Ascoltando alcuni passaggi di Mary Lee Doo torno con la mente ai miei ricordi degli anni ’80, quando alla feste delle medie ci si cimentava nel gioco della bottiglia e il destino (leggasi “sfiga”) regalava il bacio della più bella della classe sempre al mio vicino di gioco. Buona parte del disco diKim, talentuoso polistrumentista e prolifico cantautore francese, appartiene all’immaginario pop di quell’epoca sempre più lontana. Operazione paracula qunto si vuole, ma confezionata a regola d’arte. Abile nel ripescaggio delle correnti musicali che vanno per la maggiore, il Nostro colleziona una manciata di confetti pop, dolci quanto basta a non far schizzare la glicemia alle stelle. Non è una mera operazione di ripescaggio stilistico, ma una dimostrazione di modernariato cantautorale di grande personalità. Un brano come Lady Blue, ad esempio, col suo incedere funkeggiante ed una melodia appiccicosa come una Big Babol, farebbe la fortuna di tanti. L’andamento jazzato di Weblog Miracle e il soul di Move On ci consegnano un artista capace di rivestire bene qualsiasi ruolo. Kim ha il doppio del talento della maggior parte dei suoi colleghi, curioso che le luci della ribalta tardino ad arrivare.
Conosco gente che ascoltando questo disco potrebbe bestemmiare dalla rabbia, principalmente gente che negli anni 80 c’era (e non a poppare da una tetta) e si ricorda quello che passava la radio, come suonavano i synth e come si strascicava la voce, ed è ancora abbastanza pignolo da puntualizzarlo.
Quindi, diciamolo dall’inizio e non ci pensiamo più: Islands è un enorme, mastodontico, meraviglioso e precisissimo plagio, tanto che si potrebbe azzardare a dire che i Mary Onettes siano la più brava cover band dei Cure in circolazione.
Ritornelli che sbranano quel poco di sensibilità rimasta, malinconia come ragione di vita, nebbie e architetture di tastiere marchiate a fuoco sul petto, la new wave che fornica col pop della Labrador e nasce un feticcio che nonostante tutto si fa rispettare e amare e cantare.
A fare un voto di sincerità poi, si direbbe che questo disco recita a memoria (nota per nota!) la bibbia degli Shout Out Louds, e si arriverebbe così a un livello di meta-citazioni davvero imbarazzante- i Mary Onettes che copiano gli Shout Out Louds che copiano i Cure.
No dai, basta.
Ascoltate Islands e fate finta che sia ancora il 1985, usciva The Head on The Door ed eravamo ancora tutti felici e contenti.
Eccovi il nuovo singolo di Lightspeed Champion in ascolto.
Il primo pezzo è Marlene (long version): vi sareste mai aspettati una cosa del genere?
Anche Tete Morte e Concerto .2 sono scritte dal buon Dev. 69 Année Èrotique, invece, è una cover di Serge Gainsbourg. He’s The Great Imposter è una cover anche, dei Fleetwoods.
