When The Clouds: The Longed-For Season ep (Drifting Falling/Fridge/Goodfellas)

Amos Martino | 30/4/2010

wtctlfsWhen The Clouds è la sorpresa di questa settimana. Ascolterò e riascolterò il suo disco a prescindere dalla recensione, lo metterò tra i preferiti, in quella categoria taggata elettronica in cui ci sono, si parva licet, Lali Puna, Moby, Mùm, ISAN. The Longed-For Season è un ep tutto sommato ricco – siamo sui trenta minuti – un concentrato di suoni intensi e familiari, rotondi e morbidi come un grassetto, eppure ruvido e pungente come il fiore in copertina. C’è molto, ci sono immagini e lomografie, in un repertorio di tonalità che spazia fino a toccare i margini del postrock (Mogwai), costruendo, così, quadri disarmanti per profondità e intenzione. I brani sono posati, riflessivi, ma senza correre il rischio, neppure per un attimo, di apparire pesanti. Ma quello che sorprende è che queste atmosfere, così stranianti e, in qualche modo, fredde, vengano da Salerno che – senza cadere ovviamente nel cliché dei meridionalismi – non è propriamente una città che, personalmente, richiama i paesaggi sonori presenti nel disco. Ed è proprio vero che oggi non esistono più – o esistono poco, di meno – gli ambienti reali come contesto decisivo nella produzione di qualcosa, dal momento che non è necessario vivere in Islanda per avere – ed è il caso di When The Clouds – gran parte delle suggestioni dei Mùm, per esempio. Tecnicamente, poi, la scelta dei timbri è davvero impeccabile – a parte, forse, degli archi un po’ troppo epici nel primo pezzo – con del noise che accoglie e cuce armoniche, bits, glockenspiel, synth e tanto, tanto altro. Su sei pezzi, inutile fare delle citazioni; diciamo che Rise On è quella che mi piace di più, e via. When The Clouds è il moniker di Francesco Galano e The Longed-For Season è il suo ep di debutto. Applausi.
Guarda il video di The Dawn And The Embrace

Joanna Newsom: Have One on Me (Drag City/Self)

