Siamo onesti, questo doveva essere un bonus disc, un plus, l’EP del download gratuito, la seconda metà di una limited edition, o deluxe che dir si voglia. D’altronde quel genere d’iniziative lì i Röyksopp se l’erano già prese sia con Melody A.M. che con The Understanding, entrambi affiancati da bonus e il cadeau lasciava sempre soddisfatti. Invece Senior viene fatto uscire con tutta la prosopopea del concept notturno, del fratello maggiore di Junior, la parte oscura, la senescenza, lo yin e lo yang ed ancora altro. Nei fatti queste nove tracce suonano più o meno come scarti di Junior, l’album più colorato, gommoso e irrimediabilmente pop del 2009. Un disco guardato male da molti, quello, perché puntava al mainstream come uno fa con la porta del bagno alla seconda o terza birra. I nove di Senior, se sono pezzi rimasti fuori dalla lista, lo sono perché c’entravano poco o niente con quelle montagne russe. Una differenza plateale tra i due bros è che laddove il fratello minore (eh, loro parlano così..) era pieno di ospiti alle vocals, questo nuovo è tutto strumentale. In quel caso la sfilza di cantanti, bravissime signore, tra cui Karin Dreijer (The Knife e Fever Ray), Robyn e Lykke Li, rischiava di togliere i riflettori ai due di Bergen. Come dire che la porta era quella giusta ma la tazza non è stata poi centrata bene bene. Così mi assumo la responsabilità di affermare che la versione instrumental di Tricky (Tricky Two) che sta su Senior è quasi meglio di quella cantata da Karin Dreijer su Junior. Nel disco più anziano si passeggia (piano, per via del femore) fra ambientalismi nebbiosi e annebbiati, electro al rallentatore, una mezza linea melodica de “Il Padrino” ripresa in The Fear (ma che strano titolo!) e un tentativo anche coraggioso d’imparentarsi con Beck in Forsaken Cowboy. Quindi il problema non è tanto nell’assenza del cantato quanto nell’assenza di un’invenzione degna e soprattutto di quei barocchismi a spirale di cui i due sono maestri assoluti. C’era una perla così nel bonus disc di The Understanding, uno strumentale intitolato Looser Now: salivi e imboccavi la curva e poi risalivi e rigiravi e poi smettevi di chiederti dove andavi, perché tanto in quel frullare c’era la risposta a questa e ad altre dozzine di domande. Uno scarto anche quello, se vogliamo, ma capace di far svoltare una giornata. Sul nuovo non c’è assolutamente nulla di simile. Si salva semmai The Drug, supportata da un video abbastanza orrorifico con belle donne, begli zombie, ambienti da bonificare, la poetica dei contrasti ed altre amenità. Pochino. Aspetto ancora il quarto disco dei Röyksopp.
Devo essere sincero, innanzitutto, e questa è una regola che Everett True ha trattato nel suo ormai famoso tweetcorso per aspiranti critici musicali dandone un risalto solo apparentemente scarso. Sarò sincero dicendoti che possiamo anche saltare la parte in cui ti dico che questo è un gruppo svizzero che fa folk americano, perché lo so che tu potrai farmi saltare i nervi mostrandomi quella risatina da quattro soldi come a dire “un gruppo svizzero che fa folk americano?”, fingendo di dimenticarti un sacco di storia musicale recente e soprattutto mostrando al mondo – e a me – la ristrettezza spaziale del tuo cerebello. Pensare che al primo anno dell’università che ci ha incoronati perdenti a progetto mi hai scassato le palle 24/24 con i Modena City Ramblers, per dire. Che poi è inutile fare paragoni: semplicemente non reggono. I Modena, e chi per loro, finiti a coverizzare Bella Ciao in loop continuo davanti alle platee del Primo Maggio, in qualche modo coartati in un’ideologia sinistrorsa istituzionale che si è sfasciata senza rimedio. Hanno perso contro Apicella, te ne rendi conto? I Modena.
