Chiudiamola subito, perché alla fine da dire c’è poco o nulla. Mulatu Astatke è un concentrato di stare bene in qualsiasi forma e per qualsiasi essere umano, compreso chi osserva crescere il basilico sul balcone e non ascolta canzoni in quanto perdita di tempo. Non servirebbe aggiungere altro, se non che a breve distanza dalla perla con gli Heliocentrics il grande capo dell’Etiopia torna, crea e spiega musica. In Mulatu Steps Ahead la banda è composta dall’Eiter Orchestra di Boston, qualche Heliocentrics rimasto in studio e musicisti etiopi amici del capo. Ad uscirne nettare jazz in spazi africani, talmente stranianti e rari da far apprezzare certe sonorità (quelle africane, of course) anche a chi solitamente non riesce proprio a comprenderle. La voce di Mulatu è, al solito, arrogante per fascino, immersa in dimensioni viziose perché sognanti e (concretamente) apatiche nel diffondere calore con rassicurante continuità. Aprendo un po’ tutte le porte possibili sulla sua terra, fra sogno e desolazione, scrive un’altra pagina necessaria per il buon gusto. Artista unico. O qualcosa di simile.
Qui di Piccole Donne, drammi di vita quotidiana e sessualità repressa non ce ne sono. L’unica analogia tra il libro di Louisa May Alcott e il disco dei Little Womenè il numero dei protagonisti: quattro. Si parte ottimamente con una sana dose di autoironia nella scelta del nome da parte del quartetto di Brooklyn, che con questo esordio mira alla nostra morte. A brutalizzarci sotto il sole atroce e a lasciare la carcassa sull’asfalto sagomato dalla calura. Lo dicono loro, anzi lo dice la nota dell’etichetta, anche se lì si parla di raggiungere la trascendeza tramite un muro di suoni devastante. Ma è la stessa cosa, perchè nessuno sano di mente metterebbe mai su un disco così oggi. Throat è un disco strepitoso, diviso in sette capitoli senza titolo e senza scrupoli, badilate di jazz-core che puntano dritte alla giugolare per costituire un disco che pesta veramente tanto. Segue le solite influenze zorniane del genere (Throat I), raggiunge l’apice del delirio alla sesta traccia (Throat V) dove vi sembrerà di avere un paio di vene occluse all’altezza del cervello e strega con le melodie infarcite di improvvisazione di una suite fatta quasi di solo sax (Throat III). E’ anche un ottimo ripasso per ricordarci dei talenti simili, ma di casa nostra, come i Thrangh. Crudo e feroce, dà il meglio di sè se sfoggiato a tradimento durante un evento sociale o in autoradio per andare a fare l’aperitivo sulla spiaggia con gli amici: vi odieranno, ma volete mettere?
Ogni volta che mi viene recapitato un disco marchiato Own l’animo si predispone alla serenità. E’ una label che difficilmente sbaglia un colpo, che predilige il sussurro al caos, le sorpresa in punta di piedi ai clamori galmour. I Travels, anche se arrivati al terzo lavoro (il primo per Own), non fanno eccezione e la cosa è chiara sin dai primi timidi accordi di chitarra, liquidi ed eterei. Il disco non è da classificare come chincaglieria pop di fragile cristallo, è più un tiepido deserto che gioca con i chiaroscuro à la Low o il compianto Sparklehorse. La doppia linea volcale del duo del Massachusset, maschile e femminile, si adagia delicata su partiture soffici e, mi si conceda la banalità, al contempo sghembe. Undici brevi episodi che non arrivano mai ai tre minuti di durata, capaci di delineare un panorama affascinate, rassicurante e in costante penombra. Come camminare in un misto di trance ed eccitazione sul ciglio di una piccola strada di provincia. Dove sarà difficile incontrare qualche auto, ma nell’eventualità che possa accadere bisogna conservare viva l’attenzione.
