Deerhunter: Halcyon Digest (4AD/Self)
Una volta mi addormentavo con la musica, poi ho smesso. Adesso che sto ascoltando Halcyon Digest e sono perfettamente sveglio e sobrio, tanto da avventurarmi in questa fulminea recensione, ho delle cose da dirvi. Procederò con ordine, perché rischio di fare casino. La prima nota importante è che tutto il carrozzone del pop in sé è inutile, e non a caso si è arrivati alle suonerie per i cellulari. Da questo assioma potremmo derivare tutta una teoria sugli usi della popular music che se non fossi così buono non esiterei a tirare fuori. Ma voi volete sapere cosa mi dice questo disco, e quindi eccoci qui. Halcyon Digest è un disco saturo di onirismo: ogni elemento del suono va nella direzione di un recupero del ricordo in forma di sogno o di esplosioni percettive multiformi e imprendibili che brillano nella dissolvenza incrociata che porta lo stato di coscienza dalla modalità veglia alla modalità sonno. Se quello che ascoltiamo è un degno esempio di psych-pop fatto ad arte con richiami ora ai Sixties-con-la-frangetta ora a un certo alt-folk tutto americano (per tacere sul fatto che il groove quadrato di un pezzo wave come Desire Lines [capolavoro!] è precisamente ciò che gli Interpol non riusciranno mai a compiere), quello che invece NON ascoltiamo ma pure ci permea in maniera subliminale è proprio l’opera di dissolvimento cerebrale che si compie all’interno del tessuto sonoro. Da qui la sensazione di un album che stai ascoltando mentre il cervello stacca la spina e tu cedi alle lusinghe del cuscino – per tornare da dove siamo partiti. Il sottotesto ambientale e dronato, le riverberazioni sulle voci, le stesse voci che spesso si abbandonano a ingenue distorsioni perfettamente lo-fi, le chitarre che se acustiche suonano come clavicembali e se distorte sono impastate di fuzz ai limiti dello shoegaze, la batteria e le percussioni allentate in senso krauto, la generale vernice post-qualcosa di psichedelia alla morfina: sono tutti elementi di un recupero mitologico del passato musicale filtrato in una evanescenza corticale in cui i frame immaginativi si espandono secondo un’ignota M-Teoria Musicale che disegna brume, lande schiumose, riflessi di soli stanchi dietro i vetri opacizzati delle finestre dei bagni della mente, da dove partono stringhe di dimensioni nascoste che vanno da parte a parte di quest’universo a volte insensato. Non so se sono stato chiaro, quindi riassumo: compratevelo, e regalatevi un gesto di intelligenza. Basta rinunciare a tre aperitivi.
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Ogni tanto bisogna pur prendersi una pausa dalla routine indie-rock-folk-pop-lo-fi che tempesta la maggior parte dei nostri ascolti. Per intervallare la quotidianità dei suoni che offriamo alle nostre orecchie con qualcosa di diverso può andar bene questo progetto dei
Dati alla mano risulta che il 90% degli esponenti di sesso femminile in circolazione sia predisposto ad affermare che “Il romanticismo è morto!” per stilettare presunti compagni di sesso maschile che non offrono la cena o si rendono disponibili a relazioni interpersonali (con lo scopo di concludere in uno scambio di fluidi corporei gratuito) solo dopo la partita. La statistica è molto simile a quella secondo cui, presso gli old-schooler che ne sanno a pacchi, “Il Rap in Italia è morto”.
Te ne accorgi dai loop in reverse che accompagnano l’arpeggio introduttivo, prima dell’ingresso col fucile spianato della linea di basso: il secondo capitolo del progetto Grinderman ha un livello di produzione ben diverso dal primo, e se hai seguito la cosa capisci bene che Lazzaro, nel frattempo, ha fatto la sua parte. Grinderman 2 è, ancora, una versione aggiornata del blues mescolata con quell’attitudine post-punk tutta caveiana, come eravamo abituati dai Birthday Party, per restare in tema.
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