Deerhunter: Halcyon Digest (4AD/Self)

Giampiero Cordisco | 20/9/2010

Una volta mi addormentavo con la musica, poi ho smesso. Adesso che sto ascoltando Halcyon Digest e sono perfettamente sveglio e sobrio, tanto da avventurarmi in questa fulminea recensione, ho delle cose da dirvi. Procederò con ordine, perché rischio di fare casino. La prima nota importante è che tutto il carrozzone del pop in sé è inutile, e non a caso si è arrivati alle suonerie per i cellulari. Da questo assioma potremmo derivare tutta una teoria sugli usi della popular music che se non fossi così buono non esiterei a tirare fuori. Ma voi volete sapere cosa mi dice questo disco, e quindi eccoci qui. Halcyon Digest è un disco saturo di onirismo: ogni elemento del suono va nella direzione di un recupero del ricordo in forma di sogno o di esplosioni percettive multiformi e imprendibili che brillano nella dissolvenza incrociata che porta lo stato di coscienza dalla modalità veglia alla modalità sonno. Se quello che ascoltiamo è un degno esempio di psych-pop fatto ad arte con richiami ora ai Sixties-con-la-frangetta ora a un certo alt-folk tutto americano (per tacere sul fatto che il groove quadrato di un pezzo wave come Desire Lines [capolavoro!] è precisamente ciò che gli Interpol non riusciranno mai a compiere), quello che invece NON ascoltiamo ma pure ci permea in maniera subliminale è proprio l’opera di dissolvimento cerebrale che si compie all’interno del tessuto sonoro. Da qui la sensazione di un album che stai ascoltando mentre il cervello stacca la spina e tu cedi alle lusinghe del cuscino – per tornare da dove siamo partiti. Il sottotesto ambientale e dronato, le riverberazioni sulle voci, le stesse voci che spesso si abbandonano a ingenue distorsioni perfettamente lo-fi, le chitarre che se acustiche suonano come clavicembali e se distorte sono impastate di fuzz ai limiti dello shoegaze, la batteria e le percussioni allentate in senso krauto, la generale vernice post-qualcosa di psichedelia alla morfina: sono tutti elementi di un recupero mitologico del passato musicale filtrato in una evanescenza corticale in cui i frame immaginativi si espandono secondo un’ignota M-Teoria Musicale che disegna brume, lande schiumose, riflessi di soli stanchi dietro i vetri opacizzati delle finestre dei bagni della mente, da dove partono stringhe di dimensioni nascoste che vanno da parte a parte di quest’universo a volte insensato. Non so se sono stato chiaro, quindi riassumo: compratevelo, e regalatevi un gesto di intelligenza. Basta rinunciare a tre aperitivi.

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Siskiyou: Siskiyou (Constellation/Goodfellas)

Marco Delsoldato | 17/9/2010

Siskiyou-album I Great Lake Swimmers sono il punto di partenza. Erik Arnesen ci collabora ancora, Colin Huebert no ed ha deciso di mettersi in proprio. La griffe è Siskiyou, la protezione è Constellation. Nella versione minoritaria, quella, per fare un esempio non troppo esaustivo (ma calzante), dei Clues, dove l’immaginifico viene tramutato in concreta indi(e)pendenza. Di classe, certo, però in quell’ambito. Huebert ha scritto canzoni, per lo più basate su uno schema acustico, poi Arnesen ci ha messo del suo. Con classe, ripeto, però la roba è quella. Fragilità nei testi, deragliamenti un pò alla Isaac Brock e tanta bassa fedeltà. Inquieta, eppure sottile. Tendente al cupo, eppure tenera nello scandagliare l’introspezione fra dubbi e rimpianti. Così le aggiunte sonore screziano senza mai un’esagerazione: banjo, chitarra, pianoforte, percussioni e poco altro, registrando i pezzi in giro per Vancouver (nelle camere di qualche albergo come nei parchi della città) attraverso un impatto diretto e fresco proprio nell’intimità. Un’intimità fredda, eppure coinvolgente come poche altre. Sempre per certi lidi, sia chiaro.

