Prima di gridare alla paraculaggine di questo disco è bene sedersi in riva al fosso e aspettare un attimo. Lo spettro di Demon Albarn echeggia in ogni nota nella prima parte di tutto l’album, ma non si riesce a capire se è una questione genetica o semplice ammirazione verso il maestro incontrastato. Fregancazzo. Brian Olive, dopo aver dato fuoco alle chitarre sostenute delle vecchie band (da menzionare The Soledad Brothers) si mette a fare un lavoro certosino e sforna un disco in cui c’è tutto. Ma proprio tutto. Avete presente come farebbero i Broken Social Scene? Della serie, si prende tutto quello che ci ha influenzato negli ultimi anni tra immagini, spezzoni di file audio, polaroid, epifanie olfattive, vestiti in disuso e si fa un collage. Tra “roghenroll” easy listening e piccolissime gocce di psichedelia da camera sparse qua e la come fossero Chanel, ci si lascia ammaliare dalla diabolica scaletta. Musica da film, da montaggio dei video delle vacanze appena finite, insomma un ottimo “prodotto”. Non da esporre nella teca d’oro dei dischi che vi hanno cambiato la vita ma se vi presentate ad una festa di desolante musica minimale con Brian Olive e lo mettete su, li stendete tutti.
Mal d’Africa a Livorno e un paio di scimmie occhialute in copertina a fare il verso alla genesi evolutiva di “2001: Odissea Nello Spazio” : Savana, nuovo lavoro dei toscani Appaloosa, zoccolo duro di casa Urtovox, rappresenta il gradito ritorno di questi quattro primati dalla rinnovata indole funk già collaudata nel precedente Non Posso Stare Senza Di Te. Cambia l’ambientazione, cambia il mood di fondo, cambiano gli intenti, ma non cambia la bontà del risultato finale e non ci si poteva aspettare altro da una band che ha fatto dell’ “evoluzionismo sonoro” una costante: prima erano in tre e poi si sono ritrovati in quattro o quasi cinque, prima facevano un math-rock dritto e colto, ora si sono messi in testa di riuscire a far ballare la gente con allusioni lounge-funk mica da ridere (Mons Royal Rumble). In Savana, registrato al Blocco A di Favero,riescono a convivere sia la natura tribale, sudata e scalciante dei primi lavori (Minimo, Genny, Chinatown Panda) sia la voglia di muoversi oltre e di cedere al lato ballereccio del synth (Bostongigi, Savana); il tutto conservando le divagazioni strumentali da lavaggio del cervello che tanto mi colpirono agli esordi (Civilizzare, Giù). Sono tornati, hanno il pollice opponibile e il doppio basso distorto, la cassa che pesta e non portano occhiali fosforescenti ridicoli: il mio voto è di cinque banane su cinque.
Non mi riferisco a dati di vendita poco rosei per le pellicce bianche o a sbalzi di umore delle star che hanno finito l’ultimo champagne, ma alla tendenza che porta a liberarsi dagli stereotipi dei suoni ‘gangsta’ puntando su una particolare gamma di frequenze: da una parte i bassi sporchi, cupi e oscillanti che arrivano dal dubstep e dal grime londinesi (tra i casi poco underground ‘Millionaire’ di Snoop Doog e la nuova collaborazione Kelis-Crookers), dall’altra suoni eterei che sfiorano le altissime frequenze di una nuova scuola di sperimentalisti elettronici – tra cui Nitta, Mood Schula o Dorian Concept – che ricordano l’universo Warp.
Con il fiuto che la contraddistingue, proprio l’etichetta di Sheffield non si è lasciata scappare l’occasione di mettere sotto contratto un 23enne di Glasgow con esperienze in entrambi i mondi, e così a seguito di un EP di presentazione (Polyphonic Dance) ecco il primo atteso album di Ross Birchard in arte Hudson Mohawke.
