Crimea X: Prospective (Hell Yeah Recordings)

Crimea X su Myspace
Ascolta Prospective:
Crimea X – Prospective by Hell Yeah Recordings

Crimea X su Myspace
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Crimea X – Prospective by Hell Yeah Recordings
IL NUOVO APPUNTAMENTO MENSILE DI MUSICA LIVE, TARGATO ROLLING STONE. A MILANO, NEL SETTING UNICO DELL’HANGAR BICOCCA.
INGRESSO GRATUITO dalle ore 20
LIVE SET by HIS CLANCYNESS + VISUAL SET BY JAMIE HARLEY
DJ SET BY FABIO DE LUCA (Rolling Stone / warm up) & MOSCOVA DREAMERS (after)
Amiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla seconda puntata della decima stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna.
Perché parlare di cinema quando domani c’è Calibro 9+1? Vi aspettiamo. Ma comunque, due film italiani in scaletta: avremmo dovuto avere anche il trailer, ma l’amata rubrica è saltata per un problema tecnico.
Il primo è stato La passione, di Carlo Mazzacurati, con Silvio Orlando, Giuseppe Battiston e Corrado Guzzanti. Il regista ci piace, ma non ci ha convinto fino in fondo in questa sua ultima prova: la storia tende a schiacciare i personaggi, e una delle conseguenze è che il film manca totalmente di equilibrio. Certo, meglio sbagliare per eccedenza piuttosto che deficienza (!), e ci si diverte pure: poteva però essere molto meglio.
Il secondo film in scaletta è stato La pecora nera, di Ascanio Celestini: l’autore porta sullo schermo il suo spettacolo teatrale, nonché libro, ma non riesce nell’impresa, a nostro avviso, incorrendo negli stessi errori che vengono imputati ad altri personaggi televisivi che sbarcano al cinema. Il film è ricolmo di Ascanio Celestini, come abbiamo detto anche sul blog: tanto ricolmo da oscurare la storia stessa e alcuni passaggi riusciti.
Bene, è tutto: scriveteci a secondavisione@gmail.com,ci vediamo domani per la festa dei dieci anni di Seconda Visione e alla prossima puntata!
I Chromeo mi hanno sempre fatto ridere e non ritengo che sia una cosa brutta. Il fatto è che quando li ascolto ho in mente lo Chef di South Park o il classico tipo che diceva di saperla lunga e ti insegnava cose inaudite sulle fanciulle. Poi non ho mai capito fino a che punto i Chromeo siano veramente convinti di avere l’appeal sessuale, eppure l’ostentano così tanto che diventa verosimile. Analizziamo il duo di Montréal: un ebreo molto nerdy, stereotipato a dovere (e identico all’ex iena Pif, per chi ce l’ha presente) insieme ad un arabo che sembra Oronzo Canà, solo un po’ più gangsta. Quest’ultimo non si fa mancare una talk box, quello strumento che suona simile a un vocoder e si presenta come la cannuccia aspirante che si tiene in bocca dal dentista. Se tutto questo non bastasse a renderli adorabili, loro ci aggiungono un carico da novanta che si traduce nell’electro funk più elegante e spavaldo che c’è, sia dalle loro che dalle nostre parti. E quando li vedo ospiti da Letterman insieme al presidente Clinton è come se mi si chiudesse il cerchio. Che in Business Casual non avrebbero rinunciato a tutti i loro crismi lo si capiva dai singoli Don’t Turn the Lights On e Night by Night. D’altronde non è da loro due che ci si debba aspettare uno scossone storico, ma il loro ritorno (puntuale ogni tre anni) mi fa un effetto rassicurante. Quaranta minuti così sono come tornare a casa ed è bello non trovarla stravolta, quella casa. Il video di Night by Night è un compendio di balli ottantiani sudati a NYC. Il gradino ulteriore sarebbe stato metterci dentro anche gli scaldamuscoli, Leroy Johnson e la docente Lydia Grant che ammonisce circa sogni ambiziosi, successo, fama, cose che costano e ancora sudore. I Chromeo, da québécois quali sono, si buttano anche sul francese e l’effetto riporta magnificamente a quell’altro erotomane di Sebastien Tellier. In Business Casual c’è abbondanza di ritornelli appiccicosi e bassi gonfi, ma c’è anche un po’ meno italo disco che in passato e non è così male per un duo che di elementi kitsch ne possiede già un buon numero. Le coordinate, allora, si chiamano inevitabilmente Prince, Herbie Hancock e poi, manco a dirlo, tutta la roba francese tipo Justice o quelle belle cosine della Valerie Records. Una chitarra quì, un basso vero là, controcanti femminili di sopra e di sotto fanno questo disco almeno un po’ più organico dei precedenti e decifrano l’ulteriore coordinata, vale a dire la DFA con poco punk di suoi esponenti quali Juan Maclean e LCD ultima fase. Succederanno cose ben più importanti nel mezzo, ma sarebbe un guaio se nel 2013 non uscisse un disco come questo.
