Questa sera si terrà il secondo appuntamento di GET COLOR!.
La rassegna curata da Foolica Records, presenterà sul palco del Tom (Piazza Tom Benetollo, Mantova) i torinesi DID. Da un anno a questa parte tutti parlano di loro. Blog, riviste di settore, promoter e remixer da ogni parte del globo, tutti si sono innamorati dei DID. Nel giro di meno di un anno hanno suonato in tutti i club piu’ significativi d’Italia oltre che in svariati festival da migliaia di persone. Il tutto, prima grazie al rumore mediatico dovuto ai folgoranti singoli Ask U2 (web) e Time For Shopping (quest’ultimo ormai sold out, già una rarità per gli appassionati) e ora grazie all’acclamatissimo LP di debutto ‘Kumar Solarium’ promosso all’unanimità e a pieni voti dai magazine di settore e non.
Arroganti, sfottono il panorama indipendente guardandosi dal poter anche solo lontanamente sembrare main-stream, un vero e proprio fenomeno che parte dal post-punk e la no-wave newyorkese ed ha un’incredibile attitudine per il live danzereccio, tanto potente da lasciare a bocca aperta. Prima di loro si esibiranno i toscani Dance For Burgess, unico gruppo italiano del 2009 ad esser stato invitato al famosissimo festival inglese dell’Isola di Wight! La serata si concluderà con il dj-set dei mantovani Holiday In Arabia, duo new wave che a breve debutterà con un EP di inediti su etichetta Mad On The Moon. Apertura ore 22.00, inizio concerti ore 23.00. Ingresso gratuito con tessera Arci.
La creazione del format GET COLOR! nasce dall’esigenza di dare alle band che vengono alle nostre serate piu’ esposizione. Mantova è una cittadina/paese molto bella/o ma poco propensa ad una “scena”. Il seguito che ha il Tom, unico locale a Mantova che fa concerti “indie”, è limitato ai soliti noti. Lo streaming ci è parso lo strumento piu’ adatto per far si che i nostri live siano visti da chiunque lo voglia, anche se non è della zona o semplicemente non ha voglia di venire al Tom. (qui, come penso dovunque, la tessera arci è un bel deterrente su moltissime persone)
Oltre questo prima dei live facciamo una selezione musicale, il WarmUp, fatta da noi foolici, di circa un’ora che si puo’ trovare sul nostro blog a metà della settimana successiva al live insieme a delle interviste un po’ particolari alle band.
I live in streaming resteranno on demand sul player di ustream di modo che tutti possano rivedere l’evento quando piu’ lo desiderano.
GET COLOR! presto diventerà anche un format radiofonico su radio locali: programma di circa due ore con la trasmissione integrale del WarmUp, l’intervista alla band e tre/quattro brani della band stessa.
Ecco i prossimi appuntamenti!
15/01/2010 : My Awesome Mixtape
12/02/2010 : CAMERA237
12/03/2010 : Drink To Me
16/04/2010 : The Record’s + The Vickers
14/05/2010 : TBD
Gli Afternoon Naps dimostrano ampiamente che l’indiepop non è una esclusiva europea; il loro ultimo disco – Parade – va anche oltre, dimostrando di essere uno dei migliori pick del 2009, almeno per me. Dall’Ohio agli anni ’80 inglesi la strada non è mai stata così breve: Sarah Records, Postcard, Creation, c86 e un listone di band più o meno storiche che va dagli immancabili Smiths agli Orange Juice passando per gli Shop Assistants e via dicendo. Le dieci canzoni sono, quindi, un quadretto decisamente backwards e, tuttavia, non fuori tempo massimo; perché se il rischio di sembrare una cover band c’è ma diventa sincera estetica allora sì: essere così facilmente catalogabili è un pregio o, perlomeno, un’assicurazione per gli amanti del genere. Parade, l’ultima uscita dell’americana Happy Happy Birthday To Me, è un regalo indiepop, un biglietto di sola andata per gli ultimi anni ’80 britannici: periodo che – chi più chi meno – un’anagrafe sbagliata ci ha tolto e internet ci ha riconsegnato. Lungo i dieci pezzi, appena trenta minuti, viene proprio la voglia di riprendersi il mega-summary di Indiepop.it e congelarsi in quegli anni lì: tra riff di chitarra lo-fi, i parappappapà dei coretti e le linee di synth: Bubblegum 45 è un monumento di tre minuti e mezzo, all’interno di un disco che è una citazione preziosa e paradossalmente originale, Digitally Altered Sunset la canzone-chiusa che vorremmo dedicare all’amica non reginetta della scuola, trasformatasi in principessa per il ballo di fine anno. Un disco che è un concentrato di bellezza indiepop: da non perdere, che siate o no “amanti del genere”.
