Sufjan Stevens: The Age of Adz (Asthmatic Kitty)

Marina Pierri | 29/10/2010

Sufjan Stevens, forse, è il più grande cantautore americano vivente.

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Ehi, se pensate che sia “uno dei più grandi viventi del mondo e anche non viventi”, io sono lì con voi. Avete a che fare con una che non vede l’ora che arrivi Natale per tirare fuori The Worst Christmas Ever e piange ogni volta che ascolta Seven Swans. D’altronde, ognuno ha i fan che si merita e ha solo senso che al più narcisista, eccessivo e iperbolico songwriter dopo Kanye West debbano toccare dei fanatici. O delle persone che lo odiano del tutto. E diciamocelo, allora: love him or hate him, sono poche le persone a cui Sufjan non fa né caldo né freddo, oppure quelle che non hanno un’opinione sul suo conto.

È per questo che, come gli altri lavori recanti la sua firma, The Age of Adz, “il disco elettronico di Sufjan” ha creato subito una fetta di estimatori e una – bella ampia – di detrattori. Qualcuno lo dice un capolavoro, qualcun altro una cagata pazzesca.

Da qualsiasi parte stiate voi, però, accettate un fatto rilevante: il disco non è arrivato all’improvviso. Si può quasi dire che il suo creatore lo abbia annunciato, prestato a poco a poco, offerto pezzo per pezzo.

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Non so se vi ricordate di Enjoy Your Rabbit. Elettronico. O del fatto che a Natale scorso uscì una compilation natalizia davvero corsara, che fu bollata come un fake dai più perché non suonava neanche da lontano simile al resto dell’opus natalizia. Perché? Era tutta elettronica. E la zampa di Sufjan era invisibile. Avrebbe potuto essere un album suo, o di qualcun altro. Quando poi è arrivato The BQE, quel doppio mattone in cui il nostro amico scimmiottava, almeno nel concetto e nell’afflato metropolitano, George Gershwin, la stragrande maggior parte era: elettronica. E che dire di All Delighted People? Stesso discorso.

Ci tocca concludere, alla luce di tutto questo e facendo della profonda ermeneutica, che a Sufjan questa elettronica piaccia parecchio e, semmai, Swans, Michigan e Illinoise fossero il profilo visto da destra di Sufjan, il sinistro essendo proprio Rabbit e produzione afferente.

Ecco allora dove ci lascia Age of Adz: che vi piaccia o meno (o che piaccia o meno a me, e la risposta è non molto), questo è il suo disco definitivo, quello a viso pieno, in cui le due anime scintillano in eguale maniera. Detta in soldoni, elettronica, si, ma elettronica sinfonica, con il dubbio, che è quasi una certezza, che Stevens ci abbia portato per mano fino a qui, che fosse QUI che voleva arrivare. Alle stupende Vesuvius e Impossible Soul, ma anche a quel delirio poco sensato di Too Much, se è per questo.

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Tutto questo fa dell’album una sorta di prova del fuoco. Un vero fan di Sufjan, sembra, dovrebbe adorare Age of Adz.

O almeno apprezzarlo.
O farci i conti.
Conviverci.
Sopportarlo.

Detestarlo non è un’opzione. Adeguatevi.

Guarda Age Of Adz live (qua sotto, anche se lui è sempre di spalle)

Jefre Cantu-Ledesma: Love Is A Stream (Type)

Tomm. | 29/10/2010

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Lo chiediamo a te, Raymond. Come lo abbiamo chiesto a Jean-Claude, a Olivier, John e Mimì. Lo chiediamo al mare davanti a cui eri andato a vivere i tuoi ultimi giorni, a quel muro di nubi a picco sull’Oceano Pacifico. Lo chiediamo al vento, al buio della notte. Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, di-cosa-parliamo-quando-parliamo di immensa bellezza e profondità? Di cosa parliamo quando l’amore esplode e diventa inarrestabile, un fiume in piena impossibile da raccontare, una stanza senza forma, “shoegazing ambience for the (dream pop-drone)-noise generation”, una parete di colore e suoni e saturazioni e voci e melodie nascoste?
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Arandel: In D (Infiné/Self)