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Thomas Dybdahl: Thomas Dybdahl (Pias/Self)

Marco Delsoldato | 17/9/2010

thomas Thomas Dybdhal gira da una decina d’anni nell’autoralità di basso regime, un pò esistenziale e sporcata di romanticismo per legge non scritta. In breve, la neve norvegese lo ha spinto alla chitarra e non allo sci di fondo, scelta rispettabile,  pur, forse, non pienamente azzeccata. Meglio sarebbe stato, presumiamo, restare legato all’ambito jazz, dove pare abbia mosso i primi passi. Tuttavia qui i (doverosi) rimandi vanno a Nick Drake e corte successiva, sino, volendo buttare un altro nome, all’amico e collega Damien Rice. Senza particolari colpi di scena, con molta linearità,  si resta spiazzati solo nelle distorsioni anche orchestrali di Something Real, ma è eccezione e non regola. Il problema serio è che siamo davanti ad una raccolta dei migliori quattro album dell’amico nordico. Eviteremmo approfondimenti.

Il sito di Thomas Dybdhal
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Galactic: Ya-Ka-May (Anti/Self)

Enrico Amendola | 17/9/2010

yakamayOgni tanto bisogna pur prendersi una pausa dalla routine indie-rock-folk-pop-lo-fi che tempesta la maggior parte dei nostri ascolti. Per intervallare la quotidianità dei suoni che offriamo alle nostre orecchie con qualcosa di diverso può andar bene questo progetto dei Galactic, noti nella scena hip-hop di New Orleans. Ya-Ka-May si fregia della collaborazione di una serie di artisti della sfortunata e affascinante città della Louisiana, offrendoci un melting pot di generi che dal soul-funk arrivano al rap di strada in stile bounce (una forma di rap più aggressivo tipico di quelle zone). L’album è uno strumento affascinante per approcciare suoni dall’impostazone classica, ma dalla forma modernisssima. Come tante operazioni del genere soffre di alti e bassi e nel complesso convince pur senza poter ambire alla lode. Se non ponete limiti ai vostri gusti, provate ad immergervi in queste atmosfere calde e metropolitane, assaggiando un pezzo della New Orleans contemporanea, potreste trovare ciò che incosapevolmente stavate cercando.

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Uochi Toki: Cuore Amore Errore Disintegrazione (La Tempesta)

Alex Grotto | 17/9/2010

UochiToki1Dati alla mano risulta che il 90% degli esponenti di sesso femminile in circolazione sia predisposto ad affermare che “Il romanticismo è morto!” per stilettare presunti compagni di sesso maschile che non offrono la cena o si rendono disponibili a relazioni interpersonali (con lo scopo di concludere in uno scambio di fluidi corporei gratuito) solo dopo la partita. La statistica è molto simile a quella secondo cui, presso gli old-schooler che ne sanno a pacchi, “Il Rap in Italia è morto”. Napo e Rico caricano a testa bassa questi due luoghi comuni con le dieci tracce che compongono Cuore Amore Errore Disintegrazione, ci prendono sottobraccio e ce lo spiegano loro come si fa a capirle, le donne, e come si fa a rivalutare un genere finito tra le fauci di gente zeppola-munita fatta con lo stampo. È il tassello mancante, il settimo, di una discografia eterogenea nel modo di raccontare la dimensione umana di una socialità scrausa: li avevamo lasciati con il manuale di sopravvivenza alla vita più o meno adulta di Libro Audio ed è positivamente disarmante ritrovarli alle prese con una tematica come l”‘amore” tra virgolette (molte virgolette) e tutta la solita serie di digressioni filosofico-esistenziali, marchio di fabbrica della scrittura di Napo. Come nella realtà, c’è una massiccia dose di situazionismi, incontri, ironia di fondo a delineare un’ars amatoria da disadattati che la sanno lunga: reale, nuda, cruda e soprattutto sentita e condivisibile. O meglio, io condivido un sacco di cose raccontate qui dentro e musicate dal lavoro di ricerca, recupero, svuotamento di cantine operato da Rico, il quale non si è solamente limitato a scavare negli archivi del proprio studio di registrazione per trovare gli immancabili suoni sghembi e VST realizzati da chissà chi, ma ha anche processato in presa diretta strumenti suonati per l’occasione da Bruno Dorella (OvO) e Lucio Corenzi (Luther Blissett). Il risultato finale è come un corso di abbordaggio tenuto in una fabbrica che sta per essere svuotata dall’ufficiale giudiziario: breakbeat grezzi, inquietudine e disagio, ma addirittura campionamenti di archi e sitar (quello di Alessio Bertucci), titoli delle tracce lunghissimi e minutaggio importante. Serve del tempo per digerire il flusso che esce da questo disco, sicuramente il più completo ed elaborato del duo, ma posso capire che attributi come “completo ed elaborato” avvicinati ai Uochi Toki possano non avere valenza positiva. Allora ne userò uno più chiaro e meno equivoco, tipo “discone”.

