Caribou Vibration Ensemble LP (feat. Marshall Allen)

Tomm. | 30/11/2010

Foto: work.charlesbergquist.com

Prendete quindici (15) musicisti, metteteli su aereo e buttateli -insieme- sul palco dell’ATP Festival organizzato dai Flaming Lips a New York (più una data all’Opera House di Toronto qualche giorno prima, tanto per capire cosa, per vedere come). Prendete una manciata di canzoni dai vari album di Caribou e caricatele di fiati e synth e inserti free e percussioni. Prendete Kieran Hebden/Four Tet, Marshall Allen (Sun Ra Arkestra), Koushik (Stones Throw Records), John Schmersal (Enon), Andy Lloyd (Born Ruffians) Kathryn Bint, Ahmed Gallab (con quattro batterie, cinque trombe, macchine, manopole e voci varie…) e lasciateli fare. Prendete le registrazioni che raccontano questa strepitosa follia in bilico tra mostruosità e improvvisazione -compresi errori, stonature, silenzi, una delle migliori versioni possibili di Melody Day, la coda interminabile di Barnowl e l’esplosione di Skunks- e fatene un disco. Un LP in vinile (doppio, più il DVD del concerto) capace di fotografare e ridisegnare -pur lontano dall’intensità della performance live- queste nuove forme di frastuono. Larghissime e complesse, per quanto grezze e sfuggenti. La chiusura del cerchio (di un cerchio), il momento in cui The Milk Of Human Kindness, l’ampiezza armonica di e Andorra e la scura verticalità di (quello che sarà) Swim si sciolgono in 55 minuti di grandissima eleganza. Senza ma. Senza esitazioni. Perché il giorno in cui anche uno solo di questi signori sbaglierà un disco probabilmente sará un brutto momento per tutti. Ma ho come l’impressione che non accadrà tanto presto. Divertissement puro. Genii.
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Kaleidoscope #7

Aurelio Pasini | 30/11/2010

The Dukes Of Stratosphear - clicca per vedere l'immagine più grande Come preannunciato, la puntata di questa settimana di Kaleidoscope – programma dedicato alla psichedelia in onda tutti i martedì alle 23.40 su Città del Capo – Radio Metropolitana – è interamente dedicata agli anni 80. Un periodo controverso, fin troppo pieno di musiche plastificate e artificiali ma anche straordinariamente creative.

È proprio per fuggire dall’allora imperante pop sintetico e senza chitarre che tanti, nel corso del decennio, cercarono rifugio in istanze e sonorità tipicamente Sixties, senza perdere d’occhio il presente ma lasciando che fosse il passato a far loro da guida: gruppi statunitensi, australiani, inglesi e italiani che alla new wave preferirono il caldo conforto del garage, del pop psichedelico e dell’acid-rock. Eroi di culto oggi dimenticati anche in patria (Sick Rose, Moffs), talenti talmente scintillanti da rimanerne accecati (Rain Parade), future star (Primal Scream) e alias fantasiosi quanto deliziosi (gli XTC in versione Dukes Of Stratosphear).

Se vi va, fateci sapere che ne pensate scrivendoci a leccarospi@gmail.com, in attesa, la prossima settimana, di trasferirci nella terra del Sol Levante.

La playlist:
The Fleshtones – Stop Fooling Around!
The Rain Parade – Kaleidoscope
Opal – Siamese Trap
Plasticland – Magic Rocking Horse
The Moffs – A Million Years Past
The Sick Rose – Nothing To Say
Primal Scream – Gentle Tuesday
The Dukes Of Stratosphear – Brainiac’s Daughter

Ascolta il podcast in streaming

oppure scaricalo.

[Nell'immagine, i Dukes Of Stratosphear visti da Pete Fowler per Shindig!.]

