Little Annie & Paul Wallfisch: Genderful (Southern Records/Goodfellas)
Va ammesso senza alcuna polemica: il nuovo album della cara maitresse Little Annie, in combutta col Botanica Paul
Wallfisch, è quello che tutti si sarebbero aspettati prima, durante e dopo una (qualsiasi) serata al (solito) club dove vanno in musica, con inevitabile puntualità, melodramma e mitteleuropa. Intuizione derivante tanto dal precedente (When Good Things Happen To Bad Pianos del 2008), quanto dalla definitiva attitudine teatrale dell’artista newyorchese. Perché puoi provare a sorprendere (il modernariato estetico dell’incipit Tomorrow Will Be, la dedica a certa scena post punk in versione disco-rap-acustica con Billy Martin’s Requiem, la bella decadenza staplesiana in Suitcase Full Of Secrets), ma se non cambi mai la sceneggiatura (noir, si intende) è difficile che il risultato spiazzi qualcuno. Per inerzia Genderful non spiazzerebbe nemmeno la mia defunta nonna. Così siamo tutti seduti ad ammirarla, fra fumo, bicchieri mezzi pieni e citazioni di Edith Piaf ( Adrianna ), mentre i sorrisi sono spezzati per i ritratti di presunti sconfitti. Il tutto con consapevolezza di mezzi, piacevole gusto retrò e persino sagacia tattica nel disporre i brani, attraverso dinamiche intellettuali di vecchia scuola. Sorprendersi, concedetelo, sarebbe stato troppo.
Natureboy: Natureboy (Own Records)
È difficilissimo conquistare il mondo con in braccio una chitarra acustica; anche se in realtà è il metodo più utilizzato per fare musica, il più semplice probabilmente. Tra la schiera di appassionati folkster c’è sicuramente l’iraniana da NY, Sara Kermanshahi – più semplicemente Natureboy – che esordisce con un disco carino, in uscita il 7 Luglio per la Own Records. Certo, dal giorno in cui accendi il condizionatore non vorresti più neppure sentire parlare di songwriters tormentati e fingerpicking, dal momento che le atmosfere evocate da questo disco, per quanto belle e suggestive, stanno all’estate come un calippo fizz sta al 25 Dicembre. Ma al di là dell’intempestività stagionale, l’omonimo album di Natureboy ha una bella originalità – cosa che non è affatto scontata nel genere – ricca di trame vocali, di dissonanze che, nei momenti più felici, ricordano il caro Bon Iver. Sgraziata, rotta eppure solida, la voce di Sara mostra gran personalità, tanto da reggere un arrangiamento sostanzialmente essenziale, ma mai povero. E allora questa mezzora abbondante di musica acquisisce spessore, si fa interessante nelle sue omissioni e nei suoi suggerimenti; notturna, sognante, sincera, prende la forma di un racconto a bassa voce (Broken Train) sul quale dondolarsi ad libitum. Sfumando.
Gran Galà di SecondaVisione: i premi
Amiche e amici di Vitaminic, grazie a tutti per averci seguito anche in questa nona stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema di Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Ieri, durante il Gran Galà, abbiamo assegnato i premi del meglio e del peggio della stagione cinematografica. Eccoli!
Gnocca dell’anno
- Amanda Seyfried per Chloe
Gnocco dell’anno
- Il cast maschile di Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo
Film equo e solidale
- I gatti persiani, di Bahman Gobadhi
Premio DAMS e Scienze della Comunicazione
- Perdona e dimentica, di Todd Solondz
Attrice filodrammatica
- Scarlett Johansson per Iron Man 2
Attore filodrammatico
- Russell Crowe per Robin Hood
Miglior colonna sonora
- Michael Giacchino per Up!
