Deftones: Diamond Eyes (Maverick/Warner Bros)

Simone Varriale | 17/5/2010

73b5a_17Deftones_DiamondEyesCome se la passano i Deftones? Abbastanza male, se consideriamo un bassista (Chi Cheng) in gravi condizioni di salute e un disco-svolta (Eros) rimasto nel cassetto a causa dell’accaduto. Diamond Eyes deve essere stato concepito tra una discreta quantità di situazioni e sentimenti spiacevoli, ma mi rendo conto di aver evaso la domanda: i Deftones potrebbero stare meglio, sia sul piano personale che artistico. Nell’incertezza infatti hanno deciso di attaccarsi a quelle due sicurezze su cui hanno fondato un’intera carriera. I riff caparbiamente grezzi e minimali del signor Abe Cunningham, e l’idea (molto americana) di Chino Moreno circa il modo in cui dovrebbe suonare una canzone dei Cure (cioè come un’ espansione in stile McDonald’s del gothic e delle sue emozioni). La buona notizia è che Diamond Eyes risulta molto più solido del precedente Saturday Night Wrist, ma si ha l’impressione che qualche volta, nel dubbio, i Deftones tirino i calci un po’ dove capita. Tuttavia qualcosa mi impedisce di liquidare il disco con la storiella del suono ammorbiditosi nel tempo. Il punto è che le cattedrali di emotività erette dal gruppo potrebbero essere smantellate con appena un pizzico di cinismo, soprattutto da chi – rispetto al ‘96 – si ritrova nei suoi trenta-e-qualcosa in compagnia di musica più arty (concetto in cui potete includere tanto Dente quanto Lady Gaga). Eppure, credo proprio di non essere interessato a questo sport. Preferisco godermi la parte migliore della minestra – e a voler prestare orecchio ce n’è abbastanza – facendomi scendere la fottuta lacrimuccia tutte le volte che i pezzi se lo meritano.

Visita il sito del gruppo
Guarda il video (tamarrissimo) di Rocket Skates

Phosphorescent: Here’s To Taking It Easy (Dead Oceans)

Marco Delsoldato | 14/5/2010

ph Per inquadrare il tutto serve riflettere sul concetto di cover. Seguendo quello puro il discorso è semplice: To Willie non aveva altro, per inerzia dall’ultimo album di inediti, Pride, sarebbero passati ben tre anni. Seguendo quello razionale (in media legato all’ascolto attento di un primo oggetto – cd – all’interno di un secondo oggetto – lettore – per un periodo di tempo superiore ai tre minuti di chi il primo oggetto non lo compra, il secondo non lo usa e la lontana percezione, rubata da qualche parte, la sfrutta per commentare lo stretto necessario) le discussioni sono sempre pari a zero: è passato un anno e poco più dall’ultimo, vero, disco, perché la rivisitazione di Willie Nelson era una personalizzazione assoluta, traballante per il nuovo millennio, pur seguendo, certo, i consigli di chi aveva bevuto tutta la tradizione qualche decennio prima.  In breve, una perfetta miscela fra classicismo e visionarietà delle origini. La cosa potrebbe apparire una questione di lana caprina nel vivisezionare Here’s To Taking It Easy, considerando Phosphorescent come abituale personaggio del troppo frequentato ambiente folk attuale. Purtroppo abituale non lo è,  quindi tocca fare uno o due passi indietro per comprendere appieno un’evoluzione da alcuni giudicata, con evidente idiozia, casuale o, peggio, furbetta nel volersi aprire a certo mondo.  Va chiarito: qui di spettinante e ammiccante c’è poco o nulla. E quel poco dipende dall’abilità di rendere melodico il rapporto con la scrittura,  strabuzzando gli occhi attraverso scelte strumentali dense e colme del (proprio) trionfo.  Lo scatto è evidente: il talento grezzo degli esordi (tanto adorabile quanto, in potenza, effimero) è rimasto integro, solo si è levato l’ingenuità attraverso i maestri del passato, così da arrivare con movenze darwiniane all’attuale consapevolezza. Che, a ben vedere, dovrebbe e potrebbe essere quella definitiva, a meno di curiosi e non desiderati colpi di scena. Oggi possiamo respirare a pieni polmoni, perché l’aria è buona e ricca di ossigeno. Possiamo sfiorare il country ed accettare la declinazione blues scelta da Matthew Houck, ricordando come, nel 2005,  l’avremmo visto più con i Neutral Milk Hotel alcolizzati che con Neil Young. Oggi, invece, lo ritroviamo abbiente nei suoni (chitarre, fiati, percussioni, pianoforte) e spoglio (tenero, vulnerabile?) nel raccontarsi mentre gira dalle parti di Nashville senza fermarsi davanti a nessuna abitazione. Perché la casa, ormai, l’ha acquistata anche lui.