Che li si segua da pochi anni o dall’inizio della loro longeva carriera (che ha sempre privilegiato la qualità sulla quantità, con 6 album distribuiti in quindicennio di attività e neanche un passo falso), un nuovo album dei Built to Spill è un evento sulla cui rilevanza non si discute. There Is No Enemy, settimo sigillo nella discografia della band guidata da Doug Martsch, non sfugge alla regola e le sue canzoni ti avvolgono subito come un abbraccio fraterno e rassicurante che da tempo attendevi di ricevere un’altra volta ancora. Non siamo comunque di fronte a una delle prove migliori del gruppo dell’Idaho: There Is No Enemy sconta probabilmente il fatto di venire dopo un album intenso, acido e micidiale come You in Reverse, rispetto al quale i suoi arrangiamenti (dall’uso dei fiati al profluvio di “yeah” nel cantato) trasmettono maggiore rilassatezza e serenità. Un cambiamento di mood che di per sé potrebbe non costituire un difetto (un pezzo come Hindsight è un vero e proprio ricostituente per l’umore da depresso-latente del fan medio della band): solo che alcuni brani (Life’s a Dream, Done) annacquano quelle aperture con cui i nostri riescono sempre a scuoterti in strutture un po’ troppo già sentite o a tratti fastidiose. Questione di sensazioni, sia chiaro, visto che altrove (nella scheggia “flanellosa” Pat, nel consueto numero strappamutande Nowhere Lullaby, nell’altrettanto classica cavalcata chitarristica Good Ol’ Boredom) i Built to Spill ripetono se stessi in modo un po’ più convincente. Tutti questi discorsi comunque finiscono nella spazzatura nel momento in cui, quasi in coda, parte Things Fall Apart, probabilmente la loro ballad più triste e commovente di sempre: un riff acustico che accompagna il lamento di Martsch come un rintocco di campana che sottolinea le amarezze della vita e delle relazioni. Fade out serenità, bentornati Built to Spill.
Che sapore ha un week-end invernale? Facile, quello del tè caldo corretto con qualsiasi distillato alcolico secco che faccia più di trenta gradi. E di che colore è lo stesso week-end invernale? Ancora più facile, grigio con sfumature di bianco dovute alla condensa tiepida sulla finestra appannata. E che rumore fa un week-end invernale quando trascorre, mentre continuiamo a perderci sempre più nell’apatia, resistendo a dentri stretti al letargismo? Semplice, suona esattamente come Nivalis di Simon Scott: un’esperienza alienante nella sua suggestività immediata, come smarrirsi per sedici minuti da soli sul sentiero di casa, ma sul versante sbagliato della montagna. Nivalis esce a distanza di pochi mesi da Navigare, il debutto del genio dell’elettroacustica inglese Simon Scott, che questa volta si affida all’Inverno e alla sapienza di Secret Furry Hole per dimostrare ulteriormente il proprio talento dopo aver condiviso scene e studio insieme al guru Brian Eno, Machinefabriek, Fennesz ed esordienti brillanti (ok, quasi esordienti) come Fever Ray. L’ effetto costante che permea l’intero disco riflette esattamente le sensazioni maturate (e raccontate successivamente) dall’artista durante la registrazione: la neve che scende inesorabile, il disinteresse totale ad uscire a toccare con mano in favore della descrizione sonora della vista oltre la finestra, il magnifico silenzio soffocante dell’Inverno di Cambridge in persona, la pesantezza (campionata al volo) dello spalare la neve appena fuori dalla soglia dello studio finita la tormenta, il tutto mentre la stufa (c’è pure questa campionata) cerca di tenere la temperatura al di sopra dello zero. Come incidere su disco una cartolina, di quelle belle però, non le pacchianate da chiosco abusivo.
Provate voi a mettere una tag al disco dei The Record’s: io proprio non ci sono riuscito; perché, se non c’è tutto, c’è molto in De Fauna Et Flora, l’ultimo disco dei tre bresciani al loro esordio per Foolica Records. Se non fosse blasfemo, potremmo dire che il riferimento più affidabile potrebbero essere i Beatles, considerando la capacità di riorganizzare una materia sostanzialmente pop con suoni, ritmi e “colori” ricchissimi in un edificio musicale complesso. Il cielo là fuori è inaffidabile come il mese di Marzo (mese in cui è prevista l’uscita dell’album), dal momento che – di punto in bianco – può esplodere una raffica di chitarre elettriche nel bel mezzo di una canzone da college-party vagamente rockabilly (I Love My Family). Al di là delle considerazioni che si possono fare su questo disco – a tratti entusiasmante con quel potenziale inno generazionale We All Need To Be Alone da urlare ai concerti – quello che mi preme sottolineare è la assoluta vocazione pop-melodica dei The Record’s: una freschezza che non si perde mai lungo tutti e quaranta i minuti, sempre in ritmo (sia esso un hand-clapping o l’incalzare di un rullante). Flora e fauna dunque, trattatisticamente una summa di situazioni raccontate con irriverenza pop, nascondendo l’ironia sotto un cappello di Panama.
