Isole e partenze

Francesco Locane | 14/4/2010

luomonellombraAmiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla ventesima puntata della nona stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Torniamo dopo la pausa pasquale con ben tre film, avendo come ospite eccellente in studio il già conduttore e padre fondatore di Seconda Visione, dott. Noto, che in questo caso ha anche fatto le veci di notaio, dopo una mail di protesta (lo so che sono criptico, sentite la puntata e capirete).

Il primo film in scaletta è l’ultimo lavoro di Roman Polanski, L’uomo nell’ombra, vincitore dell’Orso d’argento a Berlino: nel cast Ewan McGregor, Pierce Brosnan e Kim Cattrall. Opinioni differenti: sebbene la redazione pensi che sia un buon film, c’è chi è più scettico e chi tende ad assolverlo da tutti i punti di vista o quasi. Ne abbiamo parlato anche sul blog.

Il dott. Noto, invece, è andato a vedere per noi Sul mare, di Alessandro D’Alatri, un film girato interamente sull’isola di Ventotene, in digitale. Una curiosa storia d’amore, di cui Paolo ha parlato anche sul blog, qua.

E infine, Departures, di Yôjirô Takita, film giapponese vincitore dell’Oscar come miglior film straniero nel 2008, portato in Italia (grazie!) dalla coraggiosa Tucker. Dibattito in onda: Tommaso contro, Francesco a favore Anche in questo caso, ne parliamo sul blog.

Bene, è tutto. Scriveteci a secondavisione@gmail.com. A risentirci il 20 aprile!

A Weather: Everyday Balloons (Team Love/Self)

Amos Martino | 14/4/2010

Everyday Balloons, l’ultimo disco degli A Weather, non fa che confermare e – se possibile – migliorare quanto di buono la band aveva fatto ascoltare solo due anni fa con A Cove. Certamente questo vale per chi, come me, al di là delle stagione, ha una predilezione per il folk pop, il songwriting e via dicendo; altrimenti, ecco, passate oltre perché gli ingredienti della torta sono sempre quelli, insomma. Ma la capacità di Aaron Gerber e soci sta nel dare molte più sfumature di quelle che ci aspetteremmo, grazie ad arrangiamenti di una gentilezza e di una cura eccezionali. Gli accordi del pianoforte fanno spesso e volentieri la differenza in termini di sonorità, arricchendo, suggerendo, anticipando una costruzione di paesaggi graduale e, per questo, continua. Arrivano persino feedback di chitarre elettriche, come a spazzare via i residui di nuvole che, timidamente, coprono il sole delle melodie. L’intreccio tra la voce di Aaron e quella di Sarah Winchester – che suona pure la batteria, pensa tu – è riuscitissimo (vedi alla voce primissimi Stars e i più recenti Bobby and Blumm) e gioca sulla morbidezza dei timbri di entrambi, sussurrati sì ma senza essere stucchevoli. Parte silenzioso il disco con la bellissima Third Of Life per poi cambiare marcia pezzo dopo pezzo, passando da atmosfere swing (Seven Blankets) a situazioni più folk (Fond) e elliottsmithianamente rock (Giant Stairs). Vale la pena ascoltarlo, insomma, in attesa che il cielo si apra.

Visita il Myspace
Ascolta Third Of Life e Giant Stairs su team-love.com
Guarda A Weather live at PDX Pop Now! 2008

NODE 10: Milano, 15/17 aprile

Tomm. | 14/4/2010


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Giunto alla terza edizione, Node 10 allarga la prospettiva, anticipa il consueto appuntamento presso la Galleria Civica di Modena (confermato per il 4-5 giugno) e si concede un’importante vetrina durante il Salone del Mobile, all’interno degli ampi spazi della Fondazione Arnaldo Pomodoro. A Milano, in una zona di fortissimi cambiamenti e contraddizioni -il quartiere a ridosso della ferrovia tra la stazione di Porta Genova, via Tortona, via Stendhal e via Solari un tempo occupato dagli stabilimenti di grandi gruppi industriali- in cui la fabbrica diventa casa, la casa diventa spazio di pensiero e -ancora- luogo di lavoro in un continuum di ritorni e trasformazioni. Da un lato della strada le case degli operai (che furono), il forno, il fruttivendolo, il macellaio, il negozio di biciclette e quella che era la sede del partito. Dall’altro la struttura in mattone scuro della Fondazione (la ex Riva-Calzoni).

