QUEL GIORNO A MILANO HA NEVICATO UN BEL PO’ E NOI INDOSSAVAMO TUTTI SCARPE DI TELA. Il giorno in questione è il 21 dicembre 2009: Jacopo FBYC, Tommaso Dummo, Giacomo Hot Gossip, Violetta Agatha si incontrano, incidono un EP e lo distribuiscono gratuitamente attraverso un blog. La copertina omaggia GI, uno dei miei dischi preferiti di sempre. La musica omaggia una stagione del punk italiano che, volenti o nolenti non c’è più. Prima del 2002 non avremmo avuto alcuna difficoltà a chiamarlo emo, a vederlo uscire su Green e a prenderci bene. Dopodiché la parola ha smesso di significare quel che significava prima e son rimaste solo le band. Poi piano piano hanno smesso di esistere pure le band, o (se è andata bene) hanno cambiato pelle. Un verme resta un verme vale così, un po’ come amarcord, un po’ come la testimonianza di un momento in cui tutto ha smesso di scorrere e ha fatto un balzo indietro di più di un lustro: quattro pezzi di old/new school senza revanscismi né pretese. Poi la neve s’è sciolta, e a me quella stagione manca ancora un po’. To Lose La Track stamperà un nastro: i veri eroi camminano tra la gente comune, e tengono la testa bassa.
Visita il Myspace di Verme
In quegli anni era tutta una questione di farne parte. Facevi parte di quel giro o di quell’altro, decidevi che questo era giusto per te e gli altri decidevano che tu eri giusto per loro. Oppure no. C’era questa ragazza, si chiamava Alessandra. La conobbi al primo anno d’università. Ci scambiavamo cassette, lei andava forte con i dischi punk vecchi e certe cose melodiche, io ne sapevo un po’ di metal e accacì e crossover. A quei tempi buttavano bene certi club, i quali tutto sommato buttano bene anche ora -pieni di gente dell’età che avevamo noi, che balla pezzi che ballavamo noi. Non ci sono mai propriamente uscito, sai, io e lei a bere birra una sera. Camminavamo dopo le lezioni e ci raccontavamo cose, lei mi parlava di questo ragazzo punk che l’aveva convinta a iscriversi alla facoltà e si era trasferito in non so che squat del nord Italia; io le parlavo di dischi che avevo ascoltato e film che avevo visto. La mia storia sentimentale era una noiosissima storia di amori non corrisposti -a quell’età te la può raccontare un ragazzo su due. Lei non era mai riuscita a superare la sua cotta per quel punk. Io mi ero preso una cotta troppo grossa per lei.
E’ circa un mese che, parlando di Xiu Xiu (che si pronuncia orridamente sciù-sciù, io non lo sapevo, in otto anni me lo sono sempre chiesto e preferivo rimanere col dubbio) col mio collettivo di snobisti del bar mi sento rispondere “Cazzo perdi tempo ad ascoltare Dear God, I Hate Myself, ormai Jamie Stewart s’è imborghesito anche se ha il solito taglio di capelli da Hipster Hitler, non c’è più Caralee: sarà come guardare una riedizione dei Blues Brothers con Timberlake al posto di Belushi”. Tutto questo è fondamentalmente vero e aggiungo che Stewart sembra aver maturato una personalità multipla comprendente la coscienza e la verve di Morrissey, altrimenti non mi spiego il titolo dell’album e i riff della title track e di un paio di altre tracce (Gray Death, Chocolate Makes You Happy), ma questa evoluzione o moltiplicazione spirituale fanno comunque la loro bella figura: ci sono – sigh!- meno rumorazzi, meno sconvolgimento sonoro e più composizione, più attitudine pop, più flipper impazziti e glitchoni 8-bit (Secret Motel) a ricordarci l’immenso talento creativo di Jamie anche quando si impegna a rimanere seduto composto nella stesura dei brani (The Fabrizio Palumbo Retaliation). Due parole a parte le merita anche Angela Seo: chiamata a sostituire Caralee sia alla sezione synth, programming, cianfrusagliamenti di contorno sia nel cuore degli indie-geek con gli occhioni grandi, si presenta al pubblico ficcandosi due dita in gola e sboccando per tutta la durata del videoclip del primo singolo estratto mentre Jamie Stewart si mangia un simil-toblerone; come si fa a non innamorarsi di una donna così? E’ pure asian, dieci punti in più, chi se ne frega di quell’altra e dei Cold Cave. Si ok, la recensione ha preso una deriva sulle donne perchè sono convinto che questo disco lo abbiate già ascoltato e assimilato tutti, se non lo avete fatto cercate di recuperare perchè nonostante sia un elemento di rottura col precedente corso degli sciù-sciù ci sono gran spunti e un’asiatica che strippa come nei film di Tsukamoto.