Bene, pensavo questi pensieri da Nobel quando mi metto le cuffie e ascolto Charles the Bold. È perfettamente inutile farti la cronaca di quello che è a tutti gli effetti un disco di genere, e che quindi si fonda su una serie di a-priori che non vado a spiegarti e che possono sortire due possibilità: 1. disco bellissimo oppure 2. disco di merda. Ma te lo dico subito: Charles the Bold rientra nella variante numero 1. E non solo per la bravura agli strumenti, né per la voce morrisoniana, né per gli arrangiamenti in sé, o per gli archi teneri come il volo dell’ultima foglia marcia che ti cadrà davanti mentre aspetti chi non verrà più lungo il viale alberato più nebbioso della tua orribile città, ma perché questa è musica dell’umano, è una trama emotiva spoglia di molte architetture di questo diavolo di ciclo produzione/fruizione musicale, è fuori da qualsiasi hype, è fuori dal tempo e dallo spazio. Niente post, né neo, né freak, né free, né psych, niente prefissi vacui. Non è neppure prewar: è folk americano ed è fatto benissimo. Una musica umanamente sincera e sinceramente umana. Un impasto di sofferenza, speranza, coraggio, sudore, fratellanza. Mi viene voglia di accendere anzitempo il caminetto, ma qui vado avanti coi termosifoni – anch’io vivo in una orribile città – e allora non sarebbe poi una cattiva idea dare fuoco al palazzo. Sono stato sincero.
Kaleidoscope è un programma dedicato alla psichedelia in tutte le sue forme e in tutte le sue sfumature che va in onda tutti i martedì intorno alle 23.30 su Città del Capo – Radio Metropolitana.
Volutamente al suo interno non ci sono limitazioni di alcun tipo, né geografiche né sonore: si passa infatti con facilità dallo Haight-Ashbury a Canterbury, dal garage all’acid-folk, dal krautrock allo stoner, dai Love agli Os Mutantes, da Roky Erickson a Syd Barrett, dai Tintern Abbey ai Moffs, dagli Spacemen 3 ai Jennifer Gentle, e a tutto quanto possa in qualche modo (e a ragione) essere definito psichedelico.
Arrivati alla terza stagione, ci siamo finalmente decisi a compiere il grande passo, e così ogni settimana metteremo a disposizione qui su Vitaminic – che ringraziamo per l’ospitalità – il podcast della puntata del martedì precedente.
Questa volta, dopo un inizio di matrice Sixties, ascolteremo soprattutto brani estratti da dischi usciti di recenti, fatta salva una – speriamo gradita – parentesi dedicata al mondo dei Deerhunter.
Ecco, nel dettaglio, la playlist:
The Human Expression – Love At Psychedelic Velocity
Wolf People – Tiny Circle
Grinderman – Bellringer Blues
Deerhunter – Earthquake
Atlas Sound – River Card
Lotus Plaza – A Threaded Needle
Black Mountain – Rollercoaster
The Black Angels – Yellow Elevator #2
Probabilmente la chiave di lettura è un’altra. Per un certo numero di volte ho scritto/riscritto il report di Black Mountain a partire da un’analisi più o meno meta in merito alla musica che fanno, a quanto la fanno bene, a chi la ascolta, a chi non l’ascolta, a chi si prende bene o male a vederli dal vivo, al modo in cui hanno dato una torsione al loro suono in senso pop-folk venendo incontro in qualche modo al pubblico che hanno sempre –per ragioni abbastanza misteriose- avuto al di là del genere che suonano. Prima ancora l’ho scritto e riscritto cercando di definire musica in seno a ciò che sta succedendo nella mia/nostra vita, un quasi-niente che suona come tutto e a cui l’ultimo disco di Black Mountain è andato incontro creando intese che non sapevamo possibili e panorami musicali vecchissimi e in qualche modo inediti, un po’ come riprendere le fila di un discorso su cui sto tergiversando da fin troppo tempo in senso letterale o metaforico, parentele che forse