Daniele Piovino | 29/10/2010

arandel In DL’ufficio stampa della Infiné mi ha telefonato lunedì per dirmi che l’intervista si poteva fare. L’ennesimo ascolto è servito solo a definire alcune sensazioni: chiunque abbia concepito In D ha studiato musica classica e moderna, è cresciuto ascoltando electro e krautrock, adora il minimalismo newyorkese, è ambizioso, non si droga (o non ne ha più bisogno), e quando ascolta suoni MIDI mette mano alla pistola o un dito in gola. Altra cosetta: In D è un disco validissimo, pur soffrendo di un intellettualismo a tratti noioso. In sostanza, è minimal, techno e pseudo sperimentazione. E la variazione #5 ha qualcosa in più delle altre. Voci lontane e dissolvenze da missaggio dub, spazio sonoro scuro, abissale, sporcato da field recordings e scandito da un beat secco e quadrato. In tutte le tracce abbiamo a che fare con suoni ‘reali’: vietato usare campionamenti. Il concetto di fondo è molto vicino al risultato di una traslazione dal cinema alla musica del Dogma 95.

Ha il volto coperto da una maschera di legno.
“Non voglio essere visto, e non voglio parlare della mia vita. Se Arandel è un personaggio, io sono il burattinaio. Quando vai a uno spettacolo di burattini, non te ne frega niente della vita del burattinaio.”
Hai studiato musica in passato?
“Sono andato a scuola di musica all’età di tre anni. Quando ne avevo sei ho mollato. Non faceva per me.”
Come hai iniziato?
“Ho fatto un remix per una band, ma è stato rifiutato. Però ad Agoria è piaciuto molto, è stato lui che mi ha messo in contatto con la Infiné.”
Quando ho letto il titolo del tuo disco ho pensato al tributo di John Adams (In B) a Terry Riley.
“Il titolo indica una suite di variazioni in re maggiore (nella notazione di origine greca D = re, ndr), ma è anche un chiaro riferimento a In C di Riley.”

L’intervista completa la trovate qui. Io sono quello con la maschera di Clément Mathon. Siamo andati avanti per una decina di minuti. Poi ha suonato la sveglia. La barba, il lavoro, le cose.

Il MySpace di Arandel
Il video di In D#5
Il live set al Normandoux Infiné Workshop 2010 (download)

For A Minor Reflection: Höldum í átt að óreiðu (FaRM)

Marco Delsoldato | 28/10/2010

250_2803078 I For A Minor Reflection sono bravi, consapevoli e sanno fare quel post rock sbarazzino ed emozionale che tanto piace alla generazione vagante attorno agli Explosions In The Sky. Poi il post rock sarebbe (anche molto) altro ed il riferimento tanto atteso ai Mogwai (lo scriviamo subito) è pressochè sempre sbagliato (almeno dal punto di vista dei Mogwai, ossia il punto di vista da prendere in considerazione). Ha più senso, per certa fenomenologia del genere, guardare ai texani, solo che loro, a dispetto di tutti gli emuli/successori, hanno rispettivamente: gusto unico, eleganza rara, stile oltremodo personale e approccio sensibilmente punk. Ecco, i For A Minor Reflection queste cose le hanno solo in parte ed al menù aggiungono archi in divenire. Così, alla fine della fiera, Höldum í átt að óreiðu è un bel dischetto di (certo) post rock, preferibile a svariati prodotti similari, con i crescendo al punto giusto, le digressioni necessarie per il pathos, l’alternanza quiete/tempesta ben bilanciata e la sottile malinconia islandese rappresentata con tinte perfette (ed adattabili al piccolo mondo di Guareschi). Quindi piace e passa l’esame, sapendo, però, che fuori c’è (e c’è stato) tanto di diverso. Catalogazioni a parte.

Vai sul sito For A Minor Reflection
Guarda il video di Sjáumst Í Virginíu

Underworld: Barking (Underworldlive.com)

Dischi Disegnati | 28/10/2010

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Buoni e cattivi

Francesco Locane | 27/10/2010

deshommesetdesdieuxAmiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla quarta puntata della decima stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Oggi puntata a dir poco densissima: tra l’altro è la prima di due in cui vi regaliamo biglietti per l’ottava edizione del Gender Bender. Scoprite tutto qua.

Abbiamo iniziato con un film uscito la scorsa settimana: Cattivissimo Me, di Pierre Coffin, Chris Renaud e Sergio Pablos. Un film di animazione in 3D che ha fatto incetta nei cinema di tutto il mondo, che racconta la storia di un cattivo (ma lo è davvero?) che decide addirittura di rubare la Luna. Per quanto abbia diversi spunti divertenti, non ci ha convinto del tutto. Citazionismo a go-go, sebbene di grana più fine rispetto a quello della serie di Shrek, ma la Pixar è decisamente su un altro sistema solare.

