Black Mountain: Wilderness Heart (Jagjaguwar/Goodfellas)

Francesco Farabegoli | 13/9/2010

bmwhLa luminosità del carichissimo southern rock di The Hair Song, la traccia che apre Wilderness Heart, è probabilmente lo shock più brutale del nuovo disco di Black Mountain. Lo stesso titolo del pezzo ci porta in un mondo di macchine e musica a palla e libertà che – anche se la band canadese non l’aveva mai rifiutato negli episodi precedenti della propria storia – non aveva mai preso il sopravvento nel loro suono. Da lì in poi Wilderness Heart è una specie di viaggio d’affari del vintage pop nel quale le fughe psichedeliche per cui la band è diventata bene o male famosa sono quasi del tutto soffocate in favore del loro disco più pop e solare. Non è propriamente un disco per i fan, che ne hanno imparato ad amare le (tutto sommato non intensissime) asperità e probabilmente avrebbero gradito un disco ancora più psichedelico ed imprendibile. Piuttosto il nuovo Black Mountain è un disco di canzoni come quelli che  una volta uscivano a nastro, una raccolta senza un vero e proprio filo teorico a monte che si fa rispettare più per la qualità dei singoli episodi che per il discorso d’insieme; perchè alla fin fine quello su cui non si può discutere è che le canzoni a questo giro sono PODEROSE, come se tutti gli In The Future di questo mondo fossero da intendere come prodromi alla formula pop di Black Mountain e non viceversa. Quando partono le chitarre taglienti di Radiant Hearts è già diventato impossibile non fare il tifo. Disco eccezionale.

Scarica il video di The Hair Song

Scarica tracce da Wilderness Heart dal sito di Jagjaguwar

Philip Selway: Familial (Bella Union/Cooperative Music)

Simone Varriale | 13/9/2010

422Certi dischi ti fanno sentire stupido di default. Nel senso che nonostante l’eleganza formale e l’impeccabile confezione, fai fatica mettere a fuoco sia le motivazioni del progetto che la logica del sistema che lo sostiene. E sia chiaro che non mi riferisco alle ragioni personali di Philip Selway (più che rispettabili) o ai meccanismi dell’industria musicale. Intendo, più prosaicamente, che se scrivo “Selway Familial” su Google mi ritrovo circondato da persone che si sono garbatamente (talvolta velatamente) rotte le scatole ad ascoltarlo. Eppure sono (siamo) tutti lì a raccontarlo, regalando ad un disco onesto, ma sostanzialmente inutile, la visibilità che Selway merita SOLO come batterista dei Radiohead. Il nucleo concettuale del progetto si riduce a questo: il batterista di una delle band più conclamate del pianeta che, sorpresa, suona e canta senza far troppo rumore, talmente silenzioso da eclissarsi a dispetto del mumble mumble mediatico. Poi possiamo parlare dei raffinati arrangiamenti acustico-orchestrali, inventarci un nuovo crooning e discettare di britishness, ma io continuo a pensare che costui è garbato persino nel modo di aggiornare Twitter. Ci si sente quasi in colpa ad attaccare un progetto così complessivamente…pacato. Una qualità non disprezzabile se non fosse eletta a sistema estetico. Il che fa venir voglia di organizzare un pestaggio di gruppo dalle parti di Oxford.

Leggi l’intervista su Cooperative Music
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Mice Parade: What It Means To Be Left-Handed (Fat Cat/Audioglobe)