Francesco Farabegoli | 30/4/2010

jnhoomQuando ascoltai il primo disco -già uscito da qualche mese- mi innamorai. Era una ragazza gracile di ventidue anni che suonava un’arpa e cantava canzoncine pop irresistibili con la voce di una bambinetta. Nel suo piccolo sembrava qualcosa di importante. Gente che conosco mi rivelò di averla contattata per progetti futuri, io ero ancora single e pensai che sarebbe stata un’ottima fidanzatina. Non riuscii ad incontrarla nei dieci minuti in cui l’idea mi passò per la mente, così passai ad obiettivi più concreti e finii per dimenticare tutta la faccenda finchè altri amici miei, meno sciolti ma più vanitosi, mi raccontarono di aver dato un ascolto ai blindatissimi master del suo secondo disco. Erano iniziate a girare le prime voci legate a Steve Albini e Van Dyke Parks, oltre a tutto il resto della faccenda, e gli amici di cui sopra iniziarono a snocciolare parole tipo capolavoro, opera folk e via discorrendo. Gente che scrive di musica: viviamo tutti in una versione in scala del pianeta terra e cerchiamo di non farci beccare mentre spulciamo le narici alla ricerca della caccola perfetta. Qualche mese dopo riuscii ad ascoltare Ys, a ridosso dell’uscita: due volte per intero, per rispetto al disco d’esordio. Dopodichè una passata parziale di tanto in tanto per capire se era il caso di rivedere il giudizio di prima istanza. Naturalmente Ys trovò il plauso critico che meritava: è un disco difficile, intricato, ben fatto e completo, che molla per strada tutti i pregi del disco d’esordio in favore di un classicismo trasversale sostanzialmente inedito. Capisco ma non mi adeguo, sort of. Ed è questo il momento in cui Joanna Newsom ha smesso di esistere nella mia testa, come un grosso errore di gioventù a cui cercare di porre rimedio con un rigoroso ed annoiatissimo distacco -non diversa, tutto sommato, dalle ragazze di cui ti innamori a sedici anni e che si fanno sverginare dal peggior testa di cazzo in classe tua il giorno dopo che ti sei dichiarato. La cosa peggiore della fase Ys era che le recensioni entusiaste contenevano quasi sempre la critica: a molti superficiali ex-fan un disco talmente complicato scivolerà via di dosso come una sega mentale, ma voi non lasciatevi scoraggiare. Io, da scoraggiato e superficiale ex-fan, aspettavo con ansia il momento in cui Joanna l’avrebbe fatta fuori dal vaso in maniera talmente chiassosa ed arrogante che quasi tutti l’avrebbero abbandonata in favore di qualche altra folkster quasi-minorenne con lunghi capelli d’oro, orecchie d’elfo e gonna corta. Nella mente m’immaginavo qualcosa come un triplo CD con due ore di musica e pezzi di dieci minuti ancora più arrangiati e pomposi di quelli del secondo album, e suppongo fosse una profezia facile -fatto sta che il disco è arrivato, puntuale come il contrattempo dell’ultimo secondo che mi ha impedito di andare ai concerti degli Slayer. Joanna campeggia in copertina, stesa su un divano e truccata come una diva d’altri tempi. Nel frattempo è diventata una sorta d’icona pop del nostro tempo, ivi compresi certi scatti terribilmente photoshoppati (oppure l’hanno costruita senza spalla sinistra) che rendono piuttosto difficile pensarla come a una papabile fidanzatina. Il disco si chiama Have One On Me, contiene la stessa musica di Ys e va a cercare un po’ di extra-nitore sotto forma di archi e cose simili; The Milk-Eyed Mender e i suoi piccoli classici pop-folk non sono mai stati così lontani, ma non si può negare che nella macroscopica sega mentale che è diventata la sua musica Joanna si muova con una scioltezza invidiabile e una padronanza di registro tale da dare il sospetto che chiunque altro, al suo posto, sarebbe naufragato da un pezzo. Probabilmente ha fatto la scelta più giusta, ma io un tempo l’ho amata. E lei mi ha tradito.
La prendo sul personale, se non vi dispiace.
Leggi quel che ti serve sapere su Joanna Newsom

Handmade

Redazione | 30/4/2010

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Ritorna per la sua quarta edizione il festival tutto “fatto a mano” con concerti e dj set, in un posto spettacolare a metà strada tra Berlino e la Bassa! Un Primo Maggio per ballare, scatenarsi e sognare fino a notte fonda, grazie a band imperdibili e attese promesse. A concludere la serata e cullarvi verso il sonno, nonchè a intrattenervi mentre i vostri artisti preferiti stanno salendo sul palco, i dj set più caldi della primavera! Cibo figo, drink, cocktail, grigliate, torte, banchetti, dischi, prezzi democratici. Suoneranno:
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The Chieftains – Ry Cooder: San Patricio (Hear/Universal)

Enrico Amendola | 29/4/2010

chieftainsUn disco che non racconta una storia, ma un pezzo di storia. Frutto di circa trenta anni di ricerca da parte di Pad Maloney, leader dei The Chieftains, San Patricio racconta alcuni avvenimenti datati nella seconda metà del XIX secolo, quando americani e messicani si davano battaglia dalle parti del Rio Grande. Nelle truppe USA militavano moltissimi irlandesi, tra cui quelli del battaglione Saint Patrick che, resisi conto di avere in comune molte più cose col nemico, si pensi alla fede cattolica, decisero di disertare e passare tra le fila messicane. Una storia che è stata occultata per tanto tempo, che qualcuno riteneva una leggenda della quale, per motivi di convenienza, restavano testimonianze solo in terra messicana. Musicalmente parlando, il progetto è condiviso con Ry Cooder, che lavora soprattutto in sede di produzione, limitandosi a firmare solo pochi brani. Quel che viene fuori è un inedito ed affascinante misto di folk messicano, preponderante, e folk tradizionale irlandese. Una cosa mai sentita fino ad oggi. Innumerevoli gli ospiti coinvolti, a partire da Van Dyke Parks per finire a Linda Ronstadt e ad una serie di artisti della scena tradizionale messicana. Un disco commovente, emozionante, divertente, solenne, innovativo e necessario. La sorpresa più bella del 2010 in musica, che sarà difficile scalzare dalla top 10 di fine anno, sono pronto a giurarci.

