I Podcast di Vitaminic: La Belle Epop
Benvenuti al nuovo podcast de La Belle Epop, il programma radiofonico nato come tentativo d’intrattenimento musicale e, a meno di inaspettate smentite, rimasto tale. Come ogni Sabato l’appuntamento con Fede e Max è stato sulle vivaci frequenze di Novaradio CittàFutura di Firenze, Lunedì notte invece in replica su quelle storiche di Città Del Capo Radio Metropolitana di Bologna. Il “radio-mercato” di Gennaio è stato ben fatto: è ora di annunciare il grande acquisto di un nuovo rubrichista. Indizi? Laptop composer pugliese, il trait d’union tra il Salento e Berlino, il nome italiano dell’indietronica in casa Morr Music, c’è bisogno di dire altro? E’ Populous, ovvero Andrea Mangia, in diretta telefonica dal suo salotto leccese. Ottimo conversatore e spigliato opinionista, Pop ha esordito ai microfoni spiegando perché il titolo della sua rubrica è “Waves”.
Buon ascolto, a voi la scaletta…
Dum Dum Girls – Jail La La
Los Campesinos! – Romance Is Boring
Hot Chip – One Life Stand
The Calorifer Is Very Hot! – Wandering Twins
[al telefono con Populous e la nuova rubrica "Waves"]
Washed Out – New Theory
Fout Tet – She Just Likes to Fight
The Hairs – Vikings, Pirates, & Dudes
Beach House – 10 Mile Stereo
Spoon – Written In Reverse
Scarica la puntata in mp3…
…oppure ascoltala qui sotto in streaming:

I Calorifer Is Very Hot! sono uno di quei gruppi del sottobosco italiano che bisogna tener d’occhio in continuazione, ché non stanno mai fermi e ti sorprendono ad ogni pie’ sospinto. Insomma, li avevamo lasciati dopo l’ottima e sgraziata prima prova di Marzipan In Zurich, fedeli all’artigianato indiepop 1.0 che rifugge la virulenza dei social network ma che per riferimenti musicali godeva decisamente di un respiro worldwide, ed ecco che in Evolution On Stand-By si rimescolano di nuovo le carte; oltre a giocare al rock n’ roll sguaiato, maleducato e dai bordi mai definiti, i ragazzi danno prova di una nuova e sorprendente capacità di scrivere Canzoni, dare loro una forma e un contenuto premuti su più livelli. Il pop indisciplinato degli inizi comincia a filar dritto su binari veloci che fanno prender vento a un talento compositivo e un’inventiva mai così effervescente, il folk si mescola al punk, i cambi di direzione dei Pavement alla schiettezza dei Neutral Milk Hotel, il contrabbasso alla batteria, ed ecco che dallo sposalizio esce fuori una cosa indefinibile, genuina e bellissima. Prendete ad esempio la stranezza di Lester, il primo singolo: una canzone storta che attraversa l’America più sinistra, come un dead man walking zoppicante in discesa lisergica verso un inferno fatto di ghigni e sguardi torvi.
disco che mi rimane mentre fuggo in macchina dal pianeta che va a fuoco? Chi non ha uno stile suo cerca sempre di riprendere quello degli altri così questi giovanotti di Portland sfornano un trattato di fuffologia, che spizzica dal buffet musicale dell’ultimo decennio (Eels, Elliot Smith e qualche balordata acustica anni ’90 che neanche i meschini Counting Crows avrebbero mai osato fare) senza peraltro chiedere “pardon?”. A chi lo definisce un raffinato folk cantautoriale con venature anni ’90, rispondo che è una pippa unica, una lagna, una sugna, uno smaronamento, una pera. Quando provano ad essere seri sono presi malissimo. Quando provano ad essere ironici ti scende la pressione. Hanno pure i violini e le fisarmoniche!!! Gli archi!!! Sono così attenti al sound che non si rendono conto che in questo disco non c’è nulla. Anzi che questo disco è il Nulla. Potrebbe essere di chiunque e somiglia a chiunque. Dieci pezzi che forse trenta oppure il solito ripetuto trenta volte ma diviso in dieci parti, privi di qualsiasi spunto o fantasia e incapaci di decollare. Per carità si sono messi il vestito buono, hanno registrato bene, sanno suonare e bla bla bla ma questa è roba che puoi ascoltare solo se hai tredici anni, sogni una limonata ancora troppo lontana e attacchi le figurine di Brad Pitt (ormai single) sulla Smemoranda.
Amiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla dodicesima puntata della nona stagione di
è uno dei pochissimi compositori di musica elettronica che sono riusciti a non scegliere tra invenzione sonora fine a se stessa e uso dell’inventiva altrui per realizzare musica pop di classe. Ha inventato un proprio suono e lo usa per fare musica bella;
La prima volta che ho messo Kid A nello stereo sono rimasto di pietra. Non ho fatto domande, mi sono seduto sul bordo del letto davanti allo stereo e ho ascoltato tutto il disco senza togliermi nemmeno il giubbotto. Non avevo idea di che fosse, perché era qualcosa di nuovo, ma sapevo che sarebbe diventato una categoria del mio pensiero. Con gli Animal Collective, da un paio di anni, è la stessa cosa. Come un sigillo sul decennio i tre guru newyorkesi della discoteca hippie fanno perdere le tracce di se da qualsiasi dizionario di genere, poiché loro sono il genere e ci portano in dono una nuova lingua (stanno influenzando TUTTI, pensate all’inizio di Contra, ai Deerhunter e via dicendo), una lingua perfetta, che fonde tutte le culture e segna un punto di svolta. A metà tra il capolavoro new age, lo sciamanesimo psichedelico e i coretti gioiosi vi trovate in mano questo Fall Be Kind, un piccolo EP con cinque pezzi in cui il canto riprende la posizione di primato sullo spippolamento elettronico. Si spazia da Graze, una roba stile “Fantasia” della Disney che infatti cita Ardaleana di Gheorghe Zamfir (quello che suona 
A recensire Il Pan del Diavolo mi sento un po’ come la maestra delle elementari con la penna rossa in mano. Anzi peggio, mi ritorna in mente la frase millenaria che i professori dicevano a mia madre: “è così bravo, ma può fare di meglio. Si deve applicare”. La odiavo, cazzo e oggi, a distanza di dieci anni, devo riabilitarla. Sono all’osso è il tripudio della schitarrata, un trionfo di tonalità acustiche e aperte retto in piedi spesso da una sola gran cassa. Poi bum! C’è sta voce urlante, uno squarcio nel silenzio. Sembra di sentire Battisti come avrebbe suonato (e cantato) se avesse ascoltato Atlas dei Battles. Mi piacciono i crescendo, i riff tesi e taglienti che creano un pathos da saloon e Il Boom è un pezzo magistrale. Nel mare dei riferimenti possibili c’è un forte accostamento stilistico (sigillato poi nella preziosa collaborazione di Bomba nel Cuore) con gli Zen Circus, ma è più una comunanza di intenti che un saccheggiare le trovate altrui. Ah p.s., niente a che vedere con i paraculatissimi Bud Spencer Blues Explosion con cui spesso li senti accostare. Spesso sono davvero azzeccati anche i testi che spaziano tra tutti i werheriani temi da romanzo di formazione moderno quali i conflitti col padre, l’amore, l’università, la noia, la sfiga e la figa. La perla è i un mixaggio con JD Foster (Marc Ribot, Calexico, Capossela). Io credo nella buona fede e credo pure che questo sia un disco genuino, concepito in qualche sala prove o su un divano, partorito con naturalezza e allevato con amore, ma devo dire che mancano quei due o tre pezzi chiave che fanno breccia. Ovvero vorrei che i ragazzi si sputtanassero un po’ con un’idea più pop che punk e sigillassero la hit dell’estate. Si vorrei che tutti i ciuffoni indie della città quest’estate canticchiassero un pezzo loro. Perchè, ripeto, hanno delle ottime basi ma possono fare molto, ma molto, di meglio.