Il risultato è simile all’opera prima di uno scrittore di talento che teme di avere a disposizione un’unica grande occasione: cerca di dimostrare in una volta sola la capacità di saper gestire molteplici temi e stili narrativi, propone cosi’ idee su idee e cade di conseguenza nella disomogeneità.
Prima la notizia cattiva: Hud Mo viola costantemente il 4/4, così ritmi complessi come in Allhot o in Fruit Touch sono lodabili da punto di vista sperimentale ma possono scoraggiare gli ascolti successivi (vi sarà probabilmente gia’ successo con i Battles); la batteria ha inoltre spesso un ruolo troppo centrale nella ritmica (Black in red), rubando quasi completamente la scena al basso.
Il campo in cui si dimostra imperatore è invece nella cura maniacale di synth e campionamenti che puntando su frequenze molto alte riescono a suggerire un’onirica sensazione di apertura mentale: dal simil-sitar di Rising 5 all’assolo di chitarra di Shower Melody, dai cristalli di Tryykk alla tastierina 8-bit di ZOo00OOm.
Tra i pezzi più riusciti – che probabilmente strizzano l’occhio al mercato – le due partecipazioni di Olivier Daysoul: il funky Just Decided e l’Outkastiano Joy Fantastic, vera perla dell’album.
Lo scrittore di talento Ross non ha così ragione di aver paura del proprio futuro: se voleva dimostrare qualcosa ci è riuscito e le basi per l’album perfetto sono già state fissate qui. Non resta che scegliere uno dei temi a disposizione e svilupparlo con la precisione di cui è dotato.
Sembra che concerto dei Kings of Convenience abbia catalizzato tutta la città nel chiostro dell’Auditorium Verdi: tutti noi, furboni, abbiamo comprato i biglietti su internet e tutti noi, furboni, siamo inchiodati in fila da mezz’ora.
L’esercito di facce note segue tra le poltronissime. Ci sono Carmen Consoli e Paola Maugeri! è il commento che serpeggia a voce bassa tra la fila uno e la fila cinque (ma già lo sapete tutti). Poi le luci si abbassano, il concerto comincia. Sottotono.
Erlend ed Eirik, identici a cinque anni fa, sembrano un po’ arrugginiti, ma è la scelta dei pezzi ad essere un po’ ferrosa, rigida. Inizio a credere che Declaration of Dependance, il loro nuovo e – a ragione o a torto – assai criticato album, dal vivo mostri il profilo peggiore. E forse ho ragione, perché appena il duo inizia a snocciolare i pezzi dei due dischi precedenti è homecoming istantaneo, in un posto che è un tempo e non un luogo: il 2003, il 2004, il 2005. E anche se I Don’t Know What I Can Save You From o Stay Out of Trouble rischiano di passare per anticaglia preziosa per emozioni accumulate e non per valore intrinseco, la sensazione è che in molti siano (siamo) nella sala vastissima – che si alza, torreggiante, a perdita d’occhio – per fare un giro nel passato.
Più di una volta vengo sfiorata dal pensiero che i Kings Of Convenience non abbiano effettivamente più nulla da dire, come delle creature che hanno compiuto in loro ciclo, pronte a scomparire chissà dove o tornarsene da dove sono venute. Ma non vi voglio lasciare la sensazione che abbia visto un brutto concerto, o passato un’ora deprimente: è solo che a questo punto avrete letto più o meno ovunque di quant’era simpatico Erlend, di come e di quanto ha ballato sul palco, delle gag (a volte divertenti, a volte meno) che ha fatto, dei cori, dei sing-along su Know How, della fine frizzante al ritmo di I’d Rather Dance With You, della resa favolosa dei due nuovi singoli. Perciò, mi resta da guardare agli angoli più scuri della serata e tutto si riassume in questo: il terzo album dei due norvegesi, vuoi per l’acqua passata sotto i ponti, vuoi per le voci costanti di scioglimento, vuoi per lo spessore non eccelso dell’ultimo lavoro, ha un sapore quasi di re-union. One shot, una botta e via. E non mi stupirei se, almeno dal vivo, non li vedessi mai più.
