Fare il -figlio di- non è mai una posizione comoda. C’è chi però la prende con filosofia e tanta umiltà: Andrea Rosso è uno di quelli. Direttore creativo della linea 55DSL è un personaggio fuori dagli schemi, non nel senso classico e marketizzato del termine quanto in quello emotivo. Quale occasione migliore di un iPod Casino per scoprirlo?
Amiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla ventottesima puntata della nona stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Dopo due settimane torna ad affiancarmi il dott. Simili, per una puntata bella ricca: tre film e trailer!
Il primo film in scaletta è stato Il padre dei miei figli, di Mia Hansen-Løve, con Chiara Caselli e Louis-Do de Lencquesaing. Acclamato come capolavoro, questa storia di un produttore francese che fallisce sul lavoro, quando invece è adorato dalla famiglia, ci ha lasciati un po’ freddini.
Per tirarci su, abbiamo inalato il trailer di L’imbroglio del lenzuolo, storia probabilmente inutile della Sicilia dei tempi che furono, quando ancora il cinema ammaliava (mah).
Secondo film in scaletta del tutto autogestito dal dott. Noto al telefono, che ci ha parlato di Le quattro volte, di Michelangelo Frammartino. Il film, un curioso esempio di cinema, ha riscosso un bel successo al Festival di Cannes, e uno dei nostri padri fondatori è davvero convinto della qualità del film…
Infine, The Hole in 3D, che vede il ritorno alla regia di Joe Dante, alle prese con un horror-thriller come andava di moda farli negli anni ‘80. L’ultima mezz’ora è buona, ma i sessanta minuti che la precedono mettono a dura prova lo spettatore, come vi abbiamo raccontato sul nostro blog.
Ecco, è tutto. Scriveteci a secondavisione@gmail.com. Ci risentiamo il 22 giugno!
Quaranta gruppi su due palchi in tre giorni, per la modica cifra di decidete voi quanto.
Da venerdì a domenica, a Torino, c’è il NoFest. Il NoFest è un’occasione come un’altra per vedere dal vivo qualsiasi gruppo italiano ci venga in mente in questo momento. Solo che al NoFest ci sono davvero tutti. Non mancate: la locandina di Steuso è semplicemente troppo bella.
Lo capisci dalla copertina, lo senti. Quella fotografia sbagliata, i colori irreali, il mondo deformato attraverso la lente di plastica di una Holga, la sua analogica -magica, imprevedibile- (im)-perfezione, la nostra totale incapacità di leggere i molteplici livelli di un’immagine astratta e indefinita. Walls è il suono degli istanti nascosti, il ricordo di ciò che accade dopo. L’odore dell’ultimo treno della metropolitana verso casa, il fischio nelle orecchie all’uscita del club, il sapore dolce del risveglio, il rumore sordo di un ignoto mondo sottomarino, una nube fatta di fiori e luce e. Una piccola meraviglia di semplicità. Pubblicato da Kompakt a fine aprile -preceduto dai remix per The Field e Pantha Du Prince- Walls raccoglie otto tracce di straordinaria efficacia e puntualità. Ventinove minuti necessari, essenziali. Le trame e gli effetti sulle chitarre e la voce di Alessio (Banjo Or Freakout/Disco Drive). La spaziosità e la morbidezza dei suoni delle macchine di Sam (Allez-Allez), i beat mai invadenti, un’unica concessione al ritmo (Gaberdine), nessuna forzatura, nessun tentativo di confondere (illudere/annoiare) chi ascolta dilungandosi inutilmente. L’uscita pressoché contemporanea di Deutsche Elektronische Music 1972-83 su Soul Jazz Records è forse il riferimento più immediato, mentre la pubblicazione di Harmonia & Eno ‘76 Remixes a cura di Amazing Sounds (label fondata dallo stesso Willis) sembra chiudere perfettamente il cerchio. Che stiate tornando a casa o vi siate appena alzati Walls è puro “pop ambient” per la mattina presto. Un disco capace di conquistarti nello spazio di una colazione. Morbido e solare. Caldo, brevissimo, accogliente.