Ben ritrovati con il podcast de La Belle Epop! La puntata che state per ascoltare è la prima della terza stagione de La Belle Epop. Ci ritroviamo, dopo esserci lasciati su queste pagine di Vitaminic un bel po’ di mesi fa, con un cambio di location e line-up. Il programma “con le canzoni che avremmo sempre voluto ascoltare in radio” si è trasferito nella città dell’Arno, da Radio Facoltà di Frequenza di Siena a Novaradio CittàFutura, la radio dell’Arci di Firenze, e andrà in onda ogni Sabato dalle 18 alle 19 dagli studi dell’Exfila di via Leto Casini. E’ possibile reperirlo poi nell’etere di Bologna e dintorni ogni Lunedì all’1 di notte in replica grazie all’ospitalità offerta dai ragazzi di Città Del Capo Radio Metropolitana sulle loro frequenze. L’appuntamento sarà fisso anche qui, immancabile ogni settimana tra i podcast di Vitaminic!
Queste è stata anche la prima puntata che ha visto al fianco del sottoscritto in studio ai microfoni Massimo Reali. L’ex rubrichista già conosciuto come Max Touch ora è titolare in squadra a sostituire il partente Cat. Ma basta presentazioni: siamo lieti di farvi ascoltare, con tutti i difetti e le amenità varie, il primo episodio della terza serie de La Belle Epop. A voi la scaletta…
His Clancyness – Misinterpret My Words
Atlas Sound – Walkabout
Princeton – Shout It Out
[al telefono da Torino Cat con la sua rubrica non titolata]
The Calorifer Is Very Hot! – My Dressing Room
Lucky Soul – White Russian Doll
Neon Indian – Deadbeat Summer
Vampire Weekend – Cousins
My Awesome Mixtape – Hearts To Lend
LCD Soundsistem – Bye Bye Bayou (Alan Vega Cover)
Per uno come Bradford Cox non si può fare a meno di pensare che sotto le fragilissime spoglie di musicista ispirato si nasconda qualche organismo extraterrestre pronto a convertirci a chissà quale religione col potere di musiche bellissime e ipnotizzanti. Un po’ come Thom Yorke, insomma. La verità però é che in questo nuovo Logos c’è tutto il talento di cui Cox poteva farci possibilmente partecipi: ogni canzone vanta melodie geniali, gli arrangiamenti tintinnano tra l’elettronico e l’acustico in giravolte multicolore, le collaborazioni -Noah Lennox (Panda Bear/Animal Collective), Laetitia Sadier (Stereolab) e Sasha Vine (Sian Alice Group)- impreziosiscono e lucidano gli angoli di un album spettacolare. Mentre Let The Blind Lead Those Who Can See But Cannot Feel (Kranky/4AD, 2008) -disco fragile e introverso- si alimentava degli oscuri fantasmi dell’infanzia di Bradford e cantava l’incubo il buio l’attesa la violenza l’insonnia la malattia, Logos si apre nel cielo attorno, illumina gli spazi, respira a fondo. Riconosce altre forme. Vede le cose cambiare. Guarda, finalmente. “What did you want to see? What did you want to be when you grew up?” Il secondo lavoro di Atlas Sound -condiviso in rete dallo stesso Bradford Cox per errore l’anno scorso, abbandonato per mesi e pubblicato da Kranky e 4AD soltanto a ottobre- è un disco appoggiato sulla luce. Il riflesso che sembra attraversare l’esile e pallido corpo di Cox sulla copertina. Un raggio di sole sottile, appena percettibile e caldo. Scintillanti echi sixties. Chitarre acustiche annegate tra i delay. Da Criminals a Walkabout, da Attic Lights a My Halo, questo nuovo lavoro di Atlas Sound si mostra ogni secondo nella sua anima più pura: una (ex)straordinaria raccolta di incantevole e impalpabile lucentezza pop.
