Ricchi, poveri e Zampaglioni

Francesco Locane | 19/5/2010

32613_locandina-draquila-l-italia-che-tremaAmiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla venticinquesima puntata della nona stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Torniamo a tre film con ospite! E poi dicono che c’è la crisi…

Il primo film in scaletta è stato Draquila – L’Italia che trema, di Sabina Guzzanti. Un buon documentario, che fa venire i brividi, sebbene, diciamolo, la Guzzanti proprio la mano da regista non ce l’ha. Comunque, ne abbiamo scritto anche sul blog.

Per esaminare il secondo film della puntata, Shadow – L’ombra, opera seconda di Federico Zampaglione, abbiamo scomodato uno dei padri fondatori di Seconda Visione, il dott. Noto, che ha anche scritto del film sul blogghetto. La rinascita dell’horror italico? Insomma… Zampaglione ce la mette tutta, ma il risultato è ondivago, come abbiamo scritto, in qualità di special guest, su I400Calci.

E infine, la porcata: come altro definire Robin Hood, diretto (seh) da Ridley Scott e interpretato (ahahah!) da Russell Crowe? Un film sbagliato, che tenta di giocare la carta del prequel (ormai un film unico non viene neanche più pensato) raccontando, con molte licenze storiche ciò che Robin era prima della leggenda. Una monnezza, amiche e amici.

Bene, è tutto. Scriveteci a secondavisione@gmail.com. Martedì prossimo andiamo a sentire i Pavement, quindi al 1 giugno!

Titus Andronicus: The Monitor (XL)

Enrico Amendola | 19/5/2010

Titus_andronicus_The_Monitor_album_cover.jpgOk, ammetto di non capirci un cazzo di cucina, però in linea teorica certi princìpi di base li conosco. Per cucinare un buon piatto servono ingredienti di qualità, ma non basta, è essenziale saperli dosare nella giusta misura. I Titus Andronicus non fanno di certo mancare la qualità e il talento, che agilmente si muove tra le maglie di un garage-folk-rock energico e rivitalizzante come una doccia fresca in pieno agosto; è sul dosaggio che devono ancora imparare qualcosa e lasciano sazi a poco più di metà pasto. The Monitor dura troppo, sessantacinque minuti che all’inizio ti prendono benissimo, ma dopo la strigliata iniziale finisce per stancare. Sono fermamente convinto che il rock sia come un calcio in culo, diretto e istantaneo, qui ci si ritrova come teletrasportati in una rissa gigantesca, un’orgia di calci e pugni. Troppo per uscirne indenni. Peccato, perché la qualità degli ingredienti è eccellente ed è un peccato sprecare tutto questo ben di Dio.

Guarda i video di Titus Andronicus
Visita il myspace dei Titus Andronicus

Giardini di Mirò: Altri Giardini (cd-r)

Tomm. | 19/5/2010

In tenda, lontano da casa. La musica dei Giardini di Mirò affidata al vento e agli strumenti e voci altrui. Altri suoni, altri cieli, Altri Giardini. In streaming su Vitaminic -per una settimana- København Store e Iròi alle prese con When You Were a Postcard e The Swimming Season. Mentre il disco sarà stampato in edizione limitata e venduto nelle date estive di Altro Tour, il resto -le cover di Death In Plains, Iori’s Eyes, Albanopower, Arbdesastr, Gazebo Penguins, Wolther Goes Stranger, Stefano Pilia, Banjo Or Freakout, His Clancyness, Musicadacucina (feat. Comaneci + Bob Corn), Denise, Japanese Gum + Blown Paper Bags, Sorry For Being Late, Schonwald, Quiet In The Cave- lo trovate su Indie-Eye, Inkiostro, Italian Embassy, polaroid blog, Rockit, Rolling Stone e Stereogram.

