. Al resto ci pensano da sole; intendo l’anima, quella che viene smossa coi più piccoli dettagli, con una cosa che, semplicemente, non ha nome. La magia. Facile eh? Me la sono giocata bene. La verità è che non si dovrebbe scrivere troppo sulle Warpaint. Vorrei piuttosto dirvi un semplice “andatevelo a comprare che vi conviene”. E stop. Potete ascoltarmi. O pensare che voglio fare la figa e adorare ancora un po’ le ragazzette con la chitarrina. A voi la scelta. Certe cose vanno vissute, più che parlate a sproposito.

Guarda il video di Undertow
NME Introducing Warpaint
Compra Ashes To Ashes, la cover di Bowie per War Child International

My Disco: Closer

Marco Delsoldato | 17/11/2010

mydisco1A volte ci sono delle robe così. In media con tre punti in comune: pulviscoli della vecchia Touch And Go, consulenze albiniane e tiro nel senso di tiro. Insomma, sono robe abrasive che rimettono -spesso- le cose al posto giusto, senza riflettere troppo sul da farsi. Robe così, con chitarre taglienti, ritmica incalzante e pulsazioni cerebrali, mentre la testa ripete la stessa frase. Robe martellanti per cervello e stomaco, seguendo paradigmi di asciuttezza melodica. Robe destinate a tranquillizzare tutti,  escludendo  scriteriate idolatrie. Robe che, a volte, provengono anche dall’Australia.

disco: Little Joy (Temporary Residence)

canzone: Closer (clicca per ascoltare)

Exploding Inevitable Rolling Party 02

Marina Pierri | 16/11/2010

Domani sera torna a Milano l’EXPLODING INEVITABLE ROLLING PARTY, l’appuntamento mensile organizzato da Hangar Bicocca con il contributo creativo di Rolling Stone (a tal proposito, vorrei dirvelo una volta per tutte: ROLLING STONES è la band, ROLLING STONE è il giornale).

Il mese scorso la festa è stata divina: abbiamo ascoltato, chiacchierato, bevuto in compagnia e persino ballato fino alle 3. Aiutateci a replicare il successo di ottobre e tornate all’Hangar: questa volta ne vedremo delle belle, considerati i protagonisti; e non si sa mai che venga fuori qualche altra sorpresa.

INGRESSO GRATUITO dalle ore 21.40
(o prima, se volete star buoni e assistere al bell’evento con Valeria Magli)

LIVE SET by EX OTAGO – data zero per presentare il nuovissimo “MEZZE STAGIONI”, album realizzato con l’Azionariato Popolare
DJ SET BY FABIO DE LUCA (Rolling Stone / warm up) & DORIAN (London Loves/Plastic, after)

Partecipate anche su Facebook

flyerExplodingInevitableRollingParty02

Peugeot, Hangar Bicocca presentano

17.11.2010

EXPLODING INEVITABLE ROLLING PARTY 02
@ Hangar Bicocca

www.hangarbicocca.it

con
Ex-Otago live (Genova)

+ Dorian dj set (London Loves)

dalle ore 21.40

INGRESSO GRATUITO

Infoline: 0266111573

con la collaborazione di Rolling Stone

Dopo il debutto di grande successo dello scorso ottobre, torna l’EXPLODING INEVITABLE ROLLING PARTY, appuntamento mensile di musica dal vivo proposto e promosso da Hangar Bicocca, luogo dell’arte contemporanea tra i più noti e apprezzati, con il contributo creativo della rivista rock più famosa del mondo, Rolling Stone. Con il supporto di Peugeot.

Nel connubio tra queste due entità c’è l’essenza della festa. Un appuntamento mensile in cui arte e musica si incontrano alla riscoperta dello spirito underground e anticonformista cittadino. Un party che già dal nome si rifà all’ “Exploding Plastic Inevitabile” di Andy Warhol (evento multimediale ante litteram che debuttò nel 1966 al Trip di New York) e che attraverso una proposta unica, sempre un passo avanti rispetto alla tendenza del momento, vuole portare a Milano gli artisti di domani per farveli scoprire prima di chiunque altro.

Nuove band nazionali e internazionali, visual e dj set per infuocare gli animi dopo i concerti: ecco la formula dell’Exploding Inevitable, il cui teatro sono l’Hangar Bicocca, che ogni giovedì tiene aperte le porte della sua esposizione fino alle 10, e il suo già rinomato bistrot.

L’EXPLODING INEVITABLE ROLLING PARTY torna il 17 novembre con gli Ex Otago (Genova, www.myspace.com/exotago). Ritornelli/stornelli a presa istantanea che s’incollano in testa e non si staccano più proprio come le figurine scolorite dei calciatori dall’armadietto di un adolescente. Il loro è un nuovo romanticismo sorretto da melodie pop, freestyle hip hop e da un’attitudine quasi punk, tanta è l’energia nel loro badare al sodo. Dopo The Chestnuts Time, TANTI SALUTI e la folgorante rilettura di The Rhythm Of The Night (si, si, proprio il mega hit dance di Corona), gli Ex Otago emergono dall’impresa “Anche io produco gli Ex-Otago” con il nuovo, terzo album registrato in Norvegia, “Mezze Stagioni”, che suoneranno per la primissima volta dal vivo proprio in occasione dell’Exploding Inevitable Rolling Party.

A seguire, Dorian (London Loves, http://www.myspace.com/dorianlondonloves), nome arcinoto della Milano notturna, che porterà all’Hangar lo spirito warholiano del Plastic, di cui è resident dj.

