18 novembre 2009

Vic Chesnutt: At The Cut (Constellation/Goodfellas)

atthecutcoverDifficile separare la musica di Vic Chesnutt dall’immagine immacolata e umana del personaggio, qualità che fanno tutt’uno con la voce spezzata e il suono scarno e selvatico. Senza contare Guy Picciotto e i Silver Mt. Zion, che rendono incandescente e propenso all’esplosione l’immaginario di due album splendidi come North Star Deserter e questo At The Cut. Stavolta, forse, c’è persino maggiore aderenza tra le tempeste elettriche del gruppo e il corpo delle canzoni. Meno “calci nei denti” in stile Everything I Say, insomma. I brani funzionano come spazi drammatici su cui vanno in scena le paure e i dubbi più vecchi del mondo, e i testi, da questo punto di vista, toccano corde che puzzano di archetipo lontano un miglio. La cifra di At The Cut, in fondo, è tutta qui: la rappresentazione dell’uomo scortecciato, perso in uno spazio sterminato e minaccioso che potrebbe essere la natura (una wilderness costruita con maestria da gente che ha scritto la musica più tragica e tridimensionale degli ultimi dieci anni). Siamo vicini alla prospettiva etica e persino estetica di un film come Into The Wild. Una nota alla volta, una parola dopo l’altra, Chesnutt costruisce cattedrali gotiche con la pazienza di una formica. E ti fa sentire, attraverso la musica, il sudore dell’insetto e la furia della tempesta.

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