Idlewild: Post Electric Blues (Cooking Vinyl)

Simone Varriale | 6/10/2009

Idlewild+Post+Electric+BluesGli Idlewild me li sono persi nel 2002, dopo l’uscita di quel The Remote Part che ne sanciva (a detta della critica e della stessa band) la maturità. Il gruppo di Edimburgo ha poi registrato due album recensiti poco e tiepidamente, scomparendo dalle priorità dei media musicali. Nel frattempo ho cambiato città, ascolto musica diversa, e avevo quasi dimenticato che, in tempi non sospetti, avevano scritto un gioiellino come 100 Broken Windows. Il nuovo album invece è stato realizzato da una band senza contratto e con l’aiuto finanziario di alcuni fan.* Può darsi che tra un mese sarà stato recensito da tutte le webzine che contano: chi può dirlo? Le vie dell’hype sono misteriose. Ma direi che per quanto oscure, non passano da queste parti da un pezzo. Gli Idlewild sono ancora i provinciali innamorati dei REM e degli Smiths che ricordavo, ma con meno anfetamina degli esordi e un respiro maggiormente epico (springsteeniano?), senza negarsi qualche apertura folk (o almeno ciò che un italiano percepisce come tale da una band scozzese). Si potrebbero aggiungere aggettivi che abbiamo interiorizzato come una seconda natura: onesto, genuino, classico, e l’intramontabile autentico. Direi persino “romantico”, ma con l’avvertenza che questo romanticismo non causa ne il diabete ne il voltastomaco.

*Il disco esce il 5 ottobre, ma chi ha deciso di finanziare la band ne ha ricevuto un’edizione speciale a giugno. Per conoscere i dettagli della faccenda, leggi qui e poi qui.

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LA CRISI, parte #3 – Vediamo che te ne fai di tutti quei moncherini dieci anni dopo

Francesco Farabegoli | 5/10/2009

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Nel 1996 uscì una stroncatura di October Rust (è un disco dei Type O Negative, per chi non lo sappia), su Rumore. Rumore era l’unica rivista che compravo senza saltare un numero, così quando mi vollero doppiare la cassetta risposi “mah, ok, falla pure. Ho sentito che fa schifo”. Non è per dire del disco, è più per dire della percezione. Non era nemmeno del tutto vero, o almeno nel corso degli anni mi sono ritrovato ad ascoltare October Rust molto più spesso di altri grandi dischi dell’epoca. Che so, il primo disco degli Skinlab, rece positivissima dello stesso autore. Oggi non succederebbe, naturalmente: cercherei autore e titolo su google, skippando le stronzate commercial tipo Amazon e guardando come è stato accolto in generale –se c’è controversia magari aggiungo rapidshare in fondo alla search tag e vedo se qualcuno ha cacciato su il leak, facendomi un segno della croce per evitare che Gesù mi mandi all’inferno per avere usato troppe parole in inglese. Negli anni novanta la sola idea che per valutare un disco potesse nascere il concetto di aggregatore à la Metacritic ci avrebbe fatto cagar sotto dalla paura, e molto probabilmente avremmo piantato baracca e burattini prima di trovarci invischiati in qualsiasi ripescaggio circolare à la anni zero (ma quanto ODIO questa definizione). Col cazzo, nemmeno per sogno. Pillola blu.

Era un mondo diverso. La stroncatura era una cosa pericolosa, maligna, beffarda, insidiosa e un po’ da segaioli. La stroncatura era arte del meglio rompere l’uovo oggi così da non porsi il problema di una gallina vecchia in futuro, o il piacere perverso di soffiare sopra al castello di carte che hai impiegato sei ore a tirare in piedi. La stroncatura, nella sua forma più pura, era una specie di nota di colore in mezzo al grigio dello sconforto in cui un disco di merda gettava l’autore. E allora via, cercare di spalar fuori il grigio e buttar dentro un po’ di luce, fregandosene a man bassa di quanto e come il gruppo abbia sofferto, penato, buttato impegno e soldi nella scrittura dei pezzi, nella registrazione del master, nel trovare un’etichetta. Se ci pensi intensamente te li puoi quasi immaginare, loro e i loro panzoni a melanzana che stappano la terza birra e rimettono su il disco dei $”£&%/&”£$! per assicurarsi che faccia DAVVERO così schifo. La stroncatura, come categoria letteraria, è una specie di spin-off del vivere civile che cerca di dare per un solo momento il nome giusto alle cose ed annullarsi nell’annullamento dell’oggetto di cui consta. Se sortisce un effetto, il mondo dimenticherà che i $”£&%/&”£$! han fatto uscire un disco, dimenticando la stroncatura e palla al centro. Dal punto di vista della prospettiva storica e dell’analisi costi/benefici, la stroncatura è più svantaggiosa dell’acquisto di uno Swatch. Non porta alcun vantaggio al critico che la concepisce e la stende, men che meno alla rivista che la pubblica. Spesso chi l’ha compilata e pubblicata passa (in un mondo dove tutti si son sempre fatti i favorini) per un sacco di merda che sputa veleno per regolare chissà quali conti con la band. L’esercizio della professione (e/o professionalità) del critico può essere svolto secondo un altro paio di logiche.

