Clara Moto: Polyamour (InFiné)
Il taglio della tech house degli anni zero è sottile, tale che vi si vedano attraverso provenienze, ispirazioni, e i nomi dei club che hanno introdotto giovani producer d’oltralpe all’elettronica germanofona. L’età della tech house degli ultimi anni sono i vénti. Il colore un blu metallizzato. E il problema, il problema della techno degli anni zero, è che gli anni zero sono finiti. La DJ austriaca Clara Moto, e l’etichetta franco-tedesca InFiné, fingono spudoratamente di non essersene accorti. Dopo l’obbligatoria sfilata di 12″, Polyamour è il di lei primo album. Avere radici che affondano in profondità nel comunque non profondissimo humus della musica programmata del XXI secolo, però, non intacca certo il piacere dell’ascolto. Un’estetica ormai rétro non è un problema neanche nell’elettronica, se si vive con la freschezza e l’entusiasmo di una Clara Moto cresciuta a colpi di serate minimal, ascoltando Kruder & Dorfmeister, e definendo con pennellate di morbida minimal house tropicale un nuovo eclettico genere di electro da camera. Polyamour è elegante ma privo di qualsiasi rigidità, variegatissimo, ambiguo — soffice e pop nell’occasionale cantato di Mimu, roccioso nelle minimaratone techno. Come nelle relazioni multiple, nella poliamoria del titolo, nell’essere un ethical slut, c’è un glorioso equilibrio tra pace e responsabilità. L’importante è ricordare che le perfette notti techno dei sogni esistono nei sogni e nei sogni soltanto, che molti suoni sono individualistici come le droghe, come il solipsismo delle luci della città viste solo attraverso il proprio riflesso sui vetri degli aeroporti di Berlino, Tokyo e New York. Certa tech house è un animale fotografato nel processo di cambiar pelle. L’immagine non è di pelle morta: è di possibilità in divenire.