Giardini di Mirò : Altri Giardini by vitaminicmag

Pronti Al Peggio, Piazza Delight: Noyz Narcos + Truceklan

Pronti Al Peggio | 18/5/2010

Frutto di gran traccheggi, telefonate, strette di mano e risate: il Piazza Delight che avete tra le mani oggi è qualcosa di speciale. Noyz Narcos e il Truceklan quando decidono di buttarsi poi lo fanno davvero e la serata tra Stazione Centrale e Piazzale Loreto è stata di quelle da ricordare. Con lui Metal Carter, Duke Montana e Dj Gengis Khan. E un ghettoblaster. Per la prima volta il piacere di girare con un combo hip-hop che decide di mettersi in gioco in trasferta in questa Milano scurissima.

Guarda gli altri video sul sito di Pronti Al Peggio

Dosh: Tommy (Anticon/Goodfellas)

Alex Grotto | 18/5/2010

tommy-e1266017880229Nel suo loft arredato come una panic room, asettico ma che fa molto “artistoide snobbato che vende comunque dischi in quel di Minneapolis”, Martin Dosh non poteva scegliere un titolo più equivoco e pomposo, anche se composto da sole due sillabe, per il suo quinto disco: questo è il primo disclaimer, ovvero che il Tommy in questione non c’entra un bel niente con l’omonimo frangettato degli Who, il realtà si tratta di un omaggio che Dosh ha voluto fare all’amico Tom Cesario scomparso due anni fa. E questo è bene, alzi la mano chi avrebbe sopportato un tributo a Townsend, Daltrey e compagnia in salsa elettronica, un’idea atroce anche al solo pensiero. Il secondo disclaimer è che questo Tommy è caratterizzato dal solito inconfondibile sound degli artisti di casa Anticon, un pò hip-hop, un pò jazz, un pò IDM e il noise gate abbassato per l’effetto finto-lowfi d’ordinanza. E’ la solita minestra riscaldata che personalmente potrei mangiare sette giorni su sette per trecento e passa giorni all’anno senza mai stancarmi, ma la verità è che Dosh non è sicuramente tra i migliori cavalli da corsa dell’etichetta e questo disco è notevolmente al di sotto degli standard del producer di Minneapolis, nonostante sia uscito solo (ok, nel mondo discografico attuale sono un’eternità, ma nel mondo delle cose belle da ascoltare sono pochi, molto pochi) due anni dopo l’ottimo Wolves And Wishes. Su dieci tracce complessive ci sono ottimi momenti, Airlift e Gare de Lyon su tutti: la prima a ricordarci che sta roba qua dovrebbe occhieggiare all’hip-hop, la seconda è una suite che da sola vale l’ascolto del disco; potete tranquillamente skippare tutto e concentrarvi su questi due pezzi per essere contenti. Tra le cose che vanno skippate al volo includo anche Number 41, che vanta (in realtà non c’è molto di cui vantarsi) la collaborazione di Andrew Bird con il suo contributo di noia.

Dosh e Andrew Bird nella stessa canzone, per la seconda volta
Sì Anticon, grazie Anticon

High Places: High Places vs Mankind (Thrill Jockey/Self)

