14 luglio 2010

Pearl Jam @ Heineken Jammin’ Festival, Venezia (06/07/2010)

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Il parco San Giuliano di Mestre è un luogo davvero piacevole, o almeno verso inizio aprile sembra poterlo essere. Ai primi di luglio l’assenza degli alberi nel prato immenso che ospita l’HJF si fa sentire. La presenza massiccia di zanzare si fa sentire ancora di più. Nel pomeriggio ha tirato l’ultimo scroscio di pioggia, dopo il tornado di due giorni prima che ha mandato qualche decina di persone al pronto soccorso e ha impedito ai Green Day di suonare. Stasera sembra che la sfiga di Ed Ved se ne stia buona, l’arena s’è rinfrescata e il pubblico è -a detta della band- quasi il doppio di quello che l’organizzazione si aspettava.


All’HJF è tutto bruttissimo. Tocca parcheggiare alla meno peggio in qualche piazzetta strapiena accanto alle rampe della tangenziale di Venezia (o quel che è), si entra passeggiando per quelle stesse rampe  e si arriva davanti a un’area strapiena di poliziotti, sfattoni con i dreadlocks, bagarini di merda e piadinari ambulanti che se provassero a metter piede in Romagna verrebbero accoltellati a sangue freddo. Entri dentro e inizi a vedere gente collassata in mezzo al prato bagnato di pioggia, le vittime di una guerra impari contro un esercito di birre e cannoni. Iniziano gli stand, quasi tutte piadinerie del cazzo e rivendite di birra e cose simili; c’è uno stand di profilattici che distribuisce campioni omaggio -il sesso sicuro tira un casino- e qualche ventina di ragazze che lasciano flyer su cose di cui non voglio saper nulla. C’è lo stand contro la droga (con davanti sette persone che battono i loro bicchieri di PVC stracolmi di birra), c’è una pista di autoscontro, ci sono altre piadinerie-paninerie-birrerie. Ci sono i merchandising ufficiali, la felpa dei PJ con cappuccio costa sessanta euro (il ricarico sul costo di fabbricazione è intorno al 1000%). C’è tutto quello che serve a farti passare una giornata decente senza che la maggior parte dei presenti si chieda come mai ci sono sei gruppi in cartellone, invece dei 35 che potresti trovare ad un festival “normale”. Comunque qui da noi rischi di essere i Wolfmother e beccarti bottigliate per puro principio.

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Non sono mai stato all’ATP, nonostante Marco Delsoldato e soci continuino gentilmente a chiedermelo. La cosa più bella di cui mi parlano è l’atmosfera che si respira. Parlano di festival a misura d’uomo. L’HJF, al contrario, fissa uno standard di disumanità opprimente, che nel corso di decenni di attività e vaschi rossi ha forgiato (giocoforza) una nuova razza di uomini a misura di festival. L’uomo a misura di festival ha una collocazione geografica ben precisa. Da ragazzino mi avevano insegnato a chiamarli terroni, ma nel corso degli anni ho scoperto che era una minchiata razzista. La provenienza geografica dell’uomo a misura di festival è il bar dello sport, la discoteca rock, la birreria di fuori città dove giovedì prossimo suona la cover-band degli ACDC, il contest per gruppi emergenti di San Qualcosa al Colle. L’uomo a misura di festival consuma dieci birre nell’arco di una giornata, ha un doppio fondo nello zaino per nasconderci il fumo, porta tappini di riserva per evitare che gli tolgano il tappo della Levissima da mezzo litro durante la perquisa. La Levissima da mezzo litro è piena di grappa fabbricata dallo zio della fidanzata.  L’uomo a misura di festival non ha problemi di disidratazione, colpi di sole, coma etilico, blocco intestinale, sciatica.
Dal 2000 ad oggi l’HJF è l’unica visita ad un “festival” che mi concedo. Ne ho fatti diversi, in larga parte perchè da casa mia all’autodromo di Imola c’è mezz’ora di macchina. L’amore per REM, Cure, RATM e Depeche Mode mi ha fatto scendere a compromessi con una situazione non rosea, e ho cercato di reinventare il mio atteggiamento dandomi il tono di chi sta visitando i bassifondi. Dal secondo Jammin’ Festival ho iniziato ad entrare in camicia, con scarpe comode e jeans abbastanza eleganti. Mi piazzo in zone tranquille ed evito agglomerati di gente che indossa la maglia del gruppo che suona da headliner, capannelli di persone dall’accento strascicato che brindano urlando come invasati, persone che si mettono la fidanzata sulle spalle e

