Soundlabs Festival 2010

Nur Al Habash | 30/7/2010

soundlabspic

Se l’anno scorso lo slittamento settembrino aveva tolto parte della carica estiva che il Soundlabs si porta dietro come marchio di fabbrica da ormai ben tredici anni, quest’anno potete di nuovo mettere in valigia costumi da bagno e crema solare: fate un bel cerchio rosso sul calendario per i primi due giorni d’Agosto, perché dalle parti di Roseto degli Abruzzi ci sarà da divertirsi.
La lineup è eccellente come al solito: da nomi storici come i Simple Minds a quelli che hanno segnato il trend dell’anno come le Dum Dum Girls, direttamente da Los Angeles; ci saranno i nostri favoriti Wave Pictures e quelli di cui ci siamo appena innamorati, i Wild Nothing, e in più i miglior act italiani come Virginiana Miller, Zu e Brunori Sas.
Insomma, è uno dei pochi festival in Italia ad unire lineup eccellenti a spiaggia, mare e ottima cucina regionale, e Vitaminic è per questo orgogliosa di essere mediapartner dell’evento.
Ecco la lineup completa:

01 AGOSTO

Zu
The Wave Pictures
Dum Dum Girls
Virginiana Miller
Wild Nothing
Mujeres
Air Waves
Matinée

02 AGOSTO

Simple Minds
A Hawk and a Hacksaw
Sleepy Sun
Dum Dum Girls
Wild Nothing
Brunori Sas

Info e programma: http://www.soundlabs.it/

Fucked Up @ Hana-Bi, Marina di Ravenna (21/07/2010)

Francesco Farabegoli | 29/7/2010

fu

Arrivano trafelati all’Hana-Bi con un furgone mentre Heike Has The Giggles sta già suonando il suo “solito” set compatto ed eccitato, che riesce a far dimenticare per un’altra mezz’oretta quanto il brit-p-funk contemporaneo abbia rotto le palle. Compro una loro maglietta con scritto stop joking about Britney Spears. Nel frattempo Fucked Up monta il palco in fretta e furia: il soundcheck in diretta è una bella scienza, ma pare che da una parte e dall’altra del mixer ci sia gente che sa il fatto suo. Due sbrang per chitarre e basso, due botte ai tamburi, due parole al microfono. Il fonico dell’HanaBi chiede di provare mezza canzone, giusto per. Un chitarrista di fronte a me risponde che boh potremmo semplicemente iniziare, tanto voi siete bravi e siamo bravi anche noi. Sale sul palco Damian “Pink Eyes” Abraham, enorme, belluino e pelosissimo. Ha uno sguardo spiritato, si schiaccia un bicchiere in testa mentre il gruppo inizia a suonare e via sulle prime file.

Avete mai visto gli Iron Maiden dal vivo? Nemmeno io, ma me l’immagino come la radice quadrata di quello che succede qui. Tre chitarre distorte con un suono saturissimo ed elegantissimo, il cantante che si lancia in mezzo al pubblico con un roadie e dieci persone a caso delle prime file a fare i salti mortali per stendere il cavo del microfono. Dopo tre pezzi Damian è ufficialmente l’uomo più BRUTTO che io abbia mai visto, a torso nudo con i peli impregnati del sudore che gronda da ogni poro e della sabbia su cui si è rotolato. Il taglio del culo gli esce fuori di una spanna dalle mutande fradice dello stesso sudore. Sulla fronte c’è il segno del bicchiere di plastica schiacciato. Sale sulla collinetta a disturbare qualche ragazza che si gode il concerto da seduta, torna in prima fila, abbraccia la gente, batte il cinque con le mani sudate mentre il roadie continua ad affannarsi dietro di lui con il cavo del microfono che sembra diventato il nodo di Gordio. Il pubblico è freddino, si limita ad applaudire a scroscio tra un pezzo e l’altro. Nessuno prova un briciolo di crowdsurfing, sarà che siam tutti trentenni, sarà che siam tutti invecchiati male. Pink Eyes continua a urlare come un invasato. La band cerca di sovrastarlo, spesso riuscendoci: bordate di suono velocissimo e compattissimo che da una parte sembra sul punto di esplodere e dall’altra dà un’idea di controllo quasi maniacale. Brano dopo brano il suono si fa sempre più grosso e violento. C’è molto Andrew WK, c’è il suono dei MBV di Loveless, c’è qualcosa di profondamente SST nell’impostazione dei pezzi, c’è un treno di hardcore, i Motorhead, tanti Sonic Youth. L’unica sensazione analoga a cui riesco a pensare sul momento è quella volta all’Estragon, tipo tre o quattro anni fa, con i Dinosaur Jr sul palco. Un suono di amplificatori troppo potente che rimbomba dal fondo del locale, le note che tornano indietro un secondo dopo essere uscite dall’ampli. Come due concerti nello stesso posto. Qui invece dei rimbombi ci sono tre chitarre che non mollano un secondo. È incredibile.