non ci sono e non ci saranno mai, bisogni che spuntano fuori e non sai bene a che pro, o quanto ti faranno male, o chi ne dovrà pagare il prezzo. Poi magari la metà delle cose che senti sono pura idiozia, e dell’altra metà a chi legge non frega (giustamente) un cazzo di nulla. La verità, quanta ce ne può essere in un blog, è che per la maggior parte del tempo non abbiamo ben chiaro cosa rappresenta la musica e in che proporzione lo rappresenta nella nostra vita rispetto a ciò che facciamo, ai film che guardiamo e a ciò che abbiamo preparato per cena. Probabilmente, quindi, il modo giusto di vedere le cose è farsele raccontare in tempo reale dalla band stessa, nel silenzio ovattato di un Bronson strapieno di fan, mentre Stephen McBean molla le distorsioni, agguanta un’acustica e inizia a suonare una Buried By The Blues che t’inchioda basito al pavimento. È difficile dare conto di un momento così squisitamente perfetto e così squisitamente fuori da ogni ipotesi teorica e/o contingenza temporale e/o persona che ti trovi a fianco. La musica di Black Mountain stasera funziona soprattutto in se stessa, a prescindere da quel che c’è prima o dopo di essa –altri chilometri, altre persone, altre teorie, altri dischi –alcuni anche del gruppo stesso. A volte ci basta essere salvati per i cinque minuti che dura un pezzo, e la stessa assenza di prospettive di un incantesimo fragile e bellissimo come il concerto che la band canadese mette in piedi a Ravenna diventa l’unica prospettiva possibile, e quindi ora come ora di scriverne non se ne parla.
Confesso di non essere molto sorpresa, era inevitabile che prima o poi l’ego smisurato di Brandon Flowers sfociasse in un album solista. L’ambizione non gli è mai mancata, né tantomeno l’eccessiva sicurezza nei propri mezzi che spesso e volentieri gli impedisce di tenere la bocca chiusa. Un team di produttori a cinque stelle (Daniel Lanois, Stuart Price e Brendan O’ Brien) e tanta americanità per questo debutto in pompa magna, che ci mostra quali effetti possa provocare un delirio di onnipotenza come il suo.
Ascoltando Flamingo non posso infatti fare a meno di pensare a Las Vegas, non tanto per i riferimenti più o meno espliciti di cui è infarcito il disco, bensì per l’atmosfera vagamente kitsch che aleggia in ogni singola canzone. L’epicità di Welcome to Fabulous Las Vegas, la coralità di Only the Young, il country spiccio di The Clock Was Tickin’ (inclusa soltanto nell’edizione speciale), tutto è plasticoso, esagerato e pacchiano. Ci si ritrova immersi in questa abbuffata dissonante di melodie messe insieme quasi a forza, nello stesso modo in cui ci si muove tra gli strabordanti buffet degli alberghi che popolano la capitale del vizio. Flamingo tradisce una voglia di stupire a tutti i costi, ma non bastano le schitarrate eccessive, i falsetti o i cori altisonanti a farne qualcosa di più di una semplice copia sbiadita dei dischi dei Killers.
Se, dopo aver letto questo, pensate comunque di darci un ascolto, ricordatevi di tenere una pastiglia di Alka-Seltzer a portata di mano. Una bella indigestione vi attende dietro l’angolo.
Secondo appuntamento con la nuova stagione del podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni mercoledì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
Enzo e la Fagotta hanno sprecato tutta la puntata tutta a cercare di tirare fuori un discorso sensato dalla improbabile contrapposizione tra ammorbidente, amor proprio e detergenti sentimentali vari, in dubbio se fosse meno elegante il sarcasmo o l’ironia. Mancano alcuni collegamenti, i brindisi tra una canzone e l’altra hanno spesso il sopravvento, ma almeno la musica è come sempre quella buona, fidatevi.
