FM Belfast: How To Make Friends (World Champion Records, Goodfellas)

Amos Martino | 16/1/2010

Bisogna essere onesti: How To Make Friends è un disco che per quattro undicesimi è un onesto dancefloor molto patinato e per gli altri sette è un divagare – per me inutile – tra un funky senza “tiro” e della psichedelia soporifera. Più scende il metronomo, insomma, più scende il gradimento e la stessa consistenza musicale degli FM Belfast. Nati quasi per gioco – Árni Rúnar Hlöðversson e Lóa Hlín Hjálmtýsdóttir regalavano canzoni e mix ai loro amici e da qui il titolo del disco – gli islandesi mostrano, pur con qualche esitazione, il talento nordeuropeo di combinare loop pesanti e synth leggeri e colorati, quasi elettropop; un po’ come se prendessero dell’italodisco e la mettessero nel freezer per suonarla tra muschi e licheni. Non capisco perché dal groove di Underwear, di Par Avion – pezzi che fanno venire voglia di ancheggiare anche ai più pigri – si rallenti fino ad arrivare alla paccottiglia finale di President, mix abbastanza random di synth ed effetti vari. La diversità di registri non è un male tout court e spesso è una risorsa; ma se manca l’unità al disco – al linguaggio – allora è difficile che il risultato possa essere soddisfacente. Probabilmente gli FM Belfast faranno dei live mostruosi – se pensiamo, poi, che ad alcuni set partecipa la créme dell’elettronica scandinava morr-oriented (Borko, mùm, Benni Hemm Hemm) – ma su LP proprio non rendono.

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Vampire Weekend: Contra (XL/Self)

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Per quanto mi sforzi, non riesco a togliermi dalla testa l’immagine dei Vampire Weekend sulla barca a vela, che a bordo delle loro Ralph Lauren ben stirate esplorano le coste caraibiche e africane in un nuovo moto di colonialismo musicale degli anni dieci. Anche se loro stessi dicono di rifiutare questo tipo di fantasie, è innegabile che il nuovo lavoro dei newyorkesi è -se possibile- ancora più votato del precedente ad atmosfere che si trovano solitamente solo una volta oltrepassato l’equatore.
Con destrezze di chitarre e tastiere han ricreato negli angoli più nascosti di Contra il suono degli steel drums (i tamburi di latta che producono il classico suono caraibico), senza poi farsi mancare nemmeno le manovre vocali della musica popolare africana, tra falsetti, percussioni profonde e cori che salgono da lontano, in un turbine cromatico che è diventato ormai il loro marchio di fabbrica: un suono solare, leggero e sgargiante, ma allo stesso tempo terribilmente complesso.
Non è un caso infatti se neanche in Contra si sfugge all’impostazione classica, in cui il pianoforte e gli archi sciolgono i canoni pop per andarsi a posare proprio negli spartiti di qualche secolo fa (in Taxi Cab addirittura un inserto di clavicembalo e archi!), per poi planare dalle parti di M.I.A. e degli Animal Collective, con in più ritmiche sincopate e in levare, sempre di matrice calypso e ska. Insomma, sembra quasi che i ragazzi si siano concentrati troppo a tirar fuori un seguito all’altezza del conclamato debutto, e ci abbiano perso un po’ in genuinità ed immediatezza.
Poco male, perché sembra proprio che Contra abbia aperto la strada per il pop del nuovo decennio.
(NAH)

