Ronin: L’ultimo re (Ghost Records)

Giorgio Busi-Rizzi | 17/11/2009

ronin…così un giorno ci siamo messi d’accordo io, Leone, Tarantino e Rodriguez per restituire all’Ultimo Re le immagini che gli erano state rubate. Era un lavoro da fare con cura, restituire il suo film alla colonna sonora, ridare indietro la vita in movimento alle suggestioni che la cantavano. Bisognava metterci tanto Messico, panorami desertici, lenti spostamenti di camera saturati in una panoramica maestosa. Bisognava respirare sufficiente anarchia per gridare “con le budella dell’ultimo prete impiccheremo l’ultimo re”. Bisognava… ma forse faccio prima a dirvi com’è, quest’album.
Strano, intanto. Capace di passare da Morricone ad un incedere epico dal retrogusto vagamente fantasy (e dalle reminiscenze kingcrimsoniane), attraversare il surf e incendiari episodi latineggianti – tanto che l’ascolto richiama, più che l’onnicitato Pascal Comelade, il Rodriguez compositore (delle colonne sonore dei suoi film, più sparuti brani per il compare) -, rimanendo comunque principalmente in territori che la lingua corrente mi impedisce di definire, se non come: post-rock, slow-core.
Impreziosito da collaborazioni di lusso (Ivan Rossi alla produzione, i fiati di Giordano Geroni e i violini dell’uomo ovunque, santo subito, Nicola Manzan), “colonna sonora di un film immaginario” dove i nostri un film vero – e che film, l’eccezionale docu-fiction Vogliamo anche le rose della Marrazzi – l’hanno già musicato, a tratti l’ambizione epica del terzo lavoro dei Ronin si scontra con una struttura un po’ troppo esile per reggere il minutaggio (specie, paradossalmente, per le trame sottili della chitarra di Dorella), rischiando di peccare qua e là di verbosità. Ma è un peccato veniale per un lavoro costruito ed arrangiato con indubbie capacità (e non vogliamo dire una cosa banale: che in Italia, album così, ancora pochi, neh). È un risentimento che dura tre minuti e cinquanta: il tempo di Tre Miniature, perla del disco. Poi ci passa, e torniamo a discutere di come restituire a questo disco un film, io, Sergio, Quentin e Robert.

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Andrew WK: 55 Cadillac (Skyscraper Music Maker/Goodfellas)

Francesco Farabegoli | 16/11/2009

awk55Per chi si caga la mitologia allegata al pop, 55 Cadillac è l’estratto di una session di improvvisazioni per piano registrata da Andrew WK ed ispirata dalla contemplazione della Cadillac del ‘55 di cui il disco prende il titolo. Per chi non se la caga, 55 Cadillac è l’estratto di una session di improvvisazioni per piano di Andrew WK. Il quale aggiunge un tassello al suo inappuntabile curriculum di uomo-musica degli anni 2000, chiudendo i conti con la propria educazione classica e licenziando un disco a proprio nome che non sia fatto di inni da stadio. Di Andrew molto è stato detto, e molto si dirà: la maggior parte delle storie su di lui sono vere e false ad un tempo. Non sono tuttavia nè le leggende sull’uomo, nè la sua sincerità estrema, nè la sua incredibile perizia strumentale nè il suo amore viscerale per la musica tutta (nel vero senso della parola: stiamo parlando di un uomo che registra dischi di metal caciarone anni ‘80 mentre con la mano sinistra produce Sightings e Lee Perry) a renderlo uno dei personaggi chiave del decennio in corso: a farlo è la qualità di dischi come 55 Cadillac. Un disco che risuona passione e amor di musica, e una veste che all’uomo sembra davvero calzare a pennello. Se non ne siete convinti, aggiungiamo una “bonus track” uscita su Rcrdlbl: una canzone per solo piano dedicata ad Hoboken che straccia il concetto stesso di pop intimista.