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Lou Rhodes: One Good Thing (Motion Audio/Family Affair)

Enrico Amendola | 14/4/2010

lou_rhodes_one_good_thing_albumcover_kÈ veramente difficile spiegare il perché dovreste preferire Lou Rhodes a tante altre cantautrici folk contemporanee. La difficoltà sta nel fatto che One Good Thing non ha niente di nuovo e di diverso rispetto al panorama del cantautorato intimista acustico, che ha in Nick Drake il principale termine di paragone. Però funziona, riesce a scardinare anche le resistenze di chi ne ha ascoltate tante sul genere ed ormai ha difficoltà ad entusiasmarsi. I suoni sono eccellenti, di una pulizia assoluta, la voce sussurra dolce e fragile come un fiocco di neve caduto nella stagione sbagliata, mentre gli archi conferiscono un tocco di classe ad una formula altrimenti scheletrica. Forse è l’alchimia del momento, ma queste canzoni riescono perfettamente allo scopo per cui sono preposte, nonostante l’impressione di averle ascoltate già tante volte. Se siete fortunati come il sottoscritto e One Good Thing vi pioverà addosso nel momento perfetto, non ci sarà bisogno di ulteriori parole per spiegare a voi stessi la bellezza di un disco come questo. Per tutti gli altri forse è meglio aspettare altri tempi, alte sensazioni, altre galassie e magari passare direttamente alla pagina successiva.

Visita il myspace di Lou Rhodes
Guarda il mini-documentario sulla realizzazione di One Good Thing
Scarica la title-track dal sito dell’etichetta fondata da Dominic Smith (Ninja Tune) e Jason Swinscoe (The Cinematic Orchestra)
Su Facebook il video di One Good Thing e le date del tour in Europa dell’ex-vocalist dei Lamb

Pronti Al Peggio, Fossifigo: Il Teatro degli Orrori

Pronti Al Peggio | 13/4/2010

La fama di Pierpaolo Capovilla de Il Teatro degli Orrori è quella dell’orco. Sarà per quello che canta, sarà per quella faccia meravigliosa dove si leggono tutte le migliaia di cose costruite negli anni. Ma è proprio per questo che lo vogliamo incontrare, per farcele raccontare tutte, per spiegarci perchè si può essere una rockstar, un poeta e un cameriere, tutto allo stesso tempo. Siamo qui per imparare dal maestro.

Vai sul sito di Pronti al Peggio e guarda la seconda parte

Stefano Solventi: PJ Harvey. Musiche, maschere, vita (Odoya Edizioni)

Chiara Leandri | 13/4/2010

Solventi_HarveyEd eccomi a parlare di qualcosa che parla di qualcos’altro. E’ così, con le biografie. Puoi ringalluzzirti per il Lester Bangs del momento, ma alla fine, al centro, c’è sempre l’artista, quel feticcio di segrete pulsioni il cui mistero andrebbe laicamente svelato. Prima, però, assicurarsi che troppo non sia spiegato, banalizzato: il musicista ha da rimanere un briciolo incompreso, nascosto dietro i testi delle sue canzoni. E’ così che Stefano Solventi ha deciso di raccontarci i 40 anni (di già??) di PJ Harvey: un po’ rivela e un po’ mantiene il riserbo, o non sa dire, tanto più se parliamo di Polly Jean, multiforme e misteriosa creatura musicale. E poi non posso che elogiare il grande lavoro di riepilogo: scorrono le pagine, si sommano citazioni e fotografie in bianco e nero di una mutazione, icone evanescenti di una comprensione per accumulo. La vedete la copertina? Bene, dentro scoprirete mille altri volti, mille maschere che si modificano con Polly man mano che continuiamo a leggere, a ripassare la nostra adolescenza musicale al suono di ogni singola traccia da Dry (1992) a A Woman A Man Walked By (2009). C’è tutto. E’ il quadro ben fatto di un percorso musicale e personale che non perde di vista il periodo storico o i necessari perché. Grazie. E’ bello che si sia saputo porgere a questa piccola artista del Dorset il valore che le spetta. Se ancora pensate che il suo destino fosse giocare alla nuova Patti Smith, bene: questo libro vi farà cogliere le dovute sfumature. Ripasso la lezione, e nel viaggio letterario di Solventi, scrittore, e mio, di lettrice, scopro e rifletto. E già non è poco.