Contra è come una valigia per un posto imprecisato. Piena. Piena zeppa di roba. Senza nessuna specifica prevalenza di un tessuto sull’altro. Ci sono i capi invernali, quelli estivi, le cose non ti metteresti mai, le pinne il fucile e gli occhiali. È una valigia per una terra sconosciuta dove domina solo la spensieratezza. Ti sembra di avere per le mani la summa di tutto quello che hai ascoltato negli ultimi anni suonato e urlato da quattro scapestrati alieni dell’indie, solo che l’alieno parla un linguaggio impazzito (non più he talks in maths/ he buzzes like a fridge), una lingua che è tutte le lingue, una canzone che è tutte le canzoni e a un certo punto “rutta” dominato da una sbronza. Così trovi campionato il “Come on” di Territorial Pissing dei Nirvana su You are so vain e Sergent Pepper cantata come in una taverna di marinai ubriachi alternate a quelle che potrebbero essere le colonne sonore del nuovo Gran Theft Auto fatte col Game Boy. Contra sarà un tassello importante per il concetto di identità in questo inizio di anni ’10: un pastiche sonoro, un manifesto di libertà espressiva e di ironia. Alla fine non ci sono delle vere e proprie hit, ma domina un buon umore diffuso che mette tutti d’accordo e in mezzo all’assolo di Sweet Child o’ Mine, o ai momenti in cui dici “Nooo sono i Flaming Lips (Run), nooo anzi gli Animal Collective (Horchata)” una radio impazzita vi porta ad inzuppare i piedi in una spiaggia caraibica, dove tutti sono sorridenti, tutti ballano e giocano e perdio… è festa.
(RB)

Avete presente quelle storie d’amore che cominciano con un colpo di fulmine pazzesco? Ecco, quella cosa lì non c’entra niente. Era marzo ed il 2008 quando tutti iniziarono a elogiare i Vampire Weekend; io non ci trovavo nulla di intrigante, anzi mi stavano anche vagamente sulle palle. Poi successe una cosa strana. Stavo comprando una maglietta quando alla radio passarono una canzone magnifica, con tantissimi violini. Qualcosa mi disse che erano i Vampire Weekend, ma non ne fui del tutto certa. Tirai fuori il mio iPod dalla tasca e ascoltai i pezzi del disco uno a uno. Niente. Nessuna traccia dei violini. Tornata in Italia, però, feci qualche ricerca e scoprii che la canzone era, si, dei Vampire, ma era l’unica canzone mancante della mia copia (scaricata) del disco. Non c’è bisogno che vi dica che si trattava di M79, che è rimasta la mia traccia preferita della band di Koenig fino a che non ho ascoltato Contra. E credo di poter dire che qui il sound dei ragazzotti si porta a un livello di complessità superiore, a una piacevolezza più cerebrale e difficile. Sento in giro l’opinione diffusa: è meno banale sotto certi punti di vista, forse, ma meno efficace su altri. Non sono d’accordo. A confronto di Run, Diplomat’s Son o I Think Ur Contra, la maggior parte dei pezzi del primo album impallidisce. E questo succede perché, a differenza di quest’ultimo, Contra è un’avventura alla Phileas Fogg attraverso il mondo, i suoi suoni e le sue fantasie caleidoscopiche – tanto che riesce persino a rendermi sopportabile il reggae. È una trasformazione, ma una fedele e coerente: con questo lavoro i Vampire si fanno marchio; non si tradiscono, ma trionfano sulla vecchia versione di loro stessi. E quella voce… quella voce ormai la riconoscerei ovunque. Da qualsiasi radio provenisse. Sono davvero passati quasi due anni. E chi ha detto che i grandi amori nascono solo con il colpo di fulmine, beh, mi sa che s’è sbagliato. (M.P.)

Get Back Guinozzi!: Carpet Madness (FatCat Records/Audioglobe)