Il video ufficiale di Permettendomi artifici spontanei

Grinderman: Grinderman 2 (Mute/ANTI-)

Giampiero Cordisco | 15/9/2010

grind giusteTe ne accorgi dai loop in reverse che accompagnano l’arpeggio introduttivo, prima dell’ingresso col fucile spianato della linea di basso: il secondo capitolo del progetto Grinderman ha un livello di produzione ben diverso dal primo, e se hai seguito la cosa capisci bene che Lazzaro, nel frattempo, ha fatto la sua parte. Grinderman 2 è, ancora, una versione aggiornata del blues mescolata con quell’attitudine post-punk tutta caveiana, come eravamo abituati dai Birthday Party, per restare in tema.
Tutto il disco si tiene in un amalgama sonoro che ammorbidisce le asperità più ruvide e garage del primo album. La qualità delle distorsioni, il tutto pieno, l’atmosfera bruciacchiata e mefitica e lontanamente psicotica, quel rullante aperto e profondissimo, i dettagli degli arrangiamenti, la compressione del basso, gli archi nella bellissima When My Baby Comes, il pitch-shifting di Bellringer Blues, i cori immancabili e splendidi, la stessa voce di Nick Cave che sembra – e dico “sembra” – tornare agli antichi fasti baritonali: Grinderman 2 è un disco prodotto con perizia eccellente, è un disco rock che ti dice come dovrebbe suonare un disco rock nel 2010.
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Antony & The Johnsons: Thank You For Your Love (Secretly Canadian)

Amos Martino | 15/9/2010

Cosa scrivere di Antony che non sia già stato detto, scritto e ripetuto? Poco, nulla, forse. Se, infatti, parlassi della grazia cristallina, della cura, della ricerca di perfezione ed eleganza cosa direi di nuovo? Niente. Antony è tutto questo – al di là di incomprensibili o incomprese partecipazioni – e questo EP è una tappa ulteriore da custodire tra i punti più interessanti della sua discografia. La forma dell’EP – che, tra l’altro, mi fa ricordare che Antony l’ho conosciuto grazie al meraviglioso The Lake, regalatomi da un amico – lascia senza fiato, perché è impossibile staccare l’orecchio dallo stereo anche solo per un secondo; i brani, tra cui ci sono le cover di Pressing On di Bob Dylan e Imagine di John Lennon, mostrano nuove sonorità che – title track a parte – si muovono verso un leggero fingerpicking su ampi tappeti discretamente ambient. Del nuovo disco farà parte il brano che dà il nome all’EP e che, dicevamo, suona in maniera diversa dagli altri; sembra proprio un a parte, in cui un istinto soul più classicamente in stile Antony emerge senza esitazioni e in un crescendo convinto. Thank You For Your Love anticipa l’uscita del long playing Swanlights, in Europa via Rough Trade e via Secretly Canadian in USA.

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Heraclite: s/t (Naxo Prod/Urgence Disk)

Enrico Amendola | 15/9/2010

timthumb.phpLa tentazione forte, arrivato circa a metà scaletta, era quella di lanciare il disco dal balcone e vederlo luccicare in volo per poi schiantarsi senza pietà sull’asfalto bollente. Un piccolo e sadico piacere che poi è un po’ sfumato per la curiosità crescente di capire più precisamente volessero comunicarci gli Heraclite con la loro musica. La certezza più grande è sicuramente quella che non si sentiva il bisogno di un disco cantato in greco antico, cosa per la quale saranno in pochi temerari a dissentire. D’altro canto qualcosa di buono nelle trame strumentali c’è; il dance-rock tribale che accompagna le incomprensibili parole, dotate di una musicalità pari a quella di un tedesco che bestemmia da dentro un imbuto, è sufficientemente credibile e molto naif. Peccato solo che tutto il contorno renda l’album qualcosa di inavvicinabile ai più. Consigliato solo ai temerari degli ascolti e ai supersnob che trovano interessante qualunque stranezza. Per tutti gli altri sarà solo una cacofonica tortura, un discreto sottobicchiere oppure un piccolo fresbee d’avanguardia.