Partire dalla fine. Forse non si fa, ma per raccontare i Fuck Buttons voglio partire proprio dalla fine. Dal momento immediatamente successivo allo sguardo di intesa di Andrew Hung e Benjamin John Power che ha interrotto il loro set. Dal momento nel quale l’arrivo del silenzio ha completamente bloccato mio canale uditivo. Ho provato in quel momento a vedere le facce delle persone nelle prime file e su quasi tutte c’era una specie di sorriso. Perché nel primo attimo di silenzio in molti erano riusciti a mettere a fuoco quello che era successo nell’ora scarsa precedente. Non vorrei farlo sembrare troppo new age ma la sensazione era proprio quella di un fottuto trip ben riuscito. Imbastito sulle strutture rumorose, profonde e distorte ma anche sulla cassa dritta che in molti negli ultimi tempi hanno tacciato come un passo indietro rispetto al suono drone più primitivo del primo album Street Horrrsing. Il problema principale era capire se il nuovo Tarot Sport, partorito dai due di Bristol sotto l’occhio di Andrew Weatherhall potesse dare dal vivo una forma adatta a ciò che propone sul disco. La risposta è stata un’ora e qualcosa senza interruzioni partita sulla cassa di Surf Solar, che all’inizio ha dato pure la sensazione di essere troppo fredda e distante, ma che senza potere accorgersene è diventato un mantra di tribalismi e rumore capace di entrare dalle orecchie e fermarsi giusto all’altezza dello stomaco. Fatto pure di momenti non proprio delicati ma che a suo modo aprivano ad uno strano concetto di dolcezza primitiva (Olympians su tutti). Giuro che alla fine qualcuno nelle prime file ha gridato un “Mamma Mia” e ancora mi chiedo se fosse estasi o paura per aver preso parte a qualcosa di unico difficile da ripetere di nuovo.
Amiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla quarta puntata della nona stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna.
Due film in scaletta, molto attesi. Il primo, di cui abbiamo parlato al telefono anche con La Papessa, indimenticata co-conduttrice, è Nel paese delle creature selvagge, nuovo film di Spike Jonze, che lo ha scritto insieme a Dave Eggers, traendolo da un famoso libro per l’infanzia. Redazione divisa: c’è chi lo boccia, come chi scrive e chi, come l’anziano Simili, che ne è rimasto affascinato.
Il trailer, beh, è piuttosto rumoroso: d’altro canto l’imperdibile 2013parla della fine del mondo. Emmerich, Emmerich, che manina delicata…
E infine, un grandissimo film come Il nastro bianco, di Michael Haneke, vincitore dell’ultimo Festival di Cannes. Un’opera densa, difficile, gelata e dolorosa. Haneke tiene tutto in sospeso e affonda lentamente il colpo, lasciando tutti in sospeso con un finale che si proietta come un’ombra sulla Storia. Non perdetelo.
Bene, è tutto. Se volete scriverci l’indirizzo è secondavisione@hotmail.com. A martedì!
