Fennesz/Daniell/Buck: Knoxville (Thrill Jockey/Self)

Marco Delsoldato | 30/8/2010

fdb Questo dischetto potrebbe essere la fedele riproduzione di uno dei migliori concerti- in senso assoluto- a cui siete mancati, perchè non abitate a Knoxville, nel Tennessee. E se ci abitate adesso non eravate presenti il 7 febbraio 2009, quando tutto avvenne, poi sembrò sparire ed infine tornò sotto nuova forma grazie alla preziosa registrazione qui raccontata.  Ed è anche uno dei migliori concerti- in senso assoluto, lo ribadiamo- a cui mai potrete assistere, perchè è stato un unicum e così come è stato non tornerà mai. Ammesso ciò (ossia il discorso del miglior concerto ecc.ecc.), aggiungiamo un’onesta e necessaria pre-condizione: per goderne appieno è preferibile essere affini a giurisdizioni Kranky, di certa Alien8 (ma ascoltatevi anche quella riferibile ai Molasses che fa sempre bene) e ovviamente Thrill Jockey. Per il resto nessuna controindicazione, tutto bello e tutto buono negli scheletri di Christian Fennesz, David Daniell (chitarrista avant-ista- spesso in combutta con Douglas McCombs dei Tortoise) e Tony Buck (batterista- sul modello geniale- già nei Necks). I tre si sono incontrati ad un festival di musica sperimentale, quindi un brevissimo soundcheck e poi tanta improvvisazione (ma proprio tanta, pur sintetizzata in trenta minuti e quattro episodi). Da qui un approccio in stile ancien règime, perchè legato più ad atteggiamenti in crescendo di fine anni ‘90 che alla contemporaneità,  fra pulviscoli shoegaze e marchi a fuoco, tratteggi ambientali e rumorismo spaziale. Nella cornice una ritmica essenziale e jazzata, anche se fremente di lanciarsi nelle galassie. Allora, vuoi per certo scorrere sonico, vuoi per il riflusso dronico, vuoi per l’alternanza di impressioni sempre creata, si percepisce una sorta di percorso in divenire, attraverso una nebbia bisbigliata di accordi e flussi dissonanti. Una roba, come scritto, irripetibile e proprio per questo godibilissima anche su disco.

La pagina di Fennesz, Daniell e Buck sul sito Thrill Jockey

Kele: The Boxer (Wichita/Spin-Go)

Chiara Leandri | 26/8/2010

theboxerConta il personaggio. Questo mi viene in mente non appena metto su The Boxer e, nonostante tutte le mie resistenze al nuovo pentagramma fatto di beat, mi ritrovo ad apprezzarlo. Il trait d’union che permette di capire questo disco è tutto nel carisma del cantante dei Bloc Party. Perché se quello di cui ci troviamo qui a discutere non è un disco della band, sappiamo che dopotutto è la stessa cosa. Come se considerarli in stanze distinte fosse un peccato. Ci sono di sicuro delle resistenze, e io stessa non posso esimermi. Tipo perché devi rivendermi un disco blocpartiano come disco-kele, o se non sarà la solita storia del cantante di una band che è la band ma poi alla fine senza gli altri è come se si perdesse.
Ma così come mi ero schierata in favore di Intimacy e della vena danzereccia, ora non posso che apprezzare la coerenza di un flusso evolutivo che, al passo coi tempi, si sposta sempre più dalla pessima etichetta ”post punk revival” da cui era partito per approdare qui dove Kele lo vuole condurre. Come succede in quel grosso universo parallelo dove suonano Franz Ferdinand, Editors, Killers e compagnia bella, anche qui si sfocia (più ferocemente) nelle contaminazioni, nelle sperimentazioni, ma soprattutto, nella smodata ricerca di un Sehnsucht moderno. I Bloc Party, e quindi Kele, ne sono sempre stati pieni, ed è in quella magica parolina che vedo il loro mantra. Quella vena strisciante di spaesamento. Londra, Kreuzberg, se stessi: il punto è cercare il proprio posto nel mondo. Così fa Kele, in continua ricerca. Non lascia la presa, nonostante i suoi compagni abbiano mollato, confidando forse nella ripresa. Intanto ascoltiamo, qui, un disco che non si perde certo nella scia di Tenderoni, ma che sa giocare con tutto quello che Kele è stato e che sarà. Già. Qui ci sono i semi del domani – perlomeno quel domani che sarà un giorno della band londinese. Per questo vi consiglio vivamente di non abbandonare del tutto il suo ottimo cantante. Quello dalla faccia carina e la verve trascinante.

