Pitchfork Festival, 17/18/19 luglio 2009 – @ Union Park, Chiacago

Elisa Graci | 21/9/2009

[Nota della Redazione: questo articolo doveva uscire ad agosto, ma per una serie di problemi non ce l'abbiamo fatta. Eccolo qui. Ringraziamo Elisa, che vive negli Stati Uniti, per il bell'articolo!]

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Per il quarto anno consecutivo Chicago ospita il Pitchfork Festival, e Union Park, a pochi passi dal quartiere piu’ cool della citta’ Wicker Park, e’ invaso pacificamente da decine di migliaia di giovani e meno giovani appassionati di Indie rock.

La tre giorni musicale e’ sold out e fuori dagli ingressi del parco i bagarini americani si sgolano per fare affari.

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PEOPLESOUND – segui il canale di Vitaminic e manda fino a 30 sms gratis al giorno

Redazione | 17/9/2009

pplsnd-logo
Peoplesound è un social network tutto italiano pensato per cellulare e web — ma è anche una messaging platform che consente a tutti gli iscritti di inviare individualmente fino a 30 sms al giorno, in maniera completamente gratuita, a qualsiasi altro iscritto. In effetti, ci si logga con il proprio numero di telefono e password, dopo di che ci si comporta “normalmente”, condividendo immagini, video, notizie, chattando con le persone più vicine.

Una della particolarità di Peoplesound è la possibilità di seguire dei channel topicalizzati (Pop, Indie, Hip Hop…) o gestiti da una serie di personaggi di cui avrete sentito parlare un milione di volte – Emiliano Colasanti con Stereogram, Federico Bernocchi con dISPENSER, Dente, i My Awesome Mixtape, Finzioni Magazine, Polaroid Blog e tantissimi altri. E sapete cosa? C’è anche un canale Vitaminic, con più di 3500 follower!

Iscrivetevi su www.peoplesound.com e cominciate a invitare amici e parenti; poi, è tutta in discesa, con sms per tutti e un sacco di aggiornamenti in tempo reale sugli argomenti che più vi stanno a cuore.

Bombay Bicycle Club: I Had The Blues But I Shoot Them Loose (Island)

Alice Lazzati | 17/9/2009

Bombay-Bicycle-Club-I-Had-The-Blues-But-I-Shook-Them-LooseSe la tua band non ha l’irriverenza albionica che fu dei Libertines, la verve chitarristica degli Arctic Monkeys o la fortuna sfacciata che Johnny Marr decida di aggregarvisi casualmente (vedi l’innocuo ex-terzetto che va sotto il nome The Cribs) inventarti un nome che richiama una celebre catena di ristoranti indiani potrebbe rivelarsi un espediente commerciale funzionale allo scopo: emergere. Nati al tempo degli ultimi vagiti della New Rock Revolution, i giovanissimi Bombay Bicycle Club hanno corso lo stesso rischio della gran parte dei gruppi che non rispondono ai sovracitati nomi, ovvero confondersi nella marea di jeans stretti e capigliature arruffate che nel 2005 affollavano i club londinesi e non. Per uscirne nel nuovo I Had The Blues But I Shook Them Loose hanno attentamente composto una strategia fatta di (fortissimi) richiami ai concittadini Mystery Jets (con cui condividono anche l’attitudine parecchio nerd), deviazioni leggere dal sentiero brit e un’epicità discontinua (Magnet) che ha il merito però di portarli in territori più marcatamente pop. E a sentire Ghost e il singolo Dust On The Ground quasi sembrerebbe che la vittoria strategica sia prossima. Ma subito dopo le canzoni perdono consistenza e il rimpianto degli scatti vivaci della vecchia Open House si fa vicinissimo. Non vedevamo l’ora che crescessero, e invece…

Guarda i video.