Chiara Leandri | 15/1/2010

GET_BACK.inddGet Back Guinozzi! Viene da urlarlo, no? Più che un nome, più che un titolo, più che un’etichetta, è il grido di battaglia. Certo, non sbraitatelo così, senza motivo. Loro sono una coppia di francesi joueurs (e quanto mi piace pensare che in altre lingue “giocare”  e “suonare” siano la stessa parola) descritti anche come “la bella e la bestia” – o forse intendevano “la bambina e lo spilungone”. Di certo fan venire voglia di giochicchiare ad arancialimonemandarino e mormorare nenie da carillon. Cantato femminile à la francais, ritmi tropicali, atmosfere ’60s – tutto molto dolce, molto idilliaco. Sulla chitarra scorrono i colori offuscati di una vecchia cartolina, il basso e la voce a volte giocano a fare Talking Heads e B-52s mentre ritmi appena accennati si perdono fra piccoli dumpadumpa e aficaneggiamenti. Il risultato è un dischino carino da mettere su quando non ne potete più di fissare il vostro computer e volete mettervi a ballare per la stanza magari in girotondo. Ah, Babbo Natale non c’entra nulla. 

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Scarica gratis Low Files Tropical
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I Podcast di Vitaminic: La Belle Epop

Federico Pirozzi | 14/1/2010

washed out-feel it all aroundBen ritrovati al podcast settimanale de La Belle Epop, il tentativo di intrattenimento musicale in onda ogni Sabato dalle 18 su Novaradio CittàFutura negli studi dell’Exfila di Firenze e in replica il Lunedì all’1 di notte per il bolognesi su Città del Capo Radio Metropolitana.
La prima puntata del mese, anzi dell’anno, ma che dico, del decennio, è stata caratterizzata da novità discografiche presentate dal buon Max, in forma smagliante come sempre. Per essere sul pezzo si è persino tentato di dare un definizione al glo-fi: un bagno negli anni ottanta elettronici, synth pop, bassa fedeltà, feticismo della musicassetta e videogame, relax scolorato da spiaggia. Il sottoscritto invece ha recuperato qualche perla di fine anno passato che ci era sfuggita al tempo tra le maglie larghe della rete. Buon ascolto!

Julian Casablancas – I Wish It Was Christmas Today
Yeasayer – Ambling Alp
Dave Tattersall – Happy For A While
Washed Out – Feel It  All Around
Nana Grizol – Atoms
Nice Nice – Sea Waves
Jules Not Jude – Clouds Of Fish
Perturbazione – Open The Book
Joy Orbison – She Dresses in Her Best
Dominant Legs - Just Silly Ones

Scarica la puntata in mp3…
…oppure ascoltala qui sotto in streaming:

Un pacco di film!

Francesco Locane | 13/1/2010

SherlockHolmesAmiche e amici di Vitaminic, buon anno e benvenuti alla decima puntata della nona stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Iniziamo il 2010 con una puntata stracolma di film.

Iniziamo da Sherlock Holmes, di Guy Ritchie, di cui abbiamo scritto qua. L’ex-marito di Madonna (aha) dirige quei begli uomini di Robert Downey Jr. e Jude Law nell’ennesima rivistazione del personaggio di Arthur Conan Doyle: un film divertente, pieno di ammiccamenti e mazzate, fedele all’originale nel setting e decisamente postmoderno (aha) nella caratterizzazione dei protagonisti.

Proseguiamo con Soul Kitchen, di Fatih Akin, che per una volta non affronta drammi, ma si misura (con buon successo) con la commedia. Si parla di sesso, cibo, musica e immigrazione senza scadere nell’equo e solidale, e già questo è un gran risultato, non trovate? Rimanete fino ai titoli di coda: una gioia per gli occhi anche se non capiamo il tedesco.

Il primo trailer che vi facciamo sorbire per il 2010 è quello di Baciami ancora, di Gabriele Muccino, che ci racconta che è successo ai personaggi de L’ultimo bacio. Argh.

E poi, in conclusione, una rapida carrellata su due film italiani: il decisamente riuscito esordio di Valerio Mieli, con Dieci inverni, e il Verdone riuscito a metà di Io, loro e Lara. Vi consigliamo il primo, senza batter ciglio. Talvolta il giovane cinema italiano ci fa davvero sperare!

Bene, è tutto. Scriveteci a secondavisione@gmail.com. A martedì prossimo!