Barbagallo: Show

Roberta Bellitto | 30/11/2010

barbagallo

Un pianoforte scordato per accennare ad una storia d’amore, di tormento e di gelosia. Salvo Sultano presta i suoi undici strumenti impolverati e lentamente il filo di questa trama fragile si distende, tra le mani di Barbagallo.
Rintocchi di inesorabile ossessione, un sottofondo poco poco paranoico e mellowtronico che scandisce il tempo circolare del rimuginare. Si sviluppa come un’idea intrigante, la segui con empatia, ti tiene in ostaggio, croce e delizia. Come un’intuizione dolorosa, ne cerchi le prove tutt’intorno e, se non ne trovi, poco male, sei in scacco lo stesso.
Sono questi pensieri minuscoli che ti ingarbugliano il senno e ti si agitano dentro come percussioni sorde, fino ad esaurirsi in un sussurro roco dentro un anello di fumo.

Tenetelo d’occhio Barbagallo. Già chitarrista di Albanopower, Susanne’ Silver e Tempestine, non è un tipo a cui piace stare con le mani in mano.
Curiosità: l’ep da cui è tratto Show, Quarter Century, prodotto dalla label 42records, per la collana 24, è stato mixato e masterizzato per suonare come una cassettina registrata negli anni ‘80, una C-25, per la precisione. Niente di strano, forse, per un artista che da sempre flirta col vintage, tanto da chiamare il precedente disco, nostalgicamente, Floppy Disk.

Barbagallo su MySpace
Scarica Quarter Century, l’ep di Barbagallo
Il progetto 24 della 42records

Luke Abbott: Holkham Drones (Border Community/Audioglobe)

Tomm. | 29/11/2010

chksw Non so quante volte vi sia capitato di provare a trasformare uno scatolone in altro. Dico rubare un cartone dal retro della Coop sotto casa e tentare di regalargli un’altra forma, una nuova vita. Non so, provare a farne un bus. I finestrini, le ruote, le porte per salire, il volante, il posto dell’autista. Il vano per i bagagli e i sedili. Ecco, una cosa cosi. Non so a voi, però a me capita sempre che ad un certo punto manchi qualcosa. Non si accende, non parte, non si muove, non arriva da nessuna parte. Insomma, rimane uno scatolone. Uno scarto (più o meno) sopravvissuto alla grande distribuzione. Un pezzo di carta scura. Lo stesso pezzo di carta che Luke Abbott sarebbe capace di far parlare ridere piangere correre danzare. Andare ovunque, suonare. Una scatola (due scatole, tre scatole, quattro scatole e qualche cavo) in grado di restituire quel suono kraut e sintetico che in Holkham Drones -primo LP dell’artista di Norfolk su Border Community- diventa un racconto che non si può scrivere. Una traiettoria lucida e meravigliosa tra ampi scenari à la Boards Of Canada, texture organiche simil-Emeralds e la techno dello stesso James Holden. Una magia, insomma, inventata con qualche macchina recuperata chissà dove. Macchina che probabilmente agli occhi di molti resterà per sempre soltanto uno scatolone immobile. Senza finestrini. Senza colore. Un pezzo di carta scura abbandonato sul retro di un supermercato.
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The Fresh & Onlys – Play It Strange (In The Red/Goodfellas)

Marina Pierri | 29/11/2010

freshostrange

Parlare di questo disco in ritardo di due mesi ci costringe a fare una lunga dissertazione sull’hype, i tempi di uscita e quelli d’ascolto, la velocità di assorbimento e — sto scherzando. O quasi.

Un buon disco è un buon disco e Play It Strange lo è. Se gli EP che lo hanno preceduto facevano pensare a Crystal Stilts e shitwavisimi assortiti, qui siamo nettamente più dalle parti del surf e dei Beach Boys.