Vai alla pagine dell’editore

Leggi le nostre recensioni su PJ Harvey:
A Woman A Man Walked By
Dear Darkness
The Peel Sessions

Chewingum: Eppi n.1 – Il disco si posò (Gratis Club Produzioni)

Paolo Morelli | 12/4/2010

chewingum-il_disco_si_posoL’hip-hop spopola, i tempi stanno cambiando” e non sempre la distribuzione di un disco in download gratuito ne implica la mediocrità. È il caso di Eppi n. 1 – Il disco si posò, ritorno dei Chewingum sul medio formato a un paio d’anni di distanza dal primo album La seconda cosa da andare. La scelta di uscire con un Ep (a cui stando ai programmi annunciati ne seguiranno altri, uno ogni cinque mesi) sembra aver giovato allo strambo gruppo marchigiano: liberi dall’esigenza di dare un tono uniforme all’intero repertorio, i tre sperimentano varie direzioni e tirano fuori cinque canzoni più frizzanti e catchy rispetto al “twee all’italiana” a volte un po’ monocorde dell’esordio. Si va dal valzer delirante al pop languido con graffi di finto raggae (Tu devi morire, Lucignolo); da un’irresistibile indie-lambada (Baby Au Tropicalia, tra Gruppo Italiano e Jens Lekman) al gustoso parallelo tra le vicende di una Veronica qualunque e di “quella” Veronica (con tanto di recitativo finale della nota lettera a La Repubblica!). La cover di Nada Senza un perché, che riveste il pezzo della consueta elettronica-Chewingum a bassa fedeltà senza snaturarlo, valorizza invece l’ondulante e particolarissima voce di Giovanni “Ragazzo italiano”, che si fa calda ed espressiva come non mai: segno che forse i tre avranno qualcosa da dire anche quando decideranno di andare oltre il cazzeggio spinto e il calembour-pop. Se comunque i Chewingum continueranno a viziarci con Ep come questo un paio di volte all’anno, per gli album più ambiziosi (e magari con una produzione più ricca e costante) possiamo aspettare sereni.

Visita il coloratissimo sito-città dei Chewingum
Scarica Il disco si posò (disponibile in mp3 o in wav)
Se ne vuoi una copia fisica homemade e numerata, cerca le date dei Chewingum sul myspace e comprala a un loro concerto

Guarda il video di Tu devi morire, Lucignolo

Toro Y Moi: Causers Of This (Carpark/Goodfellas)

Francesco Farabegoli | 12/4/2010

tymcotLa prima volta che ho sentito dire fuori dai coppi, espressione tipicamente romagnola che si usa per indicare quando una persona è fuori dai coppi, avevo diciott’anni e stavo spiegando empiricamente a una ragazza di poco più piccola che i testi dei Litfiba suonano molto più esistenzialisti, depressi ed introspettivi di quelli di Vasco Rossi. (true story). Mi rispose, cito testualmente, te sei proprio fuori dai coppi, con una di quelle esse calcate che anche nelle periferie di Cesena senti solo due o tre volte l’anno. Ecco, diciamo che la differenza tra Toro Y Moi e una ragionevole definizione di weird pop è la stessa differenza che passa tra essere fuori dai coppi e sentirselo dire da una fan di Vasco minorenne con un accento romagnolo devastante. Toro Y Moi è la sigla adottata da uno sbarbo meticcio della Carolina del Sud, un ex-punk ventitreenne –nella misura in cui a 23 anni si possa essere ex-qualsiasicosa. Il genere che fa è una derivazione impazzita della mente umana che ultimamente sta conquistando il cuore di critici grandi e piccini sotto varie denominazioni, la mia preferita delle quali (Drugapulco) è stata coniata dalla cricca di Radio Dio in occasione di una compilation nella quale il singolo Blessa (che apre Causers Of This, l’ultimo disco di Toro Y Moi) è uno dei piatti forti. Se lo sentite nominare per la prima volta si intende per drugapulco una sorta di disco music dell’amore che unisca indiepop stupido/caciarone alla Phoenix, tastieroni anni ottanta, spiagge dei caraibi, secrezioni vaginali, old school hip hop, pistole giocattolo luminose alla My Cat Is An Alien, pesci pagliaccio e schiuma di birra da primo prezzo -il tutto vomitato dentro una dimensione produttiva in cui tutto viene fatto suonare all’esatto contrario di quel che direbbe il buonsenso. Da un certo punto di vista è assolutamente impossibile non prendere tutto il movimento per una sega mentale con la data di scadenza più corta del latte crudo, da un altro è roba così fuori che per mezzo minuto sembra illuminare d’immenso le peggiori nefandezze indiepop/gioia di questi cazzo di strafottuti anni z**o (op.cit.), quasi che sia valso la pena sorbirsele per poterne ascoltare la versione di Toro Y Moi. E in un paio di casi, tipo la citata Blessa o il pre-finale di Low Shoulder, viene da scavargli un posto nelle playlist e blastare a calci in culo chiunque ti parli di differenze tra stupidità ed astrattismo.
Visita il myspace di Toro Y Moi
Leggi la scheda di Goodfellas sull’ultimo disco di Toro Y Moi
Visita un altro sito del tutto a caso