AA.VV: 5 Years Of Hyperdub (Hyperdub/Goodfellas)

Massimo Reali | 8/1/2010

5_years_of_hyperdubQuando mi sono messo a fantasticare come sia nata l’Hyperdub nella mente di Steve Kode9 Goodman, ho immaginato che in testa avesse una specie di linea di confine che divideva due universi separati. Da una parte c’era il dubstep con le sue sincopi e le sue tinte dark; dall’altra invece c’erano synth, texture organiche e pure gli stilemi hip hop. Kode9 si deve essere ricordato della forza delle contaminazioni, deve aver capito che più quella linea veniva modellata, cancellata, spostata e più le due parti entravano in contatto ciò che si creava acquistava spessore. E quando l’argine ha ceduto si è trovato immerso, fino allo stomaco e soprattutto al cuore, in qualcosa di appiccicoso ma pieno di quel fascino particolare che hanno tutte le cose più dolorose, buie e paurose.
Dopo 5 anni l’owner dell’etichetta chiude in una compilation 32 brani che raccontano lo stato dell’arte di una delle più importanti realtà elettroniche planetarie. Due cd che raccontano rispettivamente da dove tutto ciò è partito e dove, ora che i territori si sono definitivamente uniti, stiamo andando. Il primo di inediti mette in fila una serie di colpi al cuore da lacrime fra le desolazioni aliene di Burial, il groove meccanico e ipnotico di Flying Lotus e le ossessioni cupe e quasi soul di Kevin Martin nel nuovo combo King Midas Sound. Il secondo invece pesca fra tutti i 12”, i cd e le altre pubblicazioni fatte finora dell’etichetta costruendo una sorta di racconto sonoro delle stranianti solitudini e inquietudini dei nostri giorni raccontate tramite sincopati ritmi in levare, bassi che scavano nella parte più scura e voci robotiche che sembrano provenire da un luogo profondo ma non così lontano da non poterci finire dentro. Fidatevi fra 5 anni parleremo ancora di queste sensazione. E loro dell’Hyperdub avranno già trovato i suoni giusti per farlo.

Visita il sito dell’Hyperdub
Leggi un’intervista a Kode9 su FactMagazine…
…e visita il suo myspace

Deerhunter: Carve Your Initials Into the Walls of the Night (Notownsound)

Ray Banhoff | 8/1/2010

vitaminicdeerhunteC’è chi proprio non ce la fa a tenersi un segreto. Appena lo sa vuole beccare i suoi amici al bar e racconarglielo. “Oh, lo sai che…”. Come Bradford Cox produce musica quanto Calvino produceva pagine scritte. Il secondo era un grafomane, il primo un bloggeromane.  Sul suo blog posta di continuo i “Micromix”, piccole compilation remixate da lui per i fan, robe registrate nelle camere d’albergo durante i tour, brani inediti dei suoi amici che lui rivisita, reinterpreta e di cui pubblica infiniti carteggi e b-side delle b-side, foto di quando si è operato al cuore da bambino. Insomma, tutto quello che gli capita sotto mano. In questi giorni ha messo in download gratuito, un album di inediti dei Deerhunter risalente al 2005 (quando musicalmente erano ancora una band di “sbarbi”), ovvero Carve Your Initials Into the Wall of the Night. È un album per la critica, un po’ palloso per gli altri esseri umani, ma molto utile per capire quanto i Deerhunter siano cambiati, e anche perché questo disco non sia mai uscito ufficialemente. Diciamo che “non gira”, espressione non tirata li per far gli sboroni ma proprio perché non ne trovo altre. Bradford ha sempre dichiarato la sua avversione per i Radiohead, ma qui i suonidi Kid A in qualche modo si sentono (cavolo ci sono dei loop, dei riverberi e dei pitch shifter sulla voce che il vecchio Thom Yorke è stato il primo ad usare, compreso, credo, un Kaoss Pad, tiè!). Gli storici potranno analizzare a posteriori quello che è stato l’ultimo barlume di sperimentazione del Secco di Atlanta & Soci, prima di buttarsi nella fortunata vena pop di Microcastle. Sono dieci esperimenti musicali dub e intrippati, roba alienante, abbastanza disturbante. Insomma una pippa unica. Però dai, almeno hanno avuto il buon gusto di non averlo fatto uscire. Se solo Brad imparasse ad essere riservato.