Leggi il blog di Kele
Vai alla pagina Myspace di Kele
Guarda il video di Tenderoni
Guarda anche il video di Everything You Wanted

Nevica su quattropontozero: Lineare (Disco Dada)

Enrico Amendola | 26/8/2010

lineare-300x300L’ambivalenza di certi dischi mi mette in difficoltà anche nel trarne un giudizio. Ad esempio, questo album a nome Nevica su quattropuntozero, progetto del cantautore Gianluca Lo Presti, è buono o no? A giudicare da certe atmosfere new wave metropolitane sintetiche in chiaroscuro si direbbe proprio di sì. Se si guarda al rovescio della medaglia ci sono, di contro, una serie di episodi che ricalcano fin troppo fedelmente le ombre dei Bluvertigo e del Battiato vecchia maniera, che suonano anacronistici e fuori fuoco rispetto al tema portante del disco. Questo duplice aspetto non permette un ascolto uniforme e di conseguenza limita le possibilità di trarne un giudizio netto e preciso. Se tra gli Interpol e i Bluvertigo per voi la differenza è poca, allora dategli pure un ascolto, in caso contrario magari fareste meglio ad aspettare un nuovo capitolo e di capire meglio di che pasta sia fatto.

Visita il myspace di Nevica su quattropuntozero

Mike Patton: Mondo Cane (Ipecac Recordings)

1274722456_mike-patton-mondo-cane-2010Lasciamo stare la parte in cui dovrei tessere le lodi di Mike Patton. Lo fanno già tutti e la parola genio non è proprio il massimo in termini esplicativi. Seconda premessa: non sono un filologo del pattonismo, conosco solo una parte delle sue produzioni extra-FNM. Tuttavia per apprezzare Mondo Cane non è necessario appartenere al circolo dei fan. Ad un primo livello, infatti, le cose che più colpiscono di questa selezione di canzoni italiane (quasi tutte degli anni ‘60) sono l’entusiasmo e il calore dell’interpretazione. Mettersi a fare i pignoli sulla pronuncia non impeccabile, o ridacchiare del fatto che Mike si cimenti col napoletano, lascia davvero il (triste) tempo che trova (parafrasando l’autore: “if you like orchestral music and have a heart in your fucking chest, you will like this record“). Ma veniamo al secondo livello: Mondo Cane non specula sulla nostalgia o sul mito di un’Italia che non esiste. Cioè non tenta di vendere suoni e inflessioni che fanno tanto ‘esotico’ ad un pubblico anglofono. Gli arrangiamenti sono squisitamente bastardi, esaltati da una produzione che smorza la sovrabbondanza strumentale attraverso riverberi, dissolvenze, e in generale con una gestione dello spazio sonoro che meriterebbe un saggio di musicologia a sè. L’impressione è che Patton abbia dimostrato il suo amore per la ‘tradizione’ nel miglior modo possibile: giocando di gusto, sia con la musica che con la sua immagine (ad esempio in quel compendio sull’urlo pattoniano che è Urlo Negro). L’aggettivo più adeguato per l’intero album è brillante, oltre che intelligente. Qualcosa di meno del genio, ma non azzardatevi a liquidarlo come colonna sonora dell’estate.
(S.V.)

