Pronti Al Peggio, iPod Casino: Ringo

Pronti Al Peggio | 18/3/2010

Punta sul rosso, punta sul nero, l’importante è giocare. Bentornati al nostro iPod Casino, il quiz musicale dove indovinare una canzone è soltanto una scusa per parlare di se, scoprire cose che non si vedono anche se sono davanti agli occhi, anzi alle nostre orecchie. Direttamente dagli studi di Virgin Radio, Ringo aiutaci tu.

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Jon Hopkins: Seven Gulps Of Air (Domino/Self)

Francesco Farabegoli | 17/3/2010

jhsgoaJon Hopkins è un compositore di musica pop, di quelli che stanno al loro posto e continuano ad incrementare le filiali. Non è FourTet (il macigno su cui s’infrangono tutti i sogni dei compositori di musica pop con un contratto Domino) ma se la cava. Il disco di cui andiamo a parlare si chiama Seven Gulps Of Air, contiene cinque tracce ed esce per Double Six (che a quanto ne so è una sorta di emanazione di Domino). Quindi questa settimana sapete che numeri dovete giocare al lotto, specie se siete fanatici di glitch-pop e IDM. È un EP, come si diceva, costruito su un paio di brani inediti, uno dei quali è stato usato per non so che evento modaiolo (in realtà lo so: è stato composto per accompagnare uno spot di Christopher Kelly). Ad essi si aggiungono tre remix di Tunng, Tom Middleton e Geese. Un buon disco di elettronica da ascolto, con una bellissima copertina di Simon Wild.

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Beach House: Teen Dream (Sub Pop)

Ray Banhoff | 17/3/2010

beach_house-teen_dreamDevotion si chiudeva con quei toni da elegia indie drammatica, attuale e sincera. Si staccava da tutto il chiasso delle chart, delle autostrade del successo che portavano a palchi stellari, groupies, sogni di rock’n’roll e portava gli occhi di noi tutti su dei piccoli stages dominati da maracas, chitarrine sghembe e tastiere di plastica attorno ai quali era radunata una massa ondeggiante e glitterata di giovani indie e magliette coi cervi. Il grosso bisogno di silenzio dopo il baccano della notte trovava nei Beach House la band secondo me migliore da usare come sveglia del cellulare al mattino d’inverno. Oggi a due anni di distanza, con Teen Dream il fiore è sbocciato. La sporcizia (che tanto ormai son buoni tutti a fare) dei vecchi dischi è stata bandita come stratagemma stilistico e sono venute fuori le note e solo le note, tutte limpide e visibili come i cristalli di un lampadario d’epoca.  Per i puristi sarà un atto di abiura ma roba come Zebra, Walk in the Park e Silver Soul non lasciano dubbi: questo non è solo un disco pitchforkiano e barocco, ma uno di quegli album che finirà sulle magliette. È tutto un saliscendi tra trame spleen e momenti di pura gioia, ma di quella che possono provare solo i bambini, presa e tradotta in note. A tratti si entra in un territorio onirico, in un pop ambient e minimale (un po’ in debito con MGMT o Grizzly Bear) dal fascino di una cosa low fi ma a cinque stelle. Leggeri e sognanti, malinconici all’inverosimile, i Beach House, soddisfano il fabbisogno della vanitosa e al tempo stessa intima dose di bellezza che evidentemente alberga anche nel nostro tempo.

Donne, du du du

Francesco Locane | 17/3/2010

Scusate il titolo forse poco rispettoso, ma…chloeAmiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla diciassettesima puntata della nona stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. La stagione cinematografica è morta, fatevene una ragione, ma noi portiamo avanti la trasmissioncina!

Abbiamo iniziato la puntata parlando della cerimonia di consegna degli Oscar: siamo

Il primo film in scaletta è Chloe – Tra seduzione e inganno, di Atom Egoyan, con Liam Neeson, Julianne Moore e Amanda Seyfried. Il regista armeno-canadese ci ha abituato a film di altra caratura, ma diciamo che porta a casa la sufficienza in questo raggelato remake di Nathalie, film francese non memorabile di una decina di anni fa.

Dopo una lunga assenza è tornato il trailer: abbiamo diffuso incoscientemente nell’etere l’anticipazione del prossimo film con Vaporidis (che lo produce anche): Tutto l’amore del mondo di Riccardo Grandi. Sigh.

E infine, ultimo film in scaletta, il vincitore del Leone d’Argento a Venezia, Donne senza uomini, di Shirin Neshat: nell’Iran del colpo di Stato del 1953, si incrociano le storie di alcune donne che si ritrovano in un giardino quasi fiabesco. Un film senza dubbio affascinante, ma che forse perde di vista il suo centro narrativo per l’eccessivo affollamento di raffinatezze estetiche e formali. Comunque, ne abbiamo scritto qua.