Enrico Amendola | 13/9/2010

mice-parade-coverSe dovessi conservare in una teca le schegge e i ricordi buoni dell’estate che si appresta a cedere il passo all’autunno, sceglierei questo disco dei Mice Parade come accompagnamento. C’è così tanta roba nella musica di Adam Pierce e della sua creatura, arrivata al settimo disco, che potremmo riempirci diversi armadi per il cambio di stagione. What It Means To Be Left-Handed piomba addosso tutto d’un fiato, ma non travolge, come se ci fosse un ordine metodico nelle mille, bellissime sfumature cangianti: pop, accenti caraibici, jazz, musica brasiliana, post-rock, si intrecciano e si fondono costruendo festose architetture sonore. Nonostante si rifugga dal concetto di strofa-ritornello-strofa, ogni brano ha una presa immediata e punta sulla fascinazione di suoni agrodolci ed armonie vocali delicate, adagiate su partiture più o meno spigolose. Dai Tortoise, ai Mum, dalla musica Caraibica ai Neutral Milk Hotel, ci sono infinte ed imprevedibili strade nelle tasche di un disco meravigliosamente e sorprendentemente vario. E la voglia di percorrerle tutte, fino all’ultima nota, è la ricetta migliore per godersi un bellissimo viaggio multicolore.

Visita il myspace dei Mice Parade

Indipendelta 2010 – 3/4 Settembre, Cavarzere (VE)

Alex Grotto | 9/9/2010

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TUTTE LE FOTO IVI PRESENTI SONO STATE SCATTATE DA ANNA BEGO E SONO UNA SUA GENTILE CONCESSIONE

Erano mesi che aspettavo arrivasse quel Venerdì. Prendo l’auto, passo a prendere gli amici d’ordinanza che oltre alle sigarette portano dubbi, domande e pregiudizi sulla serata. “Dov’è che dobbiamo andare?” “A Palazzo Silimbani” “Eh? Dove?” “In Grignella, vicino Cavarzere, dai, ci siamo andati a pescare quattro o cinque volte.” “Occristo, devo portarmi il fucile? Perchè lì non c’è nulla, si può sparare ad altezza uomo e al massimo beccheresti qualche ratto. Ma ci fanno i concerti lì? Per me arriviamo lì e c’è il solito rave coi fattoni di sempre. Dai, andiamo al baretto invece”. Siamo gente di campagna, poco religiosi, ci divertiamo con poco, la troppa gente e gli eventi così ci mettono a disagio.
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Dag för Dag: scarica il nuovo 5-song EP

Redazione | 8/9/2010

Sarah e Jacob Snavely sono due fratelli americani che dopo lungo girovagare si sono stabiliti a Stoccolma, hanno messo in piedi nel 2007 la loro band Dag för Dag (”giorno dopo giorno”) e da allora hanno diviso palchi con nomi del calibro di Kills, Wolf Parade, Lykke Li, Handsome Furs, Shout Out Louds e Cursive. Hanno già pubblicato un EP (Shooting From the Shadows) per Saddle Creek e un album (Boo) per Haldern. Il loro sound è stato definito piuttosto eclettico, ma di sicuro ci troverete dentro il lato più oscuro, quasi spettrale, del rock, dai Joy Division ai Cure, con una propensione per certe atmosfere spoglie da prima PJ Harvey, ma senza la stessa ruvidezza. In attesa di vederli in concerto in Italia (dal 10 al 14 novembre prossimi) i Dag för Dag rendono disponibile sul proprio sito un nuovo Ep in free download (basta lasciare l’indirizzo email). Tra le cinque tracce registrate insieme a Richard Swift è presente anche I’m the Assassin, uno dei momenti migliori dell’album Boo, per la quale i Dag för Dag hanno ora realizzato un nuovo video.

Here I Stay Festival 2010 (30, 31, 01/08/2010, Guspini)

Massimo Reali | 8/9/2010

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Esiste sicuramente un proverbio cinese o tibetano che recita una cosa del tipo “Per godere delle cose, devi perderle”. O forse è semplicemente un ricordo di una frase in pennarello rosa del diario di una compagna di banco delle medie. Ma non è importante la fonte in questo caso, perché quello che conta è il succo del discorso. Infatti mentre il lasso di tempo in cui tendenzialmente lasciamo i nostri computer per vivere il più possibile a stretto contatto con la natura (comunemente chiamato estate) è finito per tutti quelli seduti su questa parte del globo, riassaporare nella mente ciò che i cinque sensi hanno assaporato nei tre giorni di Here I Stay è qualcosa di crudele e salvifico allo stesso tempo.
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Lotus Festival – are you going?