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Real Estate: s/t (Woodsist)

Nur Al Habash | 16/11/2009

realestatePotremmo approfittare dell’inconsapevole gioco di parole e pensare a questo gruppo del New Jersey come il gruppo della “Vera Estate”, e dopotutto non ne avremmo proprio tutti i torti.
Infatti, è la stessa band ad ammettere che c’è una precisa estetica dietro la loro musica, fatta di nostalgia e vacanze negli anni del liceo, quando comincia a fare veramente caldo e la tua cittadina di provincia è stretta nei pugni dei giri in bici per arrivare fino in spiaggia.
Nelle chitarre dilatate di ogni traccia, nella voce trascinata e tranquilla, nelle percussioni di sottofondo e negli accordi slabbrati, in tutto si percepisce quel vento nei capelli e gli occhi socchiusi al sole, i suoni si fanno annacquati e sfocati così come la testa che li ascolta, un certo dreamy folk soffia dalle parti dei Grizzly Bear mentre il sale e la schiuma fluiscono verso i The Clean e il Dunedin Sound fino ad arrivare fluttuando all’onda lunga del trend dell’anno: l’inarrestabile foschia lo-fi che fornica col pop anni ‘60, il surf e il garage.
L’innocenza che ne traspare però é così disarmante che sembra tutto uscito da una radio di quarant’anni fa, da melodie cantate nella testa di qualche teenager americano il pomeriggio dopo pranzo, dai riflessi perlati di un indian summer che sembra proprio non finire mai.


I Real Estate saranno in Italia in data unica al Diagonal Loft di Forlì, il 10 Febbraio

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Black Lips Contest!

Marina Pierri | 16/11/2009

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Sono brutti, cattivi e pure un po’ demenziali, ma le ragazze li adorano e si strappano i reggiseni sotto il palco: sono i Black Lips!  Ci sarà sicuramente da ballare, ma occhio a non mettervi nelle prime file a meno che non siate alla ricerca di bagni di urina fresca e sputo. Intrigante eh? Non perdetevi il loro mélange di denti d’oro, baffoni e pantaloni stretti dal vivo, dopo domani sera (mercoledì 18) al Musicdrome di Milano, specie che ovviamente Vitaminic vi regala free tickets, free tickets, free tickets!

Vincere è come sempre super facile, basta che (ci scriviate ) vitaminicontest (at) gmail (dot) comsubito con la risposta a questa semplicissima dmanda

con quale giovanissima rockstar i Black Lips hanno avuto un recente e piuttosto violento litigio?

Dai che lo sapete!

(in collaborazione con Indipendente)

Port-Royal: Dying In Time (Sleeping Star/Goodfellas)

Simone Varriale | 16/11/2009

disc_5882Domanda da un milione di dollari: si può esprimere una forma di ethos generazionale senza contenuti letterari, senza urlare “che cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di Anni Zero”? I Port-Royal, con Dying In Time, ci riescono comunicando per suggestioni e immagini. Restando sostanzialmente zitti e senza alzare pugni al cielo. Intendiamoci, non c’è niente di male nel lanciare “messaggi”, provandoci con le formule classiche del rock. Semplicemente i quasi 80 minuti di questo disco parlano una lingua diversa: che si esprime per strutture circolari, dissolvenze che rendono sfocata la narrazione e la privano di “canzoni”, spazi sonori in cui il confine tra sintetico e reale ha perso significato (nel senso che nessuno è più interessato a piazzare le bandierine). In questo humus che ricorda l’Apparat di cavalcate psichedeliche come Fractales, le parole e le voci subiscono un doppio destino: o diventano entità fluttuanti di matrice shoegaze, oppure si trasformano in discorsi assolutamente sensati (ma fuori dal disco: leggetevi questo post). I titoli delle canzoni sono dei piccoli slogan che esprimono fascinazione e terrore per un mondo dai connotati liquidi e dal futuro incerto, una realtà che conosciamo più per esperienza personale che per i libri di un qualsiasi Zygmunt Bauman. Il resto ricorda le montagne russe in uno spin off di Matrix (scritto da gente a cui il film, probabilmente, fa cagare), in cui non mancano ne i crescendo vertiginosi (Balding Generation), ne le discese dirompenti (The Photoshopped Prince). Dying In Time è un album costruito con cura maniacale, efficace e coinvolgente se amate quei dischi che sembrano installazioni: non bisogna ascoltarli con attenzione, ma imparare ad abitarli.