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Si può continuare a parlare bene di tutto, ad esempio. O parlare solo bene di certe cose selezionate lasciando il proprio chiassosissimo silenzio a scremar fuori la merda. C’è un’altra cosa che contraddistingue la stroncatura: non crea empatia. Creare una sintonia con il proprio pubblico è ancora abbastanza importante, e spesso l’esaltazione data dal venir sommersi di bellissima musica mette alla luce buoni pezzi di fanatismo rock’n’roll (tipo Lo Mele, Colasanti o Zingales). La stroncatura cieca e feroce lascia l’autore fuori da tutto questo, alla mercé del fan che grida allo scandalo, del gruppo che grida alla calunnia e via di questo passo. Come spesso accade nello svilupparsi di una dinamica di lungo periodo, un parere negativo ragionevole su tutto questo tende a rendere irragionevole il tutto. In un saggio incrociato sulla stroncatura che uscì su Duel quando avevo l’età per leggere Duel, Mereghetti scrisse che leggere il parere positivo su un film senza qualità era molto meno irritante che leggere la stroncatura di un buon film: nel primo caso è chi firma a perdere la sua credibilità personale, nel secondo caso è la natura della critica a suonar male –AKA, ci si sente tutti un po’ più sporchi. E allora bastonate su chi ha tirato la bastonata, il che ha un senso -soprattutto in un’ottica revisionista. Una volta non sarebbe successo. Era un mondo diverso.

E così la stroncatura è sparita, come è giusto che sia. Ne rimangono tracce in qualche museo delle cere, tipo le stroncature sportive di una Pitchforkmedia che ogni sei mesi non si fa mancare un bel 2.4 a qualche gruppo di grido, sortendo spesso l’effetto del bossettino di quartiere che vuol far vedere chi comanda. O nel cordoglio peloso in memoriam quando salta fuori dagli annali uno Stefano Tamburini che scriveva insulti a Brian Eno sotto pseudonimo come tenutario di chissà quale sapere; O in alternativa una mezza dozzina di maschere, eufemismi e dubbi di facciata, come se il bianco e il nero non esistessero e ci fosse sempre una luce in fondo al tunnel. Il che secondo la legge dei grandi numeri è verissimo, ma è altrettanto vero ed insindacabile che la maggior parte dei dischi che vengono ascoltati, recensiti, adorati e infilati nelle nostre utilissime playlist di fine anno fanno SCHIFO-AL-CAZZO, specie se visti attraverso la lente di una prospettiva storica anche solo quinquennale.

.,..

LA CRISI, in qualsiasi caso la si voglia mettere, è anche una crisi del buon gusto. Ce n’è troppo, ed è ovunque: il parere ragionevole entra sistematicamente a gamba tesa sul parere negativo, stroncando il dissenso. Per qualcuno che ha passato dieci anni (o due, o tre) ad ascoltare un disco dopo l’altro, la musica perde parte del proprio valore intrinseco, la si inizia ad ascoltare per trovarci cose note e belle o per essere disattesi. Un disco non è mai buono o cattivo in se stesso, ma in relazione ad un mercato musicale che è quello che è. Ascoltare musica oggi vuol dire anche saper imparare quanto sarà buono un disco leggendo i pareri positivi in calce, un tenerissimo passatempo con il quale io e molti amici miei ci sollazziamo. Se la stroncatura cede il passo a dubbi tiepidi e/o silenzio stampa, l’intervallo di confidenza dell’indice di gradimento si sposta a destra, come una specie di tasso d’inflazione del gusto musicale. Volendo parlare di numeri, nel 2009 è lecito mollare un sette a dischi che nel ’96 sarebbero arrivati sì e no al cinque e mezzo –mentre magari i cinque e mezzo di allora oggi vengono ristampati e riportati in auge da una critica che allora dormiva, o più probabilmente non aveva perso del tutto l’amor proprio. Volendo rincorrere Marcel Duchamp si potrebbe fare affidamento su un impianto teorico ben oltre la dicotomia, ragionare sull’impianto e quant’altro, ma nel pensare a dischi brutti io ho in mente gente tipo Kings Of Leon e derivati, robe per cui tirar fuori Duchamp mi pare solo un po’ fuori contesto. Ricordo una cosa che ci disse la professoressa di fisica in seconda liceo: la matematica è un’opinione, e bisogna rispettare le opinioni degli altri. Non credo abbia mai ascoltato Steady Diet Of Nothing, o avrebbe aggiunto che c’è una misura per tutto. Era un mondo diverso. Forse oggi sarebbe d’accordo con me in merito al fatto che se tutto è bello niente lo è più davvero. E che il risultato, musicalmente ed editorialmente parlando, mi pare sotto gli occhi di tutti – in qualche modo.