La seconda metà del lavoro, però, è molto peggiore della prima e questo ha fatto si che, essenzialmente, non finisse dritto tra le cose memorabili dell’anno (che, comunque, non sono moltissime). È un peccato, perché il brano d’apertura, la doorsiana Summer Of Love, potrebbe venire da un boombox che la suona in loop su Haight-Ashbury , mentre Waterfall passa per un pezzo degli Shins con il magone Seventies. Canzoni che da sole sono meglio dei tre quarti di roba che passa in giro. Come lo è pure Tropical Island Suite, d’ispirazione hillbilly/redneck che neanche i Black Lips. E considerate che non recensivo un disco traccia per traccia, tipo, dal 2005.

Il consiglio è: recuperate comunque Play It Strange, anche se attorno non c’è da tessergli granché, se non meriti e difetti citati. Può essere vero che i Fresh & Onlys non hanno ancora trovato la giusta dimensione e identità, ma accidenti se sono da tenere sotto osservazione. Intanto, aver gettato tanta roba nell’intruglio e non essere venuti fuori con una poltiglia immonda è un risultato.

Guarda il video di Waterfall


I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 29/11/2010

eternal_summersEccoci giunti a un nuovo appuntamento con il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni mercoledì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
Per risollevare il morale e le finanze della trasmissione, nel corso di questa puntata Enzo e La Fagotta, “pimpanti a casaccio”, come hanno commentato le stesse numerose birrette presenti in studio, hanno deciso di mettere in vendita alcune posizioni della loro Classifica dei Dischi di Fine Anno. Nei prossimi giorni verrà bandita un’asta ufficiale, ma intanto cari ascoltatori potete già prenotarvi e garantire così al vostro gruppo preferito una vetrina unica e di sicuro successo.
Questa la playlist della serata:

The Sparta Philharmonic – Everywhere At Once, And Nowhere To Go
Karin – Kelly Jelly Goo!
Eternal Summers – I Know Now
French Films – Golden Sea
Alex Winston – The Cave (Mumford & Sons cover)
Crimea X – Varvara (radio edit)
Last Days Of April – What Is Here For You Is What You Bring With You
Bubblegum Lemonade – Caroline’s Radio
Jules Not Jude – Caramel Lovelypop
The Bees – Tired of Loving
Wild Nothing – Your Rabbit Feet
Buzz Aldrin – White Church

Scarica la puntata in mp3…
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

Throbbing Gristle: Persuasion

Daniele Piovino | 29/11/2010

That’s one of the things about music that fascinates me most – how combinations of basic mathematical frequencies take on such extraordinary emotional power and suggest such meaning – I mean, how do, what are basically just sequences of vibrating tones atcertain specific numeric values, make us all feel like they do? And not only that but why do we all, regardless of our cultural or ethnic origins, hearing a certain chord or tone, feel the more or less the same?”

Peter ‘Sleazy’ Christopherson

Book of condolence

Control+C Festival: The Everyday Edition

Tomm. | 26/11/2010

Il quotidiano, le-cose-di-tutti-i-giorni. I volti, i corpi, le storie, le fotografie, i movimenti, i rumori, le strade, i paesaggi che ci accompagnano e ritornano -giorno dopo giorno, ora dopo ora- fino a confordersi tra loro. Fino a sparire nella voragine dell’abitudine, perdendosi. Anticipata dalle inquiete immagini di Melinda Gibson, in cui il paesaggio diventa viso-corpo-persona e viceversa, inizia questa sera l’edizione numero 4 di Control+C Festival. Con Massimo Volume, The Field, Sybiann, Johann Johannsson, Josephine Foster, Bob Corn, Crimea X in programma questo fine settimana tra Carpi, Soliera e Novi (Modena), più Trevor Jackson, Chicken Lips, Con_cetta + Giuseppe La Spada, Ajello, A Classic Education e “Wicked Gravity”, serata-omaggio al poeta e musicista statunitense Jim Carroll con Emidio Clementi, Manuel Agnelli, Angela Baraldi e Corrado Nuccini tra gli appuntamenti di settimana prossima (tutti gli spettacoli sono ad ingresso gratuito, fino ad esaurimento posti). Poi, mostre (tra cui una retrospettiva fotografica su Olivo Barbieri), performance teatrali, sonorizzazioni ambient, dj-set e la presentazione in anteprima di Everyday, secondo capitolo del progetto Nonexistent Exhibition a cura di Studio Blanco.
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manzOni: manzOni (autoprodotto)

