Deftones: Diamond Eyes (Maverick/Warner Bros)
Come se la passano i Deftones? Abbastanza male, se consideriamo un bassista (Chi Cheng) in gravi condizioni di salute e un disco-svolta (Eros) rimasto nel cassetto a causa dell’accaduto. Diamond Eyes deve essere stato concepito tra una discreta quantità di situazioni e sentimenti spiacevoli, ma mi rendo conto di aver evaso la domanda: i Deftones potrebbero stare meglio, sia sul piano personale che artistico. Nell’incertezza infatti hanno deciso di attaccarsi a quelle due sicurezze su cui hanno fondato un’intera carriera. I riff caparbiamente grezzi e minimali del signor Abe Cunningham, e l’idea (molto americana) di Chino Moreno circa il modo in cui dovrebbe suonare una canzone dei Cure (cioè come un’ espansione in stile McDonald’s del gothic e delle sue emozioni). La buona notizia è che Diamond Eyes risulta molto più solido del precedente Saturday Night Wrist, ma si ha l’impressione che qualche volta, nel dubbio, i Deftones tirino i calci un po’ dove capita. Tuttavia qualcosa mi impedisce di liquidare il disco con la storiella del suono ammorbiditosi nel tempo. Il punto è che le cattedrali di emotività erette dal gruppo potrebbero essere smantellate con appena un pizzico di cinismo, soprattutto da chi – rispetto al ‘96 – si ritrova nei suoi trenta-e-qualcosa in compagnia di musica più arty (concetto in cui potete includere tanto Dente quanto Lady Gaga). Eppure, credo proprio di non essere interessato a questo sport. Preferisco godermi la parte migliore della minestra – e a voler prestare orecchio ce n’è abbastanza – facendomi scendere la fottuta lacrimuccia tutte le volte che i pezzi se lo meritano.
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Per inquadrare il tutto serve riflettere sul concetto di cover. Seguendo quello puro il discorso è semplice: To Willie
Il Sergente Pep
Come è consuetudine per un artista dalla personalità ingombrante come
La maggiore difficoltà, parlando di un disco come il debutto omonimo dei californiani
Vorrei tanto bastasse la copertina disegnata coi pennarelli in un pomeriggio dedicato alla marijuana e alla libertà creativa. Vorrei tanto bastasse solo il fatto che sono tre giovani ragazze inglesi, anche piuttosto carine. Mi piacerebbe bastassero 

L’estate esiste anche in Islanda e deve essere bellissima. Mite, elegante e generosa, col sole che non tramonta mai, aggrappato con tutte le sue forze alla linea dell’orizzonte a ripagare il debito di luce che l’inverno ha portato con sé.