Damien Jurado è un esempio eclatante del concetto di minore inteso in senso positivo. Il concetto di minore, lo sapete bene, vale ovunque. Dalla musica al cinema, passando per letteratura, sport e cucina, comprese le evitabili come la giapponese. Scritto questo e pur deliziandoci nello snobismo, dobbiamo ammettere l’esistenza di una concezione negativa del minore, ossia chi rimane dentro al bosco perché non vi è alcun motivo razionale a giustificarne l’uscita. Minore non è bello per inerzia, anzi può essere tedioso ed orrido come il suo opposto (il famelico maggiore), solo che dovresti evitarlo con maggiore facilità. Poi c’è l’altro lato della medaglia e il buon Damien pare avervi inciso sopra il proprio nome, per motivi tanto prevedibili (il valore) quanto snervanti (i luoghi comuni). In breve, Jurado è fra i migliori esempi della scena indie folk degli ultimi tredici anni per oggettiva manifestazione musicale, tuttavia leggerete (e lo fate da tredici anni) che gli manca sempre un centesimo per ottenere la tessera del club più prestigioso. Eppure è proprio fra i migliori e non solo per quel The Ghost Of Davidche pare, a molti, il suo apice. Trattasi, in generale, di sensibilità emotiva rara, a volte aperta (soprattutto negli ultimi lavori), ma oggi tornata a chiudersi in riflessioni e descrizioni intime. Non necessariamente negativa, piuttosto riservata e cesellata in miniature da collezione. Fulgori elettrici pochi e importanti (il blues quasi eelsiano di Wallingford), arrangiamenti delicati per necessità (archi e piano in The Falling Snow) anche quando sovrastimati (l’incipit Cloudy Shoes), scrittura quasi stritolata dalle atmosfere (il fantasma di Mark Linkous in Kansas City, la sottile rarefazione creata da Beacon Hill). Il tutto è una sorta di inquietudine tranquilla e trattenuta, come se Saint Bartlett non fosse solo il nono album del cantautore di Seattle, ma una sorta di compendio illustrato di quello che da tempo propone. Per questo non il suo disco migliore. Per questo il solito disco importante. E non minore.
Torna anche quest’anno, con la sua settima edizione, il fantastico IndieRocket Festival di Pescara!
L’occasione è più ghiotta che mai, a partire dalle quattordici band provenienti da tutto il globo (Germania, Inghilterra e Cile fra i vari paesi), che animeranno la tre giorni accompagnate da un cast di dj interessantissimo. Tutto assolutamente dal vivo e sempre seguendo la filosofia del festival (che noi di Vitaminic condividiamo in pieno) di coniugare artisti locali e internazionali e di generi diversissimi. A scaldare il palco ci saranno, fra gli altri, il garage infervorato dei veneziani Mojomatics, il supergruppo Dakota Days e i seducenti britannici John and Jehn. Non importa che adoriate scatenarvi durante un concerto oppure che le vostre ginocchia non si muovano proprio al tempo della musica, all’IndieRocket Festival potrete scegliere di tutto, fra un caledoscopio di blues, noise e anche elettronica. — Continua a leggere
“Facciamo un salto indietro: è il 2006, l’Italia è appena diventata campione del mondo e ovunque – ma davvero ovunque – risuona il riff di Seven Nation Army dei White Stripes, anche se la gente non lo sa e continua a chiamare la canzone di Jack e Meg White: “Po po po po”. Sull’onda del successo popolare, il singolo del pezzo viene ristampato e rimesso sul mercato con il sottitolo “Inno indie dei Mondiali”.
Quattro anni dopo tutto è cambiato, l’Italia campione del mondo è un lontano ricordo e a fallire non ci pensano più solo le nazionali, ma direttamente le nazioni. È in questo clima che i Cat Claws decidono di cimentarsi con la scrittura di un nuovo inno indie per i Campionati del Mondo. Con l’aiuto di Rodion, musicista e produttore di area dance/elettronica con più di qualche singolo all’attivo per Gomma Records (etichetta tedesca molto nota ai frequentatori dei club e non solo), hanno buttato giù un singolo dal forte impatto pop che cita Madonna, ma la costringe a sporcarsi le mani con chitarre distorte e bassi dal piglio new wave.”
