Belle and Sebastian @ Play Art Festival (Arezzo, 25/7/10)

(foto di intweetion)
Quando succede uno di questi eventi miracolosi, come Stuart Murdoch che con in dosso una maglietta degli Smiths ti canta in faccia le Canzoni della Vita una sera di Luglio ad Arezzo, la logica, lo spirito critico e svariate altre cose si perdono per strada in maniera inesorabile: quello che è successo alla Fortezza Medicea assomigliava infatti più ad un mega raduno di innamorati che ad un concerto, poiché per un buon 60% degli spettatori quello sul palco a cantare era -(vogliate perdonarmi la retorica sempliciotta) il Gruppo del Cuore.
Solo questo spiega i centinaia di occhi lucidi, le voci roche dal troppo cantare, il banco del merchandise preso letteralmente d’assalto e le decine di persone ancora abbracciate quando era tutto finito e il prato cominciava a svuotarsi.
Ma andiamo con ordine: ci troviamo al centro storico di Arezzo grazie all’ottima organizzazione del Play Art Festival, che anche quest’anno ha dato vita nella cittadina toscana ad una sette giorni di musica, danza, teatro e reading, e che riunisce per la serata del 25 Luglio una lineup davvero niente male.
Si inizia di pomeriggio dopo un breve temporale, che ancora l’aria era umida e frizzante, con i Nexus, La Fame di Camilla e Samuel Katarro. I primi ancora parecchio acerbi e purtroppo ancora del tutto trascurabili, i secondi praticamente non pervenuti, e il terzo, invece, in rapidissima ascesa. Forse il suo non sarà un genere che potrà mettere radici in Italia, o assicurarsi una solida fanbase, ma una cosa è certa: anche se ha il nome più ridicolo del mondo, il ragazzo è bravo, e tanto. Nel pochissimo tempo che aveva a disposizione è riuscito ad incatenare un discreto numero di persone sotto palco, voce in falsetto e chitarra impazzita, a snocciolare i pezzi del suo The Halfduck Mistery tra scrosci di applausi.
Si fa sera e salgono sul palco anche ai Baustelle: pronta al peggio mi posiziono ben di fronte al palco per sentire se davvero Bianconi fa pena come cantante e se la resa dal vivo è pessima come molti dicono.
Sarà però che giocavano praticamente in casa, ma il concerto di Arezzo tutto sommato è filato liscio senza intoppi e stonature, e anzi, c’è stato spazio in scaletta per alcuni capolavori di inizio carriera come I Provinciali che credo abbiano conquistato un po’ tutti, anche i più reticenti.
Sulle ultime note del gruppo di Montepulciano cominciamo a scalpitare per guadagnare le prime file; Stuart Murdoch e soci non si fanno attendere poi molto e salgono finalmente sul palco accolti da una gigante nuvola di borotalco e dal calore di un pubblico commosso già al primo pezzo.

La scaletta infatti pare essere stata compilata proprio su misura di fan: come un gigante e vividissimo best of, la band di Glasgow ha inanellato uno dopo l’altro tutti i pezzi storici, da Like Dylan In The Movies a I’m A Cuckoo, passando per If You’re Feeling Sinister, Fox In The Snow, Get Me Away From Here I’m Dying e decine di altri, per un’esibizione dominata dal singalong che avrebbe emozionato anche le pietre.
A dispetto delle dicerie, Stuart Murdoch si è dimostrato un vero showman, ballando in maniera divina e spostandosi continuamente da uno strumento all’altro, chiacchierando con il pubblico, stappando bottiglie di champagne e addirittura facendo salire sul palco due fortunate ragazze a ballare durante The Boy With The Arab Strap mentre lui le guardava cantando dalla tastiera. Nel mentre, c’è stato spazio anche per un paio di (bellissime) canzoni inedite e per un accenno a Smoke On The Water, in onore dei Deep Purple sullo stesso palco qualche giorno prima.
Sarà stata la voce sempre pulitissima e delicata, precisa e composta, assieme a tutto quel borotalco intorno e la gigantesca scritta Smiths sul petto che avevano un ché di angelico e provvidenziale ma credo che, per qualche minuto almeno, nella testa di tutti noi quell’omino esile si sia trasfigurato in qualcosa di praticamente ultraterreno a metà tra il Dio del Pop e un putto raffaelliano.

