(Io se fossi Paolo Nori, di quest’album parlerei così)
Io, per esempio, Veltroni.
Io ora non sono la persona più pacifica del mondo (non che vada in giro a dar busse), però Veltroni, io talvolta sogno, non D’Alema (ché D’Alema si fa male da solo, ha un’ulcera decennale da invidia e ambizioni fallite), non Rutelli (ché Rutelli, poverino, che gli vuoi dire? È Rutelli), io Veltroni talvolta sogno che un paio di ceffoni li busca, non cattivi eh, da babbo a figlio, Veltroni dice che con lui, Roma, e PAM!, ceffone. Veltroni dice che con lui, altro che il 30%, e PAM!, ceffone. Non cattivi, eh? Non cattivi. È che Veltroni te li tira via dalle mani.
Ecco, che di solito, quando si parla dei Perturbazione, si dice moderati, catto-comunisti, buonisti, mai incazzati, idealisti, un po’ infantili. Poi si sottintende: Veltroni.
Che un po’ è vera, ‘sta cosa qui. Cioè che i Perturbazione magari si incazzano, ma non ci riescono proprio ad essere cattivi, che si vede che loro leggono e guardano e ascoltano tutto e c’hanno gli occhi curiosi del mondo.
Solo che a me non viene in mente Veltroni (che io ci ho un sogno, su Veltroni, che poi l’ho già raccontato prima). A me viene in mente Vendola, con le sue sibilanti, lo sguardo pacioso, la retorica che gli parte in automatico, le citazioni, il cuore.
Ecco, il cuore. Veltroni nei suoi discorsi mi pare sempre posticcio. Sarò banale, ma dice vado in Africa, e poi mica ci va. Dice gli operai stanno male, e lo vedi, in fondo alla sua miopia, che mica ce l’ha presente davvero, un operaio. Che poi che Veltroni sia buono, io non ci credo poi tanto.
Vendola invece lo vedi, c’ha proprio dei problemi ad essere cattivo; ci prova, eh, vorrebbe anche, ma mica ci riesce. E pure i Perturbazione, mica ci riescono.
Però quando si passa il segno, si vede che si incazzano. Queste 24 canzoni compongono l’album più incazzato e politico dei Perturbazione. L’album post-divorzio dalla EMI, un album che qualcuno (sto parlando di me) ha aspettato talmente tanto che quando nel 2008 il Sr.Chinarro ha fatto uscire un disco che sembrava fatto da loro, questo qualcuno (sempre io) lo ascoltava e lo riascoltava e pensava: chissà quando esce un nuovo album dei Perturbazione. Ed eccolo qua, quest’album divorziato, politico ed incazzato.
Che poi è anche il più vario, ed ora dovrei scrivere un paio di righe che recitano così: il ritorno di Magistrali giova tantissimo agli arrangiamenti, tornano i fiati e le chitarre più corpose, ma anche diversioni indietroniche alla Notwist, riff paracinesi, fisarmoniche e theremin, uno xilofono che gioca su un filo teso tra Nick Drake e Bersani – Samuele, dico.
Cioè dovrei dire, non è vero che il problema di quest’album è che troppe canzoni poi suonano tutte uguali (come uno potrebbe pensare quando vede che son tante canzoni). Anzi, suonano tutte diverse. Questa cosa succede in realtà un po’ con la scrittura: vero che finalmente han beccato il perfetto figliastro degli Smiths (Buongiorno buonafortuna), vero che la canzone da controspiaggia (Promozionale) ormai è un’istituzione dell’indie, però l’inventiva melodica, soprattutto per le trame vocali, scarseggia un po’: insomma son canzoni a cui fai tana facilmente, le riconosci anche vestite diverse.
Però quei vestiti son tutti carini, e sinceramente mi sembra una cosa sufficiente per apprezzarle, che sono vestite bene. Che ci son canzoni oggi, ci son canzoni, specie in Italia, ci son canzoni dicevo che proprio non hanno gusto per il loro vestito, e per fortuna che ci sono i Perturbazione allora, che mettono lì un tailleur, lì un vestito a fiori, lì un kimono, lì una tuta da operaia, a queste ventiquattro signore capaci di indignarsi ancora per i tempi che viviamo: come la Bindi che, alla ventesima volta che Berlusconi la mena col fatto che lei è brutta (come se i parlamentari maschi, di ogni parte politica, fossero degli adoni), risponde ferma e cortese – ma la vedi che con gli occhi dice: ma va a caghér.
P.S. La canzone del gufo secondo me è la loro I Am The Walrus, se l’ascolti al contrario fa paura, penso io.
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