Ray Banhoff | 18/5/2010

hp-vs-mankind-aaPer gli High Places vale il principio del meteoropatia. Hanno iniziato col botto sotto la coltre di beat newyorkese, in una città dove (perdio!!!) i tombini buttano fuori il fumo verso l’alto, con un Ep omonimo e una copertina da panico, intrisi di loop mistici, stressanti, cervellotici. Una figata, si intenda. Dopo due anni in giro a suonare per musei di arte contemporanea, localacci e festival, si sono spostati a Los Angeles (e dove altrimenti?) e lì, là (lillà, un toscanismo) la musica è profondamente cambiata. Ecco la meteoropatia, lo svegliarsi col rumore delle onde della baia invece che col fragore della grande mela. Ecco l’album/manifesto: High Places vs. Mankind. Io di musica elettronica non so niente. Ho qualche brandello di dati e concetti strappato dalle mania un paio di amici. Vado a lezione di elettronica diciamo, ma non ho ancora fatto l’esame. Come sostiene M.R., questa è elettronica per indie, dove non c’è voce e il beat è ripetitivo, insomma niente di nuovo. È anche vero che per chi sente psycho folk, indie, post qualcosa, questa roba è l’incarnazione di un concetto astratto che quantomeno rasenta o circumnaviga il confine dell’elettronica tollerabile. Indi(e) ragion per cui per lunghi momenti rimango affascinato dal tappetone ambient e dalla babele di lingue che si intrufolano e contaminano tutto. L’andazzo è quello alla Gonjasufi o alla Fol Chen, la casbah sonora, l’intento è quello folle di riprodurre le voci notturne delle strade, dei locali, di un mondo occidentale sempre più arabo e mediorientale. Se vi va di farvi un giro salite, altrimenti scaricatevi un disco di fidget. Ma sarà come quando c’è un documentario sui nazisti alla tv e cambiate canale per una partita, un atto di leggerezza.

Alessandro Fiori: Attento a me stesso (Urtovox/Audioglobe)

Giorgio Busi-Rizzi | 18/5/2010

alefioriIl mio amico Dario è sardo.
Una volta aveva attaccato bottone con Fiori, mezz’ora a parlare in dialetto della Gallura. Quant’è che non ci torni, gli ha detto a un certo punto Dario. Mah – ha fatto Fiori – saranno 34 anni, considerato che sono di Arezzo.
Come sanno benissimo i fan dei Mariposa, il progetto-mamma di Fiori (si è anche dato alle parallele: Amore, Assodifiori con Stefana e Betti Barsantini con Marco Parente), il poliedricissimo artista (pittore, poeta e scrittore da appunti stralunati, violinista poi musicista tout court) è (l’etiquette giornalistica imporrebbe di dire “da buon toscano” – presente, no: la coca-cola, la cannuccia) prima di tutto un dissacratore – e prima di tutto nei suoi confronti, come si evince dalla polisemia programmatica di questo Attento a me stesso.
Fiori è però anche tra i pochissimi delle nuove leve della canzone italiana ad avere una vividissima vena surrealista (nel senso proprio del termine: l’inconscio, il cadavere squisito, gli orologi), reminiscente, volendo, di Dalla, Jannacci, Ciampi, affine a Capossela. I più attenti di voi, cari bambini, avranno notato che sto parlando di cantautori. Perché, lo dico per quelli che amano le etichettatrici ed i termini-portmanteau, quest’album è ispirato da una deliziosa vena cantautorale contemporaneamente intimista e sghemba, tradizionale e lisergica: per continuare col giochino delle somiglianze, come i Mariposa un attimo prima che inizino della decostruzione (quindi come un compendio di alcuni decenni di musica). Undici filastrocche pervase da un malessere melanconico e cantabilissimo, costruite su strutture colte ed articolate, classiche ma contemporanee (Lapo mi suggerisce di fare un paragone con la 500) per testi, musica e arrangiamenti, impreziositi dai vari compagni di merende (Stefana, Parente, Gabrielli, De Rossi e Gallo); e potrebbe sembrare artigianato, ma è magia, se già dopo un ascolto la memoria ritiene senza fatica le coordinate ricorrenti – le costanti, le ossessioni – della poetica di Fiori, immagini casalinghe ma non proprio usuali: il Mondo Convenienza, le carpe e le capesante, il topo e (molti) pidocchi, l’alcool e la varechina, il borderò e il cherosene. E di magia a 13 euro circa se ne trova davvero poca, oggigiorno.
Una volta in un concerto dei Mariposa Fiori in trance ha recitato un’intera deposizione di Pacciani. Il concerto era bellissimo. Io c’ero, voi siateci.

