Ben ritrovati La Belle Epop e il suo podcast. Ecco qui la puntata messa in onda Sabato 13 Febbraio sulle frequenze di Novaradio CittàFutura a Firenze e in replica su Città Del Capo Radio Metropolitana di Bologna il Lunedì sera. Mini puntata per così dire, visto che abbiamo cominciato con lieve ritardo a causa del bischero Massimo arrivato in extremis dopo che si era perso all’intero di un nuovo negozio di dischi fiorentino che ancora non aveva svaligiato. Comunque sia abbiamo portato a casa la puntata, come ogni settimana infarcita di silly talks, risate fuori tempo e canzoni (per fortuna!). Ecco la scaletta:
Four Tet – Sing
Best Coast – Whish He Was You
Xiu Xiu – Dear God I Hate Myself
Los Campesinos! – Straight in at 101
Drink To Me – We’re Human Beings
jj – Voi Parlate, Io Gioco
Massive Attack – Pray For Rain
Nite Jewel – Want You Back
Nuovo appuntamento con il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni mercoledì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. In questa puntata scopriamo da dove arrivano i jabroni, decidiamo che il primo disco dei Vampire Weekend ci ricordava una Lacoste bianca e stirata, mentre il nuovo è senza dubbio una camicia a righe da portare sotto il pullover, balliamo sulla terrazza della radio mentre la neve volteggia intorno a noi, la Fagotta sospira e per fortuna ci colleghiamo con Aurelio Pasini che ci dispensa un po’ dei suoi buoni consigli.
Questa è la playlist:
Good Shoes – Under Control
Nana Grizol – Black Box
Surfer Blood – Fast Jabroni
Joel Alme – You Remember The Goodtimes But The Goodtimes Don’t Remember You
Shout Out Louds – Fall Hard
The Radio Dept. – Heaven’s On Fire
Northern Portrait – Crazy
[collegamento con Aurelio Pasini per la rubrica "I consigli del Paso"]
These New Puritans – Fire Power
Comaneci – Sleep Baby Sleep
Black Candy – Revolution Winter
Still Flyin’ – Forever Dudes
Esce oggi il nuovo album dei QUASI, band che amiamo da sempre. In caso non lo sapeste (voi ragazze là fuori, ma non solo, ovviamente) la batterista dei Quasi è la meravigliosa Janet Weiss, batterista delle Sleater-Kinney, inimitabile trio sciolto qualche anno fa. Vitaminic vi offre American Gong in streaming: per goderselo serve solo un click. Se poi il disco vi fa impazzire (cosa assai probabile) vi ricordiamo dalla regia che il trio di Portland sta per arrivare anche da noi.
Ecco la data:
05/10 : Rocker Fest @ Covo Club – Bologna (I)
Sarebbe poco elegante trascrivere la mia reale esclamazione non appena ho fatto partire A Chorus Of Storytellers, ultimo lavoro di Jimmy LaValle aka The Album Leaf; allora facciamo finta che io abbia pensato un banalissimo “wow”. Capita sempre più di rado voler ascoltare e riascoltare qualcosa, curandosi, inoltre, di appuntarsi canzoni e segnarsi cose qua e là. Con The Album Leaf è capitato proprio così. Denso, ricco di sfumature, questo postrock si modella un po’ per volta come il vetro fuso al soffio del mastro vetraio e, più scorrono i minuti, più si aggiunge una forma, un colore, un particolare. Prendete Within Dreams, per esempio; un loop alla Isan cresce fino ad arricchirsi di timbri su timbri: un violino, un cello, un piano, un synth. Il risultato di questa orchestrazione – sensibilmente distante dai dischi precedenti di LaValle – è una coralità di immagini nuove, inquadrate tra linee morbide e toni notturni. Si percepisce l’aria islandese da cui nasce e prende forma il disco, registrato negli stessi studi dei Sigùr Ros che, quasi, sembrano averci lasciato qualche suono. Atmosfere stranianti, gelide come vento sul mare (Summer Fog). Meraviglia, insomma.
