S Carey: All We Grow (Jagjaguwar)

Francesco Mari | 30/9/2010

SCarey_AllWeGrow_1282596290Di questo disco troverete facilmente in giro precedenti recensioni tanto entusiastiche quanto magniloquenti. Nessun problema, per carità, perché il disco solista di Sean Carey è piaciuto anche al sottoscritto. Il problema è che non sono un tipo fantasioso, non ho tempo da perdere e quindi non aspettatevi riferimenti a musica “alta”, prevedibilissimi accostamenti con la musica di Bon Iver ed altre castronerie. La storia è infatti molto semplice da raccontare.
Sean Carey, dopo aver girato il mondo con il buon Justin Vernon, ha sentito che ce la poteva fare “da solo” e il risultato è questo All We Grow. Ottimo disco, semplice, pulito e onesto, in fondo l’unico disco che uno si poteva aspettare da un personaggio che viene dalla provincia dura (Lake Geneva, Wisconsin), che si è laureato in loco (UWEC, link a disposizione per chi volesse chiedere un PhD) e che ha passato gli ultimi anni della sua vita in compagnia di Justin Vernon che, come tutti sapete, viene anche lui dal Wisconsin (Eau Claire, per la precisione) e che si è inoltre laureato nello stesso campus (dove i due sono gli idoli locali, tra parentesi). È ovvio che le atmosfere del disco risentano e molto della collaborazione con il nostro eroe amante delle baite. In fondo stiamo sempre lì, nel caldo abbraccio della buona musica popolare americana. Pensate poi che Sean attualmente è in tour sulla west coast con quell’altra sagoma di The Tallest Man On Earth (immagino le risate che si fanno…) e, come scrive sul suo tumblog, vorrebbe fermarsi per strada “a pescare”. Avete capito bene. E voi, a uno così, volete contare i soldi in tasca? Insomma comprate questo disco e non rompete. Perché? Perché è bello e non vi prende per il culo (merce rara). Poi se ci volete cercare dentro la spiegazione del fallimento di tutto, beh, è un problema vostro.

Myspace e Tumblog del nostro amico.

Joanna Newsom live @ Teatro dal Verme, 27.09.10

Marina Pierri | 30/9/2010

040308_newsom_web(foto da observer.com)

Prima di iniziare con il vero resoconto dell’evento, desidero fare alcuni importanti considerazioni a margine, che DOVREBBERO impattare sulla vostra lettura.
Utile farle prima, dunque (si chiamano “pre”messe non per niente).

1) detesto vedere i concerti in teatro. È bello stare seduti, ok, ma non ci si può muovere: se si deve andare in bagno bisogna fare alzare una media di dieci persone; si è costretti a sentire il chiacchiericcio e/o i commenti deficienti di quelli che ti sono attorno a 360°; se si ha cibo/birra serale/vino in corpo il buio e la musica sortiscono l’inevitabile effetto ninna nanna. Soprattutto, però, non ci si può avvicinare all’artista in nessun modo e per vedere l’esibizione in maniera decente bisogna stare con il coltello in bocca davanti al computer, il giorno il minuto l’ora che si aprono le prevendite (ho visto pochi concerti non in prima fila, nella mia vita. Perché? Sono, beh, bassa). E tutto questo è stressante. Molto più stressante dello stare  45 minuti in piedi, ve lo assicuro.

2) non avevo mai visto Joanna Newsom dal vivo. In realtà sono anni che la rincorro e per una ragione o l’altra non ce la faccio mai. A questo giro, biglietti alla mano, ero arrivata al traguardo ma avrei volentieri barattato la baracca per divano + Boardwalk Empire + Mad Men. Era un lunedì, accidenti.

3) andavo al concerto con la drammatica certezza che Have One On Me, per quanto meraviglioso (il che la dice lunga sulla qualità dell’artista) non potesse mai reggere – in nessuna sua parte – il confronto con Ys (il che la dice ANCORA più lunga sulla qualità dell’artista).