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Leggi l’intervista su OndaRock

Culture Reject: S/T (White Whale Records/Cargo)

Enrico Amendola | 16/11/2009

CultureRejectCOVER-sm-716051Pochi giri di parole: I Culture Reject sembrano scrivere delle b-sides dei Modest Mouse più acustici. Che non si tratti tratti poi di b-sides degli ultimi arrivati è un altro paio di maniche, però, in un panorama discografico affogato di uscite poco originali, questo non è certo un punto a loro favore. Ma qualcosa di nuovo si intravede all’orizzonte: quel che differenzia questo disco dalle decine di produzioni del genere sono solo piccole sottigliezze, ad esempio l’infarcitura di elementi latineggianti che richiamano la forma jazz in alcuni brani. Questo perché il canadese Michel O’Connel, unico titolare di quella che può definirsi una one-man band, ha vissuto a Cuba ed ha importato alcune caratteristiche del sound di quelle terre nella propria musica. Peccato che tutto sia espresso con troppa timidezza ed è difficile individuare un episodio che può prevalere qualitativamente sugli altri. Complessivamente un buon disco di indiepop, che avrebbe anche le potenzialità per essere qualcosa di più, ma per adesso ha le ali tarpate.

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Ascoltali dal vivo su Daytrotter.com

Wand: Hard Knox (Ecstatic Peace!/Goodfellas)

Paolo Morelli | 16/11/2009

wand-hard_knoxC’è qualcosa di affascinante nella diffusa pratica di cambiare più ragioni sociali che collaboratori, rito a cui certo non si sottrae il newyorkese James Jackson Toth (all’attivo decine di dischi e cdr alt-avant-folk come Wooden Wand & the Vanishing Voice, Wooden Wand & the Sky High Band, Wooden Wand e basta, fino al primo album a proprio nome dell’anno scorso)… BALLE: è un genere di camaleontismo che non sopporto (va detto che perlomeno un altro cliché folk come il barbone lungo ci è risparmiato). Tornando seri: Hard Knox, pubblicato a nome Wand, è una raccolta di “demo” inediti e outtakes a suggello della conclusa esperienza di Toth con l’ensemble Wooden Wand: quasi tutte registrazioni casalinghe (non per questo sciatte) effettuate nel suo eremo del Tennessee tra il 2002 e il 2007, da solo o con la moglie/corista Jexie Lynn. La sorpresa è che quasi a smentire la sua natura di “disco di rarità” non solo il livello medio di questi 14 pezzi è discreto, ma anche l’ascolto complessivo si rivela appagante. Toth mette da parte la psichedelia e gli sperimentalismi frequentati in passato per un album 100% americana, che profuma di Dylan/Cash/Young, deserto, highways e inverni davanti al caminetto. Un album coeso e vario (per quanto possibile nel genere), che riesce a evitare cali di tensione di attenzione e regala di quell’America profonda gli umori e i colori più disparati, alternando solari duetti (Blamelessness) e ballate funeree (Arriving e Death Dealer Blues, collocate ai due estremi della scaletta), country-folk rurale anni 60 e momenti drammatizzati e resi “marci” da incisivi inserti elettrici (Eyes, Dead of Night). E ora sotto col prossimo moniker.

Visita il myspace di (Wooden) Wand
Scarica l’mp3 di Saturday Delivery dal sito della Ecstatic Peace!

Ascolta una versione dal vivo di Arriving

I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 15/11/2009

girls_in_troubleNuovo appuntamento con il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni mercoledì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. A giudicare dai commenti e da quel che si legge in giro, si può ormai dire che stiamo entrando in piena fase di revival indie. Intanto ai microfoni resistono Enzo e la Fagotta (in pigiama), la quale da semplice stagista è finalmente passata al ruolo di praticante. E i risultati si vedono. Per fortuna che c’è Valido in collegamento da Londra. Questa la playlist di quanto andato in onda:

Letting Up Despite Great Faults – In Steps
Girls In Trouble – I Was Desert
The Leisure Society – Love’s Enormous Wings
Magpie – Death Of the Lovers
Surfer Blood – Swim (To Reach The End)
Thao with the Get Down Stay Down – Cool Yourself
[in collegamento da Londra, Matteo "Valido" Zuffolini per la rubrica "Londonwatch"]
Piano Magic – Recovery Positions
Mayer Hawthorne – One Track Mind
Stricken City – Sometimes I Love You, Sometimes I Hate you
Frightened Rabbit – Swim Until You Can’t See Land
Buzz Aldrin – Let’s Walk The Children Around The Space
Death In Plains – Clippings
The Mantles – Look Away

Scarica la puntata in mp3…
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

Slayer: World Painted Blood (American/Sony)