Visita il myspace dei Chromeo
Guarda il video di Night by Night
Prima impressione “a pelle”: le cose per Tricky non vanno un granché. Basta poco per farsene un’idea, date un’occhiata a Wikipedia e precisamente alla voce “discografia”, è ferma al 2008. Povero Tricky Kid. In fondo questo Mixed Race non è nemmeno tanto malaccio. Per carità, cerchiamo di capirci, nessuna rivoluzione è in atto e, inoltre (se proprio la dobbiamo dir tutta), le ridicole pose da gangster nel patetico video di Murder Weapon non aiutano certo ad una serena valutazione globale. Ma non divaghiamo. Insomma, è uscito il nuovo disco di Tricky. Che non è altro, figuratevi, che il solito onesto papocchione fatto di campionamenti folli, produzione sgangherata e molta Giamaica. Il tutto assemblato poi da uno che lucido non era nemmeno ai tempi d’oro (figuratevi ora…). Passando alla ciccia, il disco semplicemente non regge. Insomma, in Mixed Race, qualche canzone figa la si trova (il singolo succitato, Kingston Logic, Ghetto Stars) ma basta che giri l’angolo e ti trovi di fronte a certi drammi che troverebbero posto in una bella compilation di B-sides dei Morcheeba. Ma non disperate. Ricordatevi sempre che lo sciamannato in questione ha pubblicato della roba, intorno a metà anni zero, da fucilazione sommaria e quindi, dicono fonti ufficiali, stiamo facendo anche progressi. Io, che di anni ne ho più di 35 e ricordo Christiansands e il video con Terry Hall e l’ex moglie (per chi scrive, la donna più bella del mondo) non mi entusiasmo particolarmente per questi progressi. Al ragazzo gli si vuole bene come a un fratello, sia chiaro, ma si vede che non riesce più a tenere il passo con questo mondo crudele. Inoltre (e non è colpa di nessuno), è dal 1998 che questo pazzo non azzecca un singolo e, non bastasse, in questi anni non si è fatto nemmeno mancare il vagare senza meta alla ricerca della vituperata e odiosissima ispirazione (Londra, New York, Bristol e Parigi, tutto in meno di dieci anni, manco fosse un latitante…).
Forse, stringi stringi, caro Tricky Kid, è solo ora di riposare un pò.
Sito Ufficiale e Myspace dell’impiastro
Myspace della ex moglie (consigliato, è ancora bellissima)
Non mi ero accorto che le Azure Ray non pubblicavano un disco dall’ormai lontano 2003. Sette anni in cui i nomi di Maria Taylor e Orenda Fink sono rimbalzati da più parti a causa di collaborazioni varie (Moby, Bright Eyes). Probabile che il motivo di questa personale disattenzione fosse dovuto al fatto che il duo fosse legato ad una formula più che discreta, ma incapace di emergere nell’affollatissimo panorama del folk pop acustico. Dopo sette anni nulla cambia, giriamo intorno sempre allo stesso pugno di canzoni leggere di impianto acustico che sconfinano talvolta in ambito elettropop tirato a lucido. Tutto molto aggraziato, educatamente confezionato ed equilibrato; i brividi, però, albergano altrove. Drawing Down The Moon è un breve viaggio che gira in tondo e a velocità costante attorno allo stesso panorama. Niente di male, ma ogni tanto qualche brusca frenata o semplicemente una variazione di itinerario, renderebbero quello stesso viaggio qualcosa di più di una breve gita fuori porta.