Tirano avanti un’oretta, suonano una sensazionale cover di Blitzkrieg Bop in chiusura e staccano tutto. Mentre un devastatissimo Pink Eyes continua ad abbracciare la folla e a stringere mani, un amico mi si para davanti e inizia a parlare. Lo guardo e mi sento come Tom Hanks all’inizio di Salvate il soldato Ryan. Il giorno dopo, verso le cinque, inizio a distinguere qualche rumore. La sera prima su questo palco ha suonato Wavves, in una specie di evento indie-glam estivo di cui ho sentito pareri controversi e di cui potete -volendo- leggere qui. Io non c’ero, ma non credo di aver perso molto. A ciascuno il suo. Il mio è quello che è successo qua davanti il 21 luglio 2010.

Nadine Khouri: A Song To The City (One Flash Records)

Enrico Amendola | 29/7/2010

nk_homecoverToh, un altro disco di una cantautrice “folk-pop-rock e chi più ne ha, più ne metta”. Sarà l’ennesimo album abbastanza delicato, che geneticamente non può essere brutto, ma inevitabilmente finirà nel dimenticatoio nell’immenso oceano di dischi di “cantautrici folk-pop-rock e chi più ne ha, più ne metta”. La cartella stampa dice che Nadine Khouri è anglo-libanese, che questo è il primo di due Ep che saranno pubblicati quest’anno e bla bla bla bla. In giro per la rete, le poche righe che trovo in merito la paragonano un po’ a Beth Orton, un po’ a Laura Nyro, un po’ alla ragazza della porta accanto e un po’ a chi vi pare. Sono pronto a giurare che potrei scrivere l’articolo anche senza ascoltare il disco, magari allungando il brodo con parole leggermente lunghe e articolate per darmi un tono, tipo “obnubilazione” e “preponderante”. Una volta ascoltato, sul mio volto si forma istintivamente il tipico sorriso sarcastico di chi già sapeva tutto. E’ esattamente come immaginavo, solo con un pizzico in più di Hope Sandoval e con la consapevolezza maturata che avrei commesso un errore a non ascoltarlo. Mi sarei perso un gran bel disco.

Visita il myspace di Nadine Khouri

Noesìa: Scopri cosa c’è di male (Libellula/Without Music)

