Sufjan Stevens: The Age of Adz (Asthmatic Kitty)
Sufjan Stevens, forse, è il più grande cantautore americano vivente.
Ehi, se pensate che sia “uno dei più grandi viventi del mondo e anche non viventi”, io sono lì con voi. Avete a che fare con una che non vede l’ora che arrivi Natale per tirare fuori The Worst Christmas Ever e piange ogni volta che ascolta Seven Swans. D’altronde, ognuno ha i fan che si merita e ha solo senso che al più narcisista, eccessivo e iperbolico songwriter dopo Kanye West debbano toccare dei fanatici. O delle persone che lo odiano del tutto. E diciamocelo, allora: love him or hate him, sono poche le persone a cui Sufjan non fa né caldo né freddo, oppure quelle che non hanno un’opinione sul suo conto.
È per questo che, come gli altri lavori recanti la sua firma, The Age of Adz, “il disco elettronico di Sufjan” ha creato subito una fetta di estimatori e una – bella ampia – di detrattori. Qualcuno lo dice un capolavoro, qualcun altro una cagata pazzesca.
Da qualsiasi parte stiate voi, però, accettate un fatto rilevante: il disco non è arrivato all’improvviso. Si può quasi dire che il suo creatore lo abbia annunciato, prestato a poco a poco, offerto pezzo per pezzo.
Non so se vi ricordate di Enjoy Your Rabbit. Elettronico. O del fatto che a Natale scorso uscì una compilation natalizia davvero corsara, che fu bollata come un fake dai più perché non suonava neanche da lontano simile al resto dell’opus natalizia. Perché? Era tutta elettronica. E la zampa di Sufjan era invisibile. Avrebbe potuto essere un album suo, o di qualcun altro. Quando poi è arrivato The BQE, quel doppio mattone in cui il nostro amico scimmiottava, almeno nel concetto e nell’afflato metropolitano, George Gershwin, la stragrande maggior parte era: elettronica. E che dire di All Delighted People? Stesso discorso.
Ci tocca concludere, alla luce di tutto questo e facendo della profonda ermeneutica, che a Sufjan questa elettronica piaccia parecchio e, semmai, Swans, Michigan e Illinoise fossero il profilo visto da destra di Sufjan, il sinistro essendo proprio Rabbit e produzione afferente.
Ecco allora dove ci lascia Age of Adz: che vi piaccia o meno (o che piaccia o meno a me, e la risposta è non molto), questo è il suo disco definitivo, quello a viso pieno, in cui le due anime scintillano in eguale maniera. Detta in soldoni, elettronica, si, ma elettronica sinfonica, con il dubbio, che è quasi una certezza, che Stevens ci abbia portato per mano fino a qui, che fosse QUI che voleva arrivare. Alle stupende Vesuvius e Impossible Soul, ma anche a quel delirio poco sensato di Too Much, se è per questo.
Tutto questo fa dell’album una sorta di prova del fuoco. Un vero fan di Sufjan, sembra, dovrebbe adorare Age of Adz.
O almeno apprezzarlo.
O farci i conti.
Conviverci.
Sopportarlo.
Detestarlo non è un’opzione. Adeguatevi.
Guarda Age Of Adz live (qua sotto, anche se lui è sempre di spalle)





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Se n’è parlato già abbastanza, e il concetto sembra assimilato. Gli anni Ottanta come dimensione mitica dell’umano in cerca di intrattenimento mediale, la patina danzereccia del rampantismo sociale, l’industria del divertimento in preda a visioni fluo in cui primeggiano palme plastiche, giacche orrende con spalline orrende, aperitivi sinteticamente colorati, definizione da VHS. Il Mondo Da Bere, altroché. Poi questo Mondo Mitico è crollato a colpi di crisi economiche e sociali, il Sistema si è disfatto sotto le mazzate tragiche e rabbiose dei Novanta, la Rappresentazione Postmoderna ha ceduto il passo alla Realtà Contemporanea. Restano immagini falsate come su polaroid scadute, colori sgargianti mescolati a una nebbia di indeterminatezza fatta di Neo-Romanticismo e amfetamine. Quelli che sono nati mentre la parabola dell’ottimismo plutocratico ottantesco arrivava allo zenith e subito dopo sprofondava nel nulla – quelli lì adesso sentono questa cosa chiamata Nostalgia. Nostalgia del mondo che non hanno fatto in tempo a vivere. Nostalgia della musica che non hanno ballato mentre non corteggiavano nessuna donna che non gliela dava in nessun bagno con i rubinetti laccati né dentro nessun macchinone con gli interni in radica.
