Ma che vi devo dire io sui Flight Of The Conchords?
Quando un anno e passa fa ne parlavo su altri lidi erano già abbastanza conosciuti dalla solita nicchia che sa tutto. Ora, per carità, sgombrate ogni pregiudizio sui piaceri per pochi eletti ed immaginate una via di mezzo tra Elio e le Storie Tese e le parodie dei generi musicali che facevano Lillo&Greg su Telenauta69, però in inglese, meglio riuscite e con molti più soldi a disposizione. O se preferite che la metta in termini più seri, pensate ad una serie tv che su una struttura semi-pretestuosa (due aspiranti musicisti neozelandesi alla ricerca del successo negli USA) imbastisce sketch cantati performativi (nel senso che le canzoni ed i video che le accompagnano raccontano la stessa storia), che giocano con la forma del videoclip (uno addirittura diretto da Michel Gondry, sempre sia lodato), dispiegandosi in un diadema di pastiches di generi musicali e testi stereotipici (e stereotipati) mixati con un umorismo citazionista che si fa ora barzelletta, ora nonsense, ora sfotto’ da palestra, toccando il meglio con hip-hop e r’n'b, ma muovendosi lungo praticamente tutto l’arco dello scibile musicale umano (folk, rock, electro alla New Order, una parodia sconvolgente di Peter Sarstedt – qui l’originale, qui la loro) . Aggiungete che i due hanno vinto una discreta valanga di premi (la seconda e più recente stagione si è accaparrata da sola sei Emmy), e che l’etichetta sotto cui raccolgono in album (la maggior parte de) le canzoni di ogni serie è la Sub Pop. Considerate che i due si descrivono come “formerly New Zealand’s fourth most popular guitar-based digi-bongo acapella-rap-funk-comedy folk duo”. Guardate questo video, tratto appunto dalla seconda stagione ma assente dall’album, che dovrebbe ricordarvi un paio di film (se uno non basta, potrete trovare in calce i video dell’intera tracklist dell’album – perché se ascoltare quest’album è un piacere vedere le canzoni è un piacere doppio), e se già non era così, innamoratevi anche voi dei Flight Of The Conchords.
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Guarda l’intera tracklist dell’album così come è rintracciabile su Youtube (finché si trovano):
- Hurt Feelings
- Sugalumps
- We’re Both in Love with a Sexy Lady
- I Told You I Was Freaky
- Demon Woman
- Rambling Through the Avenues of Time
- Fashion Is Danger
- Petrov, Yelyena and Me
- Too Many Dicks (On the Dance Floor)
- You Don’t Have to Be a Prostitute
- Friends
- Carol Brown
- Angels
Brooklyn come attestazione geografica di un certo tipo di suono fa ormai parte di una teoria consolidata, quasi che dai garage delle retrovie di Williamsburg potesse difficilmente uscire altro che cloni di Black Tambourine e Shop Assistants (anche se eccezioni ci sono, vedi i beneamati Dirty Projectors). E Cassie, Ali e Katy col debutto omonimo non hanno fatto altro che gettare le basi di questo lo-fi più sporco, immerso nei ritornelli ripetitivi e riverberati che ci affascino fin dall’uscita della C86. Canzoni non strutturate e ingenue, ma prorompenti, vitali, che hanno aperto la strada di quel duemilanove che ci ha fatto ballare e innamorare. Le Vivian Girls tornano con Everything Goes Wrong a pochi mesi dall’esordio e per le prime canzoni nulla sembra cambiato. La stessa irruenza punk, la stessa giovinezza esuberante di chi a vent’anni riesce a smuovere le masse del Pitchfork Festival (e le mani intorpidite dei critici della stessa webzine) e a fondare case discografiche (la Wild Word con cui hanno pubblicato un paio di 7″) in pieno stile DIY. Poi però ci si accorge che le canzoni sono dotate di ossatura e corpo, di contro-cori (I’m Not Asleep) e addirittura lunghe parti strumentali (Out For The Sun). E quasi ce ne si stupisce. Perchè, in fondo, avevamo sempre dato ragione ai critici che affermavano la loro ripetitività ed inesperienza musicale (e cosa mai ci aspetteremmo da chi si affibia un cognome fittizio come Ramone?) dimenticandoci di quanto questo fosse il loro punto di forza. Il cantato sixties da girl group, le melodie distorte (Tension) questa volta si spengono lentamente nella inaspettata dolcezza di Before I Start To Cry, canzone da cuore infranto con esplosione finale. A convincerci arriva poi l’approccio rrriot-girls di When I’m Gone (”Will you sit around and miss me when I’m gone?”) e il surf-pop di Double Vision: Brooklyn non ha cambiato suono, l’ha solo reso più gentile, ed – imprevedibilmente – altrettanto delizioso.