Giorgio Busi-Rizzi | 28/7/2010

noesiaCari Noesìa,
Scopri cosa c’è di male
, recita con un certo fare ossessivo la title track di questo EP, ed il caso vi ha affidato un pignolo rompipalle (me) che non aspettava che un invito (involontario) a sezionare un disco.
Dunque, al primo ascolto (dall’esordio di Cenere, che se vi va chiameremo convenzionalmente Yellow) sembrate tre ventenni che suonano da un bel po’ (e piuttosto bene), che hanno ascoltato moltissimo The Bends e i Verdena, roba dei Pearl Jam (che io non ho mai amato troppo, quindi non so: diciamo Ten?) e dei Marlene. La prova del booklet mi pare confermi, al netto di un batterista più grande perché quello di prima era un amico ma, santoddio, scazzava sempre il tempo.
…ok, lo ammetto: a metà dell’autopsia del disco è scattato un transfert irrefrenabile e ora vi identifico con amici, amici degli amici, gente di cui ho letto.
Ma è colpa vostra: gli errori di quest’album sono tanto evidentemente figli dell’inesperienza che non possono non far sorridere bonariamente – specie me, che sono adulto anagraficamente e vecchio dentro.
Un esempio: “cospargimi di fiele”, cantate nella seconda traccia, facendo un Verdena. Un Verdena, no? Una specie di maledettismo prêt-à-porter in cui i testi evocano per enumerazione caotica ed associazione sonora. Suona come “miele” ma significa “rancore”, figata. Sennonché “fiele”, prima del suo significato figurato, ne ha uno letterale: significa “bile”. E voi non volevate dire “ricoprimi di bile”, no?
In generale, tutti i testi pagano la scelta rischiosa (che io però appoggio a priori) dell’italiano, soffrendo alla ricerca di un epos originale e sentito: e  il Verdenismo è una facile scorciatoia. Ve lo giuro, vi capisco – quando è uscito Valvonauta avevo 16 anni, e mi smuoveva qualcosa dentro. Invecchiando sono diventato cinico, mi sa (e rimango uno sfigato come quando ero giovane).
Però mi spiacerebbe se vi fermaste qui. Questo EP è dignitoso, è suonato bene e arrangiato con ottimo gusto (bellissime le chitarre – diceva il mio coinquilino, che adora i suoni para-grunge – puntuali archi e rhodes sulla canzone-maudite Verlaine), semmai limitato da una scarsa inventiva musicale e (soprattutto) testuale; ma io sono fermamente convinto che possiate aspirare a molto di più.
Per cui per favore, vi chiedo una cosa: ascoltate altra musica, diversa da quella che vi piace già (da quella che già sapete fare): Eels e Flaming Lips, Tom Waits e Blur, Liars e Girl Talk, Calexico e Neutral Milk Hotel, Notwist e Pavement, Morphine e Sonic Youth, Smiths e Leonard Cohen (sì, vado a caso); e il De Gregori giovane, Paolo Conte, Uochi Toki, Mariposa e Virginiana Miller. E poi tutto ciò che non ho scritto qui e che è in mille altri modi differenti da voi.
Poi provate a fare qualcosa di completamente diverso (cit.), e fatemi sapere. Io ci credo.
Con affetto, Giorgio.

P.S. La lettura del blog dei Noesìa potrebbe invalidare, in parte o interamente, quanto scritto, ma io oramai sono convinto e rimango convinto, a dispetto dell’evidenza.

Visita il sito ufficiale dei Noesìa
Guarda il canale Youtube dei Noesìa (c’è anche Danubio, non presente sull’EP Scopri cosa c’è di male

Ash: A-Z Vol.1 (Atomic Heart)

Enrico Amendola | 28/7/2010

Ash-A-Z_VolumeForse sono troppo vecchio per la musica degli Ash, anche se sono più o meno miei coetanei, ma musicalmente sembrano fermi al primo periodo post-adolescenziale. A-Z Vol. 1 raccoglie i primi tredici singoli che ogni due settimane hanno pubblicato da settembre 2009; ad ogni canzone è associata una lettera dell’alfabeto e questo primo volume va dalla A alla M. Non cambia molto la formula che da circa tre lustri ne consacra il successo, ondeggiando tra il pop sintetico degli anni ’80 (una novità non proprio entusiasmante) e il rock melodico fatto di chitarre scintillanti e pulitissime armonie punk-pop; tutto confezionato benissimo, dall’impatto piacevole e immediato, ma privo di incisività. Leggendo in rete commenti molto positivi sul disco, il dubbio che io sia diventato troppo vecchio per questo emo-rock per adolescenti tormentati si insinua forte e prepotente, anche se le mie quasi trentacinque primavere non mi impediscono di apprezzare cose come gli Idlewild e i Feeder, tanto per citare due band simili. I casi sono due: o sto invecchiando male oppure sono gli Ash a fingere male di non essere invecchiati.

Visita il myspace degli Ash

Mogwai: guarda Burning in live-streaming

Tomm. | 27/7/2010

Perché Burning “è un film ed è un documentario ed è un concerto ed è, in aggiunta, un (più ricco) album live. Ed è necessario.” Guarda in streaming su Vitaminic il live-film girato da Vincent Moon e Nathanaël Le Scouarnec alla Music Hall of Williamsburg di Brooklyn nella primavera del 2009. Questa sera. Alle 21.