Guarda il video di presentazione del disco
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De Iràn o de Spagna, purché se magna

Francesco Locane | 28/4/2010

celda211Amiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla ventiduesima puntata della nona stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Anche in questa puntata tre film!

Il primo è Cella 211, di Daniel Monzón. Un solido film carcerario di produzione iberica, con capitali francesi, che ha fatto incetta di premi Goya in patria. Ne facessimo in Italia di film così: cupo, serrato, disperato, come abbiamo scritto sul blog della trasmissione. Sta scomparendo dalle sale, correte a vederlo!

Abbiamo quindi preso in considerazione I gatti persiani, di Bahman Gobadhi, film iraniano di cui si è parlato molto (anche in questo caso, ecco il post). Il tentativo sarebbe quello di parlare di Iran attraverso le vicissitudini di due ragazzi impegnati nel formare una band dell’indiemusica. Purtroppo, però, il film si perde in banalità, sfilacciamenti di sceneggiatura e una messa in scena piatta e ripetitiva. Peccato.

Infine, siamo tornati in Spagna (per modo di dire) con Agora, di Alejandro Amenabàr. Rachel Weisz interpreta Ipazia, una filosofa che è realmente vissuta nell’antica Alessandria d’Egitto, in uno degli ultimi momenti di pacifica convivenza tra cristiani, pagani ed ebrei. Amenabar mischia ambizioni da kolossal e prospettiva autoriale, con risultati curiosi.

Bene, è tutto. Scriveteci a secondavisione@gmail.com. A risentirci il 4 maggio!

Sam Amidon: I See The Sign (Bedroom Community)

Enrico Amendola | 27/4/2010

sam-amidon-see-signVivere nelle grandi città fa venir voglia di sentire il profumo di legno umido, di ascoltare il fruscìo delle foglie a abbandonarsi al silenzio della notte. Chiusi nei nostri parallelepipedi di cemento armato, siamo stritolati dal rumore e nemmeno ce ne accorgiamo, assuefatti e sconfitti dalle cattive abitudini. Da queste parti, un disco folk può diventare il by-pass emotivo per connetterci con sensazioni perdute e bramate. Sam Amidon sembra descrivere la terra che calpesta, i tappeti di foglie morte e il verde di quelle nuove e rigogliose che lo sovrastano. Sembra parlare a quel legno centenario dalle radici salde, con il piglio di un novello Nick Drake, meno tormentato, ma vicino concettualemente a quel delicato impasto acustico. Metteteci che in I See The Sign c’è il tocco discreto e soave della voce di Beth Orton, una spruzzata di Islanda, terra ormai famosa in tutto il globo per quel maleducatissimo vulcano dal nome impronunciabile, e avrete ottenuto il miglior disco di cantautorato folk di questo scorcio di 2010.

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Front Row: Sophia live @ Covo Club, Bologna (23/04/2010)

Elena Morelli | 27/4/2010

Samuel Katarro: The Halfduck Mistery (Trovarobato/Angle Records/Audioglobe)