Lou Barlow – Goodnight Unknown (Domino/Self)

Redazione | 5/10/2009

Eccovi lo streaming del nuovo album di Lou Barlow.
Enjoy!

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DiD – Kumar Solarium (Foolica/Halidon) + intervista

DidunoIl bello della musica italiana da “dancefloor forbito” , come mi piace definirla, è il riuscire ormai a camuffarsi fino all’ultimo dietro un accento anglofono posticcio pur di non dirti che qui non siamo nè a Detroit, nè a Bristol, nè in qualche Mecca degli hipsters con le foglie che cadono e i tramonti da cartolina al neon: qui siamo a Torino e ci siamo arrivati a bordo di una Panda. E ci stiamo ballando sulla Panda, precisamente sul cofano e con Kumar Solarium, l’esordio in occhialoni e lucine degli ottimi torinesi DiD, andati ad arricchire il roster (e le scommesse vinte dopo The Vickers e Camera237) della mantovana Foolica Records. Potrei convincervi della bontà assoluta di questo disco solamente dicendovi che è un maremoto di “tum-cha” e “claps” dal gusto funk talmente devastante ed irresistibile che persino un debosciato impettito e misantropo come me non può fare a meno di tenere il tempo con qualsiasi parte del corpo al di sopra e al di sotto del bacino. Questo perché quando si arriva a Time For Shopping e Solarium sarà il vostro bacino stesso a godere di vita propria e a prendere il controllo della situazione. Non c’è una sola traccia, tra le undici totali, che sia priva di carisma. Nemmeno una. Non c’è un dannato calo di ritmo, di coinvolgimento o un groove debole. Un pò di elettronica e tanto basso (Sex Sometimes), cassa e rullante, loop e riffettini di quelli che si scavano una tana in testa per dei giorni (Breakdance). Piccole, ma azzeccatissime, colonne sonore da clichè festaiolo (Saturday Night, Crazy Yes) concludono con successo l’opera del “far muovere il culo ad oltranza”. Se fino ad oggi eravate sprovvisti dell’organo che dà il senso del ritmo, i DiD ve lo faranno crescere al primo ascolto, parola. (A. G.)

Il remix di “Time For Shopping” si può scaricare gratuitamente qui!
Foolica Records chi?

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Qui di seguito trovate l’intervista che Simone ha fatto a Guido Savini durante i Vitaminic Days, ormai diversi mesi fa. I DiD avrebbero dovuto aprire per Wavves – quella sera invece, come ricorderete, non suonò né l’uno né l’altro. All’uscita di Kumar Solarium, però, abbiamo deciso di pubblicare comunque l’intervista, che ha un qualche tipo di valore… affettivo. In effetti, avrebbe dovuto essere la prima volta che i DiD pronunciavano in pubblico il nome del loro primo album. Che volete farci, siamo romantici; e alla nostra piccola storia ci teniamo. (M.P.)

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Due EP pubblicati a cavallo tra il 2008 e il 2009 (Ask U2 e Time For Shopping), tanta voglia di far muovere il culo e un suono che ci ha fatto perdere la testa. Guido Savini ci racconta dei DID, icone gialle di una città grigia.

Vi definite “yellow punk funk” e dal vivo (stando alle foto sul myspace) siete vestiti di giallo. Quindi la domanda è d’obbligo: perché i DID sono gialli?
I DID sono gialli perché ce la mettono tutta per essere divertenti, suonano post-punk e sono sempre più noisy.. ma ammiccano all’elettronica e ti fanno ballare.. se fossero blu, verdi o rossi ti sembrerebbero meno leggeri e potresti prenderli sul serio, invece sono gialli, adorano lo struscio da dancefloor, e il sudore, e le luci stroboscopiche. Siamo dei decadentisti del clubbing. Perdonami le espressioni sognanti, ma non so davvero più come rispondere a questa domanda.