Alice Lazzati | 7/9/2010

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Se Settembre vi sembra un mese un po’ triste con le sue piogge crescenti e quella malinconia d’estate, il Lotus Festival farà di tutto per farvi cambiare idea! Nato per inserirsi in quell’evento attesissimo che è il Festivaletteratura, ci sono mille motivi per affrontare le nebbie padane fino a Mantova. Innanzitutto il programma dell’evento principale del 10 settembre, che rispetta alla perfezione l’acronimo Lovers of the Unique Sounds. C’è il suono pestato e tutto feedback dei pisani Criminal Jokers già messo alla prova dalle affollatissime date estive. Ci sono i DID, prodotto da esportazione di Foolica Records (mente creativa ed editoriale del festival stesso) ed alfieri di un punk-funk dirompente e dancereccio. E ovviamente, c’è Stefano Fontana, aka Stylophonic, ormai resident dj dei Magazzini Generali a Milano e conduttore su Radio Deejay. Insomma, un appuntamento tutto da non perdere.

PROGRAMMA COMPLETO

10 settembre
Campo Canoa, Mantova

STYLOPHONIC
DID
CRIMINAL JOKERS

8/9 settembre
Chiosco 360 (Piazza Virgiliana, Mantova)

dj set a cura di
MOSCOVA DREAMERS
MICHELE TESSADRI

11 settembre
Chiosco 360 (Piazza Virgiliana, Mantova)

party di chiusura

INFO
mail: (ciao@lotusound.it) ciao (at) lotusound (dot) it
tel: 347 85 02 655

Marie Antoinette: Marie Antoinette Wants To Suck Your Young Blood (Picicca)

Amos Martino | 7/9/2010

mantoinetteIl titolo del disco è abbastanza terrificante, quanto meno per chi, come me, è piuttosto distante da proclami molto 90s, molto metallo pesante. Ma il disco di Marie Antoinette – al secolo Letizia – non è un disco metal, deo gratias. Confidando in un’etica abbastanza punk e da riot girl (se wannabe o no, non posso dirlo io), Letizia imbraccia la chitarra e dà inizio a una serie di strali personali in cui spleen e revanscismo femminista si intersecano a modelli, probabilmente lontani seppure esplicitati, come Giovanna d’Arco e Sylvia Plath. La musica che viene fuori è essenziale, immediata, dal momento che i colpi sulla chitarra raramente sono accompagnati da altro (dove per “altro” leggi “glockenspiel”); ma, tutto sommato, è perfettamente coerente con l’attitudine generale del disco. Marie Antoinette Wants To Suck Your Young Blood non entrerà mai nei miei ascolti – qualche chance la darei a un solo pezzo, Joan Of Arc, l’unico in cui spicca una certa melodia e un songwriting più controllato e che mi è affine – ma è un disco che mette curiosità, almeno agli amanti del genere. Ecco, se vi piace il rock femminile, nei momenti migliori potrebbe suonare come una Nina Nastasia al quanto incazzata o magari una PJ Harvey.

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No Age: Everything In Between (Sub Pop/Audioglobe)