Questa la playlist della serata:
The Lucksmiths – Get-To-Bed Birds
La Sera – Never Come Around
Big Troubles – Modern Intimacy
Spectrals – 7th Date
Young Wrists – July 1986
Cinema Red and Blue – Same Mistakes (Vic Godard cover)
Family Trees – Dream Talkin
No Age – Glitter
Let’s Wrestle – Crushing Nerves
Palpitation – You Kill Me
Frida & Ale Present – I Don’t Like To See Others Having Fun
British Sea Power – Zeus
Beach Fossils – Face It
Sul tavolo vicino al letto solo mozziconi di sigaretta, pezzi di carta scritti a mano e strappati, qualche cartolina di vecchi amici partiti per chissà quale viaggio. Julian Lynch, giovane talento nord americano, si presenta così, in punta di piedi ma con la consapevolezza della sua arte. I pezzi scorrono lentamente, un po’ svogliati, annoiati e stanchi come le acque del vecchio Mississippi, che non smettono di muoversi, di raggiungere la foce nonostante la vecchiaia, nonostante il mondo circostante non badi più all’eterno scorrere eracliteo. Il brano di apertura Just Enough proietta l’ascoltatore nello stato d’animo di chi ha scritto quel giro di chitarra che appartiene un po’ a tutti, come se in realtà lo conoscessimo già . Il resto si trascina nell’incoscio di chi sta nel dormiveglia, con ritmiche semplici e spezzate, voci allungate e soavi che non coprono il flusso dell’ensamble (Stomper). A quel punto il fumo di una sigaretta accesa farà da coreografia per le successive canzoni (Interlude, Sill Racing), danzando e disperdendosi in pochi passi. Con la traccia Ears si ritrova un punto d’appoggio, una chitarra che esce da un amplificatore, percussioni rotte e il solito ovetto percussivo di sottofondo che accompagna l’intero disco. La parte finale ricorda un misto tra Abbey Road e un languido Beirut. Julian conferma di essere una promessa della musica oltreoceano; ma prima di conoscerlo completamente dovremo aspettare che esca dalla sua cameretta per esplorare il mondo esteriore, spontaneamente.
Sostanza: Lasted è un disco di sostanza. Sono sempre terrorizzato quando mi passa tra le mani il disco di un cantautore; perché spesso capita che si tratti per lo più di un barboso folkster dall’ostinato fingerpicking, tutto preso da psichedeliche deviazioni tanto pindariche quanto futili. Ciò, fortunatamente, non accade nei dischi di Benoit Pioulard. La forma, ricca di sfumature, originale pur non eccentrica, vive della grande sensibilità di Thomas (Meluch) ed è espressa nei timbri medi e discreti della sua voce e della musica che l’accompagna. Nascono, così, quadri di atmosfere dreamy in cui schizzi di noise fanno da sfondo, sostenendo un binomio voce-chitarra sempre felice e mai noioso. La cosa più bella è probabilmente il tono sussurrato dei brani che ricorda un po’ Bon Iver, Elliott Smith e nei momenti più noise-folk i Tunng; non si va mai sopra le righe e, se talvolta ciò si configura come un rischio, in Lasted, invece è una cifra stilistica che è un pregio. È un disco che merita tempo e fiducia, dal momento che forse la partenza è un po’ stentorea o, comunque, non è ai livelli del resto del disco: i primi minuti sono un po’ troppo sperimentali per i miei gusti e suggeriscono un seguito che non è, per fortuna. Da Tie in poi sono tutti bellissimi pezzi molto cantautoriali di grande effetto (su tutti A Coin On The Tongue) la cui brevità è uno degli strumenti che concorrono alla qualità stessa dei brani. Quello che manca, probabilmente, è il pezzone definitivo, il classico pezzo-capolavoro che fa fare il salto di qualità al livello generale dell’album e, forse, per questo motivo, se ascoltato “a singhiozzo”, si rischia di dimenticare. E sarebbe un peccato.