— Continua a leggere

!!!: Strange Weather, Isn’t It? (Warp/Universal)

Francesco Farabegoli | 24/8/2010

chkswStrange weather, isn’t it? è quel genere di domanda che usi per attaccar bottone, interrompere un silenzio scomodo o sviare la conversazione da toni potenzialmente pericolosi. Il nuovo disco di !!! esce dopo tre anni di silenzio e la morte del batterista Jerry Fuchs. Si chiama nell’unico modo in cui poteva chiamarsi un disco che evita le questioni concrete (soprattutto quella fondamentale in merito alla di resistere come ex-innovatori in un genere che ha dato quasi tutto nel suo farsi recuperare) ed allargandosi a coprire quanto più possibile dei territori che la band aveva già esplorato nei dischi e nei singoli precedenti. Con !!!, oltre alla botta clamorosa che la band continua a sfoderare dal vivo, c’è la soddisfazione di avere un gruppo di matti veri che giocano in serie A da quasi dieci anni e non hanno ancora perso lo smalto dei vincenti. Strange Weather, in questo senso, si fa notare soprattutto quando si riempie dei numeri spettacolari di una Wannagain Wannagain, ai limiti delle casio-fricchettonaggini dei primi Holy Fuck, o nell’essenzialità carichissima di una Hollow. Ma si fa notare anche nel momento in cui ci si accorge che il resto del programma, delirantemente in bilico tra chitarroni psichedelici e funk beats di classe assoluta, continua a suonare fresco ed intrigante un lustro dopo la data di scadenza del suono in questione, come se !!! fosse riuscito in qualche modo ad imporsi come un classico contemporaneo, piazzandosi appena sopra tutto il susseguirsi dei flussi e dei riflussi (e potrebbe persino, ehm, essere così). Come filosofia non è molto diversa dall’idea di cianciare del meteo mentre intorno a te stanno affilando i coltelli, con il risultato di portare una ventata d’aria fresca dentro la casa e far contenti più o meno tutti quelli che vogliono o meritano di esserlo. Un disco/gruppo che c’è, e che continua a pulsare alla faccia di tutto e di tutti. Esaltante, per certi versi.
Visita il myspace della band

Mahjongg: The Long Shadow of the Paper Tiger (K Records/Goodfellas)

Tomm. | 24/8/2010

chkswSe come scrive Joe Hemmerling su Tiny Mix Tapes pensavate di cavarvela con poco -“a brilliant chestnut about Gang of Four+Afro-beat, toss it together with some crap about radical politics, and BAM! I’m back on the couch”- avete sbagliato disco. Avete sbagliato gruppo. “È gente che si spalma la merda di cervo in faccia”, si diceva ai tempi di Kontpab (K Records, 2008) e del seguente lungo tour in Italia. Niente storie. Niente compromessi. Fisici, potenti, concreti, intransigenti. The Long Shadow of the Paper Tiger -pubblicato a fine luglio dalla K Records di Calvin Johnson, più diretto (più diritto) rispetto al lavoro precedente- è una danza notturna in bilico sui tralicci dell’alta tensione, pugni calci testate nel ventre di un’insaziabile balena di metallo. Orfano della chitarra e la voce di Jeff Carrillo “because he played guitar like a motherfucker and sang like a motherfucker, we didn’t replace that”, il terzo LP del gruppo di Chicago si nutre di un lungo elenco di ospiti (Mbulu, Robert Conn, Suddenly Susan, Jeanine O’Toole, Rotten Milk, The Unauthorized Terrance Duke, Tom Tom Tom Boy, Clint Crane…). Su quel filo sottilissimo che -pur considerate le evidenti differenze e la distanza dei/dai rispettivi punti di partenza- lega The Long Shadow of the Paper Tiger all’ultimo disco di Caribou, senti il sudore scivolare sulle macchine ammaccate, le chitarre sparire sotto una ruvida nube di beat, i synth e i bassi ingrossarsi e nascondersi tra cascate di ritmi e percussioni. “Una compattezza e un calore formidabili, talmente post da ritornare a essere primordiale”, un ulteriore (irrimediabile e definitivo) passo all’interno di un club senza uscita nascosto a centinaia di metri di profondità. Verso nuove distanze, nuove nuove tonalità di nero, nuove grida. Less punk, more dance! Chicagotronics! Free Grooverider!