Miglior attrice
- Samantha Morton per The Messenger – Oltre le regole
Miglior attore
- Tahar Rahim per Il profeta
Cesso di bronzo
- Alice in Wonderland, di Tim Burton
Cesso d’argento
- Paranormal Activity, di Oren Peli
Cesso d’oro
- Mine vaganti, di Ferzan Ozpetek
Seconda Visione d’Oro (ex-aequo)
- Bastardi senza gloria, di Quentin Tarantino
- Il profeta, di Jacques Audiard
E’ tutto. Il blog continua, sebbene a rilento, date le calure estive, e la trasmissione si prepara alla sua decima gloriosa stagione con… una festa! Sapevatene di più nei prossimi mesi sul blog e nel frattempo scriveteci a secondavisione@gmail.com. Grazie e buone vacanze!
Wild Nothing – Gemini (Captured Tracks)
C’è qualcosa di molto liberatorio nel non sapere quasi nulla di una band: da dove viene, che facce abbiano i componenti, che interviste abbiano rilasciato e su cosa. È un tipo di ascolto “puro”, un lasciarsi andare che si lascia succedere perché – bombardati da ogni sorta di informazione su ogni band esistente, come siamo – altrimenti non succederebbe. È quello che ho fatto con i Wild Nothing. Ho buttato su la manciata di mp3 che compone Gemini e mi ci sono subito perduta dentro. Non ho problematizzato molto influenze e generi: a parte la targa “SMITHS” che compare, non ignorabile, su Chinatown e un po’ ovunque, non c’è da ritrovarsi molto nel file under “shoegaze” (ma dove?) o dream pop (al massimo, un generico contenitore new wave). C’è da beneficiare, invece, dell’ascolto di un disco davvero riuscito che sfiora il plagio, si, ma lo fa in maniera singolarmente attraente. Avete presente la sensazione di guardare dal finestrino e perdervi in un paesaggio che avete visto mille volte? Ecco, Gemini è esattamente questo. Uno scenario arcinoto che in certe circostanze torna a brillare, pur non costando alcun tipo di sforzo psichico (quello che si accompagna alla scoperta). In definitiva, ecco che conoscere chi siano o cosa facciano nella vita di tutti i giorni i Wild Nothing non serve a niente: sono il tipo di musicisti che non hai mai conosciuto, ma conosci da sempre.
Visita il MySpace dei Wild Nothing
Guarda il video della fantastica Live In Dreams (qua sotto)
Allo Darlin’: s/t (Fortuna Pop)
Elizabeth Morris ha in sé tanti di quei tratti distintivi dell’indie-pop da riuscire a sfuggirne, in modo del tutto inconsapevole, quasi completamente. Trasferitasi dall’Australia a Londra qualche anno fa, il suo alias è, nomen omen, portatore di quella grazia educata e irresistibilmente gioiosa allo stesso tempo, che compare sfacciatamente qua e là nel baule di sonorità e scenari che contrastano con la polverosità di molto di quello che le sta intorno nello scaffale reale o immaginario di ogni bravo twee-lover. Il mio primo personale contatto ravvicinato è il ricordo vivacissimo di un Buffalo Bar di agosto murato, dove facce note e sconosciuti londinesi mandavano a memoria tutte le sue canzoni e di un Darren Hayman che saliva sul palco subito dopo quasi stordito da tanto amore. Un non-hype costruito in quasi quattro anni di tour e composizione di canzoncine deliziose e incommensurabilmente perfette, quasi Allo Darlin’ fosse la Molly Ringwald dei film di John Hughes e noi non potessimo fare altro che innamorarci perdutamente di lei. Alla base dello spettro di colori vivissimi, l’onnipresente ukulele, accompagnato dal crooner per gioco Monster Bobby nell’apertura Dreaming e poi declinato in versione scarna e dolcissima nel vecchio singolo Heartbeat Chili. Elizabeth si rivela così perfetta alfiere di una freschezza irresistibile, capace di raccontare storie in una sapiente miscela di innocenza e ironia e, soprattutto, di prendere il largo da altri epigoni molto meno illustri del genere.