Courtesy of 42 Records, 90 Minutes dei Cat Claws. Tutta per voi.
L’idea del Luna Park era piaciuta troppo a tutti. Così gli A Toys Orchestra hanno preso una macchina, si sono seduti nel nostro salotto imparando a suonare un ukulele in pochi minuti, tutto pur di fare un giro con noi sulle giostre.
Ascoltare gente come Blank Dogs significa accettare la variabile per cui l’arte è roba loro e voi siete gli ascoltatori. Come disse Jim Morrison ad un giornalista in conferenza stampa “Non ti piace il disco? Si vede che non l’hai capito!”. E come dargli torto? Lo stesso vale per Mike Sniper, la testaccia geniale che in dischi come Under and Under pareva aver preso una piega da “nuovo e marcio garage rock degli anni zero” e che con Phrases è tornata sui vecchi passi di synth ed escursioni barocche nel pop. Quel minimo di tranquillità delle strofe viene puntualmente disgregato in ritornelli astrusi, strampalati, che paiono appiccicati un po’ a caso sul pezzo. Beh, che dire… è tutto quello che si chiede a uno come lui. Non c’è da lamentarsi ad ascoltare Phrases. Altrimenti che ne so mi compro un disco di Robbie Williams (ammesso che qualcuno di noi compri ancora dischi). Poi sono quattro pezzi, come le quattro stagioni, va giù liscio come l’olio e manco te ne accorgi. penso che questa sia sempre una buona qualità in un album, quella di potersi lasciare ascoltare “comodamente”. Si passa dalla fantastica e sovraincisissima Heart & Depression alla leggerezza di End of the Summer. Io lo ascolto in bicicletta e mi pare un motivo valido per suggerirlo a tutti voi esseri umani che state leggendo.
Boh, suppongo che a un certo punto sia normale smettere di pensare in piccolo ed associare il proprio nome ad una visione abbastanza grande da fare fuori le prospettive. La differenza tra ciuccarsi dieci o venti o trent’anni di cultura punk ed appropriarsene con dieci o venti o trenta giorni di ricerche su google è più o meno la stessa che segna lo scarto tra passato e passatismo, battendo il passo del biasimo snob con cui tendenzialmente chi-ne-sa ha preferito rigettare il progetto Rifoki, uno screamo-divertissement estemporaneo di Bob Rifo e Steve Aoki. La storia del rock non è tenerissima con i vincitori, specie dopo gli anni settanta, e da qualche parte qualcuno grida vendetta per i numerosi/terribili crimini commessi da sotto l’inappuntabile cappotto della militanza accacì/metal -quando ancora esistevano accacì, metal e militanze. Una volta che c’è qualcuno da prendere a male parole è un peccato perdere l’occasione, ma a noialtri (io e mia cugina, suppongo) piace sempre molto fare i bastiancontrari. Sperm Donor è un buon disco. Probabilmente non è un buon punto da cui partire per comprendere esattamente chi, cosa e come ha fatto la storia dell’hardcore quando la storia dell’hardcore era (e daje) in corso, e non è nemmeno un disco così imperioso nel sancire che se vuoi capire Ebullition devi comprare dischi Ebullition -per quanto riguarda Dim Mak, al contrario, siamo disposti ad accettare compromessi storici, ma NON a farceli sbattere in faccia dal titolare del marchio. E soprattutto Sperm Donor è un disco troppo corto per ascoltarlo dall’inizio alla fine senza pensare che i nomi coinvolti non diano adito ad immaginare qualcosa di più grosso e importante stia succedendo tutto intorno. Ma se facessimo volare meno l’immaginazione, e se facessimo suonare più alto il volume, potremmo concludere che Rifoki suona in qualche modo molto più basic (e quindi forse molto più vero) di BB o Steve Aoki o dell’ultima cosa emoviolence che ho sentito prima di Sperm Donor. Oppure smettere di farsi domande su cosa è vero e cosa è falso, che dopo Warhol e Lost, insomma. Io già di suo mi sento una gran merda a scrivere hardcore in un contesto qualsiasi. Ascolta il disco in streaming su Rolling Stone