Angus Andrew è un pilastro di due metri. Secchissimo e fondamentale. Più volte l’ho visto coi miei occhi usare dei piatti di pasta per sbriciolare la marijuana e fumare bonghetti tutto il giorno prima del concerto. Sembra poter svenire da un momento all’altro poi invece sale sul palco e inizia il teatro. ILiars non sono una band, sono dei performer. I loro dischi non sono recensibili come gli altri, poiché vanno visti come un concept in corso dal 2000 la cui missione è il ritorno a un trance-garage-noise tribale basato sul ritmo. Nel mezzo c’è il gran mare dei Sonic Youth in cui fare ablazioni e Los Angeles e Berlino come le due palestre del suono e di un immaginario. Quindi quando si parla di loro per me si parla di: ricerca, contemporaneità, collasso del mercato. Guardatevi il video di Scissor e capirete di che parlo. Sarà questo assioma ad evitarmi giudizi estetici su Sisterworld. Se con Drums not Dead hanno dato il la al noise-psichedelico e con Liars lo hanno racchiuso in una forma pop stra-convincente, con questo album ribadiscono le ultime posizioni. Dopo un tour coi Radiohead, un botto di consensi online e tanti clic sul MySpace possiamo dire che sono al loro apice e che Sisterworldè forse il disco della loro “liarsità”, un trionfo di onirico e garage, cazzoduro e vere e proprie hit delle compilation “Vacanza con Canne 2010”. Ho già litigato con diverse persone sull’argomento, quindi mi rimetto a dire che quando schiaffano li Scarecrows on a killer Giant o The Overachivers sono l’unica rock band non sputtanata che si possa sentire in giro. Proud Evolution e Too Much Too Much sono il loro futuro. Sono dei radicali, dei teatranti, degli attori, dei dissimulatori, dei furbi, dei gran manici. Ci danno dentro e lo sanno fare. I migliori. Altro non saprei dire.
P.s.
Piccolo appunto sul disco di b-side che doveva essere il fiore all’occhiello. Purtroppo è brutto. Nel senso che Thom Yorke distrugge il pezzo chiave dell’album, lo fa diventare una vera cagata. Se non fosse per i soliti Fol Chen e Devendra non meriterebbe neanche di essere comprato. Ma è bella l’idea di questa contaminazione, di dire “tieni ti do il master facci quello che vuoi mi fido di te perché ti ammiro”.
Guarda il video visionario e bello di Scissors
Visita il MySpace
Una volta ho fatto loro delle foto
Del disco d’esordio dei These New Puritans mi piaceva soprattutto il modo di pestare la batteria: nervoso, ottuso e arrogante il giusto. Mi piacevano anche i testi, ripetuti come scioglilingua ma con la vitalità di un cadavere. Una ricetta, quella di Beat Pyramid, in cui non mancavano inclinazioni più colte, ma pur sempre troppo sociopatica per partecipare alla vulgata punk-funk con convinzione. Bene, la cattiva notizia è che una certa arroganza adolescenziale è scomparsa. La nuova immagine dei These New Puritans è quella del team di produttori che non vuole sentir parlare di chitarre, cita Benjamin Britten e presenta Hidden con un singolo-suite di oltre sette minuti (We Want War). Tuttavia, la buona notizia è che la cattiva notizia è buona. L’ego smisurato del gruppo si è tradotto in un pop barocco che fa pensare a degli Animal Collective affogati in salsa gotica, filtrati da una discreta fissazione per l’hip hop (non solo quello più avant, a giudicare da Three Thousand). Altre buone notizie: in molte canzoni tira un’aria da teen movie vagamente burtoniano (nel senso di Tim), e un discreto numero di tamburi è ancora pestato a dovere. Certo, ci si compiace un pò dell’oscurità, con una posa da nichilisti che in epoca post-Big Lebowski è difficile prendere sul serio. Però la ciccia c’è ed è tanta. Lamentarsi è decisamente prematuro.
God Bless Ted Leo! Lo trovate eccessivo? Forse si, ma The Brutalist Bricks è un disco che gioca a carte scoperte e lo fa molto bene, affilando le lame di un power-pop-garage-rock (e chi più ne ha più ne metta) semplice e piacevole come un piatto di pasta al dente, da consumare subito prima che si freddi. Nell’era del lo-fi a tutta forza, trovarsi per le mani un disco ben confezionato, che non rinuncia agli spigoli pur adoperando un suono molto pulito, è come una manna dal cielo. Finalmente qualcuno che non sembra suonare dentro imbuto oppure dentro una scatola di lamiere e che ci schiaffa in faccia poco più di quaranta minuti di pura freschezza rock’n’roll. The Brutalist Bricks fa parte di quel tipo di lavori che non necessita di discorsi complessi o di un numero di ascolti elevato per essere capiti. Una volta premuto il tasto “play” è già tutto chiaro, per cui la finisco qui, niente voli pindarici ed inutili parole in eccesso. Ora tocca a voi e al vostro dito indice premere quel bottone e lasciarvi andare.
