Amiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla diciannovesima puntata della nona stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Nell’ultima puntata prima di Pasqua, due film che, ahinoi, ci hanno deluso.
Il primo è Happy Family, di Gabriele Salvatores, con Fabrizio Bentivoglio, Diego Abatantuono, Margherita Buy, Claudia Signoris e Fabio De Luigi. Partendo da una fortunata pièce teatrale, Salvatores gioca con la metatestualità, gli sguardi in macchina, gli ammiccamenti al pubblico e condisce il tutto in salsa Tenenbaum. Il risultato è un film raramente divertente, poco ispirato e sinceramente fastidioso nella messa in scena. Ne abbiamo parlato al telefono anche con La Papessa.
Per una puntata tutta all’italiana, non poteva mancare il trailer: questa volta si tratta dell’ultimo film targato Vanzina, La vita è una cosa meravigliosa. Dobbiamo dire altro?
E infine, un altro fallimento: nonostante il cast, che tra gli altri comprende Tilda Swinton, Edoardo Gabbriellini, Pippo Del Bono e Alba Rohrwacher, Io sono l’amore, di Luca Guadagnino non ci ha detto proprio nulla. Un dramma borghese infarcito di calligrafismi che non lascia davvero nulla dopo la visione. Un contenitore leccato e laccato ma desolantemente vuoto.
Bene, è tutto. Scriveteci a secondavisione@gmail.com. Non ci saremo martedì 6, quindi a risentirci il 13 aprile!
La principale ragione per cui dovreste comprarvi il disco di questi Sudden Weather Change è che sono islandesi, e visto che l’Islanda è in bancarotta vi sentirete puliti e onesti nel contribuire parzialmente al rilancio economico dell’isola. E vi farà piacere, nel caso, sapere che Sudden Weather Change NON suona elettronica gelida o altro. Stando alla biografia con cui Kimi accompagna l’uscita mondiale di Stop! Handgrenade In The Name Of Crib Death ‘nderstand? (un titolo fichissimo, se lo scrivessi altre sei volte avrei fatto le battute che servono per la rece), their sound has been likened to the sound of bands like Sonic Youth, Pavement, Polvo and countless other 90’s alt-rock bands from the U.S. Naturalmente visto che stiamo citando gruppi a caso potremmo aggiungere Slayer, Unsane, Red Krayola, Daft Punk e Cursive. Nell’ultimo caso ci potremmo pure andare vicino: indie-rock con un briciolo di cassa, una bella vocetta sconvolta e dei pezzi decenti. Non ci costruisci un mondo ma arrivi alla fine senza chiederti quanto manca. In copertina c’è un nero con gli occhiali. Leggi la press sheet del disco sul sito di Kimi Records
Una recensione sana ed equilibrata di Work, opera terza degli Shout Out Louds, coglierebbe con soddisfazione lo sforzo di differenziarsi rispetto ai due dischi precedenti (Adam Olenius e compagni evitano infatti di insistere su certi stilemi Cure-pop ben sfruttati in Our Ill Wills, così come di tornare sul più irruente guitar-pop giovanile di Howl Howl Gaff Gaff). Una recensione che miri all’obiettività riconoscerebbe al contempo Work come un grande disco a metà, ammettendo che buona parte della seconda parte non è all’altezza della prima (alcuni pezzi hanno il fiato un po’ corto), o magari criticando l’eccessiva levigatezza della produzione “americana” di Phil Ek.
Troppo forte è però la tentazione di congedare al più presto tutti i lettori casuali e aprire il gruppo di autocoscienza tra noialtri che ci struggevamo da mesi aspettando il ritorno del quintetto svedese. Così potremmo finalmente contemplare insieme l’amarezza dei primi versi di Play the Game; ammettere come ogni volta l’iniziale 1999 ci tramortisca con quel riff liquido del ritornello, sferzante come vento gelido e impietoso come una serie di schiaffi in faccia; lamentarci di quanto sia crudele buttar lì a tradimento uno slogan come “never trust anyone, run away, run run run” al culmine della tensione (nel singolone Walls); confessare quanto ci manchi Impossible, ma anche quanto l’ascolto di questo nuovo album sia intenso e destabilizzante e terribile come un ritorno di fiamma con qualcuno di molto importante. Con tutto il contorno di anni trascorsi, esperienze maturate, recriminazioni, ricordi troppo ingombranti. Pezzi di cuore ed errori da raccogliere, mentre ci innamoriamo degli Shout Out Louds per la terza volta e scopriamo che, in modo diverso, fa ancora male.