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oh, insomma, c’è un mare di regole da seguire. So benissimo che l’HJF non è un “festival” quanto piuttosto una specie di spot della Heineken dal vivo con qualche gruppo figo che suona, e che l’assenza di alternative reali di dimensioni simili è dovuta soprattutto al fatto che gli italiani, mediamente, amano la musica ma gli pesa il culo. A trentadue anni, tuttavia, sto perdendo quasi del tutto la voglia di continuare a combattere contro i mulini a vento. E soprattutto non posso perdere i Pearl Jam dal vivo per l’ennesima volta, dopo aver trovato scuse per circa quindici anni. Arrivo davanti al palco mentre inizia Ben Harper, probabilmente il musicista che odio di più tra quelli in attività (rock teosofico anni settanta meets world music, il tutto virato pop e cucito addosso ad un’estetica generale stile zecca da festivalone che evito come la peste da quando ho compiuto vent’anni). Nell’evitarlo con cura mi perdo un duetto con Ed Vedder, ma è un prezzo necessario.

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I Pearl Jam compiranno vent’anni il prossimo 22 ottobre. Sono i principali rappresentanti di quello che dj Pikkio chiama grunge cascione, vale a dire quella fetta di Seattle che guarda(va) più agli anni settanta e al grande rock americano in generale che ai Black Flag. Mad Season, i Trees da Uncle Anesthesia, gli ultimi Soundgarden, Mother Love Bone eccetera. Nel corso degli anni i PJ hanno continuato a tenere assieme il loro stuolo di fans senza sbattersi troppo per pescarne di nuovi. Sono partiti da un pubblico oceanico e hanno fatto di tutto per portarlo a una dimensione gestibile. Ne sono usciti dischi capolavoro, ma è un’epoca ormai lontana. Quello che è ingiustificabile non è la presenza di un pubblico di miei coetanei, stempiati con occhiali simili ai miei ed orribili loro pance da birra fasciate dalla t-shirt con il bambinetto di Alive stampato sopra a dimensioni irragionevoli. Quello che è ingiustificabile è che di questi impresentabili ceffi con addosso le stigmate del rock’n’roll siano riusciti a metterne insieme QUARANTAMILA in un martedì di luglio.

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A questo punto della loro storia probabilmente per loro è ora di montarsi la testa. Arrivano sul palco, Ed Vedder inizia a parlare con un tono eccitato e gioviale. Anni di bootleg e video mi hanno abituato a un Eddie laconico, con un timbro di voce bassissimo e quest’aria di timidezza nell’affrontare palchi dei quali probabilmente non riesce a sentirsi all’altezza. Stasera il gruppo attacca con un singolone (Given To Fly), Eddie sembra mezzo sbronzo e continua a tracannare vino, balla come un deficiente e sorride di continuo. Dà l’idea di essere così a suo agio sul palco che ti aspetti da un momento all’altro provi a tirar fuori un accendino e a dar fuoco a una scorreggia. Mette in piedi qualche frase in italiano, parla di amore, continua a ringraziare i fan, ha parole di stima per Ben Harper, mena un pippone su Joe Strummer. Se non fosse tutto così incredibile, sarebbe patetico.

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La scaletta è la cosa principale dei concerti dei PJ. I PJ suonano tutto il repertorio cambiando radicalmente le canzoni da sera a sera, in cinque concerti eseguono cento pezzi diversi. Stasera sono ancora in giro a presentare Backspacer, e da quello eseguono The Fixer, Unthought Known, Just Breathe e Got Some. L’attacco comunque mi fa prendere DA DIO: dopo Given To Fly attaccano un minutino di Interstellar Overdrive, poi Corduroy (la prima vera lacrima che butto fuori). La mia fidanzata mi guarda già come se fossi un alieno, la possibilità di distinguermi dai panzoni di fianco a me è sostanzialmente nulla. Poco dopo arriva MFC, dedicata a certi amici italiani. Eddie sbaglia l’attacco. Sbaglia anche la prima strofa di Alive verso la fine del set. Dai miei dischi preferiti (Vitalogy e No Code, come per tutti gli indiettari) eseguono due pezzi in totale. In compenso fanno fuori quasi tutto Ten, quello che meno mi piace della loro prima fase. Suonano così pesante e preciso che non ho modo di lamentarmi: Stone Gossard è a destra e si muove a malapena, ondeggiando a testa bassa con i capelli lunghi davanti agli occhi. McCready se la mena da guitar hero, fa assoli con la chitarra dietro la testa e quel che segue. Jeff sembra un ragazzino. Quattro cover, tra cui una versione ubriachissima di The Public Image che la gente non dà idea di conoscere. Verso la fine una versione di Black che dura dieci minuti e fa venire la pelle d’oca. In totale due ore grasse di musica, un live che dire incredibile è puro eufemismo. Mentre esco, camminando su un parco pieno di rifiuti che sembra non finire più, incrocio le dita nella speranza che la loro prossima data non sia tra vent’anni. Sono felice.

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