Finito. Ora, lo svolgimento.

I miei biglietti erano per la fila 13, assieme a gran parte della stampa (almeno, chi ho visto). Non proprio vicinissimo, quindi. La mia mente era impegnata, tutto il tempo, a fare un gioco tipo Settimana Enigmistica: unisci i puntini della faccia di Joanna Newsom (continuando a ricavarne un’ipotetica somiglianza con Helen Mirren, ma vabbé).

Non riuscivo a distogliere lo sguardo dai capelli di lei: perfetti, lucidi sotto i riflettori, mossi sulle lunghezze come se avesse tenuto una treccia per diecimila ore e li avesse sciolti per lo show. Non erano capelli da parrucchiere, insomma. Erano i suoi. E tanto era sufficiente, oltre al resto – il fatto che lei sia alta e bellissima, per esempio – ad esaltare lo splendore naturale della ragazza, di anni 28. Altri particolari degni di nota sono: aveva un vestito a quadratoni anni cinquanta, i tacchi alti e, beh, basta. E avanza, no? Poi. Joanna rideva. Non il tipo di sorriso convenzionale, per il pubblico, buttato lì a caso per convenienza. Apriva la bocca e tirava fuori un suono di autentica felicità. Sembrava adorabile. Molto lontano dal quadro che mi hanno sempre dipinto, cioè, pressappoco, quello di una reginetta di bellezza superba e sprezzante. No, non la persona che ho visto io. È vero che erano 70 minuti soli, è vero che ero a distanza notevole, ma nulla di lei mi ha colpito in negativo; certo non il piglio, o il comportamento.

E la musica, che musica! Le mani, saette sull’arpa e poi battiti di ali sul pianoforte. La voce, peraltro, molto meno miagolante che su disco (mooolto di meno, quasi normale, ecco). Ha iniziato con Bridges and Balloons, nota canzone incantabile socialmente o sotto la doccia per la scala di toni modulata in due minuti soli. Ha tirato fuori Easy, Have One On Me e qualche altra buona cosa del nuovo. Come c’era da aspettarsi, però, cuori e anime si sono strette attorno a Cosmia e Monkey & Bear, a riprova definitiva della schiacciante superiorità del vecchio rispetto al nuovo. Dal live, però, emerge una differenza strutturale, e quasi solo tale, tra i due dischi: coesissime e ovviamente fiabesche le suite di Ys, sfilacciati e anni settanta (si è parlato di Joni Mitchell non a caso) i pezzi di Have One On Me. Si possono mettere sulla bilancia meglio e peggio in assoluto, ma nello specifico, soprattutto live, entrambe le cose reggono ed emozionano, in maniera troppo diversa per fare pure il paragone.

Conclusione.

Forse non sarei comunque io la persona adatta a dare un giudizio obiettivo, ché la Newsom per me è uno dei più grandi artisti in circolazione. Per questo vi ho fatto le dovute premesse. L’ho detto: sarei rimasta volentieri a casa, l’altra sera. E, come spero di aver spiegato nel frattempo, avrei fatto malissimo.

Guarda un video di Joanna dal vivo, qua sotto

School Of Seven Bells: Disconnect From Desire (Full Time Hobby)

