Cado sul divano, accendo la tv, ballano. Domenica, mi dico, io adoro la domenica, chissà chi c’è oggi.
Il salotto buono è gremito di ospiti. Meglio lì, penso, io non ce l’ho un salotto, starebbero stretti.
Frate Mitra, recita la didascalia. Già nella Legione Straniera, nei Francescani, in Bolivia e in Cile durante i colpi di stato, infiltrato tra le BR. Lelucidellacentrale, recita un’altra didascalia. Cantautore. La D’Urso non sta nella pelle, tra poco comincia un collegamento con la salma di Gaber, chissà se avrà ancora qualcosa da dire. Un gruppo di operai viene a denunciare la propria condizione e a fare i balli di gruppo con Maradona. Mughini cita Pasolini e si acciglia. La Russa canta Volare, è simpatico La Russa, mi sa che quest’anno lo voto, è simpatico, canta bene. Canta bene, La Russa.
Io me l’immagino così, il mondo di Jacopo Incani-Iosonouncane.
Un continuo straniamento granguignolesco, la coazione a ripetere dei luoghi comuni, un cantautorato blob in cui frammenti di zapping fanno collidere l’individuale e il plurale. Un teatro-canzone grottesco in cui Incani si fa vittima e carnefice, narra con una vividezza paurosa ma sempre attraverso prospettive oblique, costruisce quadri minuziosi al cui vero tema si limita ad alludere.
Ci sono delle grosse direttive in questo disco, ossessioni personali (i cani, onnipresenti fin dal moniker, i call center) o collettive (per il pallone o per la televisione-spazzatura) a fare da filtro tra casi di cronaca (discariche, sbarchi clandestini, morti bianche, incidenti in auto) e schizzi insieme corposi e onirici. La rappresentanza è delegata e poi abiurata, la comunicazione impossibile, l’Altro sempre minaccioso, l’alienazione inevitabile. E poi la morte, onnipresente.
L’intuizione fulminante è non accompagnarlo col tappeto sonoro che ci si aspetterebbe (nei dintorni del cantautorato anni ’70 evocato dai testi), ma, figliando dalla psichedelia e dall’elettronica e ripulendo in studio quanto già fatto in casa (come da demo), accorpare la chitarra acustica a beat strazia(n)ti, synth ossessivi, tastierine lo-fi, drum machine e loopstation, voci gnaulanti moltiplicate all’infinito. Incani declama, urla, sussurra, nenia, latra.
Un disco visionario e caleidoscopico che non si può ridurre ad una sola canzone bella (ma al limite a due sole prescindibili); dodici tracce in cui - finalmente – nessuno si può riconoscere, ma tutti si possono vedere attraverso una lente deformante.
Urgente, scrive la Trovarobato. Urgente, dicono recensori e commentatori vari. Incani veste le sue storie dell’abito più elaborato e vistoso, sgraziato e al limite dello sgradevole, senza per questo privarle un minimo dell’immediatezza del loro impatto; sceglie di non compiacersi, di evitare il nichilismo, di resistere alla tentazione del surrealismo fine a sé stesso.
Se c’è un appunto che gli si può muovere, è che questo puntare il dito contro ogni malcostume, questo vadocontrismo, alla Gaber per intenderci, ideologicamente vacuo (o post-ideologico, a vederlo con bonomia), rischia di diventare sterile. Un’idea, un concetto, un’idea, e poi sposi Ombretta Colli.
Avercene, però.
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