Non viene proprio voglia di mettersi ad elencare tutte le somiglianze fra questo sestetto di Melbourne e i loro antipodi geografici Vaselines e Pastels. Prendete piuttosto la seconda traccia Hey You, ci si accorge subito che è un gran pezzo, di quelli tutti riverbero e lo-fi certo, che tanto bene si accordano con spiagge californiane (quelle dell’etichetta di pubblicazione, la Slumberland) ed australiane, ma anche di quelli talmente immediati ed arruffati da non staccarsi più dalla testa. Anche se poi, quando ti ritrovi a canticchiarlo sui tram affollati o mentre sei in fila a riconsegnare i libri in biblioteca ti accorgi che non è altro che un’altra piccola trappola sonora che ti ha già irretito mille volte e a cui sai di non poter restistere. Perchè in quel momento non vorresti avere nient’altro per le mani che quella forza acerba e dirompente e quei suoni levigati e vibranti in egual misura. I ritornelli spensierati e ripetuti di Super, la voce femminile di In June che prende il controllo e costruisce un divertente duetto con quella maschile. Ecco, i Summer Cats sono come giugno, pieni di passione e innocenza, quasi liceali nell’approccio e nelle melodie, ingenui e caparbi allo stesso tempo. Songs For Tuesdays è un piccolo inno a quei giorni allegri e a gesta avventate, dove il passato sonoro rimane in secondo piano, come un riferimento letterario nascosto che non fa che accrescere la devozione già inconsciamente iniziata.
Nel mondo ideale di David Wingo esistono ancora le stagioni perfette, dai confini decisi e gli odori giusti. il Nostro, dietro la ragione sociale diOla Podrida, si diletta a tinteggiare l’autunno con i colori appropriati. Ascoltando le nove canzoni di Belly Of The Lion sembra di camminare su un soffice e croccante tappeto di foglie secche, sotto i rami di un viale alberato che si appresta ad andare in letargo. E’ un folk che guarda al pop d’autore, sognante e malinconico sulla scia dei Great Lake Swimmers, ma con meno solennità. Uno di quesi dischi che profumano l’aria dell’odore dei camini, di quelli che riposano perennemente sotto un cielo che dal bianco arriva a tutte le sfumature di grigio possibili. Probabilmente non lo ritroveremo mai sulla prima pagina di una rivista, ma ad ogni giro toccherà corde emotive sempre più profonde. Una raccolta di canzoni semplici e schiette, che nel mondo ideale dei cuori romantici troveranno sempre il modo di entrare come un soffio di vento rigenerante.
La salvezza e la dannazione non son cose che t’insegnano al catechismo il sabato pomeriggio. O forse sì, ma non è lì che le impari. E sicuramente non le impari a lezione di chitarra. David Eugene Edwards, bontà sua, è uno che sembra averci capito qualcosa: si presenta sul palco del Teatro Rasi in orario, al lato destro, armato di due chitarre elettriche, un banjo, un microfono anni cinquanta che fa uscire la sua voce come se fosse dentro una radio ed un microfono normale che fa uscire la sua voce come se fosse dentro una chiesa. E qui siamo dentro una chiesa, precisamente Santa Chiara, edificio di culto del tredicesimo secolo da tempo sconsacrato ed adibito a teatro. Con il palco scavato dentro l’abside la cui volta è illuminata a giorno. Il che significa che stasera, al suo quarto concerto ravennate in un paio d’anni, il figlio del predicatore gioca in casa.
Per l’occasione sfoggia il suo vestito migliore: gruppo a tre elementi con Ordy Garrison alla batteria ed il sempiterno Pascal Humbert al basso (al suo fianco fin dai primi giorni di Sixteen Horsepower). E dopo una sorta di drone introduttivo per fare accomodare ai posti numerati i ritardatari, inizia a predicare e ti spazza via con il concerto più emozionante dell’anno. Un trionfo d’umor nero e vecchi canti indiani, caricati di una tensione e di una teatralità quasi insopportabili, come se David avesse deciso di autoimmolarsi per i nostri peccati. Quel che fa la differenza in un concerto di Woven Hand è una componente che sfugge alla descrizione verbale e al lessico musicale, una sorta di trasporto mistico del musicista all’interno del flusso musicale che non ha quasi nulla a che fare con la concezione più classica di psichedelia. Sembra, a tutti gli effetti, pura e semplice sofferenza sfoggiata a gran voce e mediata da una rettitudine incrollabile nel suonare il proprio strumento. Qualcosa a cui nemmeno i bellissimi dischi di Woven Hand possono prepararvi, quasi come se la dimensione live sia qualcosa a sè, quasi che la band abbia trovato -a forza di perfezionare ed irrigidire il mestiere- il modo di costruirsi, ogni sera, attorno ai deliri di un chitarrista fin troppo dentro al proprio ruolo. E sarebbe tutto inutile se Edwards non fosse il performer che è, e non avesse dentro quel qualcosa che è innato e che nemmeno in quindici anni di pratica riusciresti a guadagnare.