L’infinita saga di sette pollici ed ep che gli A Classic Education (come tutte le band più cool, bisogna dire) hanno seminato in giro fino ad oggi sembra non arrivare mai ad una fine, che poi sarebbe l’effettivo debutto (un disco intero, addirittura!). Se da una parte la smania per ogni canzone che appare per sbaglio sul web cresce fino a sfiorare l’idolatria, dall’altra non possiamo che accontentarci saziandoci di questi minuti gioielli di ispirazione: Hey There Stranger arriva dopo quasi tre anni di concerti in giro per il mondo, segnando il perfetto assestamento della band bolognese su un sound ricercato e dettagliato nello stile. Canzoni fresche e limpide come onde, schiuma e salsedine, riccioli d’acqua che si infrangono sugli scogli e frizzano nelle orecchie come seltz, violini e tastiere che fioriscono rigogliosi come orchidee ai tropici, malinconie che non fanno mai in tempo ad intristire perché la serenità nelle chitarre è più forte di qualsiasi ricordo. Hey There Stranger è un esercizio di equilibrio tra entusiasmo e pacatezza, con riflessi di riserbo ed eleganza, in un ritratto che unisce i modi dell’avanguardia a quelli demodé (come la copertina, esatto). E allora ecco scivolare nel cuore primavere intense come in un disco degli Shins, ma con una morbidezza che gli Shins non potranno mai avere: l’indolenza delle voci, l’eco balsamico degli arrangiamenti e la straordinaria precisione coloristica delle melodie rendono questo ep qualcosa di prezioso, un piccolo e inatteso instant classic.
Burroughs, proprio lui, sarebbe orgoglioso di questa musica da saloon, se solo i bei saloon di una volta sorgessero tra i garage sbriciolati di queste periferie subumane. Non è affatto un bel modo per iniziare la recensione di un EP, ma un po’ di caratterizzazione paesaggistica non guasta. E cos’è se non un paesaggio schizoide questo In A Night Like This? Immaginati un’epica da Gold Rush strappata a forza dalle sceneggiature hollywoodiane, immergila in un mediometraggio ad ambientazione urbana, il colore virato in qualcosa di cianotico ad altissimo contrasto, fai un montaggio stroboscopico. Questo è uno dei migliori gruppi italiani degli ultimi anni. La riprova? Sta nel fatto che fuori dall’Italia vanno fortissimi. Un po’ come i ricercatori: quando si parla di fuga di cervelli, no? Mettiamo da parte per un momento l’ombra dei Birthday Party. In realtà potrebbe essere sufficiente il tremolo western delle chitarre a buttarti in mezzo alla foga da Grand Guignol. (In lontananza appaiono cactus tricipiti di colori improbabili. Segui le carovane trainate da bestie da circo, la gente è nervosa: fuma un po’ e datti una calmata. Sbollisci. Non ce la fai.) Sei già nel pieno di Loneliness Like Clouds Above, il ritmo parte serratissimo, scandito da una batteria al metronomo e inserti di percussioni industriali che ti dicono chiaramente – se non dovessero bastare le voci doppiate e l’impasto generale di rockarolla in acido da batteria – che chi è stato al mixer per finalizzare questo pezzo è di fatto un genio. Questo è uno dei migliori gruppi italiani degli ultimi anni, lo ripeto. La riprova? Prendi Leonard Cohen, mettigli in mano una delle mille siringhe che avrebbe usato Nick Cave dopo i Birthday Party, fagliela svuotare dentro un braccio: Leonard Cohen si metterà a cantare Twice Upon A Time, disseminando il tema quasi appalachiano con una quantità di perversione sonora che intaccherà eccome quella che resta comunque una folk song fumosa e sempre più malata. (Va bene anche Tom Waits, certo.)
Questi sono due pezzi di un EP composto da quattro canzoni. Gli altri due non te li sto a dire, un po’ perché ho finito lo spazio a disposizione e un po’ perché devo ribadirti un fatto importante: questo è uno dei migliori gruppi italiani degli ultimi anni. La riprova? Questo EP: compralo. E tutto il casino che sanno fare dal vivo: seguili, va’ per concerti, esci di casa. Non c’è nulla di buono in un TV Color spento. Aspetta che esca il disco lungo. Sarebbe già qualcosa, insomma.