myspace.com/machinegong
Vai su krecs.com
Ascolta The Long Shadow of the Paper Tiger in streaming su Bandcamp
Scarica Miami Knights
Guarda T 3 [ ] L [ ] /\/ G S [ ] V D [ ] W of the P V P { R T 7 6 E R

Tindersticks @ Sexto ‘Nplugged (Sesto Al Reghena, 08/08/10)

Marco Delsoldato | 24/8/2010

DSCN0820 Stuart Staples è una persona terribilmente elegante. Ed i Tindersticks sono un gruppo terribilmente elegante. È il succo della storia: ascoltarli, sin dalla prima metà degli anni ‘90, significava immergersi in una distesa oceanica d’eleganza. Talmente manifesta da apparire quasi intollerabile. Scura e nera, oltranzista nell’abbandonarsi all’angoscia, ma disposta (sempre) a renderla raffinata. Poco importa, poi, se sia accaduto nel noir cerebrale o nell’orchestralità da lacrima impellente, nel folk accennato o nel pop sinfonico, nelle nebbie albioniche o negli attuali autunni canadesi. Il concetto di eleganza stritolava e stritola ogni altro termine. È, nel caso, un concetto drammatico, dittatoriale ed intriso di romanticismo. Dopo i Tindersticks, Nottingham cambiò e dimenticò sia lo sceriffo che le Coppe Campioni vinte dal Forest. Nottingham doveva ascoltare City Sickness e Jism, Drunk Tank e Whiskey & Water. Nottingham doveva rinunciare all’amore cantando No More Affairs.
— Continua a leggere

Indipendelta Duemiladieci

Alex Grotto | 23/8/2010

indipendelta

Primo assioma incontrovertibile dell’Estate in zone depresse: le uniche due cose veramente importanti che  possono accadere sono le crisi di governo e i festival estivi, ma solo i secondi non hanno esito scontato. Prima che la nebbia si inghiotta quella palude infame che è il delta del Po si può assistere all’ennesima edizione di uno degli eventi più attesi e chiacchierati del panorama Veneto: anche quest’anno i geniacci che compongono l’associazione dei Druidi hanno messo in piedi un cartello succulento, a cavallo tra l’ascolto a braccia conserte e il ballare nudi nei campi di grano. Due giorni per l’ennesima edizione dell’Indipendelta che si prospetta come la migliore in assoluto, senza mezzi termini. Nomi grossi, un workshop di due giorni con Alessandro Baronciani e Serimal, la one-day-track-competition per i geek di bici a scatto fisso in collaborazione con Iride, possibilità di campeggio gratuito. Se volete evitare di fare la fila all’ingresso per fare la tessera dell’associazione (obbligatoria per entrare al festival) vi consiglio di scaricare e compilare l’apposito modulo.

PROGRAMMA COMPLETO

Venerdì 3 Settembre 2010:

Lucertulas / Morkobot / Zu Night Stage with No Seduction

Sabato 4 Settembre 2010

Ore 16 esibizione band locali: The monkey’s drunk, Fauxenne, Ten Story Apartment, NoNer

BUZZ ALDRIN / DRINK TO ME / GIARDINI DI MIRO’ Night Stage with SYBIANN e DJ PULLO

Per concludere e riassumere meglio il mio blaterare c’è il bel trailer realizzato da Francesco Mancin:

Hjaltalin: Terminal (Borgin)

