Siamo tornati, bastardi!

Francesco Locane | 14/10/2009

bastardi-senza-gloriaAmiche e amici di Vitaminic, rieccoci! E’ cominciata martedì la nona stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema di Città del Capo – Radio Metropolitana di Bologna, in onda ogni martedì alle 2230. Come i “dieci piccoli indiani”, siamo rimasti in due: chi vi scrive e Tommaso “l’anziano” Simili, ma tutti gli altri conduttori storici della trasmissione interverranno di volta in volta.

Prima puntata coi botti: ben tre film in scaletta. Il primo non poteva essere che il capolavoro di Quentin Tarantino Bastardi senza gloria. L’abbiamo detto in onda, lo ripetiamo qua: andatelo a vedere in lingua originale. Nessun vezzo cinefilo, è che proprio nel film si parlano quattro lingue e la loro alternanza produce senso. Un film splendido, scritto magistralmente, interpretato alla grande e messo in scena con un senso visivo ancora più spiccato che nei lavori precedenti del regista.

Pausa con il trailer: in molti credevano che avremmo recensito l’orrido Barbarossa, e invece basta mandare in radio la sua pubblicità per capire perché non ha senso farlo. Martinelli, è anni che te lo diciamo: fa’ altro, per pietà, basta che non sia cinema.

Secondo film, altro grande nome, quello di Woody Allen che firma Basta che funzioni. Dopo la parentesi angloispanica, Woody torna alla sua amata New York e, abile burattinaio, mette in scena caratteri forti e diversi, facendoli incontrare e scontrare. Lo ameremo sempre.

Infine, Ricky, ultimo lavoro di François Ozon, coprodotto dalla nostra Teodora film. Ozon ha sempre in sè la voglia di sorprendere: a volte lo fa con buoni risultati, talvolta meno. Per questo film si ispira a un racconto per ragazzi e, narrando una sorta di fiaba, parla in realtà della quotidianità, servendosi di ottimi attori. Più profondo di quel che sembra.

Bene, è tutto! Se volete, scriveteci a secondavisioneAThotmail.com, e alla prossima settimana!

Oh, what are you doing Sunday baby? (ovvero: la nostra pagina eventi su Last.fm)

Redazione | 13/10/2009

Graceland--Elvis-Presley-Enterprises--Inc-Elvis-in-Concert--1957-13491Torna l’autunno, ricomincia un po’ ovunque la programmazione di locali vecchi e nuovi, di colpo aumenta sensibilmente l’offerta live (che nel periodo estivo in gran parte d’Italia è scarsina, almeno per il tipo di musica che più piace a noi e a voi).

Orientarsi non è sempre facile, se non si hanno amici bene informati e con gusti simili ai propri. Noi di Vitaminic, visto quanto abbiamo a cuore la musica dal vivo (con tutte le persone che ci stanno dietro, dagli artisti che girano il mondo a chi si sbatte per portarli qua tra mille difficoltà, fino a chi affronta decine di chilometri per andarsi a vedere un concerto), vogliamo continuare a fare la nostra parte.

Ecco perché vi segnaliamo la nostra pagina eventi di Last.fm.
Non c’è bisogno che siate iscritti al social network music-geek per eccellenza. Appuntatevi il link (ma ci potete arrivare anche dalla voce “Calendario” qui a lato): potrete trovarci una selezione costantemente aggiornata delle date italiane degli artisti internazionali che ci stanno più a cuore, dei festival che più meritano, dei release party ed eventi da non perdere. O semplicemente di quello che di più interessante offrono nel prossimo weekend le città più grandi, ma anche le spesso più intraprendenti piccole realtà di provincia.

Nessuna pretesa di esaustività: solo un posto da cui partire e ispirarsi per trasferte e programmi – e per evitare qualche volta di dover dire DOPO “accidenti, non lo sapevo e me lo sono perso”.

