4 dicembre 2009

LA CRISI, parte #4 – Conosco uno che l’aveva messo nel suo tlog sette ore prima.

A questo giro parliamo del tempo. Nella filiera produttiva alla base del mercato discografico, la musica viene registrata ad aprile e pubblicata ad ottobre quando va bene (tempi fisiologici non-major di raccolta materiale, firma contratto, design, stampa e scaglionamento delle uscite; Alessandra Amoroso ci mette meno tempo, provate a sentirvi i dischi). Parlando degli ascoltatori, se il master finisce nelle mani sbagliate (o giuste, dipende dall’interlocutore) lo trovi a giugno sul tuo emule preferito e a ottobre suona talmente vecchio che non te lo ricordi nemmeno per le playlist di fine anno.

Il punto alla base di questo episodio de LA CRISI non è il senso di tutto questo -il senso è una questione etica, vale a dire che ci sono dieci pareri diversi per ogni dieci articoli, ed è per questo che va tanto di moda aggiungere letteratura in merito. Il punto è come tutto questo si ripercuote sull’ideologia e sul mercato della critica musicale. E questo sta per diventare, brrr, un post a punti.

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Primo punto: un critico veloce è molto più bravo di un critico bravo. il valore del critico, ai tempi in cui iniziavo a leggere recensioni di dischi, era dato da una serie di fattori che comprendevano la capacità di inquadrare il disco nella scena di riferimento, una scaltra e convincente attitudine a trovare parenti prossimi e remoti, la sintonia con i lettori e il grado di persuasione degli scritti. Ai tempi della musica liberata (un libro che non ho letto) il critico in gamba è capace di leggere e comunicare i fenomeni in tempo reale e di passare oltre appena un attimo prima che tali fenomeni diventino, ehm, merda secca. Merda secca, tra l’altro, è un termine critico coniato dall’intellighenzia degli scaltri per distinguersi da tutti i pesi morti delle cartelle stampa e delle uscite dei dischi nei negozi. Questo fatto, comunemente accettato e sotto gli occhi di tutti, ha portato ad una nuova generazione di newsisti generalisti e qualunquisti (con la connessione in tiro e Google Reader aperto 24/7) che sparano sul loro tlog news a pioggia riservandosi il diritto di lamentarsi come pazzi se in un grosso portale la stessa notizia appare due settimane dopo, come se il 2012 fosse alle porte e nessuno avesse fatto un cazzo di niente per evitare l’inondazione.

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Secondo punto: le riviste musicali non hanno la capacità fisica di essere sul pezzo. Non esiste. Da qualche parte lessi la notizia della morte di Ron Asheton due mesi dopo che questa era avvenuta (su Twitter tanto per dire s’è scoperto che era morto mentre ancora quasi respirava, all respect due): è importante dare la notizia? Probabilmente sì, ma a che prezzo. Il fatto è che per molte riviste il fantasma della tempestività continua ad aleggiare in redazione, sostituito magari da mr. Quanta Più Tempestività Possibile. Un infortunio come quello di Rumore su Death Cab For Cutie non sarebbe mai capitato al Rumore del ‘97 (era ancora l’epoca dei giornalisti): Claudio Sorge avrebbe tranquillamente fatto uscire la recensione del disco dei Deftones dopo l’uscita del disco stesso, fregandosene della contemporaneità e prendendosi il tempo fisiologico di formulare un parere competente. Probabilmente sentiva meno il fiato sul collo, ma è un fatto assodato che la stampa cartacea ha deciso di perdere l’occasione per ridefinire il proprio ruolo di autorità critica, di fonte di critica buona e competente anzichè tempestiva.

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Terzo punto: il mercato dell’opinione si muove in maniera un po’ più rocambolesca del mercato azionario. Cambiare opinione non è mai stato reato, sia ben chiaro (anzi, spesso è sinonimo di maturità, ai tempi ricordo persino di aver letto da qualche parte una recensione positiva il mese dopo che il disco era stato stroncato, con tanto di scuse del redattore), ma a livello attuale ci si può tranquillamente imbattere in dischi di culto usciti tre anni prima (un periodo di tempo insufficiente, anche su Vulcano, a formare un culto con un qualsiasi grado di serietà). Sarebbe poi quello di cui parliamo (plurale generico) nel primo episodio de LA CRISI, il sommovimento delle dinamiche di svalutazione/rivalutazione. Sul Mucchio esisteva persino una rubrica fissa che si chiamava Oltre Le Stelle e ripassava al tritacarne della relazione un disco ascoltato e recensito circa sei mesi prima. Non era per niente una cattiva idea, tra l’altro, ma l’intento provocatorio è evidente.