Che riscontro state ottenendo dal pubblico?
Stiamo spaccando. I nostri due EP sono stati due successi di pubblico e critica, il primo su Kirsten con record di download, il secondo su Circolo Forestieri è andato sold out in quattro mesi. Tra un paio di settimane siamo headliner al White Heat (serata culto londinese), abbiamo finalmente finito di registrare e il nostro materiale è a New York ai WWSM studios, nelle mani dello stesso uomo che ha lavorato con LCD Soundsystem e !!!.

Ho letto che il progetto esiste da otto anni. Quindi, in teoria, dovreste avere dei cassetti pieni di nastri (o hardisk pieni di tracce) da lasciare ai posteri. Eppure prima dell’EP Ask U2 (2008) non avete pubblicato nulla, scelta precisa o questione di circostanze?
Tu pensi che in un posto come l’Italia sia facile per un sedicenne o un diciottenne pubblicare del materiale? Ci vuole un po’ per capire come funziona, perchè nessuno te lo verrà a spiegare.
Inoltre potrebbe aiutare se ti metti a fare una serie di professioni (tutte contemporaneamente) il promoter, il giornalista, il booker, il Dj.. Perchè alla fine come suoni non conta poi piu di tanto.

Domanda di rito (e di buon augurio): come procedono i lavori per il primo album? Dobbiamo aspettarci qualcosa di nuovo?
L’album esce a metà settembre, si intitola Kumar Solarium (questa è un’esclusiva), dovete aspettarvi di tutto: Afro Beat, Post Punk, Italo Disco…

In un’intervista su Rockerilla hai fatto intendere che, sostanzialmente, per le band italiane all’estero ci sarà sempre poca trippa per gatti, solo “dieci fan inglesi e giapponesi”. Ultimamente però qualcuno sta ottenendo risultati incoraggianti: penso al successo di Banjo Or Freakout in UK, al percorso che ha portato gli A Classic Education ad esibirsi al South By Southwest, ai Jennifer Gentle che escono con Sub Pop, agli Aucan che hanno concluso un lungo tour europeo.. Cosa ne pensi?
Non ho detto questo. Mi si chiedeva se fosse un buon momento per le band anglofone in Italia e io ho risposto ASSOLUTAMENTE NO, ho aggiunto che valeva la pena di cantare in inglese ANCHE SOLO per dieci fan britannici o giapponesi, che almeno capiscono cosa stai cantando. Lo penso tutt’ora, adoro le band che hai citato, ma qui non le cagherà mai nessuno, e non credere che la cosa mi faccia piacere. A fine mese suoneremo al White Heat, a Londra, è lì che ci giochiamo la nostra credibilità, qui non siamo credibili a prescindere perché non cantiamo in italiano. Detto questo le mie band italiane preferite, alle quali auguro un successo planetario, sono Movie Star Junkies e Dance for Burgess.

Dì la verità, l’idea del myspace dedicato ai remix l’avete fregata agli Holy Fuck.. A parte gli scherzi, oltre alla circolazione online avete pensato al vecchio (e dispendioso) supporto fisico? Intendo sia per le versioni di Time For Shopping che per eventuali remix futuri.
Presto ci sarà un vero e proprio contest per remixare Time For Shopping e faremo una release dedicata, sulla nostra etichetta Foolica Records! Ci sarà da divertirsi, non vedo l’ora (nel frattempo il contest è stato lanciato ed è qui, nda).

Secondo te la musica dei DID è influenzata in qualche modo dalla città di Torino?
Sì. Me ne sono accorto l’ultima volta quando eravamo a Bologna a registrare. I nostri brani sono scuri, chiusi in sé stessi e in un certo modo industriali, proprio come la nostra città, la scelta del giallo crea una contraddizione forte con queste sensazioni, una contraddizione che ci piace. Da un po’ di tempo a questa parte, quando sono via da Torino sto meglio.

I DID dal vivo: sono pari-pari al disco o c’è da aspettarsi qualcosa di più (o di meno)?
..e tanto il disco non l’avete ancora sentito! Scherzi a parte, dal vivo siamo più sporchi, e abbastanza violenti. Abbiamo due batterie e siamo molto noise, cavalchiamo l’aspetto più post-punk del progetto, anche se la cassa rimane dritta e il pubblico solitamente balla. (S.V.)