Visita il myspace delle Azure Ray
Visita il sito di Orenda Fink
Qualcosa sembra muoversi nel mondo di questo poveraccio per cui sembrava ritagliarsi il ruolo di “Bob Dylan pre-1965″ degli anni dieci. Già me lo vedevo. Una vita costretta a rifare sempre le stesse cose (pezzi folk classici, voce stridula e acida, testi “sofferti”) ovviamente con due pesantissimi fardelli come l’essere svedese e il non essere Bob Dylan (una tragedia insomma…). A riguardo, la mia opinione personale resta peraltro che l‘accostamento meno ridicolo per la prima parte della sua carriera fosse con il buon Devendra Banhart (stesso cialtronismo fighetto e stesso maneggiare materiale di discutibile livello e farlo passare come una sorta di New Deal). Ma non divaghiamo perché è ora di parlare di questo fragile EP (che titolo!) che non è niente di leggendario ma, come già detto, sembra mostrare i primi segni di una discreta evoluzione nella carriera del nostro eroe. In primis, ci sono tre canzoni (su 5, non male come media) che non si dimenticano in venti minuti (The Dreamer, Little River e Like The Wheel). La prima, carina, è praticamente un pezzo di Bon Iver (o di S Carey, per chi lo preferisce), con una bella chitarra elettrica scheletrica (vi prego, nessun paragone con la “svolta elettrica” del maestro, per chi scrive, il momento più alto dell’essere umano con la scoperta dell’elettrocardiogramma). Le altre due, più classicamente TTMOE, si distaccano dalla media per l’ottima struttura melodica. Segnalo inoltre che del terzo pezzo esiste anche una versione bellissima solo per pianoforte (un ulteriore indizio di voglia di rompere con gli schemi pregressi?). Insomma, le cose per il nostro uomo si stanno realmente muovendo, la tournée in giro per l’America con S Carey non potrà fargli altro che bene e aumentare, ne sono certo, le possibilità che il prossimo disco sia il definitivo abbandono di ogni estremismo retro (il pericolo è diventare una macchietta e lui lo sa…). Forza Kristian, siamo tutti con te (ma anche no…).
(le foto delle Amiina sono di Elena Morelli e sono state scattate al Covo Club, a Bologna)
Stasera non riesco a scrollarmi di dosso la sensazione che le Amiina siano tristi per qualcosa. Non è quel loro spirito islandese, ci mancherebbe. Né il fascino raccolto di una musica che si rivela a gocce, con calma, intima. Tutto questo è già dato per assodato, e chi conosce il magico quartetto nato dalle costole dei Sigur Rós sa di certo cosa aspettarsi.
La location stasera è la Salumeria della Musica, un palco più grande, il locale chic, i piatti ricercati, il vino saporito. Il posto ideale per un abbinamento gastronomico perfetto. Eppure io le sento lontane, e non le vedo bene. Vorrei sudare scontrandomi i gomiti con mille persone attorno, o salire a bordo palco e chiedere finalmente di vedere tutti gli strani strumenti lì ammassati. Così era stato in principio, quelle le magiche emozioni che volevo ritrovare, gente pressata nei cappotti di qualche inverno fa.
Di oggetti strani davvero pochi, qualche interesse lo crea Fabio Antonelli altrimenti detto Musica Da Cucina - che proporrei ad Ikea per qualche evento legato a pentole e bicchieri in promozione. Manca ancora la magia. Purtroppo, bisogna non solo saper percuotere ciotole e mestoli a tempo, ma anche dar loro un senso.
Le Amiina si fanno aspettare. Le si è viste andare in pizzeria verso le nove, forse stanno digerendo. Poi finalmente salgono sul palco, in tre invece che quattro, accompagnate dai due ometti, batterista ed elettroniche, che ora entrano a pieno titolo nella performance. Ne manca una. Non riesco a deconcentrarmi da questa mancanza, quasi come se con lei mancasse un pezzo dello spirito. Perché le Amiina sono spirito. Le luci sembrano più buie, le musiche più oscure. I beat che ancorano le note a terra, atmosfere plumbee che i numerosi arpeggi non riescono a dissipare.