Il trailer che vi abbiamo inflitto in questa puntata è quello di Dalla vita in poi, di Gianfrancesco Lazzotti, con Cristiana Capotondi nei panni di una Cyrano su sedia a rotelle. Perché tanto odio? Perché?

Non siamo riusciti a non fare un accenno a Gorbaciof, di Stefano Incerti: non riassumiamo qui perché neanche questo film ci abbia convinto del tutto; se vi va abbiamo provato a spiegarlo sul nostro blog.

Stakanovisti fino in fondo, abbiamo accennato ad “Archivio Aperto”, una bellissima iniziativa di Home Movies, prima di affrontare l’ultimo film in scaletta: si tratta del vincitore del premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes: Uomini di Dio, di Xavier Beauvois. Una storia dura che parla del massacro di alcuni monaci trappisti avvenuto sull’Atlante algerino negli anni ‘90, messa in croce (è il caso di dirlo) da un titolo italiano ancora una volta inappropriato, perché la forza del film è proprio il fatto di parlare di uomini e di Dio, come dice l’originale Des hommes et des dieux. Ve lo consigliamo.

Bene, è tutto: scriveteci a secondavisione (at) gmail (dot) com e alla prossima puntata!

Superchunk: Majesty Shredding (Merge)

Enrico Amendola | 27/10/2010

Majesty_Shredding-Superchunk_480Tutto quello che avrebbe dovuto essere in un disco dei Weezer degli ultimi anni è qui dentro. La pazienza è la virtù dei forti e i Superchunk, dopo Here’s To Shutting Up dell’ormai lontano 2001 hanno impiegato ben nove anni per sfornare un nuovo lavoro. Majesty Shredding ci riconsegna una band in stato di grazia, che non sembra invecchiata di un solo giorno, mettendo in fila undici gemme pop-rock taglienti al punto giusto e gonfie di melodie perfette e chitarre energiche. Il disco è come uno schiaffo di fresca brezza mattutina che ti mette in riga per affrontare la giornata, è un concentrato di grazia ed adrenalina miscelate in una festa di piena estate in cui passano la musica di Nada Surf, Dinosaur Jr., Guided By Voices e i Weezer dell’album verde. Ma il citazionismo fine a se stesso non rende giustizia ad una band che si basta da sola, che ha sfornato un disco che è semplicemente una delle cose più divertenti e piacevoli di questo 2010 in musica. Vento in poppa e i Superchunk, la giornata non potrebbe iniziare in un modo migliore.

Visita il myspace dei Superchunk

Shannon Wright: Secret Blood (Vicious Circle/Audioglobe)

Marco Delsoldato | 27/10/2010

wrightDiscussioni sulla discendenza divina se ne sono fatte in passato e se ne faranno in futuro, ma per una volta noi le evitiamo, essendo da tempo schierati fra i fedeli. Il clamore musicale (da Albini a Tiersen, passando per tutte le Chicago del mondo) è aupiscabile sia palese alla società consapevole e, chissà mai, intuibile dall’altra. Gusto, abilità (vivace come un Barbaresco Santo Stefano 1997) e maestria artigiana nello spaziare fra gli strumenti sono assodati dal 1999, epoca Flight Safety. Quindi, basandosi la critica sulla disperata ricerca della novità, l’analisi di Secret Blood dovrebbe essere concisa. Eccellenza era ed eccellenza rimane. Shannon Wright fa Shannon Wright come ai bei tempi, tornando a sporcarsi di ruggine dopo il romanticismo cerebrale sviluppato nel precedente Honeybee Girls (ed intuito in Let In The Light). C’è un ritorno alla nevrosi autorale (volendo louisvilliana) in brani come Violent Colors e Commoner’s Saint, l’abbandono della (comunque latente) bassa fedeltà elettronica  ed una scrittura talmente ispirata da far impallidire le potenziali rivali, destinate -come regola vuole- a sparire dopo due anni di non ascolto: la notturna Satellites e la carezzevole Dim Reader ne sono manifesto, anche se è il calore intimo vissuto attraverso Merciful Secret Blood Of A Noble Man (e prima stuprato dagli schizzi hardcore di Fractured) a far scattare l’applauso in più. Ed allora leggere il nome dei Black Flag in copertina non è solo omaggio a chi sempre dovrà essere ringraziato, ma anche una sorta di coerenza verso un’attitudine sonora da altri messa, con rapidità, sotto vuoto.

