Charlotte Gainsbourg @ Traffic Festival, 14.07.10
Sarà capitato anche a voi di svegliarvi, certi giorni, carichi di voglia di vivere: uscire, vestirsi, lanciarsi in nuove avventure, fare cose, vedere gente, essere al massimo. Il 14 luglio, una data qualsiasi della mia esistenza, però, non era uno di quelli. Avrei voluto sparare l’aria condizionata nel mio piccolo appartamento, buttarmi sul divano e guardare un quintale di vecchi episodi di Star Trek mangiando ghiaccioli.
La parola data, però, è sacra e voilà, alle 17 precise, con malavoglia in ogni osso del mio corpo, mi sono infilata su un treno in direzione Torino; più nello specifico, in direzione Traffic Festival, alla volta del concerto di Charlotte Gainsbourg. E, no, in caso ve lo stiate chiedendo, non me l’aveva consigliato il dottore, ma una nota agenzia di Milano che si era incaricata di inviare dei baldi giovani al concerto per conto della Ceres, sponsor ufficiale del Traffic. Generosamente, quest’ultima offriva vitto e alloggio, nonché trasporti, in cambio di – cosa sarà mai – andare a vedere la chanteuse in Piazza Castello. Quello che si definisce un good deal, salvo che, e qui torniamo a noi, quando la data è giunta, io non ne avevo la proverbiale… mezza (anche considerato i miei amici torinesi non c’erano, sicché sarei dovuta stare da sola tutta la sera).
Arrivata a Torino su un treno con impianto di ventilazione poco dignitoso, è poi acceduto l’impossibile: ha iniziato a piovere fortissimo. Una specie di acquazzone tropicale in piena regola. E ha quasi iniziato a fare freddo. Just my luck, mi sono detta, versando ancora nell’umore di cui sopra. E non è finita: in albergo, mi hanno dato una stanza che non era stata rifatta. Ok, respirare. Ho respirato. Poi sono andata nella mia seconda camera. E, secondo i patti, ho chiamato la mia referente della nota agenzia – che era a Torino anche lei – e abbiamo deciso di andare a bere qualcosa vicino alla piazza, aspettando Charlotte.
Poco dopo siamo effettivamente nel centro di Torino: in tre, sotto l’ombrellone di un bar, mentre la pioggia scroscia. Il mio cattivo umore è sparito. Le ragazze (due) sono così in gamba che sono felice di essere venuta. Ci sistemiamo sotto il grande totem di gomma gonfiabile della Ceres, la mia benefattrice (che, per l’occasione, è venduta in “freedom bottle” tutto intorno, ossia in bottiglie di plastica) e ascoltiamo i primi pezzi della Gainsbourg. Primi dati: è piccola, minuta; indossa un gilet, dei pantaloni di pelle e una maglia bianca. Stile quasi da motociclista. I capelli sono a caschetto, sottili, splendenti sotto i riflettori. Dati successivi: nonostante una folta band la segua, la protagonista di Antichrist è abbastanza fuori luogo nel contesto. La sua voce è troppo sottile per una folla semi-oceanica, espressività e qualità di frontwoman a dire il vero sono esigue. Ironicamente (poiché è attrice assai riuscita), non è un animale da palcoscenico e non sembra recitare bene la parte della rocker che se la sta spassando. Ringrazia, evita di guardare in camera, si accartoccia un po’. Heaven Can Wait è bellissima e più di un pezzo è all’altezza, ma continuo a desiderare di vederla in un club che tiene cento persone, in acustico. È quella la sua dimensione. La spersonalizzazione del grande palco non le si addice. Peccato, perché di stoffa ce n’è parecchia davvero e comunque va applaudita l’organizzazione del festival per aver scelto un nome così difficile e inconsueto.
La testa, a questo punto, ciondola; ma manca una tappa. C’è la festa di inaugurazione del festival all’Esperia, un posto del quale noi milanesi (adottive o meno) non abbiamo idea. Ci infiliamo in un taxi e Torino scivola via, fuori dai finestrini di una Multipla: non sapevo fosse così bella. Guardiamo incantate i Murazzi e arriviamo a destinazione in un luogo magnifico, sull’acqua, dove sono esposte 14 opere di artisti emergenti che si sono ispirati alla Ceres (al lato ne vedete una un po’ “blasfema”, Ceres Che di Andrea Francolino). Il buffet è tutto a base di frutta, e i drink… indovinate?