Guarda il video di The Polaroid Song
Guarda il video di Dreaming
Guarda la performance live di Henry Rollins Don’t Dance
Retribution Gospel Choir: 2 (Sub Pop/Audioglobe)
Noi, anche nella vecchiaia, manifesteremo eterna gratitudine ad Alan Sparhawk, perchè i Low sono e saranno una
pozione consolatoria contro le frenesie del mondo, un vaccino di straordinaria potenza minimale realizzato per combattere tutti i barocchismi passati, contemporanei e futuri. Per questo abbiamo perdonato trascurabilità da lunga carriera come The Great Destroyer. E per questo abbiamo trovato una giustificazione alla prima uscita Retribution Gospel Choir, vuoi per un impatto comunque apprezzabile (soprattutto in dimensione live), vuoi per la presenza di Mark Kozelek in cabina di regia, vuoi per l’accettare una stravaganza power dopo anni di moviole. Ora non rinneghiamo nulla, tuttavia non siamo ancora così apatici da dover accettare con esaltazione da nuovo millennio (quella per cui ogni uscita tende al clamoroso) una seconda prova che non pretendevamo necessaria, ma almeno- in parte- sentita. Invece, seguendo la vecchia lezione dell’oggettività, il termine adatto sembra gratuito, per un album in cui l’essenzialità è solo nel titolo ( 2 ) e la vivavicità (presumibile) è freddina e scontata come un vecchio clichè. Perbacco, qualcosa di aggressivo sobbalza, i tre san suonare (un solo cambio rispetto all’esordio, Steve Garrington per Matt Livingston) ed in studio uno come Eric Swanson sa dove mettere le mani. Ecco allora pop tirato e retaggi psych, acidità seventies e tradizione country. Oggi lo chiamano alt-rock. Tutto scritto bene, come era intuibile anche senza ascolto. Tutto un po’ inutile. Ed anche quello, ahinoi, non era di difficile previsione. Francamente, nell’occasione, preferiamo passare oltre.
Visita il sito dei Retribution Gospel Choir
Guarda il video di Hide It Away
Guarda il video di Words dei Low (brano di I Could Live In Hope)
Riaffiora: Antonio P. (Soviet Studio)
Un cartello con su scritto “attenzione: questa è Arte” non è esattamente il miglior biglietto da visita per la musica (e non solo per il pop). Informazioni tipo “ispirato alle ultime lettere di Jacopo Ortis”, riferito al secondo brano di questo EP dei padovani Riaffiora, suonano un po’ intimidatorie. Come a dire: “ciccio, guarda che qui si fa sul serio”. Va benissimo, ma non è che il risultato debba essere migliore di altre produzioni che parlano, per dire, di gite fuori porta o capre scozzesi. Inoltre, a fronte di 10 minuti di musica, qui ci sono testi parecchio verbosi e tante, tante altre parole (per la precisione un racconto di 30 pagine). Parole abbastanza confuse e poco efficaci: si parla di follia, solitudine e amore, ma i presupposti concettuali del progetto restano vaghi e lo stile non è particolarmente originale. Detto questo, la musica di Antonio P. suona bene e può essere situata da qualche parte tra l’approccio dei Perturbazione e i primi Giardini di Mirò. Suonando di più, i Riaffiora potrebbero convincere senza bisogno di scomodare lettere maiuscole (tipo la L di Letteratura) e un estetismo di maniera.
Langhorne Slim: Be Set Free (Kemado/Audioglobe)
Langhorne Slim per il sottoscritto è stato una folgorazione dal vivo. Impossibile, anche per il più profano fruitore di musica, resistere a quella carica rock’n’roll, così gioiosa, strabordante e contagiosa, che di rado prende fiato con qualche bella ballata folk dal sapore classico. Su disco le cose cambiano e sono diversamente convolgenti, più vicine al folk cantautorale di un Ryan Adams o di un Grant Lee-Phillips. Il carico di sfumature malinconiche è preponderante e il viaggio è più contemplativo che veloce, carico di ricordi portati on the road a velocità di crociera. Be Set Free vince con la semplicità di emozioni fluttuanti tra voglia di rinascita e sguardo agrodolce ai ricordi passati, sembra un piccolo romanzo breve che viene voglia di riprendere in mano ciclicamente per riassaporarne le sensazioni. Langhorne Slim è il bicchiere mezzo pieno di una giornata non proprio felice, queto dovrebbe bastarci per amarlo.
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