Il blog di Bradford, da cui scaricare l’album
Spulciate il ricco della band MySpace
E poi il MySpace di Atlas Sound
Perdetevi nelle immagini del Flickr dei Deerhunter

Intervista a Brunori SAS

Amos Martino | 8/1/2010

brunori

In occasione del concerto del 29 Dicembre’09 all’Unpop di Reggio Calabria, ho avuto modo di intervistare Dario Brunori, ovvero Brunori SAS. L’audio dell’intervista è veramente folle in quanto ci siamo messi a chiacchierare alla fine del concerto con due grappe in mano. Qui sotto ciò che ne ho ricavato.

Da quando è uscito il disco ad oggi hai avuto un sacco di recensioni complimentose e di riconoscimenti. A parte la corruzione, a cosa devi questa popolarità?
La corruzione sicuramente ha avuto il suo peso e mi auguro che ce lo avrà anche stasera. Scherzi a parte, il disco è arrivato anche oltre le nostre aspettative: non saprei spiegarti esattamente perché sta andando bene. Probabilmente le canzoni riescono davvero ad arrivare a chi le ascolta e questo non è mai scontato.

Tra i nomi che si fanno quando devi spiegare a qualcuno “come suona Brunori” ci sono sempre Rino Gaetano, Ivan Graziani…se tu lo dovessi spiegare a uno che non ti ha mai sentito?
Sì ho letto molti di questi accostamenti e probabilmente il fatto che ricorrano così spesso significa che delle assonanze, probabilmente, ci sono. Magari in chi ascolta è proprio così. Per quanto mi riguarda non azzardo paragoni, sono artisti che hanno fatto cose davvero importanti mentre io ho appena iniziato questo tipo di percorso; ma sono parole che – certo – mi fanno molto piacere.

Il tuo è un disco semplice sia nei testi che nella musica. È stato difficile trovare questa dimensione? Hai dovuto semplificare o è arrivato tutto così?
Non c’è stata una vera intenzione. Le canzoni sono nate in un periodo in cui non avevo deciso di fare il musicista, di fare un disco. Ho scritto le canzoni senza il pensiero di un pubblico in particolare ma – se possibile – con il desiderio di liberarmi da certe sovrastrutture…ma niente di troppo meditato.

Nell’intervista che hai fatto per una nota webzine tornano spesso riferimenti alla “provincia”. Ha davvero un peso così grande questo tema o – più semplicemente – l’intervistatore era leghista?
Il disco si rifà ad una dimensione non tanto di una provincia ma proprio di un piccolo paese. Mi interessava che nel disco ci fosse un rimando a determinate cose che mi sono mancate e che mi mancavano nel periodo in cui ho scritto le canzoni.
In Come Stai sembra che tu voglia prendere in giro gli schemi e la routine del mondo che hai intorno; cos’è che – girando l’Italia per concerti – ancora ti sorprende (nel bene e nel male)?
Mi sorprende in modo positivo lo spirito di iniziativa che c’è dietro queste esperienze; ragazzi che si danno da fare per diffondere la musica, per organizzare concerti e date in mezzo a tante difficoltà. La realtà dei tanti circoli ARCI in cui mi è capitato di suonare è espressione proprio di questa voglia di fare, che è sempre una cosa bella. In negativo, invece, direi niente per ora.