Se ci penso, ascoltare i Lali Puna mi scaraventa direttamente al 2004 quando presi ad ascoltare in modo caotico tutto quello che mi ero perso nel tempo passato. Così Our Inventions, il loro ultimo disco, ferma tutto quanto e anzi spalanca una finestra su un rassicurante passato. A me piace, perché mi piacciono quei suoni lì; quelle atmosfere glaciali eppure morbide, perché la voce di Valerie Trebeljahr è tra le più belle che conosca, perché i brani sono scritti e costruiti con una cura mostruosa in ogni più piccolo bit e frazione di tempo. Lounge, ambient, elettro, indietronica chiamatela come vi pare, non ha grande importanza quando si tratta di un gruppo di questo livello ed il sound è sostanzialmente lo stesso di qualche anno fa. Ascoltare questo disco oggi ha un senso, e ce l’ha perché la scrittura dei Lali Puna non ha perso forza a intensità; ed il loro è un linguaggio speciale, riconoscibile e personale, necessario e comunque mai scontato. Così provate a mettervi il loro disco nel lettore e camminare, prendere i mezzi o viaggiare: sembrerà di veder scorrere panorami diversi, girati in pellicola come se foste in un cinema e non per strada. Provate a mettere su Our Inventions, That Day o Out There. E poi fateci sapere. Per gli amanti del genere, nell’ultimo pezzo, c’è il featuring di Yukihiro Takahashi.
Settimo episodio per la compilation di Tempa dedicata al dubstep, il genere che sin dal 2000 l’etichetta ha contributo a lanciare sul mercato: stavolta la selezione è nella mani di Chef, veterano della scena sud-londinese, ed il suo concittadino Ramadanman, giovanissimo esponente con già all’attivo diverse uscite ufficiali. I due mix si muovono su binari differenti, riuscendo insieme a dare una visione molto ampia delle migliori produzioni degli ultimi mesi. Chef imposta il primo disco come una lunga esplorazione che parte dalle origini dub e reggae (Dub Mechanics, Von D, G Double E) – privilegiando il cantato (Dj 200 F, Mr Lager e Alys Be, Noah D) – e scivola verso le tipiche sonorità profonde e sporche (Trolley Snatcher, Benga ed il suo speculare Skream). Facendo trasparire un anima da raggaman, in ogni caso il buon Chef non si spinge verso un inferno di wobble ma regala perle gradevoli come le sognanti e sospese nel delay Float e Full Moon di Silkie o Four Leaf Clover di Mr Lager. Ramadanman fa invece sua l’eredità di 2-step garage e grime privilegiando un ritmo sincopato che riecheggia in un atmosfera più cupa rispetto a quella del collega: si parte con i controtempi metallici di Beacon di Untold (dotata di un bel clap acquatico) e Fram di Blawam, si passa dal ragga e dancehall con Scuba, Untold (2), Skream con Earl 16 e si arriva agli ansiosi LFO di James Blake, Compound One e Untold (3). Nelle 27 tracce si avverte una strana sensazione che qualcosa stia per accadere, e sono quasi sicuro che mentre sentivo i synth di Arawak by Quest o Over it di RSD con l’autoradio, sotto la pioggia, ci fosse qualcuno che mi stava seguendo a fari spenti…
Se di state-of-the-art si tratta, la prima parte del 2010 dubstep avrà un’evoluzione simile a quella del cugino electro-house: una stagione di ‘riposo’ con meno muri di suono e maggior recupero delle proprie radici.
Roll Deep è la Cosa Nostra del grime.