Mayer Hawthorne: A Strange Arrangement (Stones Throw/Goodfellas)

mayer-hawthorne-album-coverMayer Hawthorne, pube de oro del revival rhythm ‘n’ blues, ha scritto/suonato/prodotto un esordio di quelli che si dicono oggettivamente belli: arrangiato con gusto e con un tasso altissimo di melodia e nostalgia. E’ proprio per quest’ultimo aspetto che ho trovato A Strange Arrangement abbastanza noioso, oltre che fondato su una concezione distorta del sound e dell’immagine Motown. Non c’è nulla di male se una produzione come quella dell’etichetta di Detroit viene ripresa e/o decostruita in una stanza da letto con un quattro piste. Tuttavia il vecchio Barry Gordy produceva canzoni come se fossero automobili per fare soldi a palate e per suonare al passo coi tempi (”the sound of young america”). Hawthorne invece realizza un remake di quel suono, con i mezzi degli anni Duemila, per suonare vecchio. Senza decostruire una cippa, ma aggiungendo l’aura del do-it-yourself e del nerdismo da cameretta a una storia di produzioni seriali e di business da squali. La cosa che mi lascia perplesso è che questa versione hipster del rhythm ‘n’ blues possa essere scambiata per qualcosa di intrinsecamente migliore rispetto a (per dirne una) Amy Winehouse: che nonostante i rimandi al genere suona contemporanea ed è compromessa col mercato quanto la vera Motown.* Inoltre il ritmo generale del disco è abbastanza insipido, con la produzione focalizzata sull’effetto-epoca piuttosto che sul groove. Capisco che possa piacere quanto a me piace Blank Dogs (che fa un gioco simile con un genere diverso). Tuttavia se parliamo di black music, dove black si riferisce alle sonorità e non necessariamente al colore della pelle, preferisco i terroristi come Tricky e i maleducati come la Winehouse. (S.V.)

*Ovviamente lo è anche Hawthorne, ma la sua immagine è pompata enfatizzando l’amatorialità e la casualità del progetto.

Mayer+Hawthorne+MayerHawthorne

Se c’è una cosa bella del sound della Motown, di certo soul e -per certi versi- del beat, è che sono gli stessi da cinquant’anni e ogni volta ti fanno sentire come se il groove fosse l’elemento fondante dell’umanità tutta e come se quella canzone degli Isley Brothers sia stata scritta proprio per te, per quelle fantastiche e assolatissime domeniche mattine in cui ti alzi dal letto e va tutto bene.
Mayer Hawthorne -d’accordo- è il profeta di turno di certo miracoloso verbo e noi, a dire il vero, non aspettavamo altro.
A prescindere dall’autenticità del progetto (davvero, importa ancora a qualcuno nel 2009?) quello che conta è che questo esordio vanta dodici canzoni che ti rimettono in pace con il mondo: da Just Ain’t Gonna Workout fino a Green Eyed Love, il ragazzotto di Detroit punta in alto dalle parti di Curtis Mayfield e Smokey Robinson, voce morbida e melodie dolci, senza dimenticare certo soul e r’n'b degli ultimi tempi, con Jamie Lidell e John Legend in testa a guidare il trenino (insomma, roba buona).

Sarà anche una musica un po’ datata, ma ogni volta che esce dallo stereo è fresca come fosse ancora il 1972. (N.A.H.)

Ascolta il disco su Rolling Stone Italia e leggi l’intervista
Guarda un live con i The Roots

Mayer Hawthorne sarà in Italia il prossimo Novembre, ecco le date:

4 Novembre – Roma, Circolo degli Artisti
5 Novembre – Vercelli,  Cavalli& Stalloni


Sufjan Stevens and Osso – Run Rabbit Run (Asthmatic Kitty/Goodfellas)

Marina Pierri | 12/10/2009

rabbitcov452“Tradurre” – lo sapete se avete fatto studi classici – è tanto un azione quanto un concetto; uno molto dibattuto, in effetti, che attraversa diverse aree di fatto e potenzialmente. La complessità, diciamo, teorica, della traduzione va dal grado zero (all’interno dello stesso sistema) al grado N (tra sistemi differenti, prendete ad esempio il meccanismo della metafora), anche se esistono innumerevoli sfumature intermedie.
Ora, credo che in musica l’applicazione dell’idea di traduzione suoni un po’ anti-intuitiva, ma non lo sia affatto: come una versione acustica di una canzone è una traduzione, così gente come i Nouvelle Vague ha fatto della traduzione (tra generi) un mestiere. E via di questo passo. Fino ad arrivare al nostro Sufjan Stevens, che con Run Rabbit Run ha fatto una cosa non così diversa da quella che fanno i Nouvelle Vague.
Ma cosa ha fatto Sufjan? Ecco, ha fatto una sufjanata. Dicesi sufjanata = qualcosa di riconducibile all’avere titoli troppo lunghi delle proprie canzoni, seguire fili logici bizzarri di contiguità, scrivere dischi bellissimi ma abbastanza indigeribili, essere larger than life in tutto, dai suoni, ai cori, alle immagini, alle sensazioni per poi rifarsi, citarsi, sovracitarsi.
Queste ultime tre cose, indice già di loro di una megalomania straordinaria, riassumono il caso Run Rabbit Run, che è il remake del primo disco di Sufjan, Enjoy Your Rabbit, ispirato al calendario cinese.
Se accettiamo che ogni remake sia comunque una traduzione, questo disco lo è al quadrato: era elettronico, ora è… classico. Ovvero. Sufjan ha commissionato a dei musicisti sinfonici e di fatto a un quartetto d’archi (Osso String Quartet) il rifacimento in chiave orchestrale del disco. E ce n’è abbastanza per fare scoppiare la testa a Umberto Eco e a ogni semiotico che si rispetti perché a TUTTI i suoni elettronici è stato trovato un contrappunto analogico, con uno strumento che sia il violino, o il piano, o, che so, l’oboe. Roba da matti.
Per i più, RRR probabilmente è una sufjanata come tutte le altre e probabilmente una palla micidiale. Per i sufjanatici (cioé fanatici delle sufjanate, cioé noi), RRR non è solo buona musica: è Sufjan che vola più alto di quanto potrebbe permettersi e, quindi, è più Sufjan che mai.