Ascolta Violent Colors
Black Flag: Room 13
Vai sul sito della Vicious Circle

(la foto in vetrina è di Elena Morelli, qui l’originale)

Kaleidoscope #2

Aurelio Pasini | 26/10/2010

a serious man

La seconda puntata di questa nuova annata di Kaleidoscope – il programma dedicato alla psichedelia in onda tutti i martedì alle 23.30 su Città del Capo – Radio Metropolitana – si apre e si chiude con un omaggio estemporaneo quanto sentito all’ultima pellicola dei fratelli Coen, A Serious Man. Compaiono nella sua colonna sonora infatti tanto il primo brano della serata, un classico dei Jefferson Airplane, quanto l’ultimo, un più tardo Jimi Hendrix dal vivo con la Band Of Gypsys.

Nel mezzo, brani a essi contemporanei di artisti più o meno – soprattutto meno – noti, dai Mayo Thompson (il leader dei Red Krayola) ai Remains, dai texani Golden Dawn a Gil Bateman, alle prese con un’inquietante riscrittura della celeberrima House Of The Rising Sun.

Insomma, tra pop solare, acid-rock e garage ce n’è davvero per tutti i gusti.

La playlist:

Jefferson Airplane – Somebody To Love
Golden Dawn – Every Day
The Remains – Don’t Look Back
Gil Bateman – Daddy Walked In Darkness
NGC-4594 – Colors
Mayo Thompson – Worried Worried
The Fun And Games – The Grooviest Girl In The World (single version)
Jimi Hendrix – Machine Gun

Ascolta il podcast in streaming

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Gold Panda: Lucky Shiner (Ghostly International/Notown)

Giampiero Cordisco | 26/10/2010

Se n’è parlato già abbastanza, e il concetto sembra assimilato. Gli anni Ottanta come dimensione mitica dell’umano in cerca di intrattenimento mediale, la patina danzereccia del rampantismo sociale, l’industria del divertimento in preda a visioni fluo in cui primeggiano palme plastiche, giacche orrende con spalline orrende, aperitivi sinteticamente colorati, definizione da VHS. Il Mondo Da Bere, altroché. Poi questo Mondo Mitico è crollato a colpi di crisi economiche e sociali, il Sistema si è disfatto sotto le mazzate tragiche e rabbiose dei Novanta, la Rappresentazione Postmoderna ha ceduto il passo alla Realtà Contemporanea. Restano immagini falsate come su polaroid scadute, colori sgargianti mescolati a una nebbia di indeterminatezza fatta di Neo-Romanticismo e amfetamine. Quelli che sono nati mentre la parabola dell’ottimismo plutocratico ottantesco arrivava allo zenith e subito dopo sprofondava nel nulla – quelli lì adesso sentono questa cosa chiamata Nostalgia. Nostalgia del mondo che non hanno fatto in tempo a vivere. Nostalgia della musica che non hanno ballato mentre non corteggiavano nessuna donna che non gliela dava in nessun bagno con i rubinetti laccati né dentro nessun macchinone con gli interni in radica. E tutto questo lo chiamiamo glo-fi.
Gold Panda assimila questa attitudine nostalgica rovesciando su Lucky Shiner tutta una gragnola di riferimenti all’Età Mitica di cui sopra: pulsazioni dance, sonorità lounge illuminate al neon, phaser a più non posso, electronicismi e campionamenti facili facili, rumorini scoppiettanti di vinili sepolti dalla polvere. Su tutto predomina una qualità primigenia di stanchezza post-party, quando ritorni a casa con i sensi annebbiati e da qualche parte sta nascendo il sole e i primi gabbiani assaltano ciò che resta del tuo falò sulla spiaggia. La bassa fedeltà della percezione si traduce nella bassa fedeltà della trama sonora, che richiama al Mondo Patinato mettendone in atto una nemesi invalicabile. È un disco molto exotico, una forma di saudade da Terzo Millennio, un Ur-Tropicana in crisi finanziaria perenne. Poi, a seconda del dosaggio del volume e dell’alterazione della tua coscienza, puoi ascoltarlo appena sveglio, metterlo come soundtrack da comodino, proporlo prima del concerto di Chiunque, suonarlo in heavy rotation sulla tua webradio, pomparlo e andare a ballare sottocassa, ascoltarlo in macchina. Sta bene un po’ dovunque, insomma. Come la Nostalgia, che a volte è indispensabile e a volte no.

Vai sul myspace di Gold Panda
Vai sul sito di Ghostly International
Vai sul sito di Lucky Shiner e ascoltalo tutto in streaming, oh yeah

Guarda il video di Snow and Taxis:

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