Melvins: The Bride Screamed Murder (Ipecac/Goodfellas)
La maggior parte di noi si evolve (musicalmente) in maniera naturale senza porsi problemi legati all’imprinting e senza chiedersi quando e come qualcuno gli chiederà il prezzo del tradimento. Alle volte è una questione anagrafica, perché avere meno di venticinque anni, nel rock, può causare equivoci madornali. Alle volte è puro pragmatismo, tagliato da una serie di eventi che rendono dura la scorza e facilitano accessi di malumore. Alle volte è semplice sfinimento, perché dopo la prima infornata di capolavori a cui abbiamo assistito in tempo reale (o dei quali ci piace raccontare di averlo fatto) ci siamo rotti le scatole di sentir parlare di ventate d’aria fresca ogni volta che una rivista/zine con uno straccio di credibilità sente tirare una brezza. In tutto questo bastano quaranta secondi di The Water Glass, pezzo d’apertura dell’ennesimo discone malcagato dei Melvins, per ricordarci dove stiamo di casa e quanto sia brutto viaggiare.
Riguardo a questo, potrebbe capitarci di cercare su google qualche parere in merito a The Bride Screamed Murder, e magari di trovare parecchi discorsi in merito al fatto che i Melvins siano bolliti e che le canzoni più recenti non siano particolarmente piene di guizzi, come capitava invece ai tempi di Houdini. Non è tanto indice del fatto che il nuovo disco di Buzz e compagni faccia schifo, quanto piuttosto di quanto e come il rock non sia mai stato benevolo con i suoi servitori più fedeli. A voler leggere segnali di modernità se ne troverebbero a bizzeffe, ovviamente: il finale gospel-drone un po’ Neubauten di P.G.x3, le rincorse a tempi dispari tra le due batterie di una Pig House o la saturazione chitarristica che si sporca di goth su I’ll Finish You Off, ad esempio -del resto è abbastanza facile suonare moderni se il significato fondamentale di modernità ha a che fare col ripescare sonorità vecchie di venticinque anni prima che ci pensino gli altri. Ma non è il punto. Il punto è che la musica dei Melvins è un paracarro, e quasi tutti nel corso dell’ultimo quarto di secolo l’hanno presa come punto di riferimento, magari anche solo per prenderne chiassosamente le distanze. La musica dei Melvins rimane lì, non necessariamente identica a com’era allora, ma pregna dello stesso significato e di certo immobile, a prescindere da quanti ancor oggi si vogliano rispecchiare in essa. Ad onor del vero c’è da dire che siamo rimasti davvero in pochi, e ogni volta che ci ricontiamo ne manca qualcun altro: non fosse per la credibilità avant-metal di secondo grado (cioè a buffo) garantita dal marchio Ipecac, probabilmente sarebbero totalmente ignorati da tutti gli incolpevoli newbie del rock pesante e continuerebbero a girare in forze per locali deserti e festival scalcinati, con un paio di fan obesi sotto al palco e qualche ragazzetta che fischia e sfotte per passarsela in attesa che salga sul palco la next big thing. Un mio amico scrisse che probabilmente li fermerà soltanto la morte. Su The Bride Screamed Murder, nondimeno, c’è una cover doom-metal di My Generation. Dura quasi otto minuti, e tutta la schiera di antagonisti per partito preso che rimpiangono Lysol (verosimilmente recuperato via torrent due settimane fa) non capirebbe il significato della cosa ENORME che è sentire King Buzzo strillare “hope I die before I get old” neanche se ascoltasse per vent’anni a fila. Si concentrino, dunque, su cose a loro più congeniali. E lascino noi e i Melvins a guardia del fortino.
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