The Get Up Kids @ Estragon Summer Fest, Bologna (30/08/2009)

Che la reunion sia uno degli sport preferiti tra i musicisti indie negli anni duemila è poco sindacabile. La stessa idea di diversificazione è alla base di un uso troppo massiccio del concetto: reunion con il batterista originale, reunion con un solo membro originale che magari suonava già da solista, reunion performing il tuo disco più famoso, reunion non performing i dischi dopo il terzo e via di questo passo -come a dire: ognuno ha le sue ragioni, ognuno mischia le carte meglio degli altri. Tra l’avanti e l’indietro c’è un gap culturale che ha a che fare con tutti i quesiti di base in merito alla musica di questo decennio: copiare a palla, citare, ispirarsi a, rimescolare VS riproporre, remixare, riprovarci, provare a non soccombere.

I Get Up Kids si riuniscono dopo circa cinque anni dallo scioglimento. I Get Up Kids hanno scritto pagine della post-adolescenza di noi trentenni. Per le pagine dell’adolescenza erano arrivati tardi. La ragione contingente è il decennale del loro disco più famoso. Parlandone alla vigilia con qualche amico telematico (gli amici in carne ed ossa non parlano mai di queste cose) s’è discusso su quanto effettivamente i Get Up Kids ci abbiano cambiato la vita ai tempi e quanto, piuttosto, la gente racconti che sia successo dopo essersi scaricato il disco su Emule. Questa sera all’Estragon è lecito propendere per la prima ipotesi. Trenta-e-qualcosa-enni a bizzeffe, un bel pubblico folto quasi del tutto privo di frangette piastrate, capelli corvini con riflessi color merda di coniglio e rimmel sugli occhi. Quelli che urlano più forte prima del concerto tra un paio di settimane saranno all’AntiMTVday. Avrebbero potuto essere, o sono stati, presenti al tour dei Get Up Kids di spalla ai Braid. Due vite fa.

Liquidata la questione Briggs, una sorta di oi-combo losangelino il cui unico reale difetto è la non-obesità dei componenti, sale sul palco la band. Attaccano con Holiday, cioè il migliore inizio possibile, e la gente sotto al palco perde la ragione: un coro di mille persone che cantano ogni parola a memoria mentre sul palco il gruppo s’inventa un muro di chitarre che sbatte la nostalgia nello sgabuzzino in quattro secondi netti. E non è niente, in termini di potenza, al confronto di quel che succederà nella seconda parte del concerto. Secondo una ragionevole teoria “classica” del concerto rock tradizionale, i fattori che fanno la differenza tra un grande concerto e un concerto del cazzo sono tre: la presenza di pezzi ben noti e coinvolgenti, la risposta del pubblico e la perizia del gruppo sul palco. Da questo punto di vista, l’ultima data del tour europeo della band di Kansas City è uno dei più grandi concerti a cui chi scrive abbia assistito. La meraviglia viene solo in parte da quel che succede sul palco, che è un concerto nervosissimo suonato a volumi mondiali; è quello che succede sotto a fare la differenza, il fatto di comprendere che -in qualche modo- le persone che ti stanno attorno sono tutte uguali, e tutte diverse da quelle che stanno fuori dall’Estragon. La band si regola di conseguenza, sfoggiando sorrisi extralarge e suonando un po’ più forte di quanto sia capace, trionfando pezzo dopo pezzo in una scaletta che pesca a bizzeffe da Four Minute Mile e Something To Write Home About lasciando il resto a un rapidissimo excursus (ivi comprese le cover di Cure e Mats che stanno su Eudora).

Un momento è particolarmente significativo. La band torna sul palco per il bis. Jim Suptic, a sinistra, dichiara “best crowd in the whole tour”. Matt attacca subito il riff di Out Of Reach e s’avvicina al microfono per iniziare la strofa, ma viene coperto da un coro assordante che lo zittisce per un solo secondo, mentre Jim dall’altra parte sussurra qualcosa tipo “you guys are great”. Il resto fa più o meno da contorno: è sicuramente amarcord, almeno in parte. Forse una sorta di sogno ad occhi aperti di qualche realtà alternativa nella quale i Kids hanno insegnato a tutti un modo di suonare musica pop a volumi altissimi e senza rete di protezione, invece di essere rimasti -tutto sommato- una specie di mosca bianca del cambio di millennio. Ma la band sul palco c’è, ed è strepitosa, e macina una canzone dietro l’altra con tutta la foga di cui un essere umano può essere capace fino alla chiusura di Ten Minutes, che ci lascia cotti come una sarda e senza nessun’altra energia da spendere. Una sorta di compendio del cosa ci stiamo a fare qui: chi era presente lo ricorderà per lungo tempo.