Enrico Amendola | 18/8/2010

hjaltalin-terminalAi tempi del liceo c’era sempre il compagno di classe molto timido, un po’ ai margini della compagnia, con cui era difficile stringere rapporti. A dire il vero non è che ci si impegnasse poi tanto a farlo inserire. Talvolta capitava l’occasione per conoscerlo meglio e in lui si scoprivano doti nascoste, tipo l’abilità a suonare la chitarra o un talento speciale per il disegno. E ci si rammaricava di come tutto questo talento fosse così sprecato, chiuso in quello scrigno umano di timidezza e non in dote a te che l’avresti usato per conquistare la compagna di banco ambita da tutti. Gli Hjaltalin sono proprio così a giudicare dall’esordio di un paio di anni fa degno della miglior tradizione contemporanea di folk-pop floreale islandese, quindi era lecito aspettarsi un disco fragile e gentile come il predecessore. Terminal coglie di sorpresa e si specchia un suono completamente nuovo, degno di un musical di Broadway. Spesso solenne e maestoso, talvolta intimo e di indole pop, è un album dalla sorprendete personalità, che sfugge alle solite classificazioni abusate per quello spicchio di terra confinato tra l’Europa e il polo nord. Partendo dal solco di band come gli Arcade Fire, si finisce nella tradizione del pop orchestrale solenne à la Antony, omaggiando Sufjan Stevens nella ricchezza delle sfumature di alcuni passaggi. Un lavoro che meriterebbe consensi su scala più ampia rispetto a quello raccolti fino ad oggi dalla band, con tutte le carte in regola per guadagnare posizioni di rilievo nelle top 10 di fine anno. Dietro una corazza di timidezza talvolta si nascondono grandi talenti, basta avere la giusta curiosità per poterli vedere sbocciare.

Visita il myspace degli Hjaltalin
Guarda i video degli Hjaltalin

Devoggol: Shall We Go to the Disco? (CynicLab)

Francesco Farabegoli | 18/8/2010

dswgttdC’è stata una scena noise rock anche in Italia. Oggi come oggi è semplicemente scomparsa dalla memoria collettiva, ma spaccava. Crunch, Jinx, Miskatonic University, Veronika Voss e tutta quella gente lì. Verso la fine degli anni novanta la gente si ruppe le palle di suonare in posti brutti e sfigati, iniziò ad appendere gli strumenti al chiodo e -semplicemente- scomparse senza fare troppo rumore. All’inizio degli anni duemila la tradizione noise italiana era ridotta a un lumicino e si era trasferita armi e bagagli nell’entroterra toscano -Montecatini, Prato, Firenze eccetera. C’erano gruppi fighi -Disquieted By, Stoner Kebab, Nativist, By The Grief e tutto il resto- e c’erano persone che continuavano a tenere le cose in moto. Gli anni sono passati e certi gruppi si sono sciolti come neve al sole -non è che puoi continuare a pestare gratis in eterno. Altri resistono, attaccati a un filo di voce e a una mezza dozzina di riff di chitarra che mi fanno male al cuore ogni volta che li risento. Devoggol nasce a Prato nel 2006. Membri di Stoner Kebab, By The Grief etcetera in formazione. Chitarra batteria e voce, niente basso, debitori di Motorhead (beh, come tutti) e di certe inflessioni rock’n'roll degli Entombed di metà novanta, mo-o-o-lto AmRep nell’iniziale Fuck The WTO con puntate in zone più blues, inflessioni sludge e pezzi puramente rock’n'roll. Sostanzialmente il miglior genere musicale mai creato, suonato con una botta invidiabile da gente che c’è nata e -probabilmente- ci morirà. Roba CRUDA, non so se mi spiego. Probabilmente no. Nel qual caso lascio i contatti, e voi precipitatevi.
Visita il sito di CynicLab

112»

Archivi

wordpress visitors