Eccoci qui, come nelle rimpatriate tra compagni di scuola. Tornare ad ascoltare i Motorpsycho, per chi scrive, significa riesumare un diario di sensazioni dimenticate nel cassetto dell’adolescenza; ma aldilà del valore affettivo, mi chiedo quale sia il rapporto tra Heavy Metal Fruit e il mondo che lo circonda. Se il pop assomiglia sempre più alle fattezze magroline di Bradford Cox, dove situare i corpi statuari di Bent Sæther e “Snah” Ryan? Da un lato abbiamo una generazione di smanettoni cresciuti col pc, dall’altro dei tizi che citano i Blue Oyster Cult, dichiarano il proprio amore per la nozione di riffone, e si lanciano in jam session lunghe decine di minuti. Quindi se il mondo è cambiato, come è giusto che sia, i Motorpsycho sono rimasti negli anni ‘90. Eppure credetemi, si tratta di un falso problema. Tecnicamente siamo di fronte a un disco splendido. Più i Motorpsycho giocano a fare gli anni ‘70, a fare i tamarri barbuti, più suonano eleganti, sottili, personali (e anni ‘90). Ma c’è di più. Bent e Snah sono ancora quella cricca di amici che prenotano la sala prove per tutto il pomeriggio: sono la puzza di quella saletta dove voi (thirty something?) passavate il tempo cercando di emulare un suono che pochissimi, oggi, riescono a rendere credibile. Ecco, direi che ci siamo: Heavy Metal Fruit è un disco fuori dal tempo, ma è uno dei pochi a poterselo permettere; uno dei pochi a crederci.
Amiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla quattordicesima puntata della nona stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Una puntata contaminata dal martedì grasso e dall’inizio del Festivàl della Cànzone itàliana di Sanremo. Pensate un po’.
Il primo film in scaletta è una delle sorprese dell’ultima Mostra di Venezia, Lourdes, di Jessica Hausner. Un film gelido e molto bello sul luogo di culto cattolico, girato con rigore e sobrietà: ne abbiamo parlato anche con La Papessa, già conduttrice della trasmissione, che ne ha scritto qua sul nostro blog. Non perdetelo!
Il trailer che vi abbiamo propinato non poteva che essere quello de Il figlio più piccolo, di Pupi Avati (che ci ascolta sempre in streaming ma non ci manda mai una mail o un sms: Pupi, perché?).
E infine, l’ultima prova di Peter Jackson, un film tratto dal romanzo di Alice Sebold: stiamo parlando di Amabili resti, massacrato dalla critica forse un po’ ingiustamente, come scrive sul nostro blog FedeMC.
Bene, è tutto. Scriveteci a secondavisione@gmail.com. A martedì prossimo!
Si può discutere sulla presunta fine del rock quanto si vuole, ma nel momento in cui 1372 Overton Park farà prepotente irruzione nel vostro lettore, vi accorgerete che le chiacchiere stanno a zero. I Lucero suonano esattamente come tutto quello che oggi dovrebbe essere il rock’n’roll, Ben Nichols è uno che ha sempre vissuto la sua creatura sulla strada e da essa ha tratto ispirazione per le nuove canzoni. La formula è più o meno la stessa dei dischi precedenti: soutern-rock stradaiolo che racconta storie disperate e romantiche attraverso un linguaggio che trasuda energia da ogni singolo poro. Valore aggiunto è la fantastica sezione di fiati che contribuisce all’aria apparentemente festosa delle canzoni, mentre la penna di Nichols descrive personaggi ai limiti della disperazione, storie di ordinaria malinconia di gente che fugge da qualcosa. E’ un disco per chi non ha paura di guardarsi allo specchio, affrontando a muso duro tutte le paure e tirando dritto per la propria strada, tagliando a fette tutte le curve che inevitabilmente rendono il percorso più complicato. Dopo circa undici anni di attività la band raggiunge il proprio apice dando alle stampe un lavoro privo di sbavature, in cui tutti i dodici brani urlano di una gioia disperata e scrivono un intensissimo capitolo di letteratura-rock, senza indugiare in inutili intellettualismi o presunte sperimentazioni soniche. Questo è il rock oggi, forse un po’ più solo di tanti anni fa, ma vivo e vegeto, pronto ad urlarci nelle orecchie che ha ancora una voglia disperata di girarci attorno e prenderci a schiaffi. E noi, solo in questo caso, porgeremo volentieri l’altra guancia.
Le forme grammaticali, come quelle musicali, hanno di bello l’intima infinitesimale possibilità di stravolgimento. Si possono creare parole, definzioni, sottogeneri dei generi sulla base di concetti più o meno astratti. Così i Jakabox suonano world music, etnic tape dub, psycho clubbin e via dicendo e Dan Dacon e David Adamson sono i portatori dell’urlo manifesto che è Dead Zone Boys, un disco rude e scintillante, composto da undici pezzi che potrebbero essere di undici band. A momenti sembra quello che senti nei film di Bollywood proiettati nei Doner Kebaba (Don’t go Phantom), in altri la disco fighetta suonata col Synth e la batteria composta da fustini del Dixan (Zombie Tear Drops), in altri forse l’unico lo-fi davvero spensierato e sincero che io abbia mai ascoltato. Il groove di batteria domina, anzi è proprio il beat fatto coi sequencer, coi legnetti, col timpano e i colpi sul ponte della chitarra che fa battere il cuore dell’album e lo fa camminare. In Gonna Need The Guns è come se il messaggio di Beck dei tempi di Midnight Vultures fosse stato portato nelle viscere dell’underground per creare un genere musicale puro e totale. al di là dei richiami coi Tv On The Radio, non mi interessa quanto sia dispersivo, perché io nella musica voglio solo perdermi. Per il resto uso i cartelli stradali e i libretti di istruzioni. E questo disco è tuono e tempesta. E pesta.
