Port-Royal: Dying In Time (Sleeping Star/Goodfellas)
Domanda da un milione di dollari: si può esprimere una forma di ethos generazionale senza contenuti letterari, senza urlare “che cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di Anni Zero”? I Port-Royal, con Dying In Time, ci riescono comunicando per suggestioni e immagini. Restando sostanzialmente zitti e senza alzare pugni al cielo. Intendiamoci, non c’è niente di male nel lanciare “messaggi”, provandoci con le formule classiche del rock. Semplicemente i quasi 80 minuti di questo disco parlano una lingua diversa: che si esprime per strutture circolari, dissolvenze che rendono sfocata la narrazione e la privano di “canzoni”, spazi sonori in cui il confine tra sintetico e reale ha perso significato (nel senso che nessuno è più interessato a piazzare le bandierine). In questo humus che ricorda l’Apparat di cavalcate psichedeliche come Fractales, le parole e le voci subiscono un doppio destino: o diventano entità fluttuanti di matrice shoegaze, oppure si trasformano in discorsi assolutamente sensati (ma fuori dal disco: leggetevi questo post). I titoli delle canzoni sono dei piccoli slogan che esprimono fascinazione e terrore per un mondo dai connotati liquidi e dal futuro incerto, una realtà che conosciamo più per esperienza personale che per i libri di un qualsiasi Zygmunt Bauman. Il resto ricorda le montagne russe in uno spin off di Matrix (scritto da gente a cui il film, probabilmente, fa cagare), in cui non mancano ne i crescendo vertiginosi (Balding Generation), ne le discese dirompenti (The Photoshopped Prince). Dying In Time è un album costruito con cura maniacale, efficace e coinvolgente se amate quei dischi che sembrano installazioni: non bisogna ascoltarli con attenzione, ma imparare ad abitarli.
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