Visita il sito di Alessandro Fiori (e visitalo per bene, che è pieno di cose belle)
Assaggia Fuori Piove su Italian Embassy
Ascolta tutto Attento a me stesso in streaming sul Soundcloud della Urtovox

Diretta streaming: THE WAVE PICTURES + THE CALORIFER IS VERY HOT live in Milano

Redazione | 17/5/2010

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Gli Wave Pictures (Moshi Moshi, Interbangs Records) suoneranno in un live privato a Milano, preceduti dai mitici The Calorifer is Very Hot (WWNBBC).

Segui la diretta streaming della festicciola!
Clicca su “play” alle 20.30 o giù di lì e goditi i due concerti nel momento stesso in cui avvengono.

Baustelle: I mistici dell’occidente (Atlantic/Warner)

Giorgio Busi-Rizzi | 17/5/2010

bauspietLo so che leggendo queste righe starete pensando “ma è un album uscito da un mese”, di cui avrete peraltro già letto bene dappertutto. Potrei dirvi che è come un buon vino, che va lasciato decantare un po’ per apprezzarlo di più.
Ma mentirei: quest’album è come lo Slim Fast, non lo vuoi veramente bere, ma prima o poi devi, immagino. Se vuoi dimagrire. Oppure no, quest’album è come un materasso, ed io sono il vostro Mastrota; e a forza di fare la stessa televendita dopo un po’ di tempo ti annoi, e riconosci subito i difetti dalle ampie perifrasi che dovrai usare per convincere la gente che si tratta di pregi.
Esempio: “è un disco che ha bisogno di molti ascolti per essere compreso”.
Se leggete questa frase, rispondete a una semplice domanda: la composizione segue architetture o armonie complesse o stratificate, che richiedono magari una certa conoscenza della musica per essere apprezzate appieno? Perché se la risposta è “no”, c’è qualcosa che non va.
Dice: che c’entra, è pop orchestrale, le canzoni sono molto articolate, sono difficili. Ah, sì? Perché il destino impietoso ha fatto sì che escano in questi giorni l’album di Alessandro Fiori e quello degli A Toys Orchestra, due dischi pieni di canzoni articolate – e colpiscono tutte al primo ascolto. Queste invece sono canzoni piene di tanta roba frullata insieme senza troppa ratio, talvolta con buoni risultati, talvolta proprio no. Canzoni troppo spesso più macchinose che composite, ambizioni smisurate appagate solo a metà (il citazionismo sixties de Gli spietati, il nichilismo Elvis de L’ultima notte felice del mondo, ed in misura molto più evidente l’anelito epico della staticissima Il sottoscritto, il pasolinismo malriuscito de La canzone della rivoluzione ed i baustellismi esasperati di Groupies), ottimi testi affogati dalla musica (Follonica, La bambolina), che finiscono per mettere a nudo tutti i limiti compositivi dei nostri (che non sono mai stati dei gran musicisti, tecnicamente parlando).
Perché quest’album è come una vostra ex affetta da disturbo bipolare: quando si controlla, con tutte le sue imperfezioni, è bella come sempre (L’indaco, L’estate enigmistica – che pure sembra proseguire, dopo tutto La malavita, il progetto carbonaro di svolgere temi già scelti dai Virginiana Miller), a momenti bella come non è mai stata (il Coffe&Tv nostrano de Le rane). Quando però si agita parla in modo concitato (La bambolina), mette insieme discorsi sconnessi (la giustapposizione strofa-ritornello a colpi di roncola della title-track) e non le riesci più a star dietro.
Come un’intervista di Monicelli: all’inizio credi di seguirlo, poi però non sei più ben sicuro di aver capito quale sia il filo conduttore. Ad esempio: cos’è che lega l’immaginario western (dei frequenti passaggi-sosia morriconiani, del testo de Gli spietati) al misticismo? Perché, senza che mi si accusi di bieco materialismo (apprezzo persino, ohibò, lo sdoganamento pop di qualsiasi forma mistica che Battiato proditoriamente compie da trent’anni), io non riesco a capirlo.
E poi quest’album è come Believe di Cher. Nel senso che la voce di Bianconi, soprattutto sulle tonalità basse, è effettata senza ritegno (o devo rifare il check up dall’otorino). E nel senso che i riff di Brasini sono raramente ascrivibili al concetto occidentale di buon gusto (o vogliamo parlare di San Francesco e di quella cosa su L’estate enigmistica che sembra Balliamo sul mondo?).
Ma quest’album è come la Red Bull: la prima volta che la bevi è intollerabile. Poi ti ci abitui (se hai davvero bisogno di stare sveglio). Però gli arrangiamenti, come sempre per accumulazione (in Groupies, per prendere un esempio sottile, potrebbero starci benissimo i violini O la chitarra: ma ci sono entrambi), largamente debitori a Morricone e infestati da infelici inserti elettronici, ce la mettono tutta a rendere difficile il compito. E dire che il passaggio di produzione (da Rossi a McCarhty, già con i R.E.M., e allo stesso Bianconi) elimina almeno quell’effetto LaChappelle per cui ogni trama era raddoppiata da altri quindici strumenti, tutti accuratamente plastificati.
Però niente, quest’album è come la Juve dell’ultimo anno: avrebbe tutti gli elementi per (con)vincere largamente (tutti i musicisti coinvolti – gli ubiqui Stefana e Gabrielli, Kohler, De Rossi, lo Gnu Quartet – fanno un ottimo lavoro) ma manca clamorosamente il risultato. Il prossimo album dei Baustelle io lo farei produrre da Hiddink. Secondo me male non viene. Amauri però non segnerà comunque.