Daniele Piovino | 29/9/2010

Quando ascolto Disconnect-From-Desire-300x300Sempiternal/Amaranth degli School Of Seven Bells, vedo Benjamin Curtis e le gemelle Deheza muoversi in una coreografia di Jiri Kylian. Sono capaci di bloccarti il pensiero. Le labbra mi diventano turgide. C’è qualcosa di scuro e esotico che funziona alla grande. E, come dire?, finisci per avere un bisogno pressoché costante di certe sensazioni, per il semplice motivo che non le provi così facilmente. Alleggerendo un po’ il tutto, posso dire con assoluta onestà che la poliritmica dream-pop di Face To Face On High Places è sicuramente meglio di un trattamento antalgico New Age.
Comunque, superata l’ipnosi iniziale, è abbastanza evidente che alcuni aspetti potevano essere trattati in modo più spontaneo (la stessa Sempiternal/Amarant, ad esempio, bastava non trascinarla così a lungo e sarebbe stata quasi perfetta), ma in fondo sono dettagli, così, proprio a voler fare lo stronzo. Alpinisms è un album di debutto importante, niente da dire. Un album che ho sempre decodificato come una sorta di progetto alla Temple of the Dog in versione extra-large. Come se i New Order  avessero incontrato M83, Blonde Redhead e Bat for Lashes per rendere omaggio ai Cocteau Twins e ai Kraftwerk. E poi avessero chiesto ad Ellen Allien di darci un’occhiata.
Ma, in realtà, ad incontrarsi sono stati Benjamin Curtis (ex-Secret Machines) con Claudia e Alejandra Deheza (ex-On!Air!Library!) ad un concerto degli Interpol (non in veste di spettatori). E ora siamo già al secondo: Disconnect From Desire. Alejandra lo ha definito “più personale, meno astratto” rispetto all’album di debutto. Non so. A parte il fatto che Curtis sembra voler imitare Kevin Shields con l’amplificatore e soprattutto il suono di Robert Smith, mi chiedo se ridurre il numero delle influenze elettroniche (meno glitch) possa essere interpretato come una evoluzione, nonostante il risultato non sia del tutto convincente. È vero che sono riusciti nell’intento di definire le stratificazioni sonore senza limitarne eccessivamente l’effetto dream-pop, ma ho come la sensazione che alcune (forse troppe) canzoni di Disconnect From Desire siano a un passo dal diventare un mero esercizio di stile. Mi chiedo, in sintesi, se l’intenzione di essere più personali sia sempre da interpretare come il classico segno di maturazione, o se invece maturare sia soprattutto qualcosa che ha a che fare con la consapevolezza dei propri limiti. Limiti personali, ovvio.

Scarica Babelonia e Bye Bye Bye
Il lowdown del disco

The Newloud: Measures Melt (Autoprodotto)

Enrico Amendola | 29/9/2010

nlmm_homecover-300x270Durante gli anni ’80 non è che la musica fosse la mia priorità, preferivo perdermi tra pomeriggi nerd col commodore 64, radiocronache vintage del Napoli di Maradona e feste in cui chiedevo Fonzies e ricevevo avanzi. Nonostante ciò nulla ha impedito ai miei padiglioni auricolari di inciampare nel cattivo gusto del plasticoso e imbarazzante pop mainstream di quell’epoca. Solo molto tempo dopo ho capito che c’era molta musica “sotterranea” di qualità e probabilmente è questo il motivo per cui molte band attuali riprendono, in toto o in parte, certe strutture sintetiche che ai tempi andavano per la maggiore. Nel novero di questi gruppi fanno parte i The New Loud che, arrivati al primo full-length, riempiono i propri brani da melodie appiccicose, piene di synth e chitarre distorte ad accompagnare la doppia linea vocale maschile-femminile. Divertimento assicurato con qualche tocco più vicino a spigoli new wave di contorno, luci stroboscopiche e freschezza pop. L’estate chiede spensieratezza e loro ci accontentano, non disdegnando qualche escursione al chiaro di luna.

Visita il myspace dei The New Loud

Antony and The Johnsons: Swanlights (Secretly Canadian/Rough Trade)