Always Like This

Dust On The Ground

Magnet


Hauschka: Small Pieces (Secret Furry Hole)

Enrico Amendola | 16/9/2009

small_pieces_150Volker Bertelmann, meglio conosciuto come Hauschka, è alla sua settima pubblicazione dal 2004. In questo caso si tratta di un cd-r 3″ a tiratura limitata (300 copie, di cui 100 in vendita esclusivamente durante il prossimo tour del compositore tedesco in Giappone) costituito da cinque composizioni pianistiche. Ciò che ha sempre caratterizzato il suo modo di suonare il piano è l’utilizzo di oggetti disposti sulle corde dello strumento che aggiungono piccoli ed inusuali particolari. Lasciata da parte ogni alchimia elettronica, ci resta un disco essenziale, crudo, adatto a riempire il vuoto del silenzio notturno e predisporre l’animo al rilassamento. I brani dipingono piccoli affreschi a colori tenui descrivendo atmosfere da penombra, avvalendosi soltanto delle note del piano e poco altro di contorno. Soltanto in un episodio, Unknown, sono presenti vocalismi femminili delicati ed ancestrali, che conferiscono quel tocco etereo che ne arricchisce l’esperienza. Non certo un lavoro che necessita di descrizioni accurate e dettagliate, piuttosto un raro esempio di come si possa riuscire a coniugare la composizione più classica al gusto cosiddetto “indie”.

Visita il sito di Hauschka
Visita il sito della Secret Furry Hole
Scarica Sehnsucht
Leggi l’intervista su Pitchfork
Guarda Hauschka live a Milano

Guarda "How much material is contained in a tone?" di Andreas Huth

Sally Shapiro: My Guilty Pleasure (Permanent Vacation/Paper Bag)

Amos Martino | 15/9/2009

Se avete da riempire la playlist per il falò di fine estate o per una festa a tema, qualche pezzo di My Guilty Pleasure vi tornerà utile. In quest’ultimo disco, Sally Shapiro si candida a vestire i panni di una Madonna indie, con un occhio pesantemente rivolto agli 80s (quando però questa musica aveva un carico di sincerità ed entusiasmo che a Sally forse manca) e l’altro ammiccante ai fan dei teen-movies di tutte le età. I suoni di plastica affollano il dancefloor, mentre tra le giacche con le spalline e i capelli cotonati si agitano Kirk Cameron e Federica Moro; niente di più che un sottofondo retrò arrivato in ritardo sul revival di anni fa. La cosa strana è che funziona. Sally ha un timbro molto bello e che piace agli ascoltatori dell’indiepop nordeuropeo e i brani, in fondo, sembrano dei remix di semplici melodie pop. De gustibus. Infine, dicevamo della playlist: Save Your Love o Love In July andranno bene.
A patto che abbiate visto Rimini Rimini un paio di volte.

Guarda il video di Love In July
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Taken By Trees: East Of Eden (Rough Trade/Self)

Nur Al Habash | 14/9/2009

Layout 1Se escludiamo l’avventura di Demon Albarn in Mali qualche anno fa, era più o meno dai tempi di Stendhal che non sentivo parlare di turismo estetico. E invece ecco che Victoria Bergsman, in arte Taken By Trees, prende un mac e il suo fido chitarrista Andreas Söderström e se ne va in Pakistan per qualche tempo, a vedere che aria tira. Alla larga da pacchetti turistici alla “ricerca di sé stessi”, menate religiose o fantasie new age, la Bergsman pare ricercare da quella parte del mondo solo la pura ispirazione artistica, e possiamo dire senza dubbio che l’abbia trovata (eccome). Infatti, per quanto il rischio di confezionare un album di musica etnica o peggio di musica souvenir fosse altissimo, la silenziosa svedese è riuscita ad insinuarsi in maniera del tutto naturale nel tessuto musicale di una terra a migliaia di chilometri di distanza, senza per altro scomporsi di una virgola. Chiusa in un appartamento con decine di musicisti qawwali , in giro a scorrazzare per le rumorose campagne pakistane o cantando filastrocche con i bambini del luogo, l’algidità e l’eleganza nordica che contraddistinguono il suono di Taken By Trees sono rimaste magicamente intatte, creando -in breve- nuove e particolarissime sfumature che fanno apprezzare il disco per sobrietà al limite dell’etereo, esotismo e umori cangianti.
E se l’esperimento di trasloco del songwriting in altre latitudini (che in confronto i bonghi dei Vampire Weekend e i cori cingalesi di M.I.A sono niente) non è proprio alla portata di tutti gli ascoltatori, lasciate almeno partire nello stereo la deliziosa versione orientaleggiante di My Girls degli Animal Collettive, per l’occasione rinominata My Boys: in assoluto una delle migliori cover di questo duemilaenove.