Leggi la pagina del disco su Asthmatic Kitty
Leggi la recensione di Slanted

Fuck Buttons : Tarot Sport (ATP Recordings/Goodfellas)

Ray Banhoff | 12/10/2009

fuckbuttonsScarto Tarot Sport dei Fuck Buttons, lo infilo nel lettore dvd e lo lascio li qualche giorno. È come quando compri le pere al supermercato e aspetti che maturino per mangiarle. Si susseguono giornate di ascolti propedeutici, me lo porto in metropolitana, lo tengo su mentre cucino, insomma lo faccio fermentare. Ci studiamo. Devo capire come mai, nonostante a volte sia costretto a stopparlo per il fastidio che mi da, ci siano dei momenti in cui mi ipnotizza. A differenza di Street Horrrsing qui oltre al caos c’è altro, un suono “ascendente”, quasi mistico, che tra campionamenti tribali, danze attorno al fuoco, la giungla nera di Rough Steetz, lascia spiazzati. Andrew & Benjamin sono ormai due sciamani, non più i due tizi flippati con l’elettro noise che hanno trovato lo zenit del loro sound nei dieci minuti iniziali di Surf Solar. Non so, è come rivivere “Blade Runner” ma dal di dentro. Questo album è un’epifania dei primordi delle batterie elettroniche e al tempo stesso una colonna sonora. Mi sconvolge ascoltarlo in mezzo alle strade di Milano tra le facce dei pakistani e dei cinesi che si mischiano a mercato. Mi sembra, nei venti minuti The Lisbon Maru e Olympians di essere assolutamente nel mio tempo. Non è musica elettronica, non è sperimentale, è il sound caotico delle nostre vite caotiche, l’album che vorresti avere nello stereo in macchina il giorno in cui tutto il traffico si fermerà, la gente aprirà gli sportelli e scenderà per guardare in alto a bocca aperta. E così sia, in tutte le strade del pianeta, un giorno, Tarot, a manetta.

Visita il lisergico sito della band
Visita il sito della Atp Recordings
Guarda il video di Surf Solar
Guarda i Fuck Buttons in azione

Crayon Fields: All The Pleasures Of The World (Chapter Music)

Nur Al Habash | 9/10/2009

crayoncopertinaDai Chills ai Bats, dall’intero catalogo Flying Nun ai più recenti Lucksmiths, il pop che viene dalla Nuova Zelanda e dall’Australia è stato sempre ingiustamente sottovalutato, forse per una distanza geografica che a volte non si può colmare nemmeno con internet. Ecco, con l’uscita del secondo, bellissimo, album dei Crayon Fields sarebbe bello invece dargli il peso che merita (ed è un bel po’): All The Pleasures Of The World è uno di quegli instant classic che, per quanto ci si sforzi di andarci cauti, gettano nella più sfrenata adorazione già a partire dal primo pezzo. Mirrorball infatti è un decalogo di stile ed eleganza sul dancefloor, con una delicatezza che ricorda il dream pop dei Cocteau Twins e un ritornello da lacrime e fuochi d’artificio. Il resto del disco si mantiene su questo standard altissimo, spaziando tra fraseggiati ampi e retrò alla Camera Obscura e la pacatezza dei Cousteau, sfociando in un pop purissimo e onesto dalle parti dei già citati Lucksmiths. La vera ciliegina sulla torta poi, sono i ritmi cha cha e rumba che vengono rallentati ad hoc per vestire le composizioni di un velo di esotismo e romanticismo che rendono in un risultato finale insolito e irresistibile.
Insomma, siete pronti per gli applausi?

