Ronin: L’ultimo re (Ghost Records)
…così un giorno ci siamo messi d’accordo io, Leone, Tarantino e Rodriguez per restituire all’Ultimo Re le immagini che gli erano state rubate. Era un lavoro da fare con cura, restituire il suo film alla colonna sonora, ridare indietro la vita in movimento alle suggestioni che la cantavano. Bisognava metterci tanto Messico, panorami desertici, lenti spostamenti di camera saturati in una panoramica maestosa. Bisognava respirare sufficiente anarchia per gridare “con le budella dell’ultimo prete impiccheremo l’ultimo re”. Bisognava… ma forse faccio prima a dirvi com’è, quest’album.
Strano, intanto. Capace di passare da Morricone ad un incedere epico dal retrogusto vagamente fantasy (e dalle reminiscenze kingcrimsoniane), attraversare il surf e incendiari episodi latineggianti – tanto che l’ascolto richiama, più che l’onnicitato Pascal Comelade, il Rodriguez compositore (delle colonne sonore dei suoi film, più sparuti brani per il compare) -, rimanendo comunque principalmente in territori che la lingua corrente mi impedisce di definire, se non come: post-rock, slow-core.
Impreziosito da collaborazioni di lusso (Ivan Rossi alla produzione, i fiati di Giordano Geroni e i violini dell’uomo ovunque, santo subito, Nicola Manzan), “colonna sonora di un film immaginario” dove i nostri un film vero – e che film, l’eccezionale docu-fiction Vogliamo anche le rose della Marrazzi – l’hanno già musicato, a tratti l’ambizione epica del terzo lavoro dei Ronin si scontra con una struttura un po’ troppo esile per reggere il minutaggio (specie, paradossalmente, per le trame sottili della chitarra di Dorella), rischiando di peccare qua e là di verbosità. Ma è un peccato veniale per un lavoro costruito ed arrangiato con indubbie capacità (e non vogliamo dire una cosa banale: che in Italia, album così, ancora pochi, neh). È un risentimento che dura tre minuti e cinquanta: il tempo di Tre Miniature, perla del disco. Poi ci passa, e torniamo a discutere di come restituire a questo disco un film, io, Sergio, Quentin e Robert.

Per chi si caga la mitologia allegata al pop, 55 Cadillac è l’estratto di una session di improvvisazioni per piano registrata da Andrew WK ed ispirata dalla contemplazione della Cadillac del ‘55 di cui il disco prende il titolo. Per chi non se la caga, 55 Cadillac è l’estratto di una session di improvvisazioni per piano di Andrew WK. Il quale aggiunge un tassello al suo inappuntabile curriculum di uomo-musica degli anni 2000, chiudendo i conti con la propria educazione classica e licenziando un disco a proprio nome che non sia fatto di inni da stadio. Di Andrew molto è stato detto, e molto si dirà: la maggior parte delle storie su di lui sono vere e false ad un tempo. Non sono tuttavia nè le leggende sull’uomo, nè la sua sincerità estrema, nè la sua incredibile perizia strumentale nè il suo amore viscerale per la musica tutta (nel vero senso della parola: stiamo parlando di un uomo che registra dischi di metal caciarone anni ‘80 mentre con la mano sinistra produce Sightings e Lee Perry) a renderlo uno dei personaggi chiave del decennio in corso: a farlo è la qualità di dischi come 55 Cadillac. Un disco che risuona passione e amor di musica, e una veste che all’uomo sembra davvero calzare a pennello. Se non ne siete convinti, aggiungiamo una “bonus track” uscita su Rcrdlbl: una
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