Prenota adesso la tua copia di Special Moves
Vai sul sito dei Mogwai

Micah P. Hinson: And The Pioneer Saboteurs (Full Time Hobby)

Enrico Amendola | 27/7/2010

Micah_P_1275555634Il segreto sta tutto negli archi della seconda parte di quella stranezza a fine scaletta che prende il nome di The Returning. Quella coda malinconica e lontana dalle distorsioni noise di chitarra della prima parte della composizione, richiama l’attenzione per un disco non facile al primo ascolto e costringe a farlo girare di nuovo per capirci qualcosa. Quel che si capisce è che Micah P. Hinson possiede ancora le fiamme più alte del sacro fuoco del rock; eppure di rock’n’roll nudo e crudo non c’è traccia, le canzoni indossano il vestito buono delle grandi occasioni e fondono lacrime e sudore in un corpo unico e avvolgente. Il suo urlo si fa più soffuso e predilige maggior teatralità in luogo del folk più diretto e sputato in faccia. Non sembrava così ispirato dai tempi degli esordi, anche se le pareti di legno non scricchiolano più, sono piene di decorazioni e quadri d’autore, ma non appesantite, semplicemente più vive. Una volta svelato l’arcano, And the Pioneer Saboteur diviene simbionte di chi lo ascolta (si dice di organismo che vive insieme ad un altro, in modo che entrambi traggono vantaggio reciproco dalla convivenza) e regala l’impressione di essere atemporale, senza una genesi precisa, tantomeno una fine. È lì che ci ricorda che le sorprese più belle talvolta sono quelle che si svelano poco alla volta, quando nemmeno ci si accorge del proprio stupore. Tutto per colpa di alcuni dannatissimi archi.

Visita il sito della Full Time Hobby

Mogwai: Special Moves/Burning (Rock Action Records)

Marco Delsoldato | 27/7/2010


Old songs, stay till the end

“Mogwai will be the best band of the 21st century.” Lo dichiarò Stephen Malkmus, non Marco Delsoldato o Rob Strong. E, tolto il lato prog, Malkmus ha sempre avuto ragione. Nel caso specifico come Marco Delsoldato e Rob Strong. Con l’aggiunta di un numero imprecisato di altri esseri umani, da sempre (o per qualche periodo della loro vita) convinti del fatto che sì, puoi ascoltare tanta roba, ma una roba come i Mogwai non la sentirai da nessuna altra parte. Perchè il discorso, al solito, può dividersi fra oggettivo e soggettivo, come in effetti faremo, ma in aggiunta occorrerà qualche virgolettato, preso, rubato e memorizzato a dispetto di alcolici, chilometri e polase. Oltre alla cronaca, dura e cruda, basilare in quanto Burning è un film ed è un documentario ed è un concerto ed è, in aggiunta, un (più ricco) album live. Ed è necessario.
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Perturbazione: Del nostro tempo rubato (Santeria/Audioglobe)

Giorgio Busi-Rizzi | 26/7/2010

pert(Io se fossi Paolo Nori, di quest’album parlerei così)