I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 4/10/2009

Mayer_HawthorneEccoci a un nuovo appuntamento con il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni mercoledì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. Nonostante sia l’ultima puntata di settembre, negli studi di Via Berretta Rossa la temperatura è ancora alta e il caratteristico afrore del dj si fa sentire. Ma troppi acquerelli sono ormai passati sotto i ponti per Enzo e la Fagotta, e così tra un disco e l’altro ci si consola con una telefonata della Donna Di Prestigio, illuminante come sempre.
Questa la playlist della serata:

Tutankamon – Have You Ever Been In Love?
The Clientele – I Wonder Who We Are
The Pastels / Tenniscoats – Vivid Youth
Phoenix – Rome (Neighbours with Devendra Banhart remix)
Buzz Aldrin – Small Bad Talk With Koala Friends
Mayer Hawthorne – Make Her Mine
Ray Rumours – Meaningless Words
The Tunas – Kickstart Your Heart
Califone – Funeral Singers
[in collegamento da Roma La Donna di Prestigio per una rubrica che non sappiamo se si chiama ancora "Alcolismo & Moquette" ma che ci piace sempre tantissimo]
Miike Snow – Animal (Mark Ronson remix)
Taken By Trees – My Boys
Girls – Laura

Scarica la puntata in mp3…
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

In esclusiva italiana su Vitaminic: “Love Like Sunset” dei Phoenix remixata dagli Animal Collective!

Marina Pierri | 1/10/2009

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Siamo molto onorati di essere stati scelti per ospitare un esclusivo remix dei Phoenix da Wolfgang Amadeus Phoenix (uno dei pezzi più belli a dire il vero) ad opera degli Animal Collective. Possiamo dirlo? Siamo gasati. È esclusivo.


Words From Deacon/Animal Collective…


‘This spring i was in Panama with Brian. We were cramped into a van on a bumpy, winding central american road going a little too fast. Feeling a little edgy, I put on my headphones and listened to United and Alphabetical back to back. I watched passing fruit stands, a sweet central american dusk and memories of the massive schools of jelly fish, snapper, and trevally; the few dolphin and even the few bluefin tuna (too few) that Brian and i had just had the joy of diving with. The blend of all of these things put me at ease.  Phoenix has been a staple for all four of us since Dave and Noah brought home United from the record store they used to work at.  One of the records that would get us through some of those long cross country tour drives, we’ve listened to Phoenix’s jams many many times.  We were all totally psyched to get asked to do this and it was super fun to work on it.
All the best to those dudes.’

Scarica l’mp3 di Love Like Sunset (Animal Collective RMX – Deakin’s Jam)
o ascoltalo qui sotto

Fiery Furnaces Contest!

Marina Pierri | 1/10/2009

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Che vi sia piaciuto o meno l’ultimo I’m Going Away, vedere i Fiery Furnaces dal vivo è un’esperienza pressoché imprescindibile. Anche perché se Eleanor Friedberger, con il suo stile impeccabile e il suo portamento da top model, ha stregato Alex Kapranos – beh, non si vede perché voi non dovreste uscire, a fine concerto, cotti come delle pere oltre che perduti nel sound di una delle migliori band in circolazione (e non lo diciamo affatto tanto per dire).

Detto questo: i fratelli sono in città, qui da noi, a Milano. Al Musicdrome. Domani sera. E siete matti se non ci andate, specie che potreste andarci gratis con noi.
Abbiamo ben 4 biglietti da regalarvi: fatevi sotto.

Per vincere (scriveteci ) vitaminicontest (at) gmail (dot) comcon risposta a questa domanda (e nome + cognome!)

come si chiama la canzone dei Franz Ferdinand ispirata da Eleanor Friedberger?

Firekites: The Bowery (Own Records/Audioglobe)

Enrico Amendola | 1/10/2009

CG_CoverPeople are like season, cantavano i Sophia.. E se noi siamo come le stagioni è anche per colpa (merito?) dei dischi che ascoltiamo. Almeno noi che siamo fatti di ossa, carne e melodie. I Firekites vengono dalla lontana Autralia a ricordarci che l’autunno ha fatto nuovamente ingresso nella nostra quotidianità, lo fanno in punta di piedi, attraverso forme di pop aggraziate ed acustiche, ma senza lasciare spazio ai dubbi. Infatti, ascoltando le canzoni di The Bowery, sembra di assaporare l’odore dell’erba bagnata dalla pioggia, attraversando tutte le sfumature di grigio che è possibile scorgere in cielo. Uno ci può girare intorno quanto vuole, questo non è un disco difficile da descrivere, in tal senso basterebbero due nomi: Kings Of Convenience e Sodastream. E’ come un piccolo ritorno di quello che veniva considerato il NAM, ma soprattutto è un disco estremamente carezzevole, che si fa amare per la sua semplicità e la soffice emotività diretta. I dischi sono come le stagioni. E noi siamo come i dischi che ascoltiamo.

Visita il myspace dei Firekites
Guarda il video di Same Suburb Different Park
Guarda il video di Autumn Story

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