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Guarda il video di When I’m Gone
Guarda il video di Tell The World
I Vegetable G sono appena arrivati dallo spazio – Did We Come From An Alien Nation era l’interrogativo incalzante di Genealogy – per ritornaci però attraverso le suggestioni letterarie di Italo Calvino, espressamente citato nel titolo del disco e all’interno del booklet in cui viene trascritto un brano dalle Cosmicomiche. Lasciando da parte pericolosi paragoni musico-letterari (più piacevoli per chi scrive che utili per chi legge), questo album è decisamente più pop e meno intellettualistico di quanto le premesse possano suggerire; Starchild, per esempio, è piena di coretti shala-la-la e in tutti i brani, melodie ricche e decise trascinano il pezzo (BW). Elettronica minimal fa capolino qua e là, con discrezione ed eleganza, decorando i paesaggi celesti-ma-non-troppo in modo ironico (e a proposito d’ironia: che ci fanno i mandolini e l’Inno di Mameli in American Lessons?) ma le fondamenta della band restano dov’erano, ovvero nel solido abc del rock vagamente 70s (e che belli che sono i synth che vengono su come funghi a settembre). Altri highlights sono sicuramente Saucerman, una ballad appena sussurrata, e Satellite Tune, breve ninna nanna di archi, xylophoni e campanelli. Calvino – un concept album a tutti gli effetti – rappresenta un viaggio sognante nei microcosmi individuali della band, percorsi galattici eppure così intimi e personali da rivivere ascolto dopo ascolto.
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Io un po’ me la immagino (e invidio chi l’ha vissuta) la genesi di una band come i Neils Children. La passione comune per Cure e P.I.L., gli scambi musicali carbonari, le prime vergognose cover dei Joy Division nel garage della nonna. Poi il suono che si affina, i cambi di formazione con l’ingresso di nuovi stimoli ed energie, l’adrenalina del post punk ricreato *per davvero*, con la batteria secca e i bassi pulsanti e il clangore delle chitarre. Ecco, il problema dei Neils Children è che per quanto X.Enc. sia il loro primo album vero e proprio (prima, anche a causa di qualche disavventura discografica, solo singoli e una raccolta di rarità uscita in Giappone – how indie!), la band esiste-da-circa-10-anni. Eppure a tratti sembra che siano ancora fermi lì, al muro informe di suono, ai pezzi da demo. X.Enc. è uno di quei dischi che senz’altro colpisce più per l’impatto (come in Motorcar e nella strumentale Communique) che per le canzoni: queste ultime spesso scarseggiano in fantasia e presentano ritornelli moscetti (vedi alla voce Sometimes It’s Hard To Let Go), per poi magari generare lampi d’entusiasmo solo in un inciso o un’apertura improvvisa. Non che manchino i pezzi riusciti: tra questi, più godibili i pezzi power-pop alla Pete & the Pirates (Indifference Is Vital, la deliziosa I’m Ill) rispetto agli esercizi di stile sul tema “rifacciamo Three Imaginary Boys” come I Can’t See You . Ma in generale il punto è che o sei John Lydon e crei qualcosa di effettivamente nuovo (caso sempre più raro, ancor più nel rock chitarristico, ancor più nei fin troppo battuti territori del post-punk), oppure la via del Disco di Solo Impatto lascia il tempo che trova – e devi saper mettere insieme anche un tot di canzoni ben scritte. Gli Horrors, compagni di tour e di esperimenti tricologici discutibili, lo hanno già capito. I Neils Children dovrebbero sforzarsi di più, per evitare il rischio di passare inosservati al di fuori della nicchia dei completisti del genere.