Warm up pre-concerto a cura di Fabio De Luca (Rolling Stone).

http://www.peugeot.it/
http://www.hangarbicocca.it
http://www.rollingstonemagazine.it/
http://www.myspace.com/exotago
http://www.myspace.com/dorianlondonloves

Media partners:

http://www.mymi.it
http://www.vitaminic.it

Kaleidoscope #5

Aurelio Pasini | 16/11/2010

Julian Cope

Puntata senza un particolare filo conduttore quella di Kaleidoscope andata in onda lo scorso martedì sulle frequenze di Città del Capo – Radio Metropolitana. Un viaggio attraverso le latitudini e i decenni che ci ha permesso di incontrare personaggi assai particolari: l’arcidruido Julian Cope, per esempio, oppure una Josephine Foster più freak del solito; e, ancora, l’eroe di culto della psichedelia britannica Big Boy Pete, i Raik’s Progress e il loro canto d’amore del topo di fogna, i misconosciuti Satans (diabolici già due anni prima dei Rolling Stones di Sympathy For The Devil) e i teutonici Out Of Focus.

La settimana prossima invece, ve lo anticipiamo già, non ci muoveremo dall’Inghilterra del periodo 1967-1969, tra mostri sacri, carneadi ed eroi di culto. Nel mentre, vi ricordiamo che la mail a cui potete contattarci è leccarospi@gmail.com.

Julian Cope – Lunatic & Fire Pistol (Peel Session)
Josephine Foster And The Supposed – Well-Heeled Man
Jade – Away From The Family
Big Boy Pete – Cold Turkey
The Raik’s Progress – Sewer Rat Love Chant
Satans – Makin’ Deals
Out Of Focus – See How A White Negro Flies
Kelley Stoltz – Baby I Got News For You

Ascolta il podcast in streaming

oppure scaricalo.

Alvy, Nacho & Rubin: El Galan De la Paternal

Marina Pierri | 15/11/2010

I Magnetic Fields fanno innamorare. E una volta innamorati, non c’è nulla di più estatico dell’ascoltare i Magnetic Fields. Le coppie nate con il battesimo di Stephin Merritt sono coppie fortunate: nessun altro è stato così capace di cogliere le sfumature narrative e non convenzionali del rapporto a due. La sua voce batte all’unisono con l’organo che sta in petto e penetra nei recessi del cervello dove sono custodite le fotografie dei momenti più belli mai passati.

The Luckiest Guy On The Lower East Side forse, è il picco più alto dell’arte dei Magnetic Fields. Dovrebbe essere suonata come marcia nuziale o prestata, come sigla, al più romantico dei telefilm non ancora inventati.

Questa è una bellissima versione spagnola del pezzo, così come l’ho appena rinvenuta tra i feed e sul Twitter del nostro amico Polaroid (che tra l’altro è qui sotto). Grazie Enzo!

Le Luci Della Centrale Elettrica: Per ora noi la chiameremo felicità (La Tempesta)

Giampiero Cordisco | 15/11/2010

Pochi accordi sulla solita chitarra in tonalità quasi sempre minore, con qualche pennata più decisa a enfatizzare i passaggi nodali, e un buon lavoro di arrangiamento con archi, organi, e altre chitarre elettriche. È un bene che gli arrangiamenti siano sempre a basso contrasto, sempre contenuti: è una scelta di produzione, azzeccata nel trattenere l’impasto sonoro poco oltre la soglia di un’intimità che per molti versi è generazionale. Poi Vasco Brondi canta come sappiamo, una litania monocorde tra il buon vecchio Ferretti e qualcuno che adesso non mi viene in mente. Lo stesso Canali, che lo scoprì, definì il cantato del Brondi una roba “pallosissima”, ma sarebbe un errore leggervi un giudizio di merito (d’altronde cantare implica una certa abilità alla modulazione, ed è quindi chiaro che Vasco Brondi non canta mentre canta – questa è solo la constatazione di un fatto). La voce viene dunque sporcata di tanto in tanto, doppiata, distorta, senza che la pallosissimità di cui sopra ne risenta. Le canzoni vanno avanti così: quello delle Luci era e rimane una forma ibrida di cantautorato molto laterale e folk da periferia industriale. Zero batteria, zero groove. E fin qui niente di nuovo.
Ma avere a che fare con Vasco Brondi alias Le Luci Della Centrale Elettrica non significa semplicemente ascoltare un disco: significa stare di fronte a una poetica molto riconoscibile e personale, densa di influenze e suggestioni che non starò a elencare.
La poetica, dunque: l’impressione, dopo questo secondo disco ufficiale, è che Vasco Brondi abbia trovato la formula per diventare ciò che si è con il minimo sforzo, e troppo presto. Le vite precarie intese come ambiente metaforico, la condizione di impossibilità di un futuro piegata a esigenze sì evocative che però non portano da nessuna parte, le urgenze del contemporaneo e del nomadismo esistenziale masticate in una scrittura di poco post-adolescenziale e ancora diaristica ai limiti dell’autoindulgenza, diventata presto Maniera e Citazionismo (Non Sempre) Intelligente e Cifra Stilistica: esisteranno sempre persone che vedranno critica e lucidità di analisi in tutto ciò – per me è un buon esempio di come tanta promettente cultura d’opposizione possa spezzarsi l’osso del collo nel tentativo non riuscito di arrivare a succhiarsi il cazzo.
Venderà molto, ma è un disco modesto. Era lecito aspettarsi di più, dopo quell’esordio.
E pure la copertina è dimenticabile. Bello il titolo, però – ma è una citazione.

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