Come al solito, lo spettacolo si apre prima che il concerto abbia inizio.
Il concerto è quello degli Eterea PostBong Band. Teatro della loro incursione è stavolta il circolo di Ponterotto, che in questa stagione ha riaperto la sua appetitosa programmazione musicale per la gioia degli appassionati di concerti dell’empolese e non solo.
Anche stavolta (per chi ne ha visto altre date in passato) l’entrata in scena del quartetto elettro-funk-rock di Schio è preceduta da apparizioni nelle varie stanze del locale dei suoi membri, rigorosamente chiusi dentro le soffocanti tute anticontaminazione che ne costituiscono la divisa d’ordinanza. Piccoli trucchi del mestiere per destare curiosità di cui non ci sarebbe neanche bisogno, perché quando i vicentini salgono sul palco e ancora con le maschere addosso iniziano a suonare ci pensa il loro vortice sonoro a travolgere tutti, distogliendo anche molti degli avventori più distratti dalla routine birrino-chiacchiera-cicchino fuori. Si parte con Scle-dance, brano geniale fin dal titolo (che richiama cripticamente l’origine geografica della band), contenuto ne La Chiave del 20 (lo split album con gli Uochi Toki del 2007); si prosegue con altri pezzi sia dai primi e ormai lontani lavori autoprodotti che dal recentissimo Epyks 1.0 (la prima parte di un concept incentrato sul rapporto malato con la comunicazione e l’alta tecnologia). Un’ora e mezzo di musica quasi completamente strumentale (campionamenti e allegro cabaret a parte) che scivola via come un ottimo cocktail goduto in bella compagnia. Salta alla mente un accostamento con un’altra potente live band emersa negli ultimi anni, i Calibro 35, per la capacità di coinvolgere un uditorio trasversale senza l’utilizzo della vera e propria forma canzone, ma restando pur sempre nel campo dell’immediatezza e della fruibilità. Le analogie finiscono ovviamente qui: ove la band di Enrico Gabrielli e soci (i Calibro 35, val la pena precisarlo: negli Eterea PostBong Band il prezzemolino Gabrielli non suona, *per ora*) elabora la propria proposta filologico-rinnovatrice bazzicando territori consolidati dal punto di vista stilistico e della strumentazione come quelli delle soundtrack vintage italiane, i profeti vicentini del “post bong” propongono una musica postatomica, totale e senza regole, a partire dalla line-up insolita (due chitarre, un tastierista/campionaturista, un addetto alle percussioni che si divide tra tamburi, macchine da scrivere e congegni elettronici). Il suono nerd e giocoso (come da garanzia Trovarobato) di una provincia meccanica che trova sfogo applicando la tecnologia al rock muscolare, innestando inaspettate melodie morriconiane su ritmi elettronici postmoderni, sfruttando a scopo ludico gli stereotipi della musica da ballo più becera mentre glieli rivolta contro sadicamente. Bene, bravi, bong.
Se vogliamo metterci qui a discutere di quanto abbiamo davvero bisogno di un ragazzo nei suoi twenty and something che da Denver si diverte a giocare da quando era poco più che teenager con la dance tamarra inserendoci, in maniera del tutto DIY per altro, echi di synthpop colorato e qualche riverbero rumoroso (ma sempre ben pulito e colorato) io mi schiero dalla parte di quelli che propendono per lo zero o poco più. Però per non liquidare in sei righe questo primo lavoro di Pictureplane, stage name del venticinquenne Travis Egedy originario del Messico ma trapiantato in Colorado (come dite? Notate qualche analogia con il nume tutulare della scena chillwave? Pare proprio che sia il Messico il maggior esportatore di glo-fi stars) c’è dell’altro da dire. Sebbene Dark Rift ricalchi uno schema parecchio abusato, quello mischiare beat downtempo e suadenti voci filtrate, Pictureplane non si vergogna a spingersi oltre al limite del bancone del bar arrivando fino in pieno dancefloor. E per certi momenti riesce pure a farti ballare.