Visita il myspace dei Neils Children (attualmente rimasti in due dopo l’abbandono del bassista: ma non hanno intenzione di mollare)
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Secondo un noto adagio calcistico, per fare una grande squadra bastano un buon portiere, un libero affidabile, un centrocampista di personalità e un centravanti che la butta dentro. Da questo punto di vista in pochi possono negare l’etichetta di disco pop riuscito al debutto dei The Big Pink. Quello del duo londinese formato da Robbie Furze e Milo Cordell si impone a mio giudizio come uno degli esordi inglesi più interessanti dell’anno: A Brief History of Love è un album di buone canzoni (tutte imprevedibilmente incentrate su vari aspetti dell’argomento Amore, un amore altrettanto imprevedibilmente marcio e disilluso), stuzzica la tua parte nostalgica pur dandoti l’impressione di essere uscito nel 2009 e non 20 anni prima, e soprattutto (nonostante abbia detto 2009) ti TIENE SVEGLIO fino alla fine, fissandoti in testa le sue melodie e ipnotizzandoti con le sue dissolvenze. Musicalmente potremmo parlare di revival del miglior shoegaze britannico ‘80/’90 (i soliti nomi, Jesus & Bloody Mary Valentine Scream Etc., con l’estetica 4AD nel background oltre che sulla copertina) e del coevo lad-rock di Madchester e dintorni (il timbro vocale così Richard Ashcroft di Love in Vain, le citazioni Stone Roses di At War with the Sun); il tutto comunque ben miscelato e ritinteggiato di elettronica, con episodi come Tonight e Frisk che riportano in pieno nella contemporaneità (la Merok, piccola etichetta di Cordell, ha all’attivo uscite dei primi Klaxons e Crystal Castles). Ma in definitiva le mosse vincenti di A Brief History of Love sono quelle a cui mi riferivo nella metafora calcistica di inizio post. Ad esempio il partire lasciando tutti a bocca aperta con le atmosfere dell’avvolgente Crystal Visions; o il racchiudere come un gioiello a metà percorso una ballad romantica che può segnare un’estate e forse un’epoca come Velvet; o l’accarezzare gli animi più delicati con il duetto della title-track (che un po’ ricorda, per quanto mi riguarda superandolo come coinvolgimento emotivo, il più trasversalmente acclamato esordio dei connazionali The xx); o infine il congedarci con l’inevitabile crescendo riverberoso di Count Backwards from Ten (nel mezzo trovano spazio anche Dominos, singolo immediato ma un po’ troppo ruffiano per i miei gusti, e qualche riempitivo più che dignitoso).
I’m not looking for love, but it’s hard to resist. E io quando ascolto un disco come questo semplicemente mi arrendo.
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Scarica l’mp3 di Dominos da Pitchfork
Visita la pagina dei Big Pink sul sito della 4AD
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Il rock and roll è roba da eroi, una missione. È come se nel mondo ci fosse una congrega segreta. Una setta di uomini fuori dal tempo che lontani dalle luci della ribalta continuano a suonare ampli vintage di piccole dimensioni e vecchie Harmony Rocket. Lo fanno per noi, per la nostra redenzione, per ripulirci le orecchie e ricordarci che un vero uomo dovrebbe saper suonare una chitarra senza diavolerie tecnicistiche. Pennate in battere, giri in “la”, accordature aperte. Mio dio, si! In Europa c’è Billy Childish. Negli States l’altro cavaliere della tavola rotonda si chiama Greg Cartwright. Ovvero quello dei Compulsive Gamblers e degli Oblivians. Uno che ha dato un senso al termine “garage rock”. Anche se a lui non fa impazzire, anzi non gli piace. L’intento dei Reigning Sound è quello di rispolverare il gospel, la tradizione anni ’60. Con la doppietta in apertura di Brake it e Trash Talk ti sembra di stare a bordo di una Cadillac decappottata con l’evoluzione di Johnny Cash che ti porta a giocarti tutto a Vegas. Sono dischi come questo che fanno tentare timidi balli anche ai più legati, che ci fan venire la voglia di metter su la musica mentre si preparano le zucchine e ci fanno comprare le Lonely Planet per programmare viaggi in California. Dio continui a benedire un po’ di rock and roll. A noi basta.
Qui il MySpace www.myspace.com/reigningsoundfans
Ecco un video live http://www.youtube.com/watch?v=qvUOcqgWYqU
Non dimenticate gli Oblivians http://www.myspace.com/oblivians
Spulciate la In The Red Recors http://www.intheredrecords.com
Esco subito allo scoperto: gli HEALTH li ho visti dal vivo prima di conoscerli veramente, se non per il disco di remix uscito l’anno scorso (che per inciso mi era pure piaciuto un sacco). Quindi vi avverto di tenere conto che tutto quello che leggerete è influenzato da quell’ora scarsa di concerto tutto rumore, sudore e adrenalina. Credetemi se vi dico che per apprezzare Get Color dovreste anche voi passare un’ora con gli HEALTH in persona. E godere nel sentire come due chitarre noise, una batteria che procede con la potenza di un carro armato siano capaci di flirtare con una voce distorta, ma allo stesso tempo mai urlante e in un certo senso delicata, e con alcuni elementi di elettronica-tribale più groovy-oriented. Su disco il quartetto californiano sacrifica gran parte dell’incosciente irruenza mostrata sul palco e confeziona un prodotto un po’ troppo piatto. Rinunciando perfino ad amplificare la componente ritmica ossessiva, che per fortuna in alcuni casi più convincenti viene fuori come nell’accoppiata Death+ e Before Tigers a metà disco, che lo avrebbe potuto fare diventare bello e riuscito come Drum’s Not Dead dei Liars (come dite? preferite altri album dei liars? via di qui, immediatamente). Dispiace, e parecchio pure, per la sensazione di vorrei-e-vi-ho-fatto-vedere-che-potrei-ma-non-posso che c’è in gran parte del disco. Ma non vi fate ingannare, se vi capitano vicino dedicategli un’ora del vostro tempo, e vi faranno vedere fin dove riescono ad arrivare.