Portato felicemente a compimento con il precedente Awoo il percorso di progressivo raffinamento della loro formula di autodefinita “gay church folk music” (bozzetti di frizzante indiepop dalle melodie ripetitivo-appiccicose inframezzati da momenti più introspettivi e paranoici, con testi provocatori, queer/dissacranti o comunque sempre pronti al calembour), gli Hidden Cameras, ensemble canadese a formazione variabile ruotante attorno al leader Joel Gibb, tornano con un album maturo, volutamente involuto, che a tratti conferma e a tratti esaspera certe loro caratteristiche. Se infatti episodi come He Falls to Me o Underage richiamano i fasti da R.E.M./Housemartins sotto acido del loro miglior repertorio passato, per buona parte delle altre canzoni di Origin:Orphan l’aggettivo “fresco” è l’ultimo che si è tentati di utilizzare. Predomina un’atmosfera da perdita dell’innocenza e della spensieratezza (o se preferite da puntata di Six Feet Under); si va da pezzi più asciutti e quieti dominati nel ritmo e nei ritornelli da una circolarità ipnotica (The Colour of a Man) a veri e propri trionfi di orchestralità melò, che a ben vedere costituiscono i momenti più interessanti: assaporati infatti a tutto volume il progressivo divampare della Ratify the New in apertura, la delicatezza della Silence Can Be a Headline che chiude e il lamento barocco di Walk On, si può dire che il gioco valeva la candela. Per divertirsi ancora come ragazzini agli Hidden Cameras restano le filastrocche impazzite che completano la scaletta e le travolgenti e colorate esibizioni live: qui era giusto provare a crescere e ad affiancare alla maggiore riflessività di alcune liriche un suono più elaborato e adulto.
Ci sono band da riverire come un primo amore, costante e immobile fra cambi dell’ora e lunghe estati calde. I Los Campesinos! sono così, non importa quando l’oggetto bramato cambi, diventando inafferrabile e intricato, il suo seguito rimane fedele e appassionato. Non è che le sovrapposizioni vocali di Gareth e di Aleks se ne siano andate, sia chiaro. E nemmeno i glockenspiel e i riferimenti molto poco involontari alla scena delle riot grrrls di Olympia. Eppure sempre più spesso le melodie si dilatano in aperture strumentali (l’incipit del disco In Medias Res) e i toni si fanno sempre più grotteschi (Romance Is Boring), in una tavolozza di colori dove le sfumature pastello del twee si abbandonano a quelle più scure di Xiu Xiu e Parenthetical Girls. Sonoricamente, la valigia di strumenti di Romance Is Boring è ben più ricca dei precedenti Hold On Now, Youngster e We Are Beautiful, We Are Doomed, un climax di Korg e tastiere non più impazzite che fanno addirittura spazio al violoncello della nostalgica e inquieta The Sea Is A Good Place To Think Of The Future. Non sono scelte univoche e definitive quelle intraprese della band di Cardiff, ma di esplicita transizione, puro riflesso dei percorsi casuali con cui i suoi componenti rielaborano anni di devozione a band oscure e dimenticate negli arguti giochi verbali di Gareth e nell’urgenza urlata dei suoi proclami di (non) amore. Ed è proprio nel suo attaccamento integerrimo alla scena e nel suo sarcasmo viscerale nell’uso della parola che sta molta dell’essenza del disco, fra dichiarazioni incerte (”Just let me be the one you let keep track of the moles on your back”) e storie adolescenziali travagliate (“She spent the rest of her teens experimenting with prescriptions, in a futile attempt to know more than the doctors”). Nei fatti, i Los Campesinos! riescono dove tanti prima di loro avevano fallito: trasformano un immaginario teoretico e stereotipato in uno spazio reale, dove dallo scaffale le graphic novels di Daniel Clowes osservano benevole, equalmente distanti dai dischi consumati di Sleater Kinney e Bikini Kill e dalle fanzine accatastate nell’angolo.