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Mount Kimbie: Crooks & Lovers (Hotflush Recordings)

Tomm. | 15/9/2010

Anticipato dagli EP Maybes e Sketch On Glass, splendidi cristalli di intelligenza dubstep/techno pubblicati dalla Hotflush Recordings di Paul Rose/Scuba (era il 2009, era il nostro piccolo segreto inatteso…) più una raccolta di remix su doppio 12″ (con contributi di Instra:mental, James Blake, FaltyDL, Tama Sumo & Prosumer…) e svariati rework per altri artisti (Foals, LV & Untold, Andreya Triana, The xx -con cui hanno anche condiviso alcune date del tour- su tutti), Crooks & Lovers è un LP fatto di niente, ovvero di tutto ciò che ci circonda. Field recordings, chitarre acustiche, voci raccolte qua e là, cut-up, pianoforti, accordi abbandonati e basi intorpidite che cadono nel nulla. Un album affollato diluito in mille sfumature silenziose e nascoste -un disco pieno di roba, eppure leggerissimo- in cui sono i buchi, le imperfezioni, le pause sbilenche e i frammenti irrisolti a fare la differenza.
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Peter Broderick: How They Are (Bella Union/Cooperative Music/Self)

Marco Delsoldato | 13/9/2010

brod Il rischio dell’eccesso di entusiasmo nel valutare Peter Broderick è alto solo per colpa di Peter Broderick. Perché (fortunatamente) è raro incontrare abilità modern-classical in chi, seppur in altri luoghi rispetto ai canonici, potrebbe benissimo essere un songwriter da top ten dell’emotività elettroacustica. Ed è ancor più raro (sempre fortunatamente) riuscire a miscelare i vari talenti in un romanticismo decadente e malinconico, nostalgico e lieve, narrativo e minimale, senza mai sfiorare tinte edulcorate da tendenze post estive (scrivere autunnali parrebbe offensivo verso l’autunno e verso lo stesso Broderick). Infine, rarissimo, o qualcosa di più, è non ricadere mai in una (persino logica) assuefazione a tanta magia, colpa (eventuale) che non potrebbe comunque condurre ad alcun castigo. Eppure il rischio non si è mai corso e nemmeno lo si intravede in How They Are, dove, volendo proprio giocare di rimandi, è possibile individuare un presunto centro istintivo dei diversi approcci, in realtà spesso legati, vuoi solo per eleganza e gusto. Insomma, stando ad alcune avventure soliste, si trovano gli stampi molteplici (orchestrali, variegati, versatili) di Float, come il maggior apporto acustico alla canzone  (personalmente folk) presente in Home, scartando ancora in avanti per la ricerca dell’intimità, questa sì da definirsi, senza remore, autunnale. C’è, allora, la chitarra (può salire e scendere, diventa accessibile, permette di respirare) e soprattutto il piano (come certa Type Records insegna, come Satie ha descritto nei secoli e nei secoli), marcato da strazi emotivi dove crogiolare ogni tristezza necessaria per il concetto farabegoliano di stare bene, mentre in altri istanti la (non casuale) ariosità è semplice (un po’ come i fluidi attraversati da Docile) e carezzevolmente manifesta. È un discorso, alla fine, di stile: anche quando la complessità aumenta, con la necessaria indolenza, il mood non muta, anzi, picchia con ancor più forza nell’emisfero cerebrale della delicatezza contemporanea, lasciando nel nulla ogni possibile rimpianto musicale. Ed è qui che ti accorgi del solito entusiasmo, ma sei a un punto di non ritorno e non ti interessano ipotetici eccessi. Forse perchè assenti.

Guarda il video di Sideline
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La pagina MySpace di Peter Broderick

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