Amos Martino | 29/9/2010

swanlightsLa cosa che balza agli occhi quando si legge a proposito di Antony è che lo scrittore – redattore, giornalista, blogger o scrivente e basta – tende a cercare atmosfere mistico-religiose in cui Antony viene elevato, chiaramente, ad una sorta di idolo laico cui consacrare le proprie parole; questo tentativo crea ibridi tra un pezzo a caso di Vincenzo Mollica e la “colonna destra” di Repubblica.it, ecco. Non volendo incorrere, almeno nelle intenzioni, in questo pericolo, preferisco dire senza molti fronzoli che Swanlights è un disco eccezionale, fuori media, che va ascoltato e amato e possibilmente consegnato senza esitazioni ai posteri. Adesso spiego perché. È un disco che mette insieme una incredibile ricchezza di arrangiamenti: penso all’uso di timbri unici, reali, pieni degli archi a solo, del clarinetto – dei fiati in genere – dell’arpa sull’ormai classico pianoforte (Salt Silver Oxygen ne è un esempio evidente). Se ci fate caso, in Everything Is New sembra di vedere scorrere una partitura in cui la voce di Antony occupa solo un pentagramma, facendo dunque parte di un insieme più grande che spinge, che guida ed è guidato in una eccezionale progressione di intensità che ricorda forme musicali classiche e non (solo) pop. Il secondo punto è l’effetto di totale controllo che ha su chi ascolta; lo scrivevo anche per l’ep Thank You For Your Love, non ci sono cedimenti, pezzi di passaggio da skippare: ogni cosa ha il suo posto e non potrebbe trovarsi diversamente. In questo aiuta senz’altro la varietà dei registri che spazia dai toni tenui della ballad a movimenti soul, a improvvisazioni accompagnando Bjork (Fletta). Il terzo punto è la leggerezza. Il disco intero dura quarantacinque minuti, non corre mai il pericolo di sembrare un pacco autoreferenziale dell’artista di turno, anzi rilancia di brano in brano; gioca, inventa, incuriosisce, spesso lasciando ancora un po’ di appetito. E il punto è proprio questo: viene voglia di riascoltarlo, di riprendersi la discografia di Antony, di provare a capire, di provare ad avvicinarsi ai meccanismi di quella fragilità che, nella musica, diventano poesia e racconto. Swanlights esce l’11 Ottobre; sarà possibile acquistare anche un libro di illustrazioni di Antony, un elemento in più per conoscere il suo mondo.

Visita il sito di Swanlights
Guarda il video di Thank You For Your Love

PVT: Church With No Magic (Warp/Self)

Massimo Reali | 29/9/2010

PVT-Church-with-no-MagicRimasti vittima di un’ennesima disputa di copyright con un’oscura band americana i fratelli Pike non l’hanno presa male: hanno tolto le vocali e trasformato tutte le consonanti in maiuscolo diventando direttamente PVT. Con un po’ di dietrologia che non guasta mai ci si vede anche un po’ di ragioni di stile. L’impronunciabile accozzaglia di consonanti ha lo stesso intrigante e straniante appeal delle dieci tracce di questo ultimo disco della band australiana. Un album complicato, denso e pieno di riferimenti a generi e sonorità diverse. Ascoltare Church With No Magic è come mettersi a leggere di fretta un bignami sulle band che più ci sono piaciute in questi ultimi anni. Ma per confondere ancora di più le carte i tre PVT si sono divertiti ad invertire le pagine e scarabocchiare sui nostri capitoli preferiti. Così che le divagazioni math-rock si vanno a confondere nell’elettronica più ambient e le intuizioni più fragorose spariscono nel nulla per aprirsi alla melodia. E dove sembra un percorso completamente al buio basta aguzzare un attimo i sensi per capire che i fratelli Pike sogghignando ci prendono per mano e ci guidano in tutti i sentieri prodotti dal disco mentre guardano le nostre facce disorientate. Vincono tutti con questo disco: vince la band australiana capace di centrifugare le cose fatte finora facendocele piacere ancora di più, vince la Warp ormai label ombrello sotto cui finiscono quasi tutte le categorie in cui dividiamo i nostri CD. No, forse perde qualcuno: tanti auguri band chiamata Pivot…

Visita il sito dei PVT
Ascolta Church With No Magic in streaming gratuito
Guarda il video di Window

Jaill: That’s How We Burn (Sub Pop)