Dobbiamo recuperare due settimane di arretrati e così questa settimana il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni mercoledì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana, va in onda in formato doppio. Ce la farete a sopportare quasi tre ore in compagnia di Enzo e della Fagotta tutte in una volta? Nonostante gli ottimi inviati, le tante novità discografiche e le segnalazioni di concerti, io credo di no. In ogni caso, eccovi qui sotto le due playlist:
21 ottobre
Mayer Hawthorne – The Ills
Let’s Wrestle – Mr. Understanding (Pete & The Pirates cover)
Tap Tap – Queen of Hearts
Brown Recluse – Rotten Tangerines
Tender Trap – Fireworks
Karen O and The Kids – All Is Love
Jonathan Richman – Così Veloce
Built To Spill – Aisle 13
Girls – God Damned
[collegamento con Max per un nuovo episodio di Complottoemmezzo o forse "Il Complottometro"]
Amari – Dovresti dormire
Pants Yell! – Cold Hands
Julian Casablancas – 11th Dimension
The Drums – Let’s Go Surfing (Knight School version)
The Mantles – Don’t Lie
That Ghost – The Red Bow
[collegamento con Aurelio Pasini per la rubrica "I consigli del Paso"]
The Leisure Society – A Matter of Time
Mumford and Sons – Little Lion Man
Black Candy – Straight To Your Hands
Girls – Lust For Life
Lasciate perdere la citazione progressive del titolo, perché questi tre ragazzini inglesi con i King Crimson non c’entrano davvero niente (almeno credo). Fare a lotta, sbronzarsi e rubarsi le ragazze, non preoccuparsi di niente e salire su un palco con le chitarre scordate a fare casino. Lo so, è una formula non esattamente nuovissima ma i Let’s Wrestle riescono a metterci quella freschezza impressionante che ti fa rimpiangere di non aver messo su una band sguaiata quando avevi diciott’anni. E se a diciott’anni pensavate a fare altro, diciamo allora che questi sbarbatelli di imbarazzante non hanno solo le pettinature: il talento che scivola fuori da ogni cavolo di ritornello è qualcosa di commovente, il suono sporco e genuino, immediato e seeeeeeeeexy, un incidente terribile tra i Blur e gli Art Brut, i Ramones e i Pavement sui banchi di scuola. Cantano frasi che bisognerebbe tatuarsi a fuoco in fronte e potrebbero farvi tornare la voglia di ballare, dopo tanto tempo.
Come loro stessi cantano e ripetono, We are the men you’ll grow to love soon, e io gli credo fermamente.
Son giorni che sento parlare male di Devendra Banhart. Tutti a scrivere che ha fatto un disco brutto, che non è più originale, che è meglio che faccia il songwriter. Tutti a discurete del “prewar folk” o del freak folk, e di Natalie Portman. Comunque, ho What Will Be tra le mani. Lo ascolto qui al buio, accanto allo stendino e aspetto il 18 dicembre (data del concerto milanese) per dare un senso al Natale. Mi suona nitida la frase di un mio amico musicista, ventenne, alcolizzato, stronzo che però saggiamente diceva “Come fai a fidarti di gente che per tutto il giorno e tutta la vita ascolta e scrive di musica?”. Esatto. Usiamo l’istinto. Già Surfing dei Megapuss, che tutti avevano bollato come spazzatura, a me sembrava un gran disco. Figuriamoci questo. Si sente che Devendra cambia, che cerca altro ed è questo che gli si fa pesare. Tutti vogliano che faccia Devendra. Guai se esce dal cliché. E lui a suo modo ci prova (pure!). Si sente che ha cominciato a frequentare Beck sin da Baby (il singolo stroncato da Pitchfork) e da qualche beat un attimo più stiloso. Ma che male c’è? Anche noi andiamo dal parrucchiere ogni tanto per sembrare più fighi no? Nel disco, piccole perle seminate qua e là, come il pianoforte e voce di “Song for B”, il pop-prog con tanto di synth anni ’70 di 16th & Valencia Roxy Music e Rats in cui finalmente sembra confrontarsi con un nome che accanto al suo non compare mai, quello di Jim Morrison, mentre la band suona sputtanatamente (che bellezza) i Led Zeppelin. Se diffondessero Angelika e Going Back al supermercato saremmo tutti meno scazzati a fare la spesa e non odieremmo il genere umano, ma improvviseremmo tanghi sghembi tra la cassa e lo yogurt. Ci comporteremmo da persone civili, insomma, invece di passare il tempo di punzecchiarci a vicenda per acquisire un centimetrino di ego sul campo. Basta prendersela con quelli magrolini e dai modi effemminati solo perché sono gentili. Andate a rompere le palle ai metallari.