Picastro: Become Secret (Blocks Recording Club/Monotreme/Goodfellas)

Tomm. | 12/4/2010

becomesecretUn minuto, forse quattro giorni. Non lo ricordava. Non ricordava l’attimo in cui si era perso e non ricordava da quanto tempo si trovasse lì, fradicio e immobile. Non riusciva a ricostruire chi -quando, perché- lo avesse portato laggiú. Era buio. Aveva appena smesso di piovere. Alcune tracce di neve ai lati del sentiero raccontavano dell’inverno appena trascorso mentre attorno -in quel momento- non sembrava muoversi nulla. Quello che accadde dopo invece fu terribile. Un lampo improvviso, silenzioso. La caduta senza fine le grida senza volto la terra nera il fango gli alberi spogli il fumo scuro le fiamme sul corpo di un ragazzo e i resti delle cose perdute per sempre. Ciò che rimane oggi è una serigrafia su fondo nero e mezzora scarsa di musica. La desolazione irreale dell’illustrazione della copertina di Josef Bolf e pianoforti malconci, accordi dolenti, la voce struggente di Liz Hysen. Become Secret (Blocks Recording Club, 2009/Monotreme, 2010) -quarto LP dei Picastro, band di Toronto imperdonabilmente sottovalutata dai piú- è un orrore dolce, senza speranza. Un amore bellissimo e straziante. Un disco irrequieto. Storto, scarno, stregato. Un lavoro da cui lasciarsi sconfiggere e trascinare a fondo senza poter opporre resistenza. Fino alla fine. E ancora, fino a perderne il ricordo. Fino a ritrovarsi nudi, perduti in un bosco che non pensavamo di conoscere.

Scarica Twilight Parting da monotremerecords.com
Ascolta i Picastro in una session per la radio olandese VPRO
Marco Delsoldato intervista Liz Hysen per Kronic
“The singing, not the song.” Leggi l’intervista su Eye Weekly
Liz Hysen con Aidan Baker e Joe Maraud, Death By Audio (NYC)

Vincent Moon VS Picastro, A Take Away Show:

LA CRISI, parte #5 – mercato discografico VS economia domestica

Francesco Farabegoli | 12/4/2010

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Leggevo sul Mucchio un’intervista a quelli di Goodfellas per i dieci anni di attività. Un passaggio significativo parla dei dati di vendita: come distro vende (in assoluto) la stessa quantità di dischi che vendeva all’inizio, ma deve lavorare su un numero di titoli che è dieci volte più grosso rispetto a quello di un tempo. Dieci volte è tanto, indubbiamente. Nel caso ve lo chiediate, la crisi del mercato discografico risulta essere (per parte) una crisi delle economie di scala. Si intende per economia di scala il fatto che il costo di produzione industriale di un singolo articolo dipende da quanti pezzi ne produci, cioè quando tutti quanti compravate il disco dei Blonde Redhead invece di dividervi equamente tra Deerhoof, Pretty Girls Make Graves e dio solo sa che altra nefandezza indie, il distributore ci tirava su molti più soldi. E se non si merita i soldi uno che mi fa arrivare il disco nel negozio, non so chi altri se li meriti. Giusta puntualizzazione: l’artista, l’etichetta, il negoziante. Vabbè.

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