Ray Banhoff | 26/4/2010

halfduck_cover_ultima_LORESDopo Beach Party e un esordio che aveva scosso l’underground, quello davvero under delle fanzine e dei commenti su MySpaceSamuel Katarro, vincitore di un lontano Rock Contest di Controradio e rivelazione dell’anno 2008 per XL, Il Mucchio e BlowUp, torna a stupirci. Superata la fase chitarra e voce, Alberto (questo il suo vero nome), ha messo su un trio e arrangiato un progetto semi-elettrico. The Halfduck Mistery è quindi un disco piacevolmente votato agli anni ’60, parecchio più lennoniano-barrettiano-byrdsiano del precedente, debordante di atmosfere oniriche e teatrali, privo della pretesa ipocrita di strapparti la lacrimuccia, della puttanesca voglia di portarti per mano a vedere le luci della centrale elettrica. Un gioiello di art pour l’art.  Non c’è abbaglio, ci sono solo tracce come 9V, Three minutes in California, Rustling e Pop Skull che lo tengono in piedi. Roba che, da noi, nessuno di ricorda di proporre e fa sembrare uno dei dischi dell’anno, come privo di contesto o difficile da giudicare. Roba di cui si parla solo nelle recensioni sulle riviste di genere.

Per questo Samuel Katarro è il confine del nostro indie. Qualcosa che o è troppo avanti o è troppo di lato, ma sicuramente non è nemmeno un passo indietro. Nel Paese Reale, musicalmente, non succede niente e da mesi questo niente impazzito si trasforma in allucinazioni collettive come le  rivalutazioni dei Baustelle. Come a dire: abbiamo bisogno di una luce nella notte da seguire, ma dove ci hanno abbandonato tutti? Katarro non ne ha idea. A lui tutto ciò non lo tocca. Lui suona la chitarra, fa rock and roll, parla poco e suona tanto. E’ timido. Ti lascia li a fissarlo mentre butta la testa all’indietro e sgrana gli occhi come se stesse recitando. L’effetto è che sembra davvero roba bella. Tipo quella di cui parliamo ogni giorno quando guardiamo oltreoceano e diciamo Bon Iver, Devendra, Vashti Bunyan, Atlas Sound, Girls etc…

Questa era la roba di Beach Party
Fate indigestione di questa roba
Tutte queste (belle!!!) foto sono di
Elena Morelli

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Sightings – City Of Straw (Blah)