Edward Sharpe & The Magnetic Zeros – Up From Below (Rough Trade/Self)

Marina Pierri | 14/9/2009

edward-sharpe-up-from-below-coverC’è qualcosa nel nome di questa band, Edward Sharpe & The Magnetic Zeros, che non attrae. Ad esempio, so che se un suggerimento giusto non fosse arrivato al momento giusto, Home non sarebbe diventata la mia canzone dell’estate 2009 e oggi non starei più o meno letteralmente aspettando la band al varco. Perciò eccomi qui, a portare avanti la missione e dirvi che, no, questo album non è affatto una delle mille cose sfigate a cui capita di arrivare nel vostro hard disk o sulla vostra scrivania. È bellissimo. Surreale. E sebbene ascoltarlo oggi possa suonare leggermente fuori stagione, non lasciatevi sfuggire l’occasione di metterlo su in una di queste ultime giornate calde, in cui il sole sembra portarsi ancora dietro echi lontanissimi del mare.

Qualcuno ha coniato il termine “hippie-sters” per gli Edward Sharpe (che poi di fricchettoni all’ultima moda ne vediamo almeno dal 2004, eh) ma mi sembra che la definizione non gli renda giustizia, perché di “hip” questi ragazzi non hanno quasi niente. E questo è il bello. Sono bruttarelli, malvestiti, barbuti gli uomini e trasandate le donne, piuttosto luddisti e, soprattutto, musicalmente piuttosto “regolari”, se mi passate il termine. Insomma sono una cosa simile ai Polyphonic Spree del folk: tanti (11, o 12) ragazzotti che suonano i tamburelli e fischiettano allegramente un genere vecchio che corrisponde a un country tex mex ai limiti del kitsch. Pensate al peyote, alle palle di fieno, ai sombrero e ai poncho e avete già un’idea dell’operazione, che sarebbe di cattivo gusto se non fosse per l’infinita ingenuità con cui è sviluppata. Proprio così: naiveté a bizzeffe per gli Edward Sharpe, sorrisi un po’ ebeti e storie di amori sui sedili posteriori di una vecchia Cadillac decappottabile a 200 all’ora nel deserto, incidenti mortali e viaggi mentali mirabolanti. Il tutto registrato su 24 piste sonore come ai bei vecchi tempi – manco fossimo davvero negli anni ‘70 – ronzii e tutto, senza mediazione di sorta, praticamente come fosse un live tape.

Ok, questa è la parte della recensione in cui cercate su Google qualcos’altro, tornate in homepage o, cosa che auspico, vi andate a rimediare il disco per capire di cosa stia parlando. Non è detto che questo ambaradàn di casacche fiorate e droghe leggere, pennate pesanti  e refrain corali vi interessi, perché, qui voglio arrivare, gli ESATMZ sono una band carica di personalità e identità (chiara semplice, squadrata) che può essere accettata e amata o rifiutata in toto. È una di quelle robe che piace un casino ad alcuni e ad altri fa letteralmente cagare. Io, l’avrete capito, ci ho perso la testa. E ora che ne ho scritto, saluto ufficialmente anche l’estate.

Leggi un po’ di storia di Edward Sharpe (che è un “major dropout”, tra l’altro)

Guarda il "debut on a network television" degli ESATMZ, da David Letterman

LA CRISI, parte #1 – Rivalutare la merda

Francesco Farabegoli | 14/9/2009

Il pezzo qui sotto è il primo di una serie estemporanea dedicato alla morte della stampa musicale, legato a una serie di articoli apparsi un po’ ovunque al mondo e -per puro caso- vagamente riconducibile ad una disputa recente in seno a quella che dai diciassette ai venticinque era la mia rivista di musica preferita. Vale a dire LA CRISI -da qui il titolo- della critica musicale classica in ogni sua forma, cartacea elettronica e quant’altro. Verrà affrontata da più punti di vista, escludendone uno troppo abusato e noioso persino per me (la fine del mercato dei dischi, il crollo delle vendite etc), cercando ogni tanto di tirar fuori qualche conclusione.