Uno dei miei gruppi preferiti degli anni duemila si chiamava Wives, lavorava su territori albiniani con una foga terrificante. Il nucleo portante cambiò nome e genere musicale, diventò No Age e iniziò la sua scalata al gotha dell’indie con i buoni auguri di Sub Pop. Nouns non era un disco di Wives, manco per il cazzo, ma aveva una sua genuinità malata che conquistava: pop rumoroso stile quelle cose lì. Qualcuno iniziò a parlare di neo-Husker Du (il modo migliore per uccidere un gruppo in fasce) mentre iniziavano a spargersi le voci che li volevano gratuiti e fuori fuoco dal vivo. Alla loro passata in Italia sembravano ben presi ed animati da una genuinità malata che conquistava. Sembravano funzionare. Da allora è passato un paio d’anni, trascorsi perlopiù a vedere altra gente di questo giro uscire allo scoperto nel clamore generale ed affossarsi nel giro di quattro canzoni per motivi di varia natura. Il ciclone-Wavves, che ormai dovrebbe essersi calmato, ci ha spiegato che una delle strade per il futuro di questa gente è quella che passa per la normalizzazione e per l’ingentilimento del suono, così che ognuno possa mostrarsi -uhm- a carte scoperte. Dall’altra parte operano gruppi come A Place To Bury Strangers, che buttano la cosa sul teorico e aggiungono quante più maschere possibile. No Age sceglie di non scegliere, evolvendo naturalmente la propria musica nell’unica cosa che a conti fatti avrebbe potuto diventare, un power-pop che sa di surf e punk e SST. Dal punto di vista teorico è una vittoria sfolgorante: Everything In Between è un disco completissimo e articolatissimo e naturalissimo che conquisterà, a ragione, una grandissima fetta di gente. Io di mio continuo a chiedermi quanto sia servito osservare i corsi e ricorsi di questa scena come se da queste parti si stesse giocando la partita dell’indierock 2.0, se a conti fatti la sua espressione più compiuta (cioè appunto Everything In Between) somiglia clamorosamente a una raccolta di b-side degli Yo La Tengo. Ma probabilmente farsi troppe domande rende antipatici.

La pagina dei No Age sul sito Sub Pop
Ascolta/scarica il nuovo singolo Glitter
No Age: Daytrotter Session

Guarda No Age live al MoMA a NYC nel video di Ray Concepcion:

James Blackshaw: All Is Falling (Young God Records/Goodfellas)

Marco Delsoldato | 6/9/2010

james-blackshaw James Blackshaw l’ho visto per l’ultima volta a Maggio, all’ATP curato da quell’adorabile bruscolotto di Matt Groening. Ha aperto il festival il venerdì pomeriggio, intorno alle 16: orario in teoria un pò sfigato, perchè molti devono ancora arrivare ed altri sono in fila per prendere le chiavi dell’appartamento. Per chi, però, si fosse organizzato con intelligenza (io, per dire, ma anche lei) il momento sarebbe risultato quasi perfetto, visto il poco caos e l’intimità fisiologica. Aggiungendo la scelta strumentale blackshawiana il tutto si andava ad elevare esponenzialmente, assuefazione chitarristica compresa. Così l’amico della cricca Current 93 fece il suo concerto bello bello (il raddoppio dell’aggettivo è voluto), raschiando qualcosa del passato (periodo The Glass Bead Game, con alcune fuoriuscite precedenti) ed anticipando un pizzico del nuovo All Is Falling. Lasciando, va scritto oggi, spazio più all’immaginazione che al risultato effettivo. Perchè in quel concerto James Blackshaw fu molto James Blackshaw in versione classica, straziando le corde in (ottima) versione fingerpicker. Con gusto e classe, restando ben ancorato a quelle coordinate, nello sviluppo di una sensibilità emotiva modello Papa M. Poi, invece, si scopre che l’evoluzione accennata l’anno scorso oggi trova compimento, arrivando ad un neo classicismo affine a certa Western Vinyl (Balmorhea e non solo) diluito in otto episodi collegati e privi di titolo. Delicato anche nella densità di particolari (enfatici spesso, esagerati mai), ricco di arpeggi, scanalature e combinazioni, aggiungendo archi ai ricami della dodici corde, nella ricerca (a tratti assillante) di una forma compositiva sempre più strutturata su diversi livelli, curiosamente aperti anche ad aspetti percussivi. Attraverso un divenire cameristico (e a tratti cinematico), destinato a superare il piccolo culto di genere, perchè ormai troppo impressionistico per catalogazioni ovattate. Uno scarto in avanti per la carriera, poi il nicchiofilo potrebbe pure rimpiangere un poco dischi come Sunshrine. Ci sta, non sparateci addosso per questo.

James Blackshaw su Young God Records

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