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Quarto punto: siamo così abituati a seguir fenomeni a nastro che non ci siamo accorti che alla musica non è successo praticamente un cazzo per una decina d’anni. E se uno non se ne accorge, non si accorge nemmeno che è colpa sua. L’arco cronologico dello sviluppo di un fenomeno pop tiene conto del progressivo formarsi di una cerchia di riferimento, i primi segnali verso l’esterno, l’incontro con un pubblico generico abbastanza nutrito, l’esplosione del fenomeno e la copertura nei network di serie A, televisioni radio quotidiani e grandi riviste (che in genere ne sancisce la morte e/o il ritorno al culto). Lo sviluppo in senso orizzontale della stampa musicale rende sostanzialmente impossibile non accorgersi in tempo reale di qualsiasi cosa stia succedendo ovunque, vuoi perchè esistono indicatori per avere idea di quali e quanti siano i collegamenti con qualunque altra cosa (esempio stupido: se questo suona musica industriale vintage ma ha come primo amico myspace un gruppo art-grindcore, e magari scopri che ci suona la batteria, puoi iniziare a cercare argomenti che suffraghino la tesi di una nuova evoluzione dell’art-grind verso i Throbbing Gristle). Questo significa anche che il male non è NME e la sua capacità di scoprire il miglior gruppo inglese dai tempi dei Clash ogni settimana. Il male è da una parte che centinaia di migliaia di blogger si trovano nella posizione ideale per fare da grancassa a NME -e lo fanno. E dall’altra che le stesse centinaia di migliaia di blogger costringono NME ad operare una politica al rialzo, cancellando di fatto la possibilità che qualsiasi gruppo inglese interessante continui ad esserlo fino alla fine della tracklist del primo CD. Come a dire, volendo usare qualche clichè, il serpente che si morde la coda.

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Quinto punto: leggere di musica non è mai stato così noioso. Il mirroring in tempo reale uccide la fantasia e fa finire quasi tutto a tarallucci e vino molto prima dell’epilogo. Scrivo questo pezzo il giovedì. Lunedì è infuriata una polemica sul fatto che la rockstar dell’anno in copertina su Rolling Stone è Berlusconi. Pro, contro etcetera. Tra ieri e oggi han cominciato tutti quanti a sbadigliare, se qualcuno aveva qualcosa di davvero importante da dire s’è preso il suo tempo tra il lunedì sera e il martedì, ha postato e finita la questione, e l’affastellarsi di pareri pro o contro (come se uno non potesse fare il cazzo che preferisce con la sua copertina) non può autorigenerarsi in eterno. Sarebbe stato più duraturo con un’ingiunzione di Nicolò Ghedini al seguito o qualcosa del genere, ma non sarebbe durata più di una settimana. Niente fa eccezione in questo dibattito, tutto ciò che succede alla musica italiana (o alla musica in italia) sul web e sulla carta è sottoposto al perenne scrutinio di chi è addetto (per autocertificazione, di solito) a scrutinare.

Probabilmente dopo cinque punti è ora di fare basta e passare ad altro. Mi piacerebbe avere una conclusione ma anche no. Per rendere questo post molto più colorato e divertente ho inserito foto di mobili pareti lenzuola e cianfrusaglie in casa mia. Enjoy.

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Playlist

  1. Zeus! Grandmaster Flesh
  2. Lucertulas 8 Ore
  3. J.Tillman Three Sisters
  4. Uochi Toki Permettendomi Artifici Spontanei
  5. A Classic Education Gone To Sea
  6. Bonaparte My Horse Likes You @ Zeit-Online
  7. Black Mountain The Hair Song
  8. Four Tet Nothing To See
  9. Arab Strap Daughters Of Darkness
  10. Shipping News The Delicate

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