Io, per esempio, Veltroni.
Io ora non sono la persona più pacifica del mondo (non che vada in giro a dar busse), però Veltroni, io talvolta sogno, non D’Alema (ché D’Alema si fa male da solo, ha un’ulcera decennale da invidia e ambizioni fallite), non Rutelli (ché Rutelli, poverino, che gli vuoi dire? È Rutelli), io Veltroni talvolta sogno che un paio di ceffoni li busca, non cattivi eh, da babbo a figlio, Veltroni dice che con lui, Roma, e PAM!, ceffone. Veltroni dice che con lui, altro che il 30%, e PAM!, ceffone. Non cattivi, eh? Non cattivi. È che Veltroni te li tira via dalle mani.
Ecco, che di solito, quando si parla dei Perturbazione, si dice moderati, catto-comunisti, buonisti, mai incazzati, idealisti, un po’ infantili. Poi si sottintende: Veltroni.
Che un po’ è vera, ‘sta cosa qui. Cioè che i Perturbazione magari si incazzano, ma non ci riescono proprio ad essere cattivi, che si vede che loro leggono e guardano e ascoltano tutto e c’hanno gli occhi curiosi del mondo.
Solo che a me non viene in mente Veltroni (che io ci ho un sogno, su Veltroni, che poi l’ho già raccontato prima). A me viene in mente Vendola, con le sue sibilanti, lo sguardo pacioso, la retorica che gli parte in automatico, le citazioni, il cuore.
Ecco, il cuore. Veltroni nei suoi discorsi mi pare sempre posticcio. Sarò banale, ma dice vado in Africa, e poi mica ci va. Dice gli operai stanno male, e lo vedi, in fondo alla sua miopia, che mica ce l’ha presente davvero, un operaio. Che poi che Veltroni sia buono, io non ci credo poi tanto.
Vendola invece lo vedi, c’ha proprio dei problemi ad essere cattivo; ci prova, eh, vorrebbe anche, ma mica ci riesce. E pure i Perturbazione, mica ci riescono.
Però quando si passa il segno, si vede che si incazzano. Queste 24 canzoni compongono l’album più incazzato e politico dei Perturbazione. L’album post-divorzio dalla EMI, un album che qualcuno (sto parlando di me) ha aspettato talmente tanto che quando nel 2008 il Sr.Chinarro ha fatto uscire un disco che sembrava fatto da loro, questo qualcuno (sempre io) lo ascoltava e lo riascoltava e pensava: chissà quando esce un nuovo album dei Perturbazione. Ed eccolo qua, quest’album divorziato, politico ed incazzato.
Che poi è anche il più vario, ed ora dovrei scrivere un paio di righe che recitano così: il ritorno di Magistrali giova tantissimo agli arrangiamenti, tornano i fiati e le chitarre più corpose, ma anche diversioni indietroniche alla Notwist, riff paracinesi, fisarmoniche e theremin, uno xilofono che gioca su un filo teso tra Nick Drake e Bersani – Samuele, dico.
Cioè dovrei dire, non è vero che il problema di quest’album è che troppe canzoni poi suonano tutte uguali (come uno potrebbe pensare quando vede che son tante canzoni). Anzi, suonano tutte diverse. Questa cosa succede in realtà un po’ con la scrittura: vero che finalmente han beccato il perfetto figliastro degli Smiths (Buongiorno buonafortuna), vero che la canzone da controspiaggia (Promozionale) ormai è un’istituzione dell’indie, però l’inventiva melodica, soprattutto per le trame vocali, scarseggia un po’: insomma son canzoni a cui fai tana facilmente, le riconosci anche vestite diverse.
Però quei vestiti son tutti carini, e sinceramente mi sembra una cosa sufficiente per apprezzarle, che sono vestite bene. Che ci son canzoni oggi, ci son canzoni, specie in Italia, ci son canzoni dicevo che proprio non hanno gusto per il loro vestito, e per fortuna che ci sono i Perturbazione allora, che mettono lì un tailleur, lì un vestito a fiori, lì un kimono, lì una tuta da operaia, a queste ventiquattro signore capaci di indignarsi ancora per i tempi che viviamo: come la Bindi che, alla ventesima volta che Berlusconi la mena col fatto che lei è brutta (come se i parlamentari maschi, di ogni parte politica, fossero degli adoni), risponde ferma e cortese – ma la vedi che con gli occhi dice: ma va a caghér.

P.S. La canzone del gufo secondo me è la loro I Am The Walrus, se l’ascolti al contrario fa paura, penso io.

Visita il sito ufficiale dei Perturbazione (e leggi il loro blog!)
Guarda il video di Mao Zeitung
Leggi cosa scrivono i Perturbazione del loro disco, sul loro sito
Guarda i Perturbazione su Fossifigo, la rubrica di Prontialpeggio dedicata alle vite (vere!) dei musicisti italici

La Tempesta Sotto Le Stelle (Ferrara, 10/7/2010)

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La Tempesta Sotto Le Stelle, ovvero l’occasione irripetibile di sentire tutti i gruppi di casa Tempesta festeggiare il decennale dell’etichetta a solo 15 €, nella consueta cornice di piazza Castello a Ferrara. Quasi tutti i gruppi: meno gli Altro, e meno il gruppo per cui, sul modello dello stimatissimo professore cui in ambito accademico ci si riferisce tuttora come “l’insigne anglista”, proporremo la denominazione di “combo milanese”. Partiamo dai secondi, Il combo milanese: le gioiose vicissitudini che hanno accompagnato l’uscita del disco si sono protratte a tutto il tour, iniziato con un furgone rotto e conclusosi con un polso rotto: quello del batterista, e addio serata ferrarese. Per gli Altro invece la colpa è solo nostra, che siamo riusciti ad arrivare troppo tardi (la fila di fan che speravano nelle compilation gratuite per i primi mille ingressi comunque non perdonava).
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