Il risultato è una performance brutale e violenta, ai limiti dello psicodramma, durante la quale è quasi impossibile rimanere seduti a guardare come se si trattasse di un concerto di musica. E se ne esce, come pubblico, sostanzialmente demoliti. Tutto quello che non ha fatto un’ora e passa di set, su cui scrosciano applausi entusiasti, lo fa il bis: una monumentale cover westernata (scusa Bugo) di Heart and Soul che toglie la sobria rigidità dell’originale e ne lascia intatto il carico emotivo. Prima di lui aveva suonato Six Organs Of Admittance, con uno dei concerti più belli tra quelli suoi a cui ho avuto modo di assistere. Psichedelia freak-folk tirata e compressa a tre chitarre con un eccellente lavoro di contorno di Elisa Ambrogio (Magik Markers), una trama di feedback ad alto volume che in altre sere sarebbe stato qualcosa di enorme. Ma alla fine del concerto di Woven Hand, purtroppo, è difficile ricordarsi di qualsiasi altra cosa sia successa nelle ultime settimane.
Voi probabilmente non avete mai provato a far su un pastone indigeribile di industrial noise contemporaneo usando tape loop, registratori a nastro, lettori CD vecchi, tastierine del cazzo e batterie elettroniche distorte con qualche pedale per chitarra di seconda mano. Io sì, e grazie al cielo ho deciso -in tempi non sospetti- che il mondo non meritava di ascoltarli. Il quale è un modo come un altro per dire che un certo tipo di noise rock da cameretta è genere per sua stessa natura masturbativo, autoreferenziale e poco avvezzo al compromesso, e che la differenza tra grandi artisti e segaioli impenitenti è data da un misto tra la capacità di attrarre attenzione su di sè e la capacità di creare punti d’aggregazione tra artista e pubblico -due caratteri che in certi momenti, come nel caso di chi stiamo parlando, faticano a distinguersi. Shit&Shine cammina da anni sulla sottile linea rossa tra ferocia ed onanismo cercando di indulgere quanto più possibile nella prima senza farsi attirare nel buco nero del secondo. Va detto che S&S non è manco per sbaglio un’accolita di debosciati perditempo al quarto anno di ragioneria, ma un progetto con una direzione precisa, qualche membro celebre (tipo Craig Clouse, uno che ha fatto l’uomo di fatica degli Hammerhead venti minuti prima che la band si sciogliesse e si è riciclato con Todd facendone uscir fuori il gruppo-simbolo del noise rock anni 2000) una discografia di tutto rispetto, per non parlare di concerti in cui si dice riescano a sfoderare una dozzina di batteristi e delle file di amplificatori che i Sunn (o))) se ne sarebbero tornati a casa con l’invidia del pene. Il tutto ovviamente si rispecchia nella musica contenuta in questo 229 2299 Girls Against Shit, una teoria cacofonica di riff registrati come se stessimo dentro il culo di qualcuno, voci filtratissime, batterie spappolate e momenti di marciume industrial-noise autistico stordito e ripetitivo (e sia chiaro che son complimenti) su cui la band calca talmente la mano da farne uscire fuori una sorta di sinfonia psichedelica allo sfasciume dell’esistenza contemporanea. Niente di nuovo, eccezion fatta forse per le dimensioni del tutto, ma è certo che qui c’è un gruppo che vive e lotta insieme a noi. Noi inteso come una cerchia di persone che in vita han perso qualche ora cercando di produrre un pastone indigeribile di industrial noise contemporaneo usando tape loop, registratori a nastro, lettori CD vecchi, tastierine del cazzo e batterie elettroniche distorte con qualche pedale per chitarra di seconda mano.
I più attempati di noi hanno probabilmente memoria di un tempo e un luogo nei quali tale Polly Jean Harvey produceva dischi tristi depressi e disturbati. Non è che fosse la più cattiva o la più carina o la più disturbata o quella che scriveva i pezzi migliori. Era un po’ l’insieme. La metteva in un posto dove prima non c’era nessuno.
Evangelista è il gruppo di Carla Bozulich. Si chiama come l’ultimo disco solista di Carla, e il motivo del cambiamento è sconosciuto –nel senso, Carla Bozulich sta a Evangelista come Evan Dando sta a Lemonheads. La musica di Carla è cosa nota: cantautorato melodico apocalittico di ascendenza postfolk che s’aggira in giro per il roster Constellation mentre cita un po’ Jarboe un po’ Polly Jean un po’ certo folk europeo –soprattutto- Carla Bozulich. Nel caso abbiate già deciso che è il vostro genere di portata, probabilmente vi interesserà sapere che Prince Of Truth è probabilmente il suo disco più ispirato e sciolto di sempre e contiene momenti di grandissima scrittura senza sacrificare tensione impatto e malessere; o che -se preferite- è il disco di Carla B dove tensione impatto e malessere sacrificano meno una scrittura che dir scintillante è poco. Cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia. E mette (definitivamente) Carla in un posto dove prima non c’era nessuno. Manco PJ Harvey, tanto per dire.