Francesco Farabegoli | 26/4/2010

scosDimmi con chi vai e ti dirò chi sei, un detto che fino a sei o sette anni fa valeva anche per la musica che ascoltavi. Poi è iniziata l’era della connettività globale, assieme all’era della connetività ideologica, che è una sorta di versione global per zucche vuote del trasformismo à la Depretis. Anche musicalmente, se qualcuno ci fa caso. A quei tempi, comunque, non era molto chiaro che direzione potesse prendere il nostro bisogno d’essere arguti senza smettere di ascoltare dischi punk. Una delle soluzioni più plausibili ci fu fornita da un novero di gruppi in seno al postpunk americano che iniziarono a usare casse dritte, tastiere e tutto il resto. Nel giro di qualche anno figliarono qualche scena, e come in ogni genere musicale che si rispetti andarono a creare nuove declinazioni sonore lasciando i calligrafismi wave a qualche scorreggione britannico con la frangetta che li ha usati per comprare la casa al mare. Io, come la maggior parte delle persone con cui parlavo di musica, continuavo ad ascoltare metal e indie-rock, sostanzialmente inconsapevole di tutto il resto, finché le scene non diventarono troppo legate per poterle ignorare ulteriormente – quando è successo, come qualsiasi altro bulimico, cercai di venire a conoscenza di tutto in tre mesi scarsi, quello che amo chiamare metodo Blow Up. Sightings arrivarono in quel periodo, una sorta di gruppo della domenica in grembo a una Load di crescente importanza per il collegamento tra postpunk e avant-noise à la Skin Graft. Fu sufficiente guardare con chi andavano per definire chi erano, ma dopo il primo lustro di attività la band si tolse dai giochi in via definitiva sull’abbrivio di un disco che si chiama Arrived In Gold e si pone come una sorta di macigno, la versione definitiva del loro suono. Non è difficile arrivare a qualunque parentela newyorkese partendo da Sightings, ma da allora la band di Mark Morgan diventò essenziale per comprendere, in qualche modo, il rock d’oltreoceano (e quindi il rock in generale). Arrived in Gold, naturalmente, è un titolo estremamente generoso. Significa che da lì in poi dovrai dedicarti a qualcos’altro. Per tutto il lustro successivo Sightings hanno continuato ad affilare le armi stando ben attenti a non muoversi dalla piazzola che s’erano conquistati con il loro capolavoro. Perchè farlo, del resto? La storia del rock ci insegna che ogni band ha una sola occasione di dire qualcosa di interessante. A volte insegni così tanto ai tuoi contemporanei che nel giro di due anni sei assurto allo status di nuovo genere, rischiando di venir bastonato (o glorificato) ad ogni nuova uscita e/o di vedere la tua musica stuprata dai tuoi emuli in modi talmente numerosi ed ingrati che nessuno più avrà valore. A Sightings non è toccato. Sono finiti nell’altro gruppo, quelli che rimarranno sempre un po’ spostati a destra o a sinistra rispetto al Grande Flusso del rock’n'roll e si esauriscono per fine benzina suonando quello che hanno sempre fatto. Through The Panama, prodotto da Andrew WK, conteneva la stessa musica di Arrived in Gold. Lo stesso vale, nella sostanza, per il nuovo City Of Straw: immobile nel suo riprodursi sempre uguale a se stesso, articolato su tappeti ritmici minimali e paurosi e su suoni maniacalmente poveri, del tutto privo di secondi fini e sinceramente spaventoso. Grandi pezzi, naturalmente, persino troppo ingombranti. La cosa che fa più strano di Sightings è la forbice tra il loro peso specifico nella critica avant-rock internazionale e l’attitudine della band (essenzialmente tre sfigati terminali che suonano in qualunque condizione). Una distanza talmente incolmabile da aver tracciato un solco tra loro e la storia del pop che i tre continuano a scavare disco dopo disco, e concerto dopo concerto, con tanta abnegazione da farli sembrare autistici. Ascoltare City of Straw, in qualche modo, significa continuare ad osservarli mentre si scavano la fossa dove finiranno, tumulati da tutto il mare di avant-disperati che li hanno preceduti e seguiti; come in qualsiasi esperienza di questo tipo, è piuttosto difficile smettere.

Visita la pagina Load su Sightings
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Fang Island: Fang Island (Sargent House/Goodfellas)

Ray Banhoff | 26/4/2010

fangisland_coverIl mondo della critica musicale, i blog dei brooklyniani vegani e una colonna di ex sfegatati dello shoegaze ormai così scoglionati da esclamare solo “Figata!” a un live di A Place to Bury Strangers, sostengono che i Fang Island siano una super band. In questo disco omonimo suonano  trionfanti il loro visionario baccano indie-prog (oh, buon dio…) e vi confondono le idee con furti legalizzati del tesoro lasciato all’umanità da Animal Collective e Battles (Life Coach e Sideswiper). La cosa figa è che al massimo del volume ti rintronano. Ti sballano e ci riescono pure bene. Sono come il pugile che ti ha rintontito di pugni e ti saltella davanti mentre hai la vista annebbiata, poi sblam! Giù duro prima col gancio finale. Tanto di cappello.Purtroppo però, dopo quattro cinque idee davvero belle, Fang Island diventa un disco prog, con inspiegabili accenni alla tradizione degli assoli di chitarra degli Europe e una carica adrenalinico/proteica che potrebbe uccidere un cardiopatico. A sentirli sul disco sembrano dei ragazzini del liceo esagitati che vogliono pomparsi per uscire a figa la sera, partono bene ma poi si indorano di Axe, quel profumo che si trovava al supermercato e di cui te ne dovevi dare che una infinitesimale spruzzatina, perché se esageravi impestavi come un Arbre Magique. Ecco loro con l’overdrive e la Gibson Custom Shop si inzuppano nell’Axe. Bravi, per carità, ma dopo dieci ascolti ti vien voglia di ascoltare un dj norvegese di micro house minimale.

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