Francesco Farabegoli | 11/11/2009

slayer-world-painted-bloodLe rimpatriate. Quelle cose secondo cui è figo o fighissimo beccarsi per una cena e una birra con un amico di lunghissima data che non vedevi da quattro anni. E sì, poco prima di vedersi sale quel po’ di eccitazione, e la voglia di raccontargli che no, non sei ancora riuscito a diventare quel che vuoi ma ci stai lavorando e sei eccitato per questo e quello. E assieme arriva quel po’ di ritrosia perché sì, eravamo amici ma eravamo persone un po’ diverse e chissà cosa come dove e magari non hai voglia di rivangare o stare lì a pensare che forse le scelte che hai fatto, e così

E poi arriva il momento di vedersi e scopri che il tuo migliore amico di dieci anni prima è cresciuto in un piano parallelo al tuo, vota dall’altra parte, ha un paio di jeans finto-scoloriti da duecento euro e una camicia di color luce divina abbastanza attillata da fare intravedere sei anni di palestra intensiva, ordina un’insalata perché ho mangiato troppi carboidrati a pranzo e tradisce la sua fidanzata storica con una tettona bionda che ha passato il primo giro di selezioni per il Grande Fratello e lo tiene sulla corda mandandogli sms nel cuore della notte; o in alternativa è rimasto imprigionato in un elseworld dove tutti abbiamo ancora diciannove anni e i dreadlocks unti, trenta grammi di fumo addosso, la trasferta ad Arezzo il giorno dopo, brindare alla rivoluzione, non lavare la sciarpa del Commando Ultrà dall’anno scorso e raccontare storie sul fare risse e/o limonare il sabato sera e mi mancano sei esami per chiudere ma diobbò che palle. In un caso o nell’altro, voglia di fuggire a gambe levate urlando come dentro a uno slasher di terza categoria. E allora perché continuare a prestarsi al gioco della rimpatriata ad ogni costo?
Perché ogni tanto, una volta su dieci, trovi un amico che c’era allora e c’è anche oggi. Che è cresciuto, non insieme a te ma –in qualche modo- come te. Guadagna più soldi, passa le serate a guardare fiction di terza categoria con la moglie e il bimbo piccolo, ricorda i bei tempi andati con una punta di disprezzo, ma quella sera è ancora lì e parla di cose sensate. Ed è un piacere ascoltarlo, raccontargli quel che sei e quel che fai, passarci tempo assieme, chiedere qualche consiglio, sorridere di come eravamo. E sì, magari è una sera soltanto, e i tuoi amici ora sono altri –tendenzialmente persone più disponibili, che fanno le stesse cose che fai tu, che ci sono sempre e hanno piacere d’esserti amiche ORA. Ma quella serata lì va alla grande. Tipo come nelle pubblicità del Montenegro.

Ascolta il disco in streaming sul Myspace degli Slayer

Visita il sito della band

HardCuore

Francesco Locane | 11/11/2009

publicenemiesAmiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla quinta puntata della nona stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna.

Due film in scaletta oggi e un’intervista, oltre al solito trailer ammazzatutti. Ma la puntata inizia benissimo, con l’ultimo grande film di Michael Mann, Nemico pubblico, di cui abbiamo parlato (con un po’ di scontro dialettico) con uno dei padri fondatori di Seconda Visione, FedeMC. Il regista porta in scena l’ultima parte della vita di John Dillinger, interpretato da Johnny Depp, con una maestria e un’intensità fuori dal comune. Decisamente un film col bollino Seconda Visione.

Non possiamo dire lo stesso di Ce n’è per tutti, di Luciano Melchionna. Espiate i vostri peccati e vedetevi il trailer. Per risollevarci abbiamo parlato con Fabrizio Colombo, direttore del Festival del Cinema Africano di Verona, in qualche modo “gemellato” con Cinemafrica, una rassegna cominciata proprio ieri qui a Bologna.

E infine, Alza la testa, di Alessandro Angelini, con Sergio Castellitto, che per questa interpretazione è stato premiato di recente alla Festa del Cinema di Roma. Il film parte bene, ma ha una svolta a metà che ci ha lasciato, ehm, quanto meno perplessi. Angelini, ma come t’è venuto in mente? Attenzione, abbiamo spoilerato, come si suol dire, ma era impossibile fare altrimenti.

Bene, è tutto. Se volete scriverci l’indirizzo è secondavisione@hotmail.com. A martedì!

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