Le nostre mamme lo conoscono come personaggio televisivo spalla di Chiambretti. Noi come competente conduttore di Dispenser su Radio2Rai. Costantino ha tutte le carte in regola per essere il perfetto protagonista di una puntata della nostra rubrica portando a casa un risultato stellare.
Susanna è la Bjork norvegese. Cosa ce ne si può fare di una Bjork norvegese quando quella islandese è viva e in salute? Ognuno ha la propria risposta, e noi -gente che vuol strafare- addirittura due. La prima è che tifiamo incondizionatamente Rune Grammofon, la seconda è che cagando Susanna oggi avremo la possibilità di fare i fighetti una volta che la Bjork norvegese avrà avuto e/o sfruttato la sua chance di diventare la nuova cosa del pop. Al terzo tentativo, naturalmente, le possibilità che questo avvenga stanno diventando pochine: anche volendo perdonarle (e non è così) lo stupidissimo infortunio di far uscire una cover di Love Will Tear Us Apart come pezzo trainante del più-che-palloso disco precedente, 3 si rivela in brevissimo una -suggestiva e ben arrangiata- raccolta di canzoni pop con pochissima friendship, pezzi inesistenti e linee vocali uber-anonime che solo di rado riescono a tener vivo l’interesse per più di ventitrè secondi. E se mi si permette, nel caso concreto, van bene gli ovvi riferimenti a Bjork e tutto quel che volete, ma state (comprensibilmente) dimenticando che ad un certo punto della storia dell’umanità è esistita perfino un’artista di nome Enya, e che in qualche modo certi momenti dell’ultimo disco di Susanna and the Magical Orchestra, ahm, la ricordano.
In ambito soul-funk è più facile pescare bene dalle vecchie produzioni in quanto quasi tutto è stato già detto da tempo. E’ necessario porre l’accento su quel “quasi” perchè nel panorama attuale ci sono delle eccezioni. Si pensi ad Erikah Badu, la cui musica è l’espressione perfetta della commistione tra vecchio e nuovo o anche questa ultima produzione firmata Lee Fields, non certo l’ultimo arrivato. In giro già dagli anni ’70, il Nostro riesce oggi a coniugare il soul più classico di scuola sudista ad una produzione asciutta, in un certo senso moderna, merito dei musicisti che lo accompagnano con discrezione, senza sovraccaricare le canzoni di inutili orpelli. Ne esce fuori un disco bellissimo, che necessita di qualche ascolto per essere apprezzato in tutte le sue sfumature. Un lavoro sensuale e fuori dal tempo, dotato di quel tocco di modernità che gioca a nascondersi e riesce comunque a renderlo attuale. My World è capace di accendere un tenue e caldo fuoco sulle vostre prime giornate invernali, trasuda passione e sensualità ad ogni passaggio. In poche parole è esattamente tutto quello che si chiede oggi ad un disco di musica soul.
Sono uno di quelli che ama fare il difensore delle cause perse. Pensavo di avere il dovere morale di salvare l’ultimo dei Black Rebel Motorcycle Club. Anche solo perché sono la band di Baby 81. E invece no. Ma come? Passi una vita a sognare di diventare una rock star, trovi uno dei Brian Jonestown Massacre che vuole fare una band con te, ad un certo punto ce la fai e Noel Gallagher dice pure che sei un figo. E poi pluff, sparisce la fantasia. Che peccato. Ci vorrebbe uno di quegli allenatori delle squadre di calcio giovanili, quelli che a metà del primo tempo sullo 0-0 entrano in spogliatoio e fanno neri quelli che non tirano fuori la grinta. Perché è una questione di cuore. Il rock è solo cuore e se non ce lo metti sembri ridicolo a dimenarti sul palco. E poi questo disco non ha l’anima. È il compitino per casa. È buono per far la pubblicità di qualche inutile marca di jeans. È na musichetta. Roba da Negrita d’oltreoceano. Non basterà continuare a fare delle foto in posa, trovare delle location fighe per i concerti o paraculate del genere. Non basterà un buon curriculum per portare a casa la pagnotta. Beat the Devil’s Tattoo è un mare di noia zeppo di puri esercizi di stile,perfetti nel sound, cool, adatti a una festa di gente con le camice a scacchi. Ma non è inutile parlare quando non hai un’altra Not What You Wanted…