max-pezzaliQuesto pezzo non parla degli 883, ma da qualche parte bisogna pur partire. C’è questo video su youtube, filmato nel maggio del 2008. I Perturbazione sono sul palco, Tommaso Cerasuolo presenta un ospite con la goffaggine sfigata e sottovoce che lo contraddistingue. Un grande onore eccetera eccetera: Max Pezzali. Lui arriva sul palco, prende il microfono e dice ciao a tutti come se fosse al Festivalbar in Piazza del Plebiscito e sotto fosse pieno di striscioni con scritto STUPRAMI. E intanto la band ha già attaccato l’intro di Con Un Deca. La scorsa settimana il pezzo stava anche nella playlist di Vitaminic, assieme ad un singolo di J-Ax che elenca, più o meno furbescamente, una serie di stronzate generazionali alla 883 o proprio degli 883. Ivi compreso il ritornello di Con Un Deca.
Il tradimento è solo una questione di date. Non sono sicuro sia stato Napoleone a dirlo, sicuramente è una cosa che viene ripetuta dal cattivo di 58 minuti per morire. Oggi stai voltando le spalle, tra due anni magari capiremo che ne sapevi a pacchi. Segue lista di gruppi che ascoltare ALLORA denotava sciattezza, superficialità e mancanza di stile e OGGI lungimiranza creativa. — Continua a leggere

Paolo Cattaneo: Adorami e perdonami (Eclectic Circus/Venus)

disc_4050E’ facile cascare nel clichè del cantautore italiano impegnato nelle liriche e depresso fino allo sfinimento. E’ancor più facile, da ascoltatore, cadere nella terribile morsa della noia e del “già sentito”. Paolo Cattaneo supera brillantemente questo scoglio pur non sviluppando nuove concezioni di musica d’autore. Il suo Adorami e perdonami è formalmente parte del clichè di cui sopra, ma ha classe e gusto a sufficienza per regalarci un disco di profondo lirismo ed atmosfere fascinose. Importante il lavoro alla produzione dei fratelli Sinigallia, in cui Riccardo si è dedicato anche alla supervisione dei testi, intensi e diretti, privi di banalità e autoindulgenza. Poco meno di ventotto minuti per otto tracce soffuse e notturne, impastate da trame morbide e avvolgenti. Un lavoro che cresce con gli ascolti e possiede il dono della sintesi, invero raro di questi tempi, inoltre capace, una volta finito, di lasciare un piacevole retrogusto che spinge a riprenderlo da capo.
(E.A)

In un anno che ha visto ulteriormente consolidarsi una certa tendenza dell’indie-cantautorato italico verso l’essenzialità e/o spigolosità musicale e la scrittura diretta (tendenza declinata in forme assai diverse nei bei dischi di Dente, Brunori Sas e 33ore, per fare qualche nome), la musica di Paolo Cattaneo si mantene su stilemi già codificati da anni ma ancora capaci di regalare belle sensazioni – quando i pezzi ci sono. E qui ci sono otto ballate elettroacustiche soffici e intense, con testi insieme semplici ed evocativi impreziositi da suggestive svolte ritmiche e da una produzione delicata. Manca il brano che si imponga sugli altri e trascini (effetto forse voluto: vedi quella Troppi Sogni Strani che a metà deraglia in uno struggimento strumentale ed emotivo): in compenso questa opera terza Adorami e perdonami ci regala mezzora di musica senza sbavature, in cui ogni momento ha il suo perché e tocca precise corde. Perché scegliere tra la “via Bugo” e quella “Benvegnù-Sinigallia”? Possiamo godere dei frutti di entrambe.
(P.M)

Visita il myspace di Paolo Cattaneo
Visita il sito della Eclectic Circus

Mongrel: Better Than Heavy (Wall Of Sound/Self)

Enrico Amendola | 14/9/2009

mongrel2Aumenta il mio disagio nei confronti dei cosiddetti supergruppi. In effetti nelle line up dei Mongrel non c’è niente di particolarmente super: membri di Arctic Monkeys, Babyshambles, Reverend And The Makers e l’artista hip-hop Lowkey a costruire un disco che più che altro fa il verso ai Public Enemy. Il fatto è che ci aspettava qualcosa di maggiormente british, mescolata al rap e magari con un pizzico di originalità in più. Il disco si lascia ascoltare anche piacevolmente, ma se ha avuto una certa risonanza mediatica è solo per le credenziali dei componenti della band. Non è soltanto una questione di aspettative disattese in quanto ad approccio stilistico, il fatto è che si è voluto calcare la mano sulla componente musicale con cui i musicisti avevano meno affinità ed il risultato in qualche modo ne risente. La buona notizia è che non c’è nessun brano davvero inascoltabile, ma non sono certo sia una buona notizia, più che altro “non è” una cattiva notizia. Il paragone con i Gorillaz pare inevitabile viste le affinità stilistiche, come inevitabile è anche il distacco qualitativo a favore del progetto di Damon Albarn. Una domanda: c’era bisgono di un supergruppo per un disco del genere? La risposta: no. E non è la prima volta.

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