Marco Delsoldato | 26/11/2010

manzEqua divisione delle parti: da un lato Gigi Tenca, 57 anni illuminati da dialettica intima, claudicante e pronta ad ardere. Dall’altro quattro personaggi, elettrici, talvolta percussivi, sempre intransigenti nel rendere sonoramente evocativa la parte letteraria del discorso. Con piglio grezzo ed elegante, attraverso una curiosa miscela anti-periodo e, fortunatamente, fuori moda. Anzi, cercando qualcosa che la moda proprio rinnega. Sommando il tutto arrivano i manzOni, provenienza Chioggia. L’esordio è roba privata, quasi confessionale, ben distante dai monotomi lamenti che tanto affascinano l’attuale quotidianità musicale. Qui parla gente che la notte non dorme mai, mentre un approccio sonico disegna trame inquiete, in fase paranoica pre e post alcolica (il vino bianco santo). Senza rinnegare i turbamenti, anzi rintracciandoli nella paura, con digressioni clamorose in quello che diventa uno dei migliori arpeggi da accompagnamento dell’anno (Scappi), dove il minimalismo è sinonimo di gusto eccelso ed il lasciarsi andare rimanda alla fenomenologia post di fine millennio scorso. Non tanto Constellation in senso classico, quanto, volendo, un rimpianto (per sensazioni più che per effettiva concretezza) al legame creato fra Vic Chesnutt e la label canadese in materia di polverizzazione della forma autorale. Sfiorando altre dimensioni, come il blues derelitto, pur non arrivando mai a coinvolgerle pienamente, grazie all’atteggiamento sempre scarno della proposta. I due strati, allora, si sposano in un rapporto imperfetto e, per questo, stritolante. Attraverso una ricerca continua della tensione (impellente ed anche implosiva), intollerante nello spezzare le catene emotiva di chi ascolta.

Su Vitaminic il download in anteprima di Scappi

Guarda il video live di Ho Paura

Supersystem: Born Into The World

Marco Bach | 26/11/2010

supersystem_86.540wideNon è carino dire che “il bassista smette stasera”. Anche se non si tratta di un animale da palco e la mimica non è esattamente quella di Sean Penn.
L’autore dello slogan, allo show dei Chk Chk Chk, si è visto puntare occhi pieni di misericordia: i miei. Perché se ricevi uno schiaffo devi porgergli un Takes. E allora ecco i Supersystem, di cui il signore ordinario visto sul palco della Flog (Rafael Cohen), prima di unirsi ai punti esclamativi, è stato il chitarrista e saltuariamente il cantante. I Supersystem sono stati una mutazione degli El Guapo e hanno preceduto la virata nel duo Shy Child. Gli El Guapo erano tanto post e poco arrosto, mentre gli Shy Child sono una deriva un po’ ballerina. I Supersystem erano la foto scattata nel momento giusto e irripetibile, erano il sabato alle tre di pomeriggio, i 5 cm dalla bocca di un’altra persona o più prosaicamente un islam punk con del funk in mezzo. Born Into The World è il manifesto più facile e dancey di quell’istantanea durata un biennio (2005-2006) ed è anche l’emblema di una specie di new wave mediterranea che non ho più sentito. Quando riesco a fargli un paio di domande dopo il concerto, Cohen finalmente se la ride un po’, vuoi per il mio accento del Kansas City e vuoi perché sa di aver fatto qualcosa di meraviglioso in quegli anni ai quali lo riporto. Capolavori senza tappeto rosso, come questo.

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