Giampiero Cordisco | 28/9/2010

Mettiamoci d’accordo, caro Larry F. che vai scrivendo su Pitchfork che The Stroller, il pezzo iniziale di questo disco, è “the weakest track” di tutto l’album. Hai un quattro quarti cassa/rullante che martella per tutto il tempo, gli amplificatori che pompano chitarre a un passo dal grunge, un refrain semplicemente STU-PEN-DO – il ritornello che nessuno di questi indiegrupponi con parrucchiere al seguito riuscirà mai a inventarsi, nella sua semplicità quasi adolescenziale – un pezzo dotato tra le altre cose di un video che fa orgogliosamente schifo, e tu me lo chiami “la traccia più fiacca”? In un mondo migliore partirebbero gli applausi fuori scena quando ti mando affanculo, tipo adesso. E il fatto che non sento clap-clap mi riporta alla tragica realtà di questo pianeta mediocre, se non dovesse bastarmi la tragedia primaria di oggi, e cioè che The Stroller non è filodiffusa in loop qui dove lavoro. Ora se non ti dispiace ho altro da fare, e infatti vado a capo.
— Continua a leggere

of Montreal: False Priest (Polyvinyl Records/Goodfellas)

Alessia D'Urso | 28/9/2010

Repetita iuvant, e per gli of Montreal è proprio il caso di dirlo. Il gruppo di Barnes e soci arriva, dopo una complessa evoluzione lunga tredici anni, al decimo disco della serie. E che disco! Si spazia dal funky al R’n’B, spingendosi attraverso sonorità nettamente eighties ed ammiccando ai più svariati generi. Certo, non è più tempo per le melodie pacate ed i richiami folk-pop-60s in Liverpool dei primi album, né della drum machine onnipresente o dell’elettronica dei primi anni zero, ma che importa? False Priest è un album che racchiude tutto, che basta a se stesso. Immaginatevi attorniati da una serie di porte che, una volta aperte, rivelano scenari completamente differenti; Ecco, Barnes fa proprio questo: racconta storie, nonsense o meno che siano. Si parte con I Feel Ya’ Strutter, sorriso sulle labbra, batteria incalzante e ritornello che non si scolla più di dosso, passando per falsetti e acidità funky  fino ad arrivare al singolo Coquet Coquette, che eccelle nell’arduo compito di apripista del disco. Avanti ancora, è la volta della collaborazione con la bella Janelle Monáe, per Enemy Gene, a mio avviso il pezzo meglio riuscito dei tredici. La sezione ritmica si fa più presente, si affacciano elettronica e giri di basso sempre più marcati, mentre i testi si fanno più carichi di allusioni: ecco Sex Karma, con Solange Knowles (già, proprio la sorella di Beyoncè). Si chiude in bellezza con You Do Mutilate? che suona come fossero ben tre pezzi diversi. Insomma, questa volta la band di Athens ha dato il meglio di sé: certo una sezione ritmica più presente e varia avrebbe garantito ai pezzi maggior groove e carattere, ma non è il caso di lamentarsi troppo.
Dieci dischi e non sentirli? Macché, sentiteli bene.

Dai un’occhiata al loro sito
Guarda il video di Coquet Coquette

Perfume Genius: Learning (Matador/Self)