Sono finiti i mondiali, tutti continuano a parlare di Campeones, degli odiosi buonisti spagnoli e dei riccardoni-rosiconi olandesi, ma qui a Radio Dio questi discorsi li consideriamo roba da Peones. Perché a noi solo una cosa ci interessa di questo mondiale: IL DRONE DELLE VUVUZELAS. Questa puntata è un tributo allo sdoganamento del Drone che hanno operato i tifosi Sudafricani con le loro Vuvuzelas, dei geni che hanno incosapevolmente abituato il mondo intero al piacere del ronzio roboante, delle frequenze oscillanti fluttuanti a cui abbandonarsi. Per l’occasione abbiamo chiamato i migliori creatori di drone a sfidarsi a colpi di bordoni all’interno del prestigioso stadio Crispino San della Repubblica Popolare d’Ostiense. Durante la partita ci saranno interventi di esperti reclutati da Radio Dio che diranno la loro sul Drone e sulle Vuvuzelas. BBBZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ
ringraziamenti: Giudit per la dronante copertina, Stivie Albini per la professionalità tecnica, Lifer per il fastidio introduttivo, ilTaglia per lo sconforto dronico, M.C. per l’illuminante post sulle vuvuzelas (qui) parte del quale è stato declamato dalla voce del computer, Lain per i zanzarismi zarri e PaulBP per la ShoegazingVuvuzzela.
dj Pikkio
Terry Riley – Poppy Nogood and the Phantom Band
La Monte Young – 31 VII 69 10_26-10_49 PM
Pan Sonic – Graf
Earth – Like Gold and Faceted
Fine Primo Tempo // Fabrizio Sestito – I Love Vuvuzelas
PaulBP – Into My Quagliarella // Inizio Secondo Tempo
Il parco San Giuliano di Mestre è un luogo davvero piacevole, o almeno verso inizio aprile sembra poterlo essere. Ai primi di luglio l’assenza degli alberi nel prato immenso che ospita l’HJF si fa sentire. La presenza massiccia di zanzare si fa sentire ancora di più. Nel pomeriggio ha tirato l’ultimo scroscio di pioggia, dopo il tornado di due giorni prima che ha mandato qualche decina di persone al pronto soccorso e ha impedito ai Green Day di suonare. Stasera sembra che la sfiga di Ed Ved se ne stia buona, l’arena s’è rinfrescata e il pubblico è -a detta della band- quasi il doppio di quello che l’organizzazione si aspettava.
Rock ‘n’ Roll. Ora che l’immaginario pseudo-rock regna ovunque, proliferano continui pastiche di quelle che vengono definite “attitudini rock”, dove basta usare la suddetta etichetta per convincere un po’ tutti e deluderne molti. E’ qui che rischia la bella mostraIt’s Not Only Rock’n'Roll, Baby!, dove il caro, vecchio rock ‘n’ roll c’entra solo di sbieco e piuttosto risalta la parola NOT. Quello che vedrete NON riguarda il rock, anche se vorreste. Lo siamo, ma anche no. Chi lo sa.
Inaugurata al Bozar di Bruxelles nel 2008 e ora approdata alla Triennale Bovisa di Milano fino al 26 settembre 2010, questa collettiva in continua evoluzione narra di 12 artisti scelti che nascono dalla musica e poi producono arte, senza decidere se una possa nascere senza l’altra, se sia l’Artista il fulcro di tutto, o se vogliamo semplicemente curiosare nel giardino creativo del nostro idolo. — Continua a leggere
Peggiore copertina dell’anno. Forse te la aspetteresti da una come Bianca Casady, che espone per la mostra It’s Not Only Rock’n'roll! i suoi schizzi depravati (in buona compagnia, s’intende) che altro non sono che l’estensione visual di un preciso intento sonoro. Grey Oceans supera il limite, neanche riesce a inserirsi nella solita diade ideale bello/brutto. Semplice inclassificata. Risultato: sappiamo che è tutto un gioco, quello delle sorelle Casady, come di chi stuzzica un gatto curioso e poi si lamenta dei graffi. Per questo album hanno fatto la loro scelta, spiazzare con qualcosa che visivamente va oltre l’arcobaleno di colori pastello in La Maison de Mon Rêve, gli unicorni che si violentano inNoah’s Ark, il gotico sfocato di The Adventures Of Ghosthorse And Stillborn. Hanno eletto a modello la copertina di un libro fantasy di serie B, tornando idealmente indietro nel percorso del buongusto, perché a loro non gliene frega mica di essere piacevoli. Nè di facile identificazione. Giocano spesso con la confusione dei sessi, lo sfaldamento dei luoghi comuni, la fantasia perversa. Mi sono capitate fra le mani così tante stranezze folk-irish-ambient-electro, che il nuovo intruglio targato Cocorosie non risulta poi così male.
