Girls: Album (True Panther Sounds/Matador)

Nur Al Habash | 11/9/2009

coverMi sono sempre chiesta che effetto farebbe ascoltare tutta la musica del mondo per la prima volta adesso, tutta insieme, tutta d’un fiato. Quando ho letto la biografia di Christopher Owens, il lungichiomato cantante dei Girls, mi è parsa una storia pazzesca: completamente isolato dal mondo in una setta in cui era vietato ascoltare qualsiasi canzone non comparisse nel nastrone preferito del santone, a sedici anni Chris scappa e va a scoprire tutto quello che c’è fuori, musica compresa.
Sarà per questo che l’Album dei Girls suona oggi come un semplicissimo quanto affascinante resumé del pop dagli anni 50 ai giorni nostri; semplice perché, se non perfetto, è almeno genuino in maniera imbarazzante, perfettamente equilibrato dalla prima sillaba all’ultimo pizzico di chitarra in una raccolta di composizioni che impongono di essere amate. Da Buddy Holly al garage lo-fi dell’ultima stagione pitchforkiana insomma, è tutto lì: canzoni d’amore veramente old style accanto a un surf sepolto sotto tonnellate di delay, gli omaggi a Elvis Costello e le cavalcate strumentali, echi c86 che rincorrono i Velvet Underground liofilizzati in ballate delicatissime. Anacronistici dalla a alla z, i Girls hanno un nome tanto generico e anonimo quanto originale, un immaginario che più che vintage è proprio fuori moda (il bohemien vagabondo alla Kerouac, le droghe, i capelli lunghi che nemmeno Lorenzo Lamas e Fiorello ai vecchi tempi, i calzini bianchi) e a un certo punto non importa piu se è stata incuria, mancanza di fantasia o qualcosa di ben studiato: funziona e basta.
E se è vero che di questi tempi l’immagine e ancor più l’immaginario conta, se non a dare un’altra dimensione alla musica almeno a vendere il gruppo- be’, quello dei Girls spacca: San Francisco, d’estate, una banda di giovani belli e spettinati passa le giornate a drogarsi, scrivere canzoni bellissime e fare festini dall’alba al tramonto.
É il caro vecchio sesso droga & rock n’ roll, e pare funzioni ancora benissimo.

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Hellhole Ratrace
Morning Light
God Damned

Lust for Life

The Emperor Machine: Space Beyond The Egg (DC Recordings/Family Affair)

Massimo Reali | 11/9/2009

Emperor-Machine-480x479Preparatevi a quello che sto per dire: la minimal è morta. E con lei tutto il modus operandi del less is more e della scarnificazione del materiale sonoro alla ricerca del più asettico e puro beat. Esagerato? Sì, è vero un po’ ho esagerato. Però mi sono fermato a pensare alle ultime produzioni di cui sono andato pazzo nell’ultimo periodo e dentro ci ho trovato le cavalcate della nuova space disco scandinava, gli orpelli melodici degli Aeroplane e i patchwork sonori mutanti di Flying Lotus. Stavolta però ci si spinge più in là. Andy Meecham, (ex?) membro dei Chicken Lips, in questo nuovo album uscito sotto il nome The Emperor Machine lavora con perizia filologica su suoni decisamente datati (qualcuno direbbe vintage) di synth e drum machine orgogliosamente analogici organizzando e piegando gli strumenti del kraut-rock verso i ritmi dell’elettronica più disco-oriented. Space Beyond The Egg è un disco con un’intrinseca sicurezza di essere solido, che non si fa problemi a sembrare a volte una via di mezzo poco definita fra kraut-rock, cosmic disco e pure un pochino di baile-funk (e scatenare la fatidica domanda nella testa dell’ascoltatore: “Davvero mi volete fare credere che questa cosa si possa ballare?”). Come si diceva non ci accontentiamo più del less is more. Da adesso in poi More is Better.

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Chicks On Speed: Cutting The Edge (Chicks On Speed Records)

Francesco Farabegoli | 10/9/2009

coscteL’electroclash è una giungla a parte. Come ogni altro fenomeno che la gente ha iniziato a guardare con sospetto dopo un annetto e mezzo, aveva un suo senso (quelli che il senso non ce l’hanno durano almeno tre anni, in genere). Nella sua migliore incarnazione, l’electroclash era una questione che riguardava l’inglobare la musica all’interno di una visione più ampia. La qualità rivoluzionaria del fenomeno è che per arrivarci non si andava ad ingrandire la portata della visione quanto piuttosto a rimpicciolire la portata della musica. I dischi di quegli anni, nella maggior parte dei casi, ci si vergogna anche a portarli al banchetto dell’usato, ma Chicks On Speed è comunque un marchio storico, la previous big thing, la radice quadrata di una concezione DIY di Madonna – musica, etichette discografiche, abbigliamento, situazionismo e tutta quella roba lì. Sarebbe ingiusto dire “invecchiato male” di un suono che era stato concepito con la data di scadenza: più utile sarebbe ripensare l’intero indotto critico –cause, effetti, reputazione, copie vendute e pompini- per ricostruire da zero il concetto di una specie di rivirginatore looppato del movimento che funzioni per addizione/sottrazione di consonanti (in fin dei conti la differenza tra band e brand è la stessa che passa tra electroclash ed electrocash), il quale in qualche modo si specchia in una musica che cita a destra e a manca senza nascondere una certa qual mancanza di idee di fondo (capirai, l’ultima idea di fondo l’ha avuta qualcuno prima che io nascessi) e/o la volontà reale di NON muoversi al passo con i tempi. E noi qua approviamo un sacco tutti coloro che decidono di continuare ad essere lo here and now di qualche altro posto/epoca, nonostante il vento abbia cambiato direzione. Avete presente il detto move your ass and the brain will follow? È vero anche al contrario.

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Schiele: Pictures Of Mountains (Scriveremale / Goodfellas )

Alex Grotto | 10/9/2009

schielesmountainSono dischi come questo che mi mettono di buon umore. E’ quell’ottimismo genuino, lo stesso che si ha gustando qualcosa che proviene dal proprio orto. Coltivato segretamente, con tutta la cura del caso e l’orgoglio di rito nel farlo assaggiare agli altri, abituati alla cucina industriale dei discount. I vicentini Schiele sono alla loro seconda discesa dalle montagne dopo This Heart Does Not Hurt, EP d’esordio che si rivelò ben più che promettente. Pictures Of Mountains è un disco estremamente concreto, preciso, fatto col cuore e per il cuore, non ci sono secondi fini, non c’è superficialità: ci sono ottimo post-rock, ottimi cenni di noise e percorsi strumentali disastrati e insidiosi. Un post-rock alla polenta, se mi è consentita una definizione inutile e se qualcuno di voi sta pensando a qualcosa di dispregiativo, è in errore. Dieci tracce con tanto di citazione e omaggio a Carver (My Death), quattordici minuti di loop finale con chitarre distorte e nuvole che si richiudono all’orizzonte (Mountains Get Higher), minacce post-hardcore (Pills) e ballate a cavallo tra math e post-rock (Portraits of Love) che non sfociano mai nella pomposità fastidiosa: un aiuto l’avrà dato l’orecchio attento di Giulio Favero (One Dimensional Man, Teatro degli Orrori) coinvolto in fase di mixaggio. Un lavoro onesto e sudato, che non aggiunge nulla di nuovo ad un genere ormai inflazionato e digerito all’inverosimile, ma che si rivela un ascolto consigliato e godibile.

Amazing Baby: Rewild (Shangri-La Music/Cooperative Music/Self)

Paolo Morelli | 10/9/2009

amazing_baby-rewildSmells like hipster. Difficile pensare che l’onda lunga del successo dei concittadini MGMT non abbia pesato per niente sulle sorti degli Amazing Baby, quintetto newyorkese che a poco più di un anno dalla sua formazione arriva al traguardo del primo album. Con i MGMT gli Amazing Baby hanno in comune anche l’aver sfornato, con Rewild, un debutto frizzante e festaiolo. Poi basta: perché il pop con venature electro e glam è soltanto una faccia di un disco caleidoscopico che ne offre molte altre, passando da escursioni space-rock scuola Secret Machines a pezzi epico-orchestrali alla Arcade Fire (Old Tricks In Hell), dalla psichedelia folk/etnica un po’ Led Zeppelin III (The Narwhal) a quella debitrice dell’indie americano odierno (con frequente abuso di flaminglipsing vari), dalle scorribande college rock al trip Madchester di Deerripper. Potrei descrivere Rewild (nomen omen) come un party interminabile con musica dal vivo e follie alcoliche; oppure come un’avventura nel Paese delle Meraviglie in cui fuggire dalle truppe della Regina di Cuori e trasformarsi mangiando i funghetti del Brucaliffo; o ancora come un sogno ambientato in un castello, ogni stanza del quale riserva nuovi scenari e trabocchetti. Sentite affiorare un po’ di stanchezza? Ecco, questo è anche il principale effetto collaterale dell’album, che viaggia pericolosamente sul filo del troppo tutto (influenze, strizzate d’occhio, ormoni, effetti speciali). Problema risolvibile prendendolo a piccole dosi, se non fosse che il senso di un disco come questo (privo di pezzoni come Kids) starebbe proprio nel berselo tutto d’un fiato. Insomma, un album godibile che però sfiancherà più d’uno: tanto divertimento non è per tutti.

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Ascolta l’intero album in streaming o scarica l’mp3 di Smoke Bros dal sito ufficiale

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A.A.V.V.:Black Rio 2 – Original Samba Soul 1971 – 1980 Compiled by DJ Cliffy (Strut/Audioglobe)

Enrico Amendola | 10/9/2009

black-rio-2In ambito videoludico è stato coniato il neologismo “retrogaming” per indicare gli appassionati di videogiochi molto datati, ma ancora dotati di un certo fascino. In ambito musicale, che io sappia, nessuno ha ancora parlato di “retrolistening”, probabilmente perché gran parte della musica attuale si rifà in buona parte a sonorità vecchie di anni, ma ancora attualissime. La Strut Records, label che non finiremo mai di elogiare, punta dritto al sodo e ripesca proprio dai vecchi archivi della black music sparsi per il globo. Questa volta tocca al soul brasiliano dei ’70, che la compilation Black Rio 2, compilata dal londinese DJ Cliffy, porta alla luce con ottimi risultati. Dimenticate la saudade in stile bossanova o la musica da sambodromo, perché quello che emerge da questi solchi è qualcosa che ha numerosi tratti in comune con la black a stelle e strisce, infarcita di trame esotiche tipicamente brasiliane. Praticamente un modo diverso per assaporare le atmosfere di quei caldi lidi triopicali. Una prospettiva nuova e affascinante che da un lato mostra la sensualità acida del soul e del funk, dall’altro esprime gioia con i tipici elementi del samba, tra fischietti, tamburini  e irresistibili ritmi da ballare. Siamo al cospetto di uno dei volumi più interessanti dell’intero catalogo della label, che fotografa anche un particolare momento storico del Brasile, in cui la dittatura militare si era rafforzata e certe musiche nere, soprattutto quelle legate ai ritmi africani, non erano particolarmente tollerate.

Peaches @ Magnolia Parade, Milano (3/09/2009)

Chiara Leandri | 9/9/2009

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Peaches si è trasformata nella Cyndi Lauper del Duemila. Bionda, irriverente, pansessuale. Porta in giro il suo spettacolo di danzerecce provocazioni radunando sempre più adepti. E’ qualcosa da cui non puoi uscire indenne. O ti sei tolto la maglietta sventolandola ai quattro venti, o hai deciso di non lasciare mai più la pista perchè se ti fermi perderai anima e cervello. Peaches è tutta quella gustosa miscela di spettacolo hard rock e ritmi minimal che solletica a tal punto ogni esigenza spirituale, che si può capire questa folla di strampalati adoratori e curiosi radunatisi al Magnolia una delle ultime sere d’estate.
In realtà sarebbe un festival che nella serata di giovedì raccoglie ancora una volta un cartellone di tutto rispetto, fra dj (Congorock, Useless Wooden Toys, 3 Is A Crowd) ed electroartisti (Moderat, Meg, Heike Has The Giggles). Il Magnolia si metamorfizza ancora e ancora, apparecchiato di 3 palchi-rana, un cupolone ripieno di luci fluo, pendule chillout zone, radio al telefono e sui palchi.
Ma torniamo alle magliette. Il caldo lo permette, e allora quale occasione migliore di un invito della sacerdotessa per spogliarsi di futili orpelli? Peaches ringrazia, perchè “anche lei dopotutto è sempre nuda, sul palco”. Il suo è un turbinio di giacche amorfe e body estrosi che in effetti non nascondono poi molto. E poi “guardate la chitarrista!”. Con quelle guepierre in lattice e chitarrone stridente, l’immaginazione vola e si schianta a terra. Il colorato carrozzone mette in scena i quadretti più spiazzanti, dall’arrivo sul palco col tema dell’ A Team fino agli storici videoclip di Lose You (l’effetto-proiezione sulle maniche del suo vestito), More (la giacchettona rosa che dà spazio alla tutona a rombi), Take You On (la collana roteante) e la nuovissima Talk To Me (con ballerine extra capellute al seguito). Forse non saranno scelte originalissime per i navigati fans, ma tutti, loro compresi, decidono di ignorare qualsiasi dettaglio per perdersi fra pazzie come: stage diving su due piedi, vomito da mal di testa, finto Iggy Pop con parrucca, bernarde luminose. Peaches sa stupire, non c’è dubbio. Solo che non finirà come Cyndi, a cantare di arcobaleni ai ritrovi gay, credendo di essere ancora progressista inscenando libertà sessuale. La sua, è destinata a durare.
 
Una bella slideshow delle serate

Naomi Shelton And The Gospel Queens: What Have You Done, My Brother? (Daptone/Goodfellas)

Enrico Amendola | 9/9/2009

l_1c88504c4650484798bac9ea3e4c52e6Pare che il soul sia tornato di moda nella ruota della musica attuale, che ciclicamente ripropone come nuovi, generi che sono classici da molto tempo. Prima che il tutto sia fagocitato da altre mode ed imploda su se stesso, abbiamo la fortuna di incrociare sul nostro irto sentiero una manciata di album incantevoli. Uno di questi è il primo  lavoro di Naomi Shelton, non certo una ragazzina visto che è vicina alle settanta primavere e il suo background di cantante gospel risale a molte decine di anni fa. Ringraziamo quindi la Daptone per averci dato la possibilità di incrociarne le doti canore  in questo What Have You Done, My Brother?, album che ha il sapore e il colore dei vecchi classici, in cui il soul e il gospel camminano a braccetto in un pugno di canzoni, divise tra cover e brani scritti dal produttore Bosco Mann. Non si tratta di una semplice operazione revivalista, in quanto la freschezza degli arrangiamenti, perfettamente dosati in quanto a componente gospel e caldissime atmosfere soul, rendono l’album due spanne sopra la qualità media delle uscite del genere. Se siete alla ricerca di un disco fresco e rigenerante e l’indie-pop non vi ha fornito ancora la risposta giusta, prima che gettiate la spugna datevi la  possibilità di assaporare qualcosa di diverso che, nella sua classicità, non deluderà le vostre aspettative.

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La Roux: s/t (Polydor)

Paolo Morelli | 9/9/2009

la_roux-la_rouxPensate a una ipotetica versione al femminile dei Pet Shop Boys: non andrete molto lontano dall’atmosfera di un disco come quello de(i) La Roux. In realtà nel caso del duo britannico formato da Ben Langmaid e dalla giovane cantante Elly Jackson (la glamourosa roscia) più che di synthpop si può parlare direttamente di spudorato ritorno al technopop primi anni 80 à la Yazoo; niente chitarre, niente orchestrazioni elaborate. Quasi solo intrecci di voce e synth particolarmente tamarri, con l’elemento kitch assicurato soprattutto dall’abuso di vocoder & vocalizzi della Jackson: una che non ha le doti di una Alison Moyet (e nemmeno di una Alison Goldfrapp), però almeno canta e non starnazza. Insomma, avete già capito: siamo davanti a una sorta di risposta-meno-stupidotta a Lady GaGa nel pop da dancefloor per le masse – battaglia persa in partenza, mi rendo conto. Quel che richiama i Tennant e Lowe del recente Yes è lo spirito disimpegnato che accomuna le canzoni di questo esordio, tutte “ricercatamente facili”, di una leggerezza ben costruita. Certo, qui il songwriting non è sempre dei più raffinati (guarda caso i momenti più deboli sembrano quelli in cui calano i bpm: in un album concepito per risuonare sotto mirrorball e strobos sgargianti i punti di forza sono singoli appiccicosi come In for the Kill e Bulletproof), e ad un ascolto decontestualizzato dal mood “girls just wanna have fun” la noia può arrivare presto: però nel campo di gioco in cui La Roux irrompono, a scaldamuscolo (e ciuffo) teso, canzoni come queste vincono facile.

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Ultimo Attuale Corpo Sonoro: Memorie e Violenze di Sant’Isabella (Manzanilla/Audioglobe)

Simone Varriale | 8/9/2009

UltimoAttualeCorpoSonoro_MemorieEViolenzaDi SantIsabella2Il concetto di pop ‘colto’ è stato interpretato in mille modi diversi. Limitandoci ai gruppi italiani che tentano la commistione tra musica e letteratura, c’è un abisso di estetiche e visioni del mondo tra – per dire – Bachi Da Pietra, Offlaga Disco Pax, e i veronesi UACS. Questi ultimi danno un valido contributo alla causa con chitarre elettriche dal sapore post, un’impronta cantautorale che ricorda i CSI di Linea Gotica, e una voce iraconda che non si nega ne il canto ne il pamphlet. Nonostante la “montagna di parole”, la musica scorre abbastanza fluida, cercando di tenere insieme la storia più nera della Prima Repubblica italiana, lo stragismo, e le figure maudit di Pasolini, Rimbaud, Kerouac. Un progetto imponente dal punto di vista concettuale e parecchio ambizioso, che a tratti si perde tra i feedback, la verbosità e la sentita indignazione. Memorie e Violenze di Sant’Isabella resta un buon disco, ma volendo fare l’avvocato del diavolo, dirò che rischia di parlare solo a chi è già d’accordo con i suoi presupposti. Quindi o siete informati sui fatti, cosicché il patchwork di citazioni vi sfrigolerà nello stomaco, oppure non sapete nulla (male!), e il progetto rischia di passare per pretenzioso e fuori fuoco. Sarebbe un peccato.

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