Il nerdismo spinto è di sicuro uno dei tratti del pop odierno: il che significa tirare fuori dall’armadio gli scheletri più esoterici, le influenze più improbabili, nomi e cognomi di chi sa cosa (facendo capire di saperne di più di chi dovrebbe sapere cosa). In fondo, la gara a chi ce l’ha più lungo non si discosta molto dalla suddetta pratica sotto-sotto-sotto-culturale. Per fortuna qualcuno si è ricordato che nel parlare di cose che hanno valore (relativo) per una minoranza di fissati e di media di nicchia, un po’ di ironia (e di affetto esibito, uncoolness) ci può stare. Ed è con questo spirito che i Cute Lepers, americani ma con il cuore negli UK di fine ‘70, arrivano al secondo album. Tra melodie che ricordano i primi Jam e schitarrate nervosette che non avrebbero fatto schifo ai Voivods, Steve E. Nix e soci ci invitano a curiosare nell’armadio delle loro passioni musicali con generosità priva di spocchia. Da queste parti si traffica col sotto-sotto-sotto-bosco della storia del rock, ma nessuno si vanterà per il solo fatto di stare così sotto (immerso tra reliquie power pop o risalenti al primo rock ‘n’ roll). Potete entrare e bere quello che vi pare, chiacchierare con le ragazze del coro, o farvi i beneamati fatti vostri. Ed è questo, insieme a una bella dose di pepe al culo e perizia tecnica, a rendere Smart Accessories un disco che potrebbe pretendere più di quanto chiede (cioè fare quattro salti con birretta alla mano. E possibilmente portare un’amica).
È ormai passato il primo mese dell’anno e ancora dobbiamo recuperare un paio di podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni mercoledì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. Corriamo dunque ai ripari. Il 2010 si è aperto con una serata senza Fagotta, che rischiava di diventare piuttosto mesta. Ma non sia mai che negli studi di Via Berretta Rossa manchi la compagnia, e quindi ecco comparire al microfono alla mia sinistra il valoroso Emanuele “Ehiuomo!” Rosso per una sorta di Pose! edizione speciale a festeggiare il suo compleanno. “Non distruggere il mixer per aprire una bottiglia di vino” è stata una delle prime lezioni apprese nell’anno nuovo. La settimana successiva, la Fagotta era di nuovo sulla plancia di polaroid e con il suo immancabile stile ha presentato svariate canzoni senza avere la minima idea di cosa stava dicendo. Io del resto mi sono guardato bene dall’intervenire. C’è stato anche spazio per un fantastico collegamento oltreoceano con Matte, che ci ha raccontato di una delle serate più hipster della stagione alla Bowery Ballroom di New York. Queste le playlist:
13 gennaio
Shout Out Louds – 1999
The Soft Pack – C’mon
Love Is All – Kungen
The Leisure Society – Save It for Someone Who Cares
Washed Out – Feel It All Around
The Calorifer Is Very Hot! – Wandering Twins
Local Natives – Shape Shifter
The Northern Portrait – When Goodness Falls
The Besnard Lakes – Albatross
Kommun – When We Were Whining
Toro Y Moi – Blessa
20 gennaio
The Soft Pack – Answer To Yourself
Heike Has The Giggles – Doctor S
The Sandwitches – Back to the Sea
Darren Hayman & The Wave Pictures – The Wu-Tang Clan (live in Madrid)
Nana Grizol – Galaxies
[collegamento con Matte in diretta da New York per la rubrica "NewYorkwatch"]
Surfer Blood – Catholic Pagans
The Drums – Let’s Go Surfing (Knight School remix)
Lonely Galaxy – Have a Heart
David Tattersall – Happy For A While
Shout Out Louds – Throwing Stones