Questo disco sa di alcune, basilari, precise decisioni. Uno: è perfetto per un localino in stile 10 Corso Como. Atmosfere che si impongono il fine della sofisticatezza, incursioni etno chic, stillicidi di loop, orchestrazioni che riempiono un tempo dilungato all’estremo. Musica da aperitivo, insomma. Con una differenza. Due: Sierra mette a frutto i suoi studi lirici. Ecco comparire delle vere linee sonore, meno concessioni a squittii e creste ruvide della voce, più forma e meno sfarfallii. Un disco che non stonerebbe di fianco a My Brightest Diamond. E poi l’effetto finale: più sicurezza e decisione. Via, verso la definizione, che sia del suono o degli intenti. Fila più piacevole, ma anche più sintetico. Come un aperitivo di ottime tartine da consumare subito. Pensando alle fatine e ai folletti che no, non sono carini e socievoli, ma forse un tantino dispettosi.
Conor J. O’Brien sembra quasi, come giustamente scrive Pitchfork, il figlio illegittimo di Conor Oberst e Tracey Thorn, e non solo per una spaventosasomiglianza con entrambi; tutti e tre hanno in comune un innato senso del tragico che viene trasposto in musica con cascate di intimismo tormentato che pure, alla fine, risultano affascinanti.
Nel caso di Villagers (questo il moniker scelto da O’Brien per includere anche i suoi amici musicisti riuniti nel progetto), si tratta di un lirismo piuttosto oscuro, tanto nei testi punteggiati di paure di mezzanotte e immagini oniriche, quanto nella musica che ha un che di epico, corale e assieme spettrale.
Una sorta di romanzo di formazione musicato, in cui il protagonista parte ragazzo e arriva sciacallo, con tanto di ululati liberatori a chiudere la bellissima e struggente Pieces. Certamente un percorso piuttosto tortuoso e aspro, che non manca però di diversi momenti di calma cristallina nei quali esce fuori l’anima più limpida dei Villagers, in un folk pop prezioso e rifinito, con arrangiamenti curatissimi su cui la voce di O’Brien si stende placida, e che ricorda tanto il suo “patrigno” Bright Eyes quanto il genietto del weird-folk Cass Mc Combs, che non a caso è stato l’intermediario tra lui e la fortunata firma per la Domino Records.
Con le sue sfumature caleidoscopiche fatte di toni caldi e freddi tenute assieme dalle fantasie interiori di un giovane cantautore, Becoming a Jackal è insomma il disco perfetto per musicare tanto i pomeriggi di sorrisi che le notti di tormento.
Quando si parla di festival estivi, poche regioni possono battere la Toscana. Se poi si tratta dell’attesissimo ritorno in Italia della band che più ci ha fatto battere il cuore dal 1996, l’occasione si rivela decisamente imperdibile. Il Play Art Festival sta arrivando e riempirà Arezzo di concerti, di fighissimi incontri letterari e di altri eventi che costituiscono un programma ricchissimo, che si snoda fra le piazze e i teatri di tutta la città.
Noi di Vitaminic abbiamo perso la testa per una data bellissima, quella che si terrà il 25 luglio presso il prato del Parco della Fortezza Medicea e che ospiterà sul palco Nexus, La Fame di Camilla, Samuel Katarro, Baustelle e Belle & Sebastian. La serata è nata coniugando musica italiana nuova e consolidata, dall’esplosivo surf-blues psichedelico del giovanissimo Katarro al decadentismo retro degli affermati Baustelle. A coronare la line-up ci saranno poi le melodie dolcissime dei beneamati scozzesini di Glasgow, che aspettavamo da anni e che delizieranno in una data unica in Italia.
Per vincere due biglietti per la data del 25 luglio, che vi offriamo in collaborazione con Toscana Live, dovete solamente rispondere (qui) vitaminicontest (at) gmail (dot) com a questa semplicissima domanda:
Quale voce femminile dei Belle & Sebastian ha abbandonato il gruppo nel 2002?