Bene, è tutto. Scriveteci a secondavisione@gmail.com. A martedì prossimo!

Sweethead: Sweethead (Pias/Self)

Chiara Leandri | 17/3/2010

coverChe siano la diretta incarnazione dell’attitudine di Courtney Love, dei suoni di PJ Harvey, o ancora della cattiveria di Sandra Nasic, resta il fatto che gli Sweethead se la suonano come diavolo pare a loro. Serrina Sims è il cardine sexy ed esplosivo di una formazione nata da tanti pezzi di vecchie glorie incollati assieme. Ex corista per i Queens Of The Stone Age di Troy Van Leeuwen, ci sono poi Eddie Nappi e Norm Block dai Mark Lanegan Band, Plexy ed Enemy. Cioè, se già avete fatto confusione vi capisco. Quello su cui dovete concentrarvi è che: 1) c’è una strappona tutta nuova in circolazione; 2) il chitarrista del gruppo era nei QOTSA (ci sarà sempre bisogno di associazioni, ahinoi). La musica uguale: arriva veloce in pancia, ti tira nella mischia, prende, lancia e cattura. Bei suoni ritmici, chitarra sporca, voce da dura, sano rock’n'roll. E se resistete fino alla fine, anche dei bei momenti pieni di languore. Basta dai, non ci spenderò altre parole. Devono afferrarvi subito, di primo impatto: solo così questi nuovi famosi avranno fatto il loro sporco lavoro.

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Leggi l’intervista di Troublezine per conoscerli meglio

Seabear: We Built A Fire (Morr)

Ray Banhoff | 17/3/2010

70a2038e3492d5186620ba01f27d9ce3Benvenuti cari utenti. A questo giro parliamo dei Seabear. Gruppo islandese, composto da ragazzi dai volti perfetti per un film di Gus Van Saant e nomi che a pronunciarli escono tutti suoni come “glòck clock nock”. E che si fa di buono lassù oltre a mangiare la balena e saltare sui geyser? L’indie-folk naturalmente! Eh! Va così catalogato We built a Fire, il secondo lavoro del gruppo di Sindri Màr Sigfùsson, l’ennesimo in generale che sancisce l’inclinazione obsoleta del genere. È indie anche nel packaging, figurarsi nelle tonalità, nei rimandi stilistici, nelle trovate, nei maglioni per fare le foto. Davvero niente di nuovo. Per buona parte è una cantilena che potrebbe stare in sottofondo in ritorno dall’Erasmus a 21 anni, per il resto è roba piatta travestita con raffinatezza da “prodotto di qualità”. Ci sono tutti gli archi e le impalcature folk rock che uno si aspetta. Le cose migliori le fanno quando cercano di copiare, quindi Wooden Teeth (Bon Iver pieno!), I’ll build you a fire e Softsheep (Broken Social Scene). We Fell off the Roof è il pezzo più brutto. Warm Blood il più bello (cazzo ma perché non hanno sviluppato quel filone strumentale?). Mi sento Simona Ventura a X-Factor quando faceva i provini e dico “Per me è no” facendo ballare le tette.

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Plasma Expander: Kimidanzeigen (Bar La Muerte/Wallace Records/Bloody Sound Fucktory)

Alex Grotto | 17/3/2010

kimida_1265293273La Sardegna si incazza ed alza le mani senza guardare in faccia nessuno, lo fa servendosi di tre tizi – i Plasma Expander Andrea Siddu, Fabio Cerina, Marcello Pisanu- che durante i live si presentano con camice e mascherina da chirurgo (come i Clinic, per intenderci, ma più cazzuti) suonando un rock sghembo, uno strumentalismo a tratti violento che si estende dal post-hardcore a sperimentazioni guidate più composte. Kimidanzeigen è una coproduzione articolatissima (Here I Stay, Brigadisco, Valvolare, Bar La Muerte, Wallace Records) che segna il ritorno di una band che col primo disco mi aveva stupito ed esaltato, ma che questo giro non mi ha portato allo stadio successivo: l’adorazione incondizionata. Siamo onesti, Kimidanzeigen è un buon disco, le cose interessanti ci sono, il talento si sente, ma ci sento troppo poco baccano dentro per i miei gusti: quando si vira sulla sperimentazione (Sananas) il risultato è buono, ma quando il disco dovrebbe cominciare a scalciare seriamente e con acidità (4 Legs, Nose On Belly) è come se non si avesse voluto esagerare. Freno a mano tirato nell’improvvisazione, troppo ordine e pulizia nei momenti sbagliati, questi a mio avviso le pecche di alcuni frangenti che compongono il disco: avrei preferito qualcosa di più sudato, grasso e cafone pur mantenendo l’incertezza e la cupa pressione del lavoro precedente. Un compito svolto alla sufficienza, sicuramente una di quelle band che meritano il doppio viste live e che soffrono troppo (forse ingiustamente) la sterilità del disco.