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Quando cinque anni fa usci Two Way Monologue impazzii per il genio musicale che l’allora sbarbatello Sondre sparava in prima pagina, senza curarsi di dosare, senza retorica e con l’entusiasmo dei vent’anni. Poi qualcosa dev’essere successo: chiamatela ricerca, sperimentazione o quello che vi pare ma qualcosa era decisamente cambiato; in peggio.
Con questa mia, oggi, ringrazio Sondre Lerche per essere tornato a ciò che sa fare meglio: pop. Abbandonate le strade dello swing e del rock’n'roll dei dischi precedenti, in Heartbeat Radio toni più melodici si nascondono a pelo d’acqua, tra la leggerezza della scrittura e la solidità degli arrangiamenti. Ciò che più prende in quest’ultimo lavoro del giovane norvegese è la capacità con la quale si passa da un genere all’altro nel giro di un brano: e – sia chiaro – senza traumi o singhiozzi “musicali”. Tirato a lucido, il pop orchestrale (vedi gli archi sfruttati come operai cinesi in Good Luck) governa questo disco in modo vario: a volte nascondendosi dietro una chitarra per esplodere con il ritornello altre, invece, accompagnando il giovane Sondre in sortite quasi anni ’60 (I Guess It’s Gonna Rain Today). Il senso per la melodia – dicevamo – è ai massimi storici: a volte retrò e “pura” come in Like Lazenby, altre intima e silenziosa (Pioneer) e altre ancora trascinante (Words&Music). Non più enfant prodige del pop – aveva 19 anni quando uscì Faces Down – è perfettamente a suo agio con Burt Bacharach e a sorpassa Pelle Carlberg con lo slancio strafottente della sua orchestrina. Ideale per le passeggiate in bicicletta alla domenica pomeriggio, Heartbeat Radio raccoglie la vena romantica di Sondre Lerche accendendola di furbizie prese dall’antologia di storia della musica: fantasia, divertimento, bella musica. Non manca niente.
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Chi lo avrebbe mai detto. Nel 2009 mi ritrovo a canticchiare il pungente, vigoroso oh yeah che cadenza Check My Brain, nuovo singolo del nuovo album degli Alice in Chains. Diciamo subito che la voce del nuovo arrivato, William DuVall, va presa per quello che è: una soluzione non problematica, che si perde in un intreccio talmente organico (si può davvero parlare di semplici cori?) che è impossibile capire dove finisce Jerry Cantrell e inizia l’altro.* In certi passaggi sembra persino di avvertire un Layne Staley meno attorcigliato sul proprio dolore (una specie di profezia che purtroppo non si è avverata). E il resto? Un orizzonte plumbeo e denso di distorsioni. Forse il disco con più riff mai partorito dalla band, ed ogni canzone – con i suoi 5-6 minuti di mantra – fa mondo a se. Sembra quasi di visitare un mastodontico castello gotico. Entrarci può essere difficile e certe stanze si sono conservate meglio di altre. I momenti acustici come Your Decision (che insegue lo spettro di Nutshell) non alleggeriscono l’impressione di un ricercato gigantismo, come se la band volesse mettere le mani avanti. Insomma, Black Gives Way To Blue è un disco di musica “pesa” con tutte le sfumature che la parola vi suggerisce e tutti i limiti del caso (perché sappiamo benissimo che questa è un’altra cosa e non tornerà). E nonostante tutto, dico bentornati. Sinceramente emozionato.
*Mettiamola così: DuVall ha un timbro simile a quello di Cantrell, e i due si spartiscono equamente tra melodie, storture e i sibili staleyani.
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Già dal precedente Home Is Where The Heart Is si era capito in che acque navigavano gli Home: dall’eredità dei baronetti Beatles fino alle sbronze degli Oasis, tutto ciò che rimaneva nel perimetro delle coste inglesi era terreno fertile per la band veronese.
Dopo due anni e tanti live alle spalle, eccoli di ritorno a bordo di velieri psichedelici con le stesse identiche coordinate, ma con un po’ più di maestria nel condurre: il suono si fa molto più pulito e patinato e trasforma le piccole canzoni del precedente album in bocconcini di power pop ruggente e radiofonico, roba da college americani, per capirci. Le influenze però, rimangono fedelmente in albione tra le sbavature dei Supergrass e il puro brit pop dei Blur, con in più qualche timido risvolto garage. Un disco omogeneo, ben suonato e registrato, piacevole all’ascolto ma che pecca forse un po’ troppo di “ispirazione”. E Verona, nella cartina dell’Inghilterra, dov’è?
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