WORDS X MUSIC – are you coming?

Marina Pierri | 30/10/2009

WXM_ST Stagione nuova, vita nuova: l’autunno di Vitaminic parte con un nuovo format speciale, pensato per coniugare in una sola serata gli interessi di voi blibliofili e melomani. Prendete uno scrittore che parla dei libri che legge (non di quelli che scrive); prendete una band italiana strepitosa (con canzoni che ci fanno commuovere) che presenta un video in anteprima e suona in semiacustico; prendete me, che metto dischi per un’oretta per intrattenervi tra una cosa e l’altra; prendete il dj set finale di  uno dei combo danzerecci più famosi di Milano… e avrete la tappa numero zero di WORDS X MUSIC.

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MINNIE's!

The Zen Circus: Andate Tutti Affanculo (La Tempesta/Unhip Records/Infecta Suoni e Affini)

Ray Banhoff | 29/10/2009

the_zen_circusPrima la notizia buona o quella cattiva? La cattiva. Musicalmente non c’è niente di nuovo nel nuovo disco degli Zen Circus e devo ammettere che quando spunta quell’armonica stile De Gregori – che fa il verso a Dylan – mi innervosisco.
Contino con le cattive: i ragazzi scimmiottano, c’è quella matrice combat rock-folk-fricchettona che ha distrutto un sacco di potenziali gruppi italiani e li ha rinchiusi in un cliché.
Ecco queste due cose le volevo dire. Ma poi c’è il resto.
Nell’eterna lotta tra il bene e il male, nella peste culturale del Paese, vedo nitidamente questo disco come un’opera d’arte. È un disco civile, un rutto in faccia al fancazzismo promosso a virtù su Mtv e al mainstream fighetto. Ci vogliono queste band senza il ciuffo e senza l’indie: tutte provincia, palle e spleen tramutato in creatività. È un disco “manifesto” già nel titolo, che fa riflettere e riporta sulla Terra. Ci sono delle perle, come le schitarrate di It’s Paradise in cui Link Wray si reincarna in un pisano per 7 minuti o Vuoti a Perdere cantata da Nada (da urlo). Andate tutti affanculo. Una frase un’espressione ridondante, uno sfogo. Quello che ho sulla punta della lingua quando accendo la tivvù o vedo vetrine con scarpette che costano uno stipendio. Per il resto storie di eroina, preti, amicizie perse e la speranza di vedere un giorno in cui “son morti i furbi e gli stronzi”. E poi frasi che vorrei vedere sui muri come “a voi che vi piace farvi fregare, dai nati vincenti dal navigatore, la macchina nuova e il suo fetore, la prova finale è l’uomo che muore”. Forse ho solo una ricaduta adolescenziale, un moto di rivolta, ma tutte le volte che lo ascolto ci vedo la mia generazione riflessa in queste note.
Mi sarò commosso cinque volte nella vita e non mi era mai successo con un disco.

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I cavalieri del “Ni”

Francesco Locane | 29/10/2009

theimaginariumAmiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla terza puntata della nona stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna.

Il titolo del post è una citazione (chi la indovina? Scriveteci a secondavisione@hotmail.com): due film in scaletta, sui quali avevamo delle aspettative, ma che ci hanno un po’ deluso.

Il primo è il vincitore dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, Lebanon, di Samuel Maoz: nel primo giorno del conflitto tra Libano e Israele del 1982, seguiamo le vicende di quattro militari israeliani in un carrarmato di appoggio alle prime manovre belliche. Un film claustrofobico, quasi del tutto ambientato nel mezzo corazzato, che però sa di operazione a tavolino e, rischiando molto, talvolta estetizza la guerra. Senza tirare fuori questioni che hanno esaminato molto meglio di noi teorici di ben altra caratura, possiamo dire che il film di Maoz non lascia molto. Peccato.