A partire dagli inediti passati nelle radio pirata di East London, Street Anthems racconta la storia di una crew che – come spesso avviene con il genio britannico – ha dato il contributo fondamentale nell’aggiornare e ridefinire un genere nato negli Stati Uniti unendo ai suoni “tradizionali” sperimentazioni elettroniche e crossover. Il fondatore Wiley ed i suoi compagni, come Tinchy Stryder, Skepta, Riko o Scratchy raddoppiano la velocità del rap tradizionale ispirandosi al flow dancehall, sfruttano il ritmo sincopato della UK garage e dialogano con pattern di synth di proposito minimali; la maggior parte dei pezzi, per l’appunto, vengono introdotti da un riff che si ripete misteriosamente per tutto il brano (Babylon Burner, Regular, Bounce) e lo sfogo degli MC è cadenzato dai rullanti cupi della batteria 2-step. In ogni caso il sound nel suo complesso (immaginate anche solo i temi dei testi…) non è mai eccessivamente pesante, fino ad uscire dall’underground con pezzi godibili come Remember The Days (classico r’n'b), Avenue (campionamento dagli one-hit wonder ‘80 Maisonettes) e Do Me Wrong (calco dei migliori No-Doubt). E se il denaro è uno degli obiettivi principali di quasi ogni artista hip-hop e derivati, la strada del grime presentato in una veste commerciale è quella scelta da uno dei giuovini – qui protagonista nella rivisitazione dell’anthem Eskimo – passati per la Roll Deep prima di scalare ripetutamente le classifiche: sto parlando ovviamente di Dylan “Dizzee Rascal” Mills.
Io adoravo Oracular Spectacular. Ero uno di quelli che voleva iniziare la giornata con Weekend Wars, che quando la rotellina dell’I-pod mi ci finiva sopra premevo sempre play contento come un bambino. Quindi per venti volte coi miei amici ho parlato malissimo di Congratulations. Mi chiedevo come mai una band che può aggiungere un’altra tacca alla definizione di pop, un termine o un concetto così usurpato da non avere quasi più senso, si fermasse a rimirasi nello stagno. Poi ho cercato di concretizzare che non fossero miei amici, che non fosse il mio disco, che non potessi alzarmi e dire “No dai qui cambiamo e suoniamo in levare” e ho preso per buono quello che loro mi davano. E non è stato niente male. Credo che il disco salti meno all’occhio perché mancano le trovate sonore del precedente (cazzo il synth che attacca di Time to Pretend è una delle cose più alte e fighe degli ultimi anni), ma dal punto di vista dei pezzi, ci sia un sacco di roba davvero bella nascosta nella psichedelia e nel garage (It’s Working), con forti rimandi ai Flaming Lips, agli anni ’70 a Simon & Garfunkel (Siberian Breaks), Lennon e le colonne sonore dei telefilm con cui siamo cresciuti tutti noi nati negli anni ’80 (Flash Delirium e I Found a Whistle). Aspetto già il prossimo disco per considerare questo come una parentesi riflessiva, un ponte verso il cambiamento necessario più a loro che a noi, ma comunque confortevole all’ascolto. Nel frattempo continuo a sentirlo volentieri. Come dire, anche se sei pieno dopo una cena abbondante, come fai a dire di no al dolce?
(R.B.)
Che non sia il disco che tutti quanti si aspettavano, è un meme abbastanza chiaro che ha fastidiosamente intasato i blog ed i social networks di mezzo mondo (e ha già rotto le scatole, diciamolo), così come è lampante ed unanime il disprezzo per una copertina che sembra citare in maniera spaventosamente pacchiana Sonic the Hedgehog e gli infiniti pomeriggi persi dietro quel videogioco. Con un po’ di dietrologia mi viene da pensare però che forse è un esplicito omaggio al leggendario Sonic Boom (aka Pete Kember degli Spacemen 3) che ha prodotto il disco dandogli quella piega profondamente psichedelica che a tanti non è andata giù: tastieroni impazziti, garage lisergico, falsetti a manetta ed echi roboanti. In una parola: neo-psichedelia, mescolata però ad un più innocuo pop di matrice inglese (non è un caso infatti che la seconda traccia si chiami Song For Dan Tracey, leader dei Television Personalities), che fa della mestizia dei June Brides, della molestia dei Doors, e delle armonie pacifiche dei Byrds un unico informe mischione appiccicoso. Glam al punto giusto, vintage sessantottino, adolescenziale e sconsiderato, anche un po’ frocio a tratti- in pratica qualcosa che probabilmente farebbe bagnare Kevin Barnes degli Of Montreal al primo ascolto, e che dopotutto non dispiace tanto neanche a noi.