Guarda il video di Mirrorball su vimeo

Fruit Bats: The Ruminant Band (Sub Pop/Audioglobe)

Alice Lazzati | 9/10/2009

PrintI Fruit Bats non sono un gruppo invadente. Per dire, la storia del loro nome non è poi molto diversa dalla loro indole: a metà degli anni ‘90 il poli-strumentista Eric Johnson lo scribacchia su una delle tante cassette di demo e alla fine viene scelto perché sembra molto più ragionevole delle altrettanto scribacchiate alternative. Ecco, anche la band che nasce poco dopo non si distacca molto da questo compendio di assennatezza e modestia: tre dischi non troppo difformi e una compilation di rarities prima del nuovo The Ruminant Band, alti e bassi di canzoni che il leader si cuce addosso con maestria, pezzi per un difficile risveglio o per le sere in cui riordinare i libri impolverati dall’ultimo trasloco. Negli anni Johnson si concede a plurime distrazioni (senza però lasciare il fidato circolo Sub Pop di Portland) fra tour con Iron & Wine e Modest Mouse e la duratura collaborazione con gli amici Shins, per poi ritornare con un piano in testa per il nuovo album: scrivere e registrare il più veloce possibile e fare dei Fruit Bats quello che non erano mai stati, ovvero un gruppo vero e proprio. E ci riesce. Per quanto il loro folk-pop sembri a volte poco incisivo, pezzi come lo sgangherato country di The Hobo Girl e la ballata Beautiful Morning Light scacciano brutti ricordi e per una volta la maniacale attenzione per i dettagli (da poli-strumentista) non intacca l’ascolto. Alla fine i Fruit Bats restano lì fra i fin troppo egregi paragoni di Wilco e The Elected, ma crescendo pian piano s’insinueranno nei vostri ascolti più di quanto mai avreste previsto.

Visita il Myspace dei Fruit Bats
Guarda il video della performance di The Ruminant Band su KEXP
Guarda Eric Johnson cucinare su Blip.tv

No Age: Losing Feeling EP (Sub Pop/Audioglobe)

Ray Banhoff | 8/10/2009

Ci vuole arte anche nell’essere incompiuti. Questo Losing Feeling, emblematico EP firmato in calce dai No Age, sembra un messaggio in codice. Dopo due album zeppi di roba se ne escono fuori in formato vinile/mp3, quattro tracce scrause e tanti saluti. Ma un disco di quattro pezzi ha i suoi lati positivi: anzitutto non è palloso, in secondo luogo è così ridotto all’osso che è “pieno” di roba.
I primi dieci ascolti sono a vuoto, non ci tiri fuori nulla. Mancano le vecchie rasoiate di chitarra e l’effetto “registrato con un walkman da lontano e controvento”, ormai piuttosto modaiolo,  a cui eravamo abituati. Poi scatta qualcosa. L’iPod suona come il mondo nella provincia americana tra le 8 e le 9 a.m. tra mormorii, riverberi, voci in sottofondo mandate con il reverse, rumori delle onde e piccoli arpeggi di chitarra ribaltati e filtrati sovraincisi sul tram che passa. I primi tre pezzi che vagano tra i Sonic Youth di vent’anni fa e il disordine ed è tutto come calibrato sul finale  di You are a target in cui squillano le trombe e la schitarrata selvaggia e smanettona, anche un po’ scordata, diventa, mio dio, poderosa! Alla fine premi play e ricominci, finché non gira giusto e trova il suo senso. Più che un EP sembra il manifesto di un movimento (in cui potrebbero starci anche Animal Collective e Deerhunter), di un nuovo sound partito dal garage della casa dei genitori a Los Angeles e votato alla totale libertà espressiva, dove la tecnica lascia il posto all’eccentricità. L’importante è non essere un cliché. E poi ’sti quattro pezzi, son tutti belli.