Per darvi enorme piacere, poi, vi abbiamo fatto sentire non uno, ma due trailer di Amore 14. Federico Moccia colpisce ancora, e non potevamo farne a meno. Debolezze.

Infine, secondo e ultimo film in scaletta, del quale abbiamo parlato anche con uno dei padri fondatori di Seconda Visione, il dottor Noto, in diretta telefonica dal Regno Unito: l’atteso Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo, di Terry Gilliam. Un film, come sapete, funestato dalla scomparsa di Heath Ledger durante le riprese. Il resto della storia è noto: Gilliam attribuisce il film a “Heath Ledger e amici”, dove gli amici sono Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell, che prendono il posto dell’amico in tre scene. Visivamente ricco e sgargiante, molto vicino al Gilliam dei Monty Python, il film non regge molto dal punto di vista narrativo: a volte si sfilaccia, perde compattezza e tono. Di nuovo, peccato.

Bene, è tutto. Se volete scriverci l’indirizzo è secondavisione@hotmail.com. A martedì!

Editors: In This Light and on This Evening (Pias/Self)

Paolo Morelli | 28/10/2009

editors-in_this_light_and_on_this_eveningIn This Light and on This Evening, ultima fatica degli Editors, è un disco che convince chi ha amato o semplicemente apprezzato i primi due album della band inglese a concedergli ascolti ripetuti e attenti. Perché spesso le apparenze ingannano, e si tende a resistere all’istinto iniziale di gettare il cd dalla finestra al grido di “No, l’EBM No!”. Perché magari c’è solo da farci l’abitudine, e comunque è un cambiamento coraggioso a cui va data una chance, etc. Bene, ecco l’opinione maturata un po’ più a freddo da queste parti: la “svolta future-pop” e la sparizione delle chitarre sono inaccettabili per chi considera il formato “canzone rock catchy e romantica” la collocazione ideale per la voce profonda e piaciona di Tom Smith (esiste da anni tutto un mondo di progetti che ruotano attorno al binomio voce cavernosa + drum machine, e lo fanno meglio); come se non bastasse, il tentativo di conciliare la suddetta sterzata elettronica e la permanenza nel mainstream, sulle orme di New Order e Depeche Mode e con la benedizione del produttore Flood, si scontra con un enorme iceberg: queste canzoni fanno pure schifo. Oltre al ruffiano ma efficace singolo Papillon si salva infatti poco altro, e se certi giri melodici restano in testa è solo per ricordarti quanto siano scontati e irritanti; quando nel finale i bpm diminuiscono, poi, le cose peggiorano ulteriormente. Non posso prevedere se ora la carriera degli Editors si inabisserà, però questo disco si candida senz’altro al premio di album suicida dell’anno, oltre ad essere una delle più deludenti e indifendibili opere terze sentite negli ultimi anni. Che amarezza.

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Ascolta una versione live di Bricks and Mortar

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Chris Garneau: El Radio (Fargo/Self)

Chiara Leandri | 28/10/2009

Chris_Garneau-El_RadioDi solito sono ipersensibile alle cose mogie-mogie e un po’ scassamaroni. Va bene la tristezza, ma perché ammorbare pure i fragili ascoltatori? Il più delle volte sono solo accordi minori senza anima e in vena di trite e ritrite imitazioni di Jeff Buckley o Nick Drake. Altrimenti si fa pure la fine che ci racconta il nostro Ray. Invece Chris Garneau, già dalla prima prova, non trasborda le nostre budella sulla tragica nave del suicidio. E’ come se questa sua sinfonia delle stagioni - quattro atti di tre canzoni ciascuno – contenesse non solo una dolcezza infinita, ma anche la sapienza acquisita di un mestiere fatto di tattica, sì, ed emozioni. Ho un po’ paura, perchè a tratti la sua voce somiglia più a James Morrison che a Sufjan Stevens. Però sa suonare i cucchiai, come me. Si fa gioco di certe strutture troppo pesanti, sgusciando come serpente fra nomi importanti e ormai noiosi. L’immortalità è ben lontana, essendo soprattutto ancora vivo. Però il gioco che lascia immaginare un viaggio verso un salotto ottocentesco dove si seguono le lezioni di piano di una damina vestita di nero e pizzi, è bello e soddisfacente. Un po’ ci trastulla con complici balocchi, e un po’ ci permette di riflettere su quanto quel passato sia triste, lontano, e abbia bisogno di essere svecchiato.

