Lo so che leggendo queste righe starete pensando “ma è un album uscito da un mese”, di cui avrete peraltro già letto bene dappertutto. Potrei dirvi che è come un buon vino, che va lasciato decantare un po’ per apprezzarlo di più.
Ma mentirei: quest’album è come lo Slim Fast, non lo vuoi veramente bere, ma prima o poi devi, immagino. Se vuoi dimagrire. Oppure no, quest’album è come un materasso, ed io sono il vostro Mastrota; e a forza di fare la stessa televendita dopo un po’ di tempo ti annoi, e riconosci subito i difetti dalle ampie perifrasi che dovrai usare per convincere la gente che si tratta di pregi.
Esempio: “è un disco che ha bisogno di molti ascolti per essere compreso”.
Se leggete questa frase, rispondete a una semplice domanda: la composizione segue architetture o armonie complesse o stratificate, che richiedono magari una certa conoscenza della musica per essere apprezzate appieno? Perché se la risposta è “no”, c’è qualcosa che non va.
Dice: che c’entra, è pop orchestrale, le canzoni sono molto articolate, sono difficili. Ah, sì? Perché il destino impietoso ha fatto sì che escano in questi giorni l’album di Alessandro Fiori e quello degli A Toys Orchestra, due dischi pieni di canzoni articolate – e colpiscono tutte al primo ascolto. Queste invece sono canzoni piene di tanta roba frullata insieme senza troppa ratio, talvolta con buoni risultati, talvolta proprio no. Canzoni troppo spesso più macchinose che composite, ambizioni smisurate appagate solo a metà (il citazionismo sixties de Gli spietati, il nichilismo Elvis de L’ultima notte felice del mondo, ed in misura molto più evidente l’anelito epico della staticissima Il sottoscritto, il pasolinismo malriuscito de La canzone della rivoluzione ed i baustellismi esasperati di Groupies), ottimi testi affogati dalla musica (Follonica, La bambolina), che finiscono per mettere a nudo tutti i limiti compositivi dei nostri (che non sono mai stati dei gran musicisti, tecnicamente parlando).
Perché quest’album è come una vostra ex affetta da disturbo bipolare: quando si controlla, con tutte le sue imperfezioni, è bella come sempre (L’indaco, L’estate enigmistica – che pure sembra proseguire, dopo tutto La malavita, il progetto carbonaro di svolgere temi già scelti dai Virginiana Miller), a momenti bella come non è mai stata (il Coffe&Tv nostrano de Le rane). Quando però si agita parla in modo concitato (La bambolina), mette insieme discorsi sconnessi (la giustapposizione strofa-ritornello a colpi di roncola della title-track) e non le riesci più a star dietro.
Come un’intervista di Monicelli: all’inizio credi di seguirlo, poi però non sei più ben sicuro di aver capito quale sia il filo conduttore. Ad esempio: cos’è che lega l’immaginario western (dei frequenti passaggi-sosia morriconiani, del testo de Gli spietati) al misticismo? Perché, senza che mi si accusi di bieco materialismo (apprezzo persino, ohibò, lo sdoganamento pop di qualsiasi forma mistica che Battiato proditoriamente compie da trent’anni), io non riesco a capirlo.
E poi quest’album è come Believe di Cher. Nel senso che la voce di Bianconi, soprattutto sulle tonalità basse, è effettata senza ritegno (o devo rifare il check up dall’otorino). E nel senso che i riff di Brasini sono raramente ascrivibili al concetto occidentale di buon gusto (o vogliamo parlare di San Francesco e di quella cosa su L’estate enigmistica che sembra Balliamo sul mondo?).
Ma quest’album è come la Red Bull: la prima volta che la bevi è intollerabile. Poi ti ci abitui (se hai davvero bisogno di stare sveglio). Però gli arrangiamenti, come sempre per accumulazione (in Groupies, per prendere un esempio sottile, potrebbero starci benissimo i violini O la chitarra: ma ci sono entrambi), largamente debitori a Morricone e infestati da infelici inserti elettronici, ce la mettono tutta a rendere difficile il compito. E dire che il passaggio di produzione (da Rossi a McCarhty, già con i R.E.M., e allo stesso Bianconi) elimina almeno quell’effetto LaChappelle per cui ogni trama era raddoppiata da altri quindici strumenti, tutti accuratamente plastificati.
Però niente, quest’album è come la Juve dell’ultimo anno: avrebbe tutti gli elementi per (con)vincere largamente (tutti i musicisti coinvolti – gli ubiqui Stefana e Gabrielli, Kohler, De Rossi, lo Gnu Quartet – fanno un ottimo lavoro) ma manca clamorosamente il risultato. Il prossimo album dei Baustelle io lo farei produrre da Hiddink. Secondo me male non viene. Amauri però non segnerà comunque.
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