In genere, quando un esordio viene salutato dalla stampa inglese con aggettivi come astonishing (NME), terrific (Uncut), o like nothing else in British music today (Maxim, ma è pur sempre un magazine generalista), la critica italiana risponde in due modi. A) Dopo essersi fatto due risate, il critico ridimensiona-stronca la new sensation. B) Se invece il disco gli è piaciuto molto, e si lascia sedurre dalla retorica del press-kit, la gamma di reazioni può andare dall’esaltazione controllata alla descrizione di allucinazioni competitive (chitarre che fendono viscere, batterie che schiacciano sassi come i carri armati, ecc.). Delle due, stavolta, preferiamo la prima opzione. Harum Scarum è “solo” un onesto (cioè ben fatto) disco punk-blues. Un album che ricorda gli ultimi Blues Explosion piuttosto che i White Stripes, nonostante la formazione frontman+drumgirl. Inoltre è arrangiato bene e con un gusto sottilmente psichedelico, ma è debole nel songwriting. Evidentemente due accordi ripetuti per un tot di minuti (Hide & Seek) non fanno sempre primavera. In sostanza, Harum Scarum si merita le proverbiali due stellette (e mezzo). Un domani Joe Gideon & The Shark potrebbero diventare i nuovi White Stripes o semplicemente una coppia di onesti benzinai. Nel frattempo, piano con gli allucinogeni.
L’idea è stata tutta loro, degli Zen Circus. Perchè non andare a suonare davanti Radio Maria? La sede deve essere proprio da queste parti, è da sempre un nostro sogno. Neanche fossimo i due tizi di fantasilandia ecco che il desiderio di una vita diventa reale grazie a Pronti Al Peggio. Appino e soci sfidano con un improvvisato concerto le guardie svizzere dell’emittente vaticana, come andrà a finire?
L’avevamo lasciato poco più di un anno fa con quell’aura da enfant prodige compositore, polistrumentista, un’anima dal prolifico genio semi-mozartiano che si incrociava con gli stravizi vocali alla Thom Yorke. Ed ecco che Konstantin Groppers, col passare del tempo, punta sempre più su se stesso. Non lo fa certo apposta, ma la sua maschera trasparente chiamata “Get Well Soon” si sfoca sempre più, si rimodella (imago copertinae docet) lascia intravedere quel piccolo appassionato di strumenti che tiene a precisare: “non sono polistrumentista, non ho studiato al Conservatorio, sono più che altro un arrangiatore, un laptop-kid”. Già. Questa è la direzione del suo secondo lavoro: dirigere gli strumenti, modificarli, usarli, plasmarli. Mai usare un theremin troppo spesso, qui non si fa gli sboroni. Si prende il suo tempo, culla, trascina e mai sospinge. Pochi sono gli sbalzi, le illuminazioni che splendevano su Rest Now Weary Head e increspavano l’ascolto. Qui c’è bisogno di un film. Sarà per questo che ho cullato come un tesoro la versione cofanetto: un librettino di tessuto blu dove scorrono appunti Satie-ani (dalla cui opera il titolo), citazioni, ricordi, immagini, dipinti, memo e spiegazioni. E poi i due dischi. Il secondo raccoglie ciò cui Groppers si è dedicato negli ultimi tempi: colonne sonore (musiche per e dai film, tra cui anche Busy Hope, per Palermo Shooting di Wim Wenders). Per tal motivo non si può prescindere dalla sua naturale inclinazione all’astrazione sonora: rimane impressa sempre e comunque, e mai si placa. E’ però un’astrazione che rischia di perdersi nella perfetta armonia delle sfere celesti, facendo sbuffare come uno scolare Paradiso dantesco. “La perfezione è noiosa”, ci conferma anche lui. E allora attento, Konsti!