Visita il Myspace della band
Leggi il loro blog
Guarda il video di Losing Feeling
Ascolta in streaming gratuito tutto l’EP sul su sito della Sub Pop

Modest Mouse: No One’s First And You’re Next (Epic Records/Sony BMG)

Giorgio Busi-Rizzi | 7/10/2009

No-Ones-First-And-Youre-Next-Modest-MouseFa un po’ effetto, diciamocelo.
I Modest Mouse sotto Sony sono una di quelle cose alle quali non puoi abituarti. Come quando rivedi quel tuo compagno di corso con la faccia da pazzo che animava il seminario su Vogliamo tutto e scopri che adesso lavora per la Mondadori. E si occupa di ottimi scrittori, per carità, e si veste sempre in quel modo impresentabile – però fa un po’ effetto. Quindi ci metti un attimo a convincerti ad ascoltare una compilation di outtakes e rarità degli ultimi cinque anni (circa). Certo, Building Nothing Out Of Something era la stessa cosa, ed era molto bello. Però allora i nostri suonavano ancora negli sgabuzzini dei garage seminterrati sotto le dépendances di sconosciuti indieclub sparsi nella più anonima provincia di Washington (lo stato, non il generale) – e ora vestono Sony.

Ma se ascoltandolo la sensazione rimane straniante, è per motivi diametralmente opposti. Perché l’EP è sicuramente molto immediato (leggasi: pop) rispetto alla produzione storica, ma è anche insospettabilmente più a fuoco degli ultimi lavori. Mantiene, cioè, un tono uniforme (magari perdendo un po’ verso la fine), al punto da dare un aspetto di coerenza al consueto folle percorso verso tutte le direzioni musicali. Che ci sono tutte-tutte, eh: nell’ordine un adorabile semi-plagio di Here come l’avrebbero potuta fare gli Okkervil River, la canzone con le chitarre arpeggiate, strummate, e poi maltrattate, una dolcissima marcetta a tempo di banjo (l’antininnananna Autumn Beds), la deriva dark-psichedelica che diventa ballatona coi chitarroni alla Built To Spill, la canzone con la Dirty Dozen Brass Band (che, beh, è una canzone con una band di ottoni in sottofondo), il dialogo banjo (onnipresente in quest’album) e violino (e chitarra elettrica) che accelera fino al dixieland, diventa canzonaccia piratesca e poi swing posseduto dal demone dell’indie-rock, infine una versione malriuscita della canzone-prototipo dei Modest Mouse. Fermi restando i consueti testi-fuori-di-testa e il drumming che insieme a chitarrine e chitarroni costituisce probabilmente il marchio di fabbrica del ritmo à la MM, il composto risulta meglio amalgamato delle recenti prove maggiori.
Negli USA è uscito una vita fa, ma fa ancora in tempo ad accompagnare con inaspettata spigliatezza il vostro autunno.

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Guarda il video di Satellite Skin
Guarda il video di King Rat, diretto (quasi interamente – per ovvie ragioni) dal fu Heath Ledger
Visita il canale Youtube ufficiale dei Modest Mouse
Assaggia tutte le canzoni di No One’s First And You’re Next in streaming su Pitchfork

Sparklehorse + Fennesz: In The Fishtank 15 (Konkurrent/Goodfellas)

Francesco Farabegoli | 6/10/2009

fish15Quel che succede in certi ambienti è che l’ambiente diventi una specie di melassa, o un pretesto, o un semplice bisogno d’appartenenza a mattoncini. Un indierocker con il pedigree ha sicuramente coscienza dell’operazione In The Fishtank. Nel caso non ne siate al corrente, comunque, si tratta del frutto dell’incontro tra un’etichetta olandese (Konkurrent) e un gruppo di artisti che all’etichetta piace un sacco. Meglio se sono due artisti in coppia, meglio se sono una coppia inedita. L’etichetta li fa entrare per due giorni in studio e pubblica in risultato. Come qualsiasi progetto che abbia incluso gli Ex in qualche sua fase, la serie In The Fishtank è figa. Non fa eccezione, naturalmente, un episodio nel quale Mark Linkous incontra Christian Fennesz, e che suona esattamente come suona qualsiasi altra cosa in cui c’entri quest’ultimo: sventagliate digitali avvolgenti ed elegantissime, arpeggi di chitarra, qualche voce soffocata, un mare di mestiere –tutto fatto benissimo e su cui è difficile dir cose sensate che ci portino più vicino al nocciolo. Probabilmente, visti i due musicisti in campo, sembra fin troppo sacrificato l’aspetto canzone, la dimensione pop del tutto; a volte Fennesz sembra quasi voler fare di testa sua ed ammantare tutto del suo marchio di fabbrica (sul genere se fosse stata Jukka Reverberi + Fennesz nessuno se ne sarebbe accorto), ma la dialettica tra aspettativa e risultato è quasi sempre noiosa e stressante. AKA passiamo oltre prima di perderci in menate improbe. Buon ascolto.

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