Non vorrei essere banale, ma penso che la poesia delle cose semplici – che credo sia uno dei “fondamenti” di ciò che hai scritto – ci abbia abbandonato, da tempo. Pensi che si possa o si debba ricercare? E le canzoni sono uno strumento privilegiato per farlo?
Non voglio mandare un messaggio particolare attraverso il disco, un messaggio contro una visione attuale che vedo negativa. Semplicemente per me, in quel momento, c’era bisogno di ritrovarmi e il disco nasce da quello; io facevo il musicista nei Blume e poi sono dovuto tornare a Cosenza. Lì mi sono incontrato con un mondo che non conoscevo perché lo avevo tenuto lontano da me e queste sensazioni e situazioni sono inevitabilmente finite nel disco.

Chi/cosa stai ascoltando di più in questo periodo?
Adesso sto ascoltando un po’ di musica “vecchia”: Lucio Dalla, per esempio, e qualcosa di Battisti, della sua produzione meno conosciuta, però. Di brani nuovi sto ascoltando Bob Corn, Dente il cui disco mi è piaciuto molto, e i Did.

Che progetti hai per l’immediato futuro? Stai già pensando a un Volume 2?
Sto già scrivendo qualche brano e nei live suono pezzi che poi nel disco non sono entrati. Vorrei conservare la genuinità delle cose che scrivo e non mettere giù canzoni solo perché in questo momento Brunori SAS va bene e quindi bisogna insistere.

È vero che la tua band in realtà si chiama i dARi?
Ovviamente sì.

foto di Paola Malara

(da una registrazione in occasione del concerto all’Unpop di Reggio Calabria, 29/12/2009)

Zion-I: The Take Over (Gold Dust/Audioglobe)

Enrico Amendola | 8/1/2010

ZionI-TheTakeOverSempre più spesso ci capita di ricevere copie promozionali “monche”. Tra i vani tentativi di impedire che i dischi finiscano rippati in rete inizia a farsi largo la “geniale” trovata di eliminare qualche traccia dal promo. Nel caso degli Zion-I (si pronuncia Zion Eye) la generosità di chi promuove il disco si ferma alla traccia numero cinque (su quindici), mentre le restanti canzoni sono semplici preview di poco più di un minuto ciascuna. Mi sono promesso di non prendere in considerazione ulteriori dischi di cui non si abbia il “privilegio” di ottenere l’ascolto integrale, ma mi premeva di segnalare in questa sede questa spiacevole abitudine che diventa sempre più frequente. Arrivati a questo punto si suppone che il lettore voglia comunque sapere di che cosa tratti questo The Take Over, un lavoro di pertinenza hip-hop, abbastanza variegato nell’approccio e nello stile. Mi permetto di supporre che il lettore di cui sopra sia anche desideroso di sapere se vale la pena l’ascolto o meno, ma non credo sia giusto, nei confronti di chi ci segue, esprimere un giudizio compiuto su un lavoro di cui non si conosce una buona parte. Ad una copia promozionale incompleta, come logica vuole, non si può che trarre un parere incompleto. Sorry.

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Nancy Elizabeth: Wrought Iron (Leaf/Goodfellas)

newiInizia con un pezzo per solo piano, alza la posta al secondo episodio conformando lo standard chitarra/pianoforte/voce/archi del mood generale e va avanti così per abbastanza tempo da rendere indimenticabile il momento in cui s’affaccia una batteria. Nancy Elizabeth, una sorta di Cat Power del free folk con l’inappuntabile marchio Leaf dietro la copertina, è una di quelle che non aspettavi con il fiato sospeso ma che fai un sacco fatica ad accettare che se ne vadano. Una che può permettersi di citare Leonard Cohen, Mark Hollis, Arvo Part e Steve Reich come influenze e passarla liscia senza aver quasi niente a che fare con. Wrought Iron, suo disco lungo numero due sull’etichetta di Leeds, è amore al primo morso. Spettacoloso.

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Leggi la scheda del disco su Leaf

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