Daniele Piovino | 28/9/2010

perfume genius_coverHo qualche anno e sono sulle ginocchia di mia madre. I suoi occhi stretti dal sorriso mentre mi canta una versione improbabile di Staccia buratta. Con così tanto amore che questa frase dovrebbe terminare qui. Per rispetto di ogni respiro passato, qualcosa che si è spento in una vecchia foto venuta anche male. E per veder sanguinare qualsiasi figura retorica, tranne – tranne – la sospensione. Come fosse l’aposiopesi di un pianoforte. Attimi in cui saresti disposto a farti vedere mentre piangi, se solo ti dicessero che non ci sarà nessun altro abbandono nella tua vita.
E se volete che vi parli del disco, vi dico che lo sto già facendo. Se intendete altro, se il vostro desiderio è sapere quali fantasmi in carne e ossa aleggiano dietro il moniker Perfume Genius, se insomma volete che io soddisfi il comprensibile bisogno di accostamento, di non smarrimento, lo farò, ma non credo che ora abbia senso.
Potrei scomodare Sufjan Stevens (Redford, Concerning the UFO) per quel modo esistenziale (?) di chiudere le linee vocali; Feist (The Water, it’s a dangerous size, e How My Heart Behaves, and a calm heart will break) per l’essenzialità, l’aria quasi dimessa; Active Child, nei toni woozy e spettrali; Sigur Rós, in quel senso generale di lontananza che ogni volta sembra volersi aggrappare a te. Ma basta, basta.
Quello che dovete sapere è altro. Questo disco è una mezz’ora scarsa d’instabilità emotiva, e abuso e dipendenza e suicidio e respiri spezzati. C’è qualcosa di incompiuto, e mi piace. Tutte le tracce sono sporcate da un riverbero che pone le giuste distanze tra te e la malinconia che vorresti afferrare. Qualcosa che è fatto di frammenti e che finisce per essere esso stesso un frammento. La produzione lo-fi, il pianoforte non perfettamente accordato, rumori e voci ambientali… tutta roba importante, ma non c’entra.
A muovere questo disco è una sorta di Outsider Art consapevole, un borderline che rischia di guarire e diventare pesante, inconcludente. Ma per ora al limite anche nelle parole, in un equilibrio precario (Mr. Petersen) dove da una parte pesa un rimando – Ian Curtis – e dall’altra l’estremità di un gesto che spezza l’ennesimo respiro: He made me a tape of Joy Division / He told there was a part of him missing / When I was sixteen / He jumped off a building.
Sono passato da mia madre. Un caffè, le sue domande. Però gliel’ho detto: “L’altro giorno pensavo a quando mi cantavi Staccia buratta“. Lei si è messa a ridere e io, io ho rivisto quegli occhi.

Guarda il video del nuovo brano Your Drum
Scarica la title-track Learning
Matador Live Session: Perfume Genius

The Vaselines: Sex With An X (Sub Pop)

Letizia Bognanni | 27/9/2010

vaselines_cover_lores“E dai, facciamolo”. “Ma no, che senso ha? Sono passati tanti anni”. “Dai, non siamo mica così vecchi!”. “Ma forse c’abbiamo perso la mano”. “Perché essere pessimisti? Io dico che ci viene ancora bene”. “Ma non lo facciamo dal 1989!” “E allora? Ma li leggi i blog di musica? Sono tutti un Twee di qua, Shoegaze di là, evviva la Scozia… tutti questi ragazzetti in frangia e cerchietto, chi stanno copiando? Siamo il gruppo di scarso successo che vanta più tentativi di imitazione, siamo i nuovi Velvet Underground. Abbiamo ispirato Kurt Cobain, che diamine!” “Ok, facciamolo. Facciamo un nuovo album”.
Insomma, anche se è poco plausibile che siano andate proprio così le cose, fra Eugene Kelly e Frances McKee, forse un certo spirito di rivalsa nei confronti delle giovani band che vengono salutate come salvatrici del pop li ha animati, mentre preparavano il loro trionfale ritorno, a vent’anni dallo scioglimento nonché dal primo e unico album. Trionfale? Mah… ok, termine eccessivo, ma visto quanto abbiamo goduto con i Pains Of Being Pure At Heart sarebbe quantomeno irrispettoso uscirsene con qualche commento del tipo “Vabbè, niente di nuovo”. Perché, comunque, loro l’hanno fatto prima: quelle melodie ammiccanti, quella voce bamboleggiante, quei muri di chitarra, quel fare indolente, e quella consapevolezza di sé che li rende anche abbastanza ironici e autoironici (I Hate The 80s, cantano in piena ondata di glorificazione di quegli anni di cui gli stessi Vaselines sono – a modo loro – icone). Niente di nuovo. Come fare l’amore con un ex: “It must be wrong but let’s do it, let’s do it again”.

I Hate The 80s in free download

Archivi

wordpress visitors