Ascolta The Mermaid Parade
Visita il sito Dead Oceans

Prima la versione di Reasons To Quit di Willie Nelson

Poi quella di Phosphorescent

…A Toys Orchestra: Midnight Talks (Urtovox/Audioglobe)

Giorgio Busi-Rizzi | 14/5/2010

midtalkIl Sergente Pepe si è perso ad Agropoli, con tutta la sua Banda del Club dei Cuori Solitari. Suonavano musica strana: una versione psichedelico/postatomica di Grease, sigle di poliziotteschi apocalittici, citazioni molleggiate, remake del Rocky Horror Picture Show e reboot di Dirty Dancing, canzoni strappalacrime e canzoni strappamutande. Cantavano di John Titor, di Gainsbourg e della Birkin, di Mrs Macabrette. Rubavano ai Low la ballad power-pop perfetta. E c’erano Elton John e David Bowie, Syd Barrett e Wayne Coyne, George Harrison e Donovan, i Pink Floyd del Muro e i Supertramp, e sopra tutti John Lennon (sì, è vivo) e Paul McCartney (sì, è morto, ma a Campbell dà fastidio essere chiamato col suo nome). E c’era di tutto, un profluvio di strumenti, arrangiamenti orchestrali, progressive e psichedelia, scimmiottamenti e citazioni, e tante, tante idee originali.
O forse erano solo gli A Toys Orchestra (in formazione allargata: ospiti Stefana, D’Erasmo, Kohler, Ferrara, Macchia ed alcune personalità di Gabrielli), col loro inglese non sempre grammaticalmente impeccabile ma estremamente funzionale, perché l’export italiano la smetta di portare oltreconfine solo gente che sarebbe meglio lasciare lì (la Laurona, Eros, Gigi, quelli) e dia a queste quattordici straniate avventure in hi-fi l’attenzione che meritano.
Midnight Talk
è un album teatrale, citazionista, colmo di modernariato 60’s/70’s, ambizioso ma talmente sfacciato da essere irresistibile: l’album indierock che i Queen (quelli onnivori di Bohemian Rapsody) non hanno mai fatto. Un pop Gabrielli (ho detto Gabrielli? Volevo dire “orchestrale”) pieno di papabili anthem, che riesce anche a liberarsi di una certa macchinosità che gli arrangiamenti (curatissimi ma sempre un po’ pesanti) di O’Halloran aveva conferito a Technicolor Dreams. Qui invece tutto scorre talmente tanto che anche le (mezze) cadute di tono hanno una loro ragion d’essere. Un pop smielato e sensuale (un’equipe dell’Università del Maryland l’ha segnalato come sottofondo ideale per fare l’amore), drammatico e divertentissimo, ispirato ed arrangiato da Gabriell… ehm, da dio.
Cristo si è fermato ad Agropoli. Ma pare volesse solo sentire gli A Toys Orchestra dal vivo, e ripartire per Eboli.

Ascolta tutto Midnight Talks in streaming sul Soundcloud della Urtovox

Rufus Wainwright: All Days Are Nights: Songs for Lulu (Polydor/Universal)

Paolo Morelli | 13/5/2010

rufus_wainwright-adansflCome è consuetudine per un artista dalla personalità ingombrante come Rufus Wainwright, anche nel caso di quest’ultima uscita All Days Are Nights: Songs for Lulu l’atteggiamento con cui ci si dispone all’ascolto è fondamentale. Nel tentativo di elaborare il suo recente, doloroso lutto (a gennaio è mancata la madre, la cantante Kate McGarrigle), il songwriter canadese confeziona infatti un album intimista e compatto, in cui estremizza quella formula voce-piano a lui già familiare, al contempo essenziale e ridondante, e mette da parte le orchestrazioni pop-barocche della precedente raccolta di inediti Release the Stars. A ciò si aggiunga che, dopo la parentesi Broadway & paillettes con Judy Garland, stavolta per titillare il suo lato di interprete e arrangiatore Rufus sceglie di musicare niente meno che tre sonetti di Shakespeare. Le tre composizioni risultano più monocordi rispetto al resto della tracklist, e poste al centro del disco lo appesantiscono ulteriormente; l’inevitabile mannoiata finale in francese, poi, non aiuta certo a far recuperare vivacità all’insieme (l’aria Les feux d’artifice t’appellent è tratta dall’opera lirica Prima Donna, impresa dello scorso anno). Ecco che quindi, al di là di alcuni pezzi di gran classe (Zebulon, The Dream), il valore di questo disco sta soprattutto nella testimonianza di intensità vocale e talento strumentale che offre. Per apprezzarlo sono necessarie concentrazione, attenzione ai testi e al rincorrersi dei virtuosismi pianistici di Rufus, e un certo sforzo di fantasia per immaginarsi di assistere a una sua performance live.  Quelle in cui si mette a nudo e senza troppe sovrastrutture riversa sul pubblico un flusso devastante di romanticismo, autoanalisi e tormenti interiori. Per chi di Wainwright amava le canzoni pop, conviene invece recuperare dallo scaffale i dischi di qualche anno fa, o attendere speranzosi il prossimo giro di giostra.

