Amiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla trentesima e ultima puntata della nona stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna.
Il primo film in scaletta, e unico decente della puntata, è stato About Elly, di Asghar Farhadi. Il film, sebbene soffra di alcune lentezze, è interessante, se non altro perché si stacca da alcuni clichè visivi del cinema iraniano, pur mantenendo una coerenza tematica con i prodotti di quel Paese. Forse l’unico film da vedere tra quelli usciti di recente.
Anche nell’ultima puntata non potevamo evitarvi il trailer: è quello del remake di Karate Kid. Togli la cera? Magari.
Chi vi scrive ha voluto farsi del male, ed è andato a vedere Alice, di Oreste Crisostomi. Un film evanescente come l’aria, scritto e girato malissimo, che vorrebbe ammiccare alla commedia leggera, ma si risolve davvero nel nulla.
Tommaso, invece, ha scelto la sua personale strada per il masochismo, ed è andato a vedere Ragazzi miei, di Scott Hicks: una storia (vera!) strappacore, ricattatoria a dir poco. La stagione ha la sua pietra tombale.
Ecco, è tutto. Scriveteci a secondavisione@gmail.com. Ci risentiamo il 6 luglio alle 2230 per lo speciale Gran Galà di Seconda Visione!
Una volta c’era pedro il leone e tutti i narcolettici del mondo si sdraiavano da qualche parte per ascoltarlo. Erano i tempi di It’s Hard To Find A Friend, The Only Reason I Feel Secure e Winners Never Quit. I tempi in cui l’autoralità slowcore era un dato di fatto e non la moda di qualche ragazzotto con la chitarra impegnato a fare il malinconico. I tempi in cui la lentezza era ricercata e voleva combattere contro frenesie oggi accettate e considerate insignificanti in quanto consuete. I tempi in cui era l’indolenza alla moviola a spezzare il cuore e non il coretto alla walt disney. Sembrano passati secoli, in fondo sono solo dieci anni. Nel mentre il buon David Bazan ha cambiato ragione sociale e, un pò, si è accodato al gruppo. Senza clamore, come regola vuole, rimanendo ancorato a quelle tematiche (amore e fede) che lo hanno sempre accompagnato. Solo entrando in una dimensione pop luminosa, non auspicata, ma forse inevitabile (Please, Baby, Please). È un peccato, perchè quando il nostro si ricorda dell’autunno il valore viene fuori senza problemi anche in Curse Your Branches (il tagliuzzare emotivo di Lost My Shape, l’andatura canonica mostrata da In Stitches) e per un attimo ti sembra di tornare ai tempi in cui la riservatezza (anche sonora) era un valore. Poi torna la lucidità, ti assale la nostaglia e mandi affanculo tutti ascoltando My Father My King.
Il postmodernismo a tutto tondo e ad ogni costo, il low-fi posticcio e il revivalismo asfissiante hanno spinto lontano dalle spiagge dell’underground e non solo una specie ormai in via d’estinzione: i guitar heroes. Quelli con cui ingrassavamo i nostri brufoli durante l’adolescenza, che ci spingevano a prendere in mano uno strumento e scimmiottare qualche riff o quel passaggio di assolo che non ci usciva mai. I nostri maestri di musica, riccardoni fino al midollo (il termine è abusato, ma in questo caso calza a pennello) ci riempivano la testa di dogmatismi come la pulizia dell’esecuzione, il bending perfetto malmsteeniano e il “suono adulto”, ma noi sapevamo di essere destinati a diventare i soliti musicisti dozzinali che prima o poi si sarebbero affogati nel punk o in qualche progetto d’avanguardia noise suonando biciclette-sintetizzatore componendo micromusica. Gli stessi maestri di musica, in questi maledetti anni zero, staranno inorridendo ricevendo in risposta alla domanda “A quale chitarrista vorresti assomigliare?” i nomi di Omar Rodriguez-Lopez e John Frusciante: questo è quello che ci è rimasto, gli altri sono tutti morti o diventati caricature imbarazzanti. — Continua a leggere
Fin dai primi anni della loro carriera, i Sambassadeur sono stati uno dei fiori all’occhiello della Labrador Records e di tutto il movimento del pop svedese che si è diffuso a macchia d’olio nell’ultimo ventennio. European è il loro terzo album, quello che potremmo chiamare in polveroso gergo la conferma. Il sound della band di Gothenburg infatti non si è mosso in un millimetro, e si è invece fatto più solido e sostanzioso: orchestrale e quasi liturgico, ampio e lento nei movimenti, insomma un pop sciropposo e barocco che sembra fatto apposta per i nostalgici degli Abba e dei lustrini.
Nell’era del tramonto del pop svedese però, quanto senso ha gettare nel mercato ancora delle conferme in questa direzione? Il nord-europa ha risposto alla questione con un nuovo tocco più esotico e bal(n)eare che pare aver infettato tutte le produzioni dell’ultimo anno, compresa quella dei Sambassadeur, con un risultato forse un po’ inaspettato: sembra quasi che Anna Persson sia andata in vacanza ad Ibiza con i Pet Shop Boys, armata di vocoder e crema solare. European è insomma il disco perfetto per gli amanti del pop così gonfio da rischiare il soffocamento, per i coraggiosi e i temerari che pur di divertirsi non hanno nessuna paura di avvicinarsi alla ringhiera del kitsch.
La prima recensione per Made Of Bricksdi Kate Nashche ho letto la stroncava in pieno, e quegli stessi motivi mi avevano convinto che la avrei presto adorata. Non ti cambia certo la vita, questa ragazzotta che voleva fare l’attrice e che si è poi ritrovata a comporre musica nella cameretta (solita storia da romanzo del giovane povero?), ma riesce nel difficile intento di accompagnare molti momenti di turbolenza interiore. Il segreto è una miscela di sano fancazzismo da “sono una tipa accattivante perché me ne frego” e un’attitudine da brava nerd (ma tutto sommato piacente). Si è poi fatta da sola, Kate, navigando la superficie dei vecchi luoghi sociali alla Myspace e costruendo una mitologia cibernetica da fare invidia a tanti nuovi emergenti, tant’è che oggi riposa sugli allori della Polydor dopo molti fortunosi cambi di etichetta. Con My Best Friend Is You Kate accentua la sua strategia: chitarre un po’ più spinte, gorgheggi e schiamazzi, e l’odio dichiarato per i gabbiani. Motivetti scazzati (I’ve Got A Secret), sconfinamenti nei territori della Regina Spektor di Soviet Kitsch,e l’etichetta “explicit lyrics” in copertina corredano il tutto. Purtroppo non c’è molto altro da dire, o si è su questa lunghezza d’onda o non si può capire. Kate Nash è un disegno abbozzato, un cumulo di aspirazioni e modelli di una nuova era: non ci dirà dove stiamo andando, ma è un buon modo per accompagnare il viaggio.
Thee Silver Mt.Zion Orchestra è depositaria di una tradizione postrock (tradizione postrock uguale ossimoro, ma giochi con le carte che ti danno) ormai decennale. Non essendo più possibile definire il postrock su base musicale, al postrock del giro di bands di cui fa parte TSMZO abbiamo confidenzialmente appioppato un nome geografico, cioè i canadesi. Fa mucchio e fa specie. Io i canadesi credo di averli capiti, ma con loro ho un problema di durata. Parlando in falso italiano potremmo chiamarlo dilemma del sub. Nel senso che i motivi per cui uno fa immersioni sono
1) testare il proprio fisico
2) sballare con i pesci colorati e i fondali marini.