Manca la gioiosità, e l’intimità, il gioco coi campanelli. I gesti non si vedono. Le facce sono sfocate.
E allora scendo, e vado loro incontro. Mi compro il nuovo Puzzle, che in Italia è introvabile e/o non ancora pubblicato, e aspetto che l’incantesimo si dipani da lì. Non è mai troppo tardi, no?
Guarda le Amiina live
Vai al loro sito/compra Puzzle/scarica Over And Again
Primo appuntamento con la nuova (la decima!) stagione di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni mercoledì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
Enzo e la Fagotta in regia, la Donna di Prestigio in collegamento telefonico, il vino era rosso e i dischi nuovi erano tanti. Per cominciare bene l’annata abbiamo anche avuto un bel po’ di ospiti negli studi di Via Berretta Rossa, ma non per il solito concerto. Sono infatti venuti a trovarci Simone Rossi, Elena Marinelli e un sacco di amici musicisti e lettori. Il protagonista è stato Sbriciolu(na)glio, un libro che, come scoprirete ascoltando la puntata (e andando a curiosare tra i link), è anche un bell’esempio di DIY applicato alla letteratura.
Questa la playlist della serata:
Cinema Red and Blue – Ballad of a Vision Pure
Palpitation – I Lost and Died
Crystal Stilts – Shake the Shackles
Still Flyin’ – Dull Riff
PS I Love You – 2012
[in collegamento da Roma La Donna di Prestigio - ma non sappiamo se la rubrica si chiama ancora "Alcolismo & Moquette"]
Philip Selway – Beyond Reason (Error Operator remix)
Uochi Toki – Mi basta udire voci lontane per sentirmi a casa ovunque
Simone Rossi ed Elena Marinelli in reading
Scarica la puntata in mp3…
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:
Dust Lane è il sesto album in studio di Mastro Tiersen. Certo, potreste fare alcune aggiunte (i mondi favolosi, i saluti a Lenin e compagnia filmante), ma nel caso specifico sarebbe opportuno evitare il raffronto. Non per una questione qualitativa, quanto per atteggiamento (di Yann) e attese (le nostre). Roba, tra l’altro, ben chiara a chi ha assistito a qualsiasi live del nostro bretone preferito. Passata la (dovuta) commozione per i due minuti di Amèlie, il resto può cavalcare il post rock come adombrarsi in minimalismo slowiano, accettare paesaggi space, farsi Shannon Wright o divenire tindersticksiano per forma e sostanza (ricordate Les Retrouvailles?). Insomma, l’ometto gira e si diverte pure, trasfigurando le ombre in esplosioni. Poi arriva questo disco e resti spiazzato. In maniera positiva, sia chiaro, ma spiazzato. Un territorio nuovo, in cui Tiersen vaga ambizioso e convinto. Magari insieme a qualche amico (per dirne uno, il cupissimo Matt Elliott nella Chapter 19 di origine henrymilleriana) con cui vuole indagare il concetto di mortalità. Senza troppa tristezza, va detto, piuttosto come manifestazione di esperienze, dove l’inevitabile non annienta l’esistente. Così canzoni create spoglie e restie a qualsiasi orpello (nate da una chitarra acustica o un mandolino) lentamente hanno aumentato i loro strati, legandosi alla complicazioni delle tematica in potenza trattata. Una decostruzione dei brani su cui, poi, ricrerare un gioco di opposti, fra cori (ancora Elliott, anche Gaelle Kerren) ed archi ascensionali, mentre l’elettricità fugge pacata sotto le percussioni, con il piano, sobrio, a tentare di introdurci all’intimità (o alla fine, vedete voi). In questo un uso notevole di synth, in versione ancien règime, destinato ad una svolta elettronica curiosa solo nell’apparenza. Sommando le strutture quasi sino all’eccesso, evitato grazie al genetico atteggiamento (sottile) nella ricerca dell’emotività. Con classe intollerante. Ma questa non ha spiazzato nessuno.
Guarda tutto il concerto alla Route Du Rock 2010 dove è stato presentato Dust Lane
Ricorda che Shannon Wright è la divina
Ricorda cosa uscirà l’otto novembre