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Guarda Chris live @ La Blogotheque

Guarda Chris live a Cesena

Neon Indian: Psychic Chasms (Lefse)

Francesco Farabegoli | 28/10/2009

nipcFile under generi drittissimi che potresti passare quattro righe ad etichettare, etichetta Lefse, un muro di suono che sembra venire da una dimensione parallela nella quale NIENTE di quel che ricordiamo appartenere alla musica elettronica è successo nello stesso modo. Non è chiaro se il protagonista della vicenda Neon Indian, cioè Alan Palomo (attivo anche a nome Vega), ci sia o ci faccia: sembra una specie di rendition postmoderna di Discovery per ritardati e non udenti, vale a dire disco music scrausa con suoni no-fi ovattatissimi e beat grassi che dubitiamo possano funzionare su un dancefloor mixati a qualsiasi altra cosa. Ma da qualsiasi latitudine si entri all’interno di questo disco intitolato Psychic Chasms, si finisce per sentirsi come a guardare il pianeta terra da dentro un acquario pieno di pesci pagliaccio, marshmallow e birra chiara spumosa. Droga vera.

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Volcano Choir: Unmap (Jagjaguwar/Goodfellas)

Ray Banhoff | 28/10/2009

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In alcuni dischi non dovrebbero esserci i libretti con artwork e testi, ma istruzioni per l’uso, come per il tostapane o l’hi-fi. Questo, almeno, quando si mette fuori un album come Unmap dei Volcano Choir. Se sei un metallaro non li distruggi contro al muro o se sei un rocker ti prepari spiritualmente; insomma se ti dicessero che stai per fare un’esperienza mistica prima di ascoltarlo sarebbe tutto più semplice.
Justin Vernon alias Bon Iver, che tutti gli amanti del folk spettrale venerano, assieme ad alcuni suoi amichetti si è messo a lavorare e a registrare i suoni dell’inconscio, letteralmente. Unmap inizia che è una bomba, con tre pezzi fantastici, tra cui il singolone Island, Is (ma gli Animal Collective non si incazzano se gli si rubano i pezzi?), poi si arena un attimo. Improvvisamente si tramuta nella colonna sonora per sorseggiare il tè delle cinque e leggere Proust, diventa il tappeto adatto alla seduta di ipnosi regressiva che avete in mente da anni. Ma chi se ne frega. È suggestivo, fa pensare ai boschi e all’inverno, fa venire voglia di mettere il riverbero alla chitarra acustica e scorre bene. Sleepymouth e Still sono due piccoli manifesti da tenere sempre nella playlist per le serate psichedeliche. La chiusura con Youology è un brivido da requiem gospel. Tolti un paio di momenti in cui i Volcano si dilettano a registrare in una caverna con cucchiaini e strumenti improbabili, penso che sia una delle cose più interessanti degli ultimi mesi.