Visita il sito ufficiale dei Baustelle
Guarda il video de Gli spietati

LCD Soundsystem: This Is Happening (Virgin/DFA/Parlophone)

Alex Grotto | 17/5/2010

lcd-soundsystem-this-is-happening-cover-artIl significato metavisivo contenuto nella copertina di This Is Happening è lampante: James Murphy è ruotato di novanta gradi in senso orario per informarci, ancor prima di far partire il lettore tirandoci su le maniche della camicia, che è stato fatto un passo avanti nel suo personale safari nel mondo dell’essere fighi. La genesi degli LCD Sounsystem aveva come missione quella di riportare sul dancefloor gente sudaticcia di un certo livello e di ogni posto, soprattutto nei tramortiti paesi di provincia dove sindaci ultraconservatori avevano proibito per sempre di ballare ai giovani tamarri e a quelli che annuivano durante i pezzi dei Daft Punk. Si, James Murphy è stato il Kevin Bacon nello squallido Footloose planetario, un pifferaio magico irriverente e geniale al punto giusto, che tutti amiamo per averci reinsegnato a divertirci con poco. L’omonimo disco del 2005 ci aveva fatto uscire dalla tana, Sound Of Silver ci aveva portato a bruciare il municipio dei suddetti sindaci despotici con molotov al Mojito, con This Is Happening siamo allo step successivo: quello dove si balla nonostante tutto, chi ancora in camicia da notte e chi ben vestito, sulle rovine fumanti. Funziona sempre tutto alla perfezione: synth impazziti, basso imperante, le ritmiche che ben conosciamo e gli inni murphiani da vittoria sicura. Drunk Girls e One Touch sono i due pezzi da combattimento che trascineranno i Dj set estivi per mesi e di cui prevedo remix come se non ci fosse un domani. L’energia e l’esuberanza dei lavori precedenti è stata diluita, o raffinata in qualcosa di più impettito, ma è proprio questo l’indirizzo che un terzo disco dovrebbe prendere: un autocompiacimento consapevole e meritato per celebrare il completamento della missione originaria. Prima si ballava per destabilizzare e per fare male, ora ci va di divertirci. Mi pare giusto, fair enough.

Il video di Drunk Girls!

La ricchissima Limited Edition di This Is Happening con dentro di tutto

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