Hermitage: Oh, No, It Wasn’t The Airplanes It Was Beauty Killed The Beast (Marsiglia Records)

Alex Grotto | 16/3/2010

m036_cover Io mi ritengo una persona attenta al dettaglio, nonostante le apparenze da stronzo trasandato coi bottoni della camicia non allineati. Mi piace frugare nei cassetti che stanno più in basso e che si aprono poco perchè lontano dal passaggio quotidiano, mi piace immaginare che fine fanno le comparse dei film quando si beccano uno schiaffo e scompaiono dalla scena, mi piace immaginare che adolescenza malsana e che percorso delusionale (si dice? facciamo di sì) porti i cattivi a fare i cattivi e i buoni ad essere sempre in prima fila. Credo sia dietrologia superflua, ma in ambito musicale scendere nei dettagli invisibili, specie della provincia e dell’underground che scalpita, porta spesso a scoprire cose ottime: ecco, gli Hermitage sono un’ottima scoperta, sono i classici ultimi della classe di cui i professori non si ricordano limitandosi a predire loro un futuro da benzinai o da inservienti a McDonald’s, ma che alla fine la spuntano alla grande tornando da vincenti con un disco che piace e pure parecchio (ed aprendo pure la data italiana dei Mono a Bologna): il sottobosco genovese brulica, il post-rock in Italia è qualcosa che si è provato a capire fino ad un certo punto, riempiendosi di cose belle ma senza un’anima, invece Oh, no, it wasn’t the airplanes it was beauty killed the beast riempie il vuoto di calore che spesso affligge produzioni solamente strumentali, ridefinisce gli spazi vuoti saltando a piè pari la noia e arrichisce il tutto con giri e strati di chitarre davvero piacevoli (Ulrike, The Postman’s Secret Hate). C’è addirittura spazio per omaggiare la pricipessa Leila con un traccia che porta il suo nome: non posso parlare male di un disco che raccoglie citazioni di Star Wars, deontologia professionale.

Gonjasufi : A Sufi And A Killer (Warp/Self)

Ray Banhoff | 16/3/2010

WARPCD172A volte uno diffida dal tam tam mediatico come fossero i pettegolezzi delle fighette indie che parlano delle loro robine tutte speciali che gli altri non potrebbero mai capire. Ma quando in un giorno sento parlare un dj, un giornalista che di musica non sa niente e un metallaro mi convinco che devo ascoltare Gonjasufi. La sorpresa è notevole. Improvvisamente sono catapultato in un disco sporco, contaminato e denso di suoni che mi lascia spiazzato. Tolto l’attuale dub (senza step ne beat) da kebabbaro che ti affascina al primo ascolto e il canto da muezzin urbano di Kobwebz, sono totalmente ipnotizzato. La discoteca è rasa al suolo, diventa l’Oriente che canta l’Occidente, che langue da un sampler. La trasmissione del suono passa per vecchie radio a transistor e si perde nei miliardi di bit dell’etere da cui al tempo stesso pare aver preso vita. Lo spettro di Bollywood danza in She’s Gone. Sto tizio fa il Beck d’Israele in SuzieQ. Il mondo è un mercato, una casbah, la sua voce diventa il bruisio confusionario campionato tra lampi di ironia, poesia, visioni lisergiche. Kowboyz and Indians sarà probbailmente uno dei brani dell’anno e con Change mi chiedo che cavolo ci sono andato a fare a vedere i Massive Attack che questo qui li ha già trasformati in roba da museo? Vi invito per una volta ad ascoltare il consiglio di una recensione. Vorrei quasi sapere i vostri commenti. È o non è l’opera di un genio? Ditemelo voi che io non so rispondere.

Il Myspace della vita
Grazie Dio che ci hai dato la Warp Records
Un video brutto per una canzone stupenda
Un video davvero figo per capire di si parlerà

Pronti Al Peggio, Piazza Delight: Dente (seconda parte)

Pronti Al Peggio | 16/3/2010

http://www.vitaminic.it/uploads/2010/03/DENTE2.jpg Foto: dhinus

Il complimento più bello è quando qualcuno dice: che bella atmosferà però. Lontani millemila chilometri dagli eventi a cui bisogna esserci per forza o a quelli a cui non vorremmo proprio andare questa sera sembra proprio di essere a casa di amici, quando improvvisamente Dente imbraccia una chitarra. Aspettate un attimo, non è che sembra: è proprio così.



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