Il primo dilemma del sub è quando devi mettere sulla bilancia la tua passione per pesci colorati e fondali marini e considerare l’idea di mettere una maschera, un boccaglio e una bombola d’ossigeno. Il secondo dilemma del sub è quando sei sott’acqua, stai ammirando i pesci e i coralli, li stai adorando e mentre ti accorgi che l’ossigeno sta per finire devi decidere se rimanere lì a guardarli e morire affogato e/o risalire in superficie perdendoti parte dello spettacolo. Il terzo dilemma del sub è quando sei sott’acqua e stai aspettando di morire annegato, e devi decidere se farlo con nonchalance godendoti tutto lo spettacolo dei pesciolini che scopano tra di loro oppure iniziare a farti prendere dal panico ed annaspare alla ricerca di un’uscita. Per dire insomma che di fronte a un disco dei canadesi in generale, e di un disco di Silver Mt Zion in particolare, e di Kollaps Tradixionales nello specifico, puoi decidere di adottare una miriade di atteggiamenti che dipendono dalla tua resistenza fisica, da quanto ami soffrire e da quanto sono belli i paesaggi sonori che amano dipingere con la perizia tecnica di cui sono capaci Efrim e soci. Dopo anni e anni di immersioni, nondimeno, è abbastanza naturale ritrovarsi con il fiato più corto e meno stupore. Visita il sito di Thee Silver Mt. Zion
Si potrebbe giocare ad elencare tutti gli ingredienti che fanno di questo disco qualcosa di assolutamente delizioso: io ci metterei David Bowie, Jonathan Richman e la new wave, poi i Pavement e i Velvet Underground, e ne verrebbe fuori un tortino di influenze davvero niente male. Lasciando perdere la cucina e il name dropping però, rimane la traccia di un artista che quasi in sordina sta portando avanti una poetica che è tanto semplice quanto originale, al punto da posizionarsi al di fuori di ogni contesto attuale: mischiare coerentemente l’Europa con la California è un’impresa che riesce solamente a chi ha una levatura artistica che si estende da una parte all’altra dell’oceano, e Jeremy Jay pare sia uno di quegli eroi romantici che con in dosso un cappottone e un’aria chic e sconsolata arriva a dire tutto quello che c’è bisogno di dire. Uno stile dimesso e minimale, un disco che sembra per questo spazioso e arieggiato solamente da un pop melanconico e sensuale, distaccato, brillante e fuori moda come un attore d’altri tempi.
La cosa più sconvolgente del concerto di Devendra Banhart dello scorso sabato a Villa Ada è stato il commento che ho sentito rimbalzare sulle bocche di tutti: “ma non ha la barba! non è vestito da fricchettone! non ha i capelli lunghi! e dove sono i baffoni e i tatuaggi e i fiori in testa? Ma è lui?”
A quanto pare chi era venuto attratto dal personaggio-Devendra è rimasto a bocca asciutta, perché il caro folk singer dalle radici apolidi è apparso decisamente ripulito e lontano dalle stranezze degli anni passati, armato solamente della sua chitarra acustica e della voglia di suonarla. Disturbato solo da una leggera pioggia sui pini della Villa (e sulle teste del pubblico), ha infatti srotolato per tutta la prima parte del concerto i pezzi più essenziali e folk della sua carriera, estratti tanto da Oh Me Oh My e Niño Rojo che da Rejoicing the Hands: chino sulla tastiera intento a creare piccole immagini fluttuanti o con in braccio la sua chitarra, Banhart ha dato prova di essere un vero e proprio sciamano del folk: il volto contorto e teatrale restituiva in canti e gridolini i suoi fantasmi interiori con una vividezza impressionante, mentre le dita pizzicavano impazzite in una vera e propria trance di note. Dopo un po’ la leggerezza di una performance così ridotta all’osso però ha cominciato a stancare, e per fortuna anche il resto della band è salito ad accompagnarlo in un fedele percorso che ha coperto in lungo e in largo la sua carriera, (tralasciando forse i pezzi migliori, ma è questione di gusti) in un live senza dubbio valido e coinvolgente ma che di certo mancava d’entusiasmo; sarà stata la pioggia, o la scelta di una scaletta non esattamente ragionata, ma la versione “ripulita” del caro Devendra tutto sommato ci ha lasciati un po’ freddini. Aridatece il fricchettone!
Ecco una doppia razione del podcast de La Belle Epop, il programma radiofonico in onda ogni sabato pomeriggio e lunedì notte rispettivamente su Novaradio CittàFutura di Firenze e Città del Capo Radio Metropolitana. Non per tirare in ballo i soliti topoi climatici, ma Fede e Massi non possono nascondere quanto le loro scalette siano in questo periodo più che mai influenzate dalla stagione estiva e dal caldo che li stona nello studiolo e dalle birre che diventano calde al secondo sorso e dai coloriti ambrati delle giovani passanti e dai balconi bollenti con vista sulla tangenziale e dalle canzoni che vincono sui climatizzatori e… buon ascolto!