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Ascolta il trip folk di Bon Iver

Piano Magic: Ovations (Make Mine Music/Goodfellas)

Simone Varriale | 28/10/2009

pianomagicPart Monster, il precedente disco dei Piano Magic, dava l’impressione del discorso compiuto, del punto di arrivo da cui misurare le prospettive e lo spessore di una storia ormai decennale. Il nuovo Ovations, invece, è un viaggio a ritroso nella memoria musicale (e affettiva) di Glen Johnson e soci, come se qualcuno avesse premuto il tasto rewind e il racconto procedesse a passo di gambero. Il risultato è una produzione spigolosa e meno dreamy, con il refrain di chitarra di The Blue Hour che sembra uscito da Pornography dei Cure. Anche perché qui non si gioca a fare gli Interpol: i suoni, oltre che gli stilemi, sono quelli di un passato riverito con amore, sebbene non si arrivi al remake concettuale di un Blank Dogs (quell’effetto “merda sui solchi” che tanto ci piace). Per il decimo album della band quindi sfilano spettri illustri come Morrissey e Peter Murphy, fino a Peter Ulrich e Brendan Perry dei Dead Can Dance, chiamati in carne ed ossa per due featuring di gran classe. Quando poi, in un pezzo come On The Edge, si incontrano il massimo del tribalismo con una visione distopica tanto toccante, dispiace pensare che tutto questo possa essere dimenticato nel giro di due settimane. D’altronde collocare Ovations su una qualsiasi mappa del pop contemporaneo lascia il tempo che trova: la band, con queste canzoni, si sta facendo i beneamati fatti suoi, rimirando un ombelico ragguardevole per valore e intensità. Non resta che seguire il loro consiglio e pagare il dovuto, per evitare che il sipario cali per l’ultima volta.

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Brown and the leaves: Ladscapes (Red Bird Records)

Ray Banhoff | 27/10/2009

Brown and the Leaves: Landscapes

Se mangi gli spinaci da bambino diventi come Braccio di Ferro. Se ti cali l’i-pod con i Kings of Convenience a colazione durante l’adolescenza diventi un folk singer. E va benissimo, davvero. Tutti adorano i cantastorie acustici anche se eccessivamente malinconici. Landscape, l’opera prima del giovane veneto “Brown & The leaves” che scrive in inglese, canta in inglese e si presenta su MySpace in inglese è da annoverare nel grande patrimonio folk che il nord Italia gelosamente custodisce. Che dire? Trattasi di uno di quei dischi “perfettissimi” secondo tutti i canoni del genere. C’è la parola “love” che echeggia in sottofondo, la muta di corde nuove montata sulla Martin e il tutto è registrato intimo e caldo. Se servito nel gelo invernale delle mattine in motorino o stretti stretti a due sotto le coperte a sbaciucchiarsi è l’ideale. Ma fuori da questi contesti non gira. Troppa accademia, troppo “la-la-la”. Manca quel guizzo che ti fa dire: “Ecco! Finalmente!”. Non che il ragazzo non ci possa arrivare, anzi. Siamo qui in attesa.

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Brian Harnetty & Bonnie “Prince” Billy: Silent City (Ruminance/Goodfellas)

Enrico Amendola | 27/10/2009

cover-BHBPBNon sempre con i soli nomi si ottengono grandi risultati. La presenza di Bonnie “Prince” Billy nella ragione sociale di questo progetto di Brian Harnetty è un po’ uno specchietto per le allodole. Silent City non è un brutto disco, è semplicemente un lavoro che pare un icompiuto esercizio di bella calligrafia. Brian è un musicista originario dell’Ohio che si diletta al pianoforte e all’organo accompagnato da clarinetto, violino, tromba e percussioni, costruendo bozzetti di musica folk allo slow motion. Le atmosfere alcoliche e ubriache disegnano anche passaggi piuttosto interessanti, ma la tensione annega in episodi semplicemente abbozzati, in cui rumori di ambiente si uniscono alla voce che, con un tono discorsivo, aggira il concetto di melodia. Il ruolo di Will Oldham è piuttosto marginale in una scaletta che offre diversi strumentali dal sapore evanescente. Non me la sento di dire che questo è un brutto disco, il problema è che non riesco a considerarlo un album compiuto, piuttosto una frammentaria raccolta di canzoni accennate e scheletriche. E se non ci fosse il nome illustre sulla copertina del disco, il tutto finirebbe col passare inosservato anche tra gli addetti ai lavori.

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