Rufus Wainwright sarà in concerto stasera al Teatro Comunale di Firenze e sabato al Conservatorio di Milano.

Visita il myspace
Amarcord da lacrimuccia: una versione di qualche anno fa di Somewhere over the Rainbow (con Kate McGarrigle al piano).

Guarda il video di Zebulon

Pronti Al Peggio, iPod Casino: Malika Ayane

Pronti Al Peggio | 13/5/2010

Quando l’abbiamo incontrata era inverno e c’era il sole. Oggi è primavera e piove che Dio la manda. Malika Ayane è un personaggio che passa dal Festival di Sanremo alle canzoni di Paolo Conte, repertorio pronto ecco che arrivano le cuffie.

Malika Ayane sul sito di Pronti Al Peggio

The Soft Pack: s/t (Heavenly/Cooperative)

Paolo Morelli | 13/5/2010

soft_pack-stLa maggiore difficoltà, parlando di un disco come il debutto omonimo dei californiani The Soft Pack, sta nel trattenersi dall’usare un linguaggio giovanilistico e risibile comprendente punti esclamativi e termini come BOMBA o FICO. Sì, perché quello del quartetto di San Diego (sulla bocca di tanti da un bel po’, fin da prima che considerazioni di quieto vivere li inducessero ad abbandonare il vecchio nome The Muslims) è semplicemente un disco di ottimo rock and roll, indie se vi fa comodo la definizione, melodico quanto basta. Un frullato di rock-surf-punk-CBGB-garage pronto per invadere i club di tutto in mondo e le vostre camerette. Qualcosa che da queste parti si fatica ad estrarre dallo stereo, dopo decine e decine di ascolti accompagnati da entusiasmo crescente. In The Soft Pack ci sono gli anthem a presa rapida da mandare a memoria (Answer to Yourself già tra i brani dell’anno); affiorano le vibrazioni che ti davano i mostri sacri del passato (Stooges Velvet e Ramones, ma anche i Feelies e i Nirvana di Bleach – tutti paragoni da prendere cum grano salis, eh); non manca poi qualche buona idea rubacchiata agli stessi semi-revivalisti degli anni zero – gli Shout Out Louds più acerbi nell’apertura C’mon, i Vampire Weekend in Mexico, gli Strokes un po’ ovunque (stesso tiro ruffiano, stessa impostazione vocale, stesso emergere di canzoni “pop” da un suono insieme pastoso e slabbrato). E rispetto a un Is This It qui ci sono pezzi! tutti! diversi!, che mantengono sempre alta l’adrenalina. Ecco, sono scaduto nella scrittura gggiovane e torrenziale. Capita, con gli album di questi ragazzetti talentuosi e dall’aspetto un po’ sfigato che pur non inventando nulla riescono a catapultarti con le loro canzoni in un punto spazio-temporale imprecisato tra Williamsburg, la spiaggia di Santa Monica e le serate più divertenti della tua vita.
A proposito, l’ho già detto che questo disco è una piccola bomba?

Visita il myspace dei Soft Pack
Ascolta o scarica C’mon dal forkcast di Pitchfork
Guarda il video di un vecchio pezzo, Extinction
Ascolta Pull Out in una versione live @ KEXP

Guarda il video di Answer to Yourself

Pens: Hey friend, what you doing? (De Stijl)

Nur Al Habash | 13/5/2010

pensVorrei tanto bastasse la copertina disegnata coi pennarelli in un pomeriggio dedicato alla marijuana e alla libertà creativa. Vorrei tanto bastasse solo il fatto che sono tre giovani ragazze inglesi, anche piuttosto carine. Mi piacerebbe bastassero le foto super-fighe con i lampi di luce, o le t-shirt con la faccia di Elvis travestito da David Bowie, o ancora quei simpaticissimi piselli di plastica multi-color che ospitano sul loro myspace.
Sarebbe bello bastasse il video girato in cortile con effetti psichedelici degni della peggior slide di power-point, o le tracce talmente lo-fi da farti sanguinare le orecchie dal fastidio, la tastierina giocattolo che sta finendo la carica, il cantato che assomiglia al miagolio del micio torturato dal figlio della vicina e la batteria che ha deciso di andare per la sua strada.
Mi piacerebbe bastasse tutto ciò, ma non è così: il disco delle Pens è il segno che la bassa fedeltà è diventata talmente bassa da aver toccato davvero il fondo.
Mai più!

Everybody Was In The French Resistance…Now!: Fixin’ The Charts, Volume 1 (Cooking Vinyl)

Chiara Leandri | 13/5/2010

biiiiiiiigEddie Argos. L’artista che vorrebbe partecipare a Top Of The Pops. L’uomo ossessionato da Vincent Van Gogh. L’uomo “con le migliori sopracciglia del rock’n'roll” (organizzargli un incontro con Elio e le Storie Tese è d’obbligo). Ecco, lui più che una persona, è un marchio. Sappiamo che i testi saranno colonna portante di ogni nota, che ci sarà la battuta arguta, e che dal vivo la sua piacioneria farà muovere un sacco di bei sederini. Vorrei poter dire che la presenza della compagna Dyan Valdes cambi del tutto concept e musicalità, ma ahimè, questo è sempre e comunque un Eddie Argos. Come i pezzi d’arte dei migliori pittori. Come un pezzo di art brut, di art naif, o di art goblins… Notiamo, certo, un certo tocco femminile che va ad impreziosire la stesura dei colori, lo sguardo delicato della musa del cuore (e che crea rimarchevoli ritornelli). Ma nulla di più di un progetto simpatico che punta sul buon sapore che ha oggi il vintage e su un nome tanto lungo da non passare inosservato (formare una band è come la Resistenza, a patto che non si ricorra ad ipocrite scuse). Ah, e ovviamente anche sul tema scelto: un pout pourri di risposte alle canzoni più rimarchevoli del pop. Dalla troppo facile Avril Lavigne che sforna il ritornello migliore, al pezzo traditional Scarborough Fair passando per Frank Sinatra, Martha Reeves and the Vandellas, Michael Jackson e le geniali trombette di Billy’s Genes, Mamas and Papas, Kanye West and so on, qui si ride e si scherza sulle tragedie umane che hanno coniato gioielli popolari riaggiornati e riveduti con cinico disincanto. Bella trovata, bei testi, belle musichine - ma alla fine passo in fretta in rassegna le tracce senza che una mi rimanga nel cuore. Forse sono un po’ come Jimmy Mack.

Leggi la spiegazione di ogni brano
Guarda il video di G.I.R.L.F.R.I.E.N. (You Know I Got A)
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Amori

Francesco Locane | 12/5/2010

lesherbesfollesAmiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla ventiquattresima puntata della nona stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna.

Il primo film in scaletta è l’ultimo titolo di Silvio Soldini, Cosa voglio di più, con Alba Rohrwacher, Pierfrancesco Favino e Giuseppe Battiston. Ne ha parlato sul blog il nostro Manu, e noi non possiamo che essere d’accordo con lui: Soldini è bravo come direttore d’attori, mostra un’Italia lontana dalle solite terrazze borghesi e tavolate imbandite, ma gli manca la storia, ahinoi. E un film di due ore in cui manca la storia…

Il trailer, incredibilmente, questa volta non è italiano: abbiamo diffuso nell’etere quello di Caotica Ana, un thriller psicologico (sì?) dello stesso regista di Lucia e il sesso. Vedere per credere.

E infine, un bel film: Gli amori folli, ultima grande prova di Alain Resnais, con Sabine Azéma e Andrè Dussollier. Quasi un’opera surrealista, l’ennesimo gioco col cinema di un maestro che, nonostante l’età, dimostra un coraggio invidiabile. Anche per questo titolo, vi rimandiamo al nostro blog.

Bene, è tutto. Scriveteci a secondavisione@gmail.com. A risentirci il 18 maggio!

Jonsi: Go (Emi/XL)

Enrico Amendola | 12/5/2010

jonsi-go-coverL’estate esiste anche in Islanda e deve essere bellissima. Mite, elegante e generosa, col sole che non tramonta mai, aggrappato con tutte le sue forze alla linea dell’orizzonte a ripagare il debito di luce che l’inverno ha portato con sé. Jonsi, in libera uscita dai suoi Sigur Ros porta quell’estate in tasca, costruendo architetture sonore molto simili a quelle della band madre, ma permeate da una luce intensa e da una voglia irrefrenabile di prendere la bici per andare a zonzo annusando il profumo della natura che rinasce. Go unisce la solennità romantica del post rock più nordico alla semplicità dell’indiepop di matrice elettroacustica. E’ una gita fuori porta che alterna momenti di festosa gioia ad altri di pura contemplazione paesaggistica, attraverso un linguaggio musicale che richiama scorci di suggestione pittorica nella testa di chi ascolta. I fan dei Sigur Ros apprezzeranno, i loro detrattori resteranno fermi sulla propria posizione. Un bel disco che musicalmente potrebbe essere ascritto alla discografia della band che, già nel precedente lavoro, aveva fatto intravedere scorci di quella estate perfetta del grande nord.

Ascolta Go interamente in streaming sul sito ufficiale di Jonsi
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