C’è qualcosa nel nome di questa band, Edward Sharpe & The Magnetic Zeros, che non attrae. Ad esempio, so che se un suggerimento giusto non fosse arrivato al momento giusto, Home non sarebbe diventata la mia canzone dell’estate 2009 e oggi non starei più o meno letteralmente aspettando la band al varco. Perciò eccomi qui, a portare avanti la missione e dirvi che, no, questo album non è affatto una delle mille cose sfigate a cui capita di arrivare nel vostro hard disk o sulla vostra scrivania. È bellissimo. Surreale. E sebbene ascoltarlo oggi possa suonare leggermente fuori stagione, non lasciatevi sfuggire l’occasione di metterlo su in una di queste ultime giornate calde, in cui il sole sembra portarsi ancora dietro echi lontanissimi del mare.
Qualcuno ha coniato il termine “hippie-sters” per gli Edward Sharpe (che poi di fricchettoni all’ultima moda ne vediamo almeno dal 2004, eh) ma mi sembra che la definizione non gli renda giustizia, perché di “hip” questi ragazzi non hanno quasi niente. E questo è il bello. Sono bruttarelli, malvestiti, barbuti gli uomini e trasandate le donne, piuttosto luddisti e, soprattutto, musicalmente piuttosto “regolari”, se mi passate il termine. Insomma sono una cosa simile ai Polyphonic Spree del folk: tanti (11, o 12) ragazzotti che suonano i tamburelli e fischiettano allegramente un genere vecchio che corrisponde a un country tex mex ai limiti del kitsch. Pensate al peyote, alle palle di fieno, ai sombrero e ai poncho e avete già un’idea dell’operazione, che sarebbe di cattivo gusto se non fosse per l’infinita ingenuità con cui è sviluppata. Proprio così: naiveté a bizzeffe per gli Edward Sharpe, sorrisi un po’ ebeti e storie di amori sui sedili posteriori di una vecchia Cadillac decappottabile a 200 all’ora nel deserto, incidenti mortali e viaggi mentali mirabolanti. Il tutto registrato su 24 piste sonore come ai bei vecchi tempi – manco fossimo davvero negli anni ‘70 – ronzii e tutto, senza mediazione di sorta, praticamente come fosse un live tape.
Ok, questa è la parte della recensione in cui cercate su Google qualcos’altro, tornate in homepage o, cosa che auspico, vi andate a rimediare il disco per capire di cosa stia parlando. Non è detto che questo ambaradàn di casacche fiorate e droghe leggere, pennate pesanti e refrain corali vi interessi, perché, qui voglio arrivare, gli ESATMZ sono una band carica di personalità e identità (chiara semplice, squadrata) che può essere accettata e amata o rifiutata in toto. È una di quelle robe che piace un casino ad alcuni e ad altri fa letteralmente cagare. Io, l’avrete capito, ci ho perso la testa. E ora che ne ho scritto, saluto ufficialmente anche l’estate.
Leggi un po’ di storia di Edward Sharpe (che è un “major dropout